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Paludi avvelenate e predatori feroci

di: loc
13 Agosto 2026 ore 13:23

Considerazioni sparse di ferragosto

di Franco Turigliatto

Nella torrida estate in cui la crisi climatica mostra i suoi micidiali effetti in tutta l’Europa e pretende una svolta profonda sul piano economico e nell’organizzazione della vita sociale e delle città, restiamo immersi, a livello internazionale e nazionale, dentro nauseabonde paludi infestate da predatori feroci, senza che si riesca a capire per ora come e quando sia possibile uscirne.

Tutte le contraddizioni del sistema economico capitalista con le sue oppressioni e violenze, lo scontro tra gli imperialismi, lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, le guerre per il controllo delle risorse e dei commerci, il deterioramento e il rigetto delle regole della democrazia e dei diritti, sono oggi presenti. E come in ogni epoca di crisi di civiltà e nelle vicende storiche del secolo passato, le classi dominanti producono anche le ideologie di dominio, colonialismo, razzismo e patriarcali, nonché le personalità fanatiche che “meglio” le rappresentano: Trump, Musk, Netanyahu, Putin, Farage, Milei, Le Pen, l’AfD tedesco, gli ayattolah, l’elenco sarebbe lungo, e, per restare in Italia, in versione per ora tragicomica, Salvini, Vannacci e Meloni, non sono figure fuoriuscite per caso dalla storia, pecore nere fuori controllo, ma degli autentici prodotti del tempo a cui le borghesie guardano con attenzione e di cui già si servono nello scontro di classe.[1]

Le guerre e le oppressioni

Continua in un silenzio drammatico il genocidio dei palestinesi da parte del governo sionista israeliano a Gaza e sempre più anche in Cisgiordania; si sviluppano le sue operazioni militari e stragiste ormai in profondità nel Libano nell’ambito del progetto del Grande Israele e di una posizione coloniale dominante in tutto il Medio Oriente, La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran, si allarga ed si estende ogni giorno al d là dei proclama di “fine del conflitto” che, un giorno si e un giorno no, arrivano da Washington. Le ripercussioni sul sistema mondo, sull’economia mondiale sono enormi e non pesano certo sulle compagnie petrolifere che anzi hanno aumentato i loro profitti, ma sulle condizioni di vita e di sopravvivenza delle classi popolari e dei paesi più deboli. Ma anche in Africa l’immane tragedia del Sudan continua e i conflitti militari si moltiplicano ed altri conflitti si manifestano in Asia. Davvero un mondo sempre più in fiamme.

In Europa, la guerra in Ucraina continua implacabile; ormai siamo a 4 anni e mezzo dall’aggressione del neozarismo russo del febbraio 2022; la fine della guerra non si vede, ma anzi lo scontro si estende ogni giorno. Mosca bombarda incessantemente le città ucraine ed ora anche Kiev, sempre più anche potenza militare, è in grado di colpire in territorio russo. Difficile credere, come si fa dalle due parti che qualcuno possa vincere, o che si possa conquistare “una pace giusta”, formula che serve ormai solo a continuare la guerra e a produrre più armi quando le realtà sociali dei due paesi sono sempre più in sofferenza, se pure ancora in forme diseguali.[2] Forse la “pace giusta” per i due paesi è proprio quella che si può produrre solo con un “compromesso imperfetto”, che liberi le due società dal nodo scorsoio della guerra.

Solo che le classi dominanti in Europa stanno lavorando in altra direzione. Per i loro governi la guerra può anche continuare perché è la condizione migliore per avanzare nel progetto di riarmo dell’Europa capitalista. Costoro sono arrivati alla conclusione che la risposta alle difficoltà delle loro economie sta nello sviluppo ulteriore dell’industria bellica e che questa è una modalità indispensabile per collocarsi nello scontro interimperialista. In primo luogo contro la Russia (molto volte si dimenticano che la Russia è parte dell’Europa), poi in contrasto con la Cina, ma poi anche in alleanza conflittuale con l’alleato statunitense nella Nato.

La mistificazione della corsa al riarmo e sui migranti

L’operazione ha bisogno di tante mistificazioni e di una ideologia tanto volgare quanto totalizzante attingendo al peggio della storia dell’umanità: “Se vuoi la pace, devi preparare la guerra”, quasi che la storia secolare del continente non indichi che questa sia la strada più breve per produrre atroci conflitti. E come sempre è avvenuto, fior fiore di intellettuali si prestano a sposare la causa del riarmo. 

Bisognerà spendere molti soldi per fare i missili, il costo dovrà pesare sulle spalle delle classi lavoratrici popolari; bisogna quindi sviare la consapevolezza e la rabbia di costoro in altra direzione: nazionalismo e razzismo sono moneta a buon mercato e cosa c’è di meglio di una stantia ideologia razzista contro i migranti, contro gli “invasori” che minacciano la nostra civiltà bianca, patriarcale, cristiana e securitaria, anzi poliziesca. Si legga utilmente: https://transform-italia.it/delle-guerre-ibride-dal-kosovo-a-ceuta/

Il massimo di viltà, arroganza, violenza e crudeltà di fronte alla sofferenza dei giovani e dei giovanissimi migranti marocchini, i governi e i media europei lo hanno infatti espresso nella vicenda di Ceuta. Rimandiamo al testo delle nostre compagne e compagni di Anticapitalistas che tratteggia le responsabilità di tutti i governi europei e di quello marocchino e la crudeltà delle frontiere.

E nella gara per il peggiore, Meloni e il suo governo hanno finalmente potuto primeggiare su tutti i paesi d’Europa, scontrandosi con il governo spagnolo e scuotendo un poco il trattato di Schengen. E’ il terreno prediletto delle destre italiane su cui da sempre lavorano, trovando ora nuove alleanze (vedasi la convergenza tra Meloni e la socialdemocratica (socialdemocratica?) danese e una maggiore corrispondenza con la commissione europea sempre più a destra. La democrazia liberale e le costituzioni democratiche e dei diritti del secondo dopoguerra vengono erose un passo dopo l’altro. Vedasi: https://anticapitalista.org/2026/08/11/controrivoluzione-moderna-e-fascismo/

Il nero governo

Questo governo di anime nere, dopo la sconfitta referendaria, grazie a una debole opposizione ha ripreso vigore e iniziativa, avanza sul terreno dell’autonomia differenziata, e soprattutto agisce sui due terreni che considera più favorevoli per ottenere consensi e sostegno, l’ordine pubblico e la repressione contro i movimenti sociali e i giovani che si rivoltano alla ipocrisia, falsità e violenza del potere (vedi la Valle di Susa) da una parte e dall’altra contro “l’invasione” dei migranti. Si legga l’articolo di Marco Revelli.

Un governo negazionista del riscaldamento climatico, incapace di prendere qualsiasi misura di fronte alla terribile canicola che colpisce i più deboli, gli anziani e alle periferie delle città che bruciano, incapace anche sul piano economico di intervenire efficacemente sul costo dei prodotti energetici, insensibile agli omicidi quotidiani sui luoghi di lavoro (anzi sta preparando una modifica legislativa che libera le aziende madri da ogni responsabilità per gli incidenti) riesce in questo modo a mantenere consensi e sostegno. Gli esponenti governativi e i loro tirapiedi dei media straparlano come folli, ma è purtroppo anche una follia la quantità di persone, tra cui molti lavoratori, che corrono dietro ai loro falsi bersagli. E’ un comportamento “perverso” conosciuto anche in altri tempi: Trotsky la definiva “disperazione controrivoluzionaria”, altri oggi parlano di una estrema destra che sta vincendo la battaglia per la leadership della frustrazione verso una radicalizzazione reazionaria».

In ogni caso si avvicina il tempo della legge di bilancio e sarà più difficile per Meloni mantenere alcune regalie ai settori di media e piccola borghesia, anche perché bisognerà tagliare su pensioni, spesa sociale, assistenza, per garantire il forsennato aumento verso il 5% del PIL della spesa militare come Trump, Nato ed UE chiedono. Scrive il Manifesto “Il governo Meloni usa la flessibilità di bilancio per mascherare un enorme aumento della spesa militare e una transizione energetica fasulla, presentandola come risposta alla crisi, mentre i cittadini pagano i rincari e l’austerità”. Una cambiale da 35 miliardi. Complessivamente: per il clima 9,3 miliardi in sei anni, per la guerra 498 in nove per arrivare al 5% del Pil.  Brevi articoli ci informano poi che le banche, con in testa Banca Intesa, denunciano un primo semestre di ricavi e di profitti senza precedenti. 

Il fronte largo e le sue impasse

Sembrerebbe difficile, ma non impossibile, in questo contesto, costruire una forte opposizione sociale e politica, ma ad oggi sembra che i due principali partiti di opposizione parlamentare Pd e M5S non ne siano capaci, balbettano e si dividono al di là di qualche foto unitaria, pensando solo alle “primarie”.

La realtà è che non sono capaci, né vogliono contribuire a mettere in piedi un forte mobilitazione sociale e neppure sono capaci e soprattutto non vogliono produrre una piattaforma programmatica fortemente alternativa, radicale nei contenuti sociali ed economici, quindi una piattaforma decisamente antiliberista, magari con qualche punta anticapitalista, che non farebbe male. E neppure sono in grado di dire unitariamente un NO al riarmo.

Non vogliono e neanche ci pensano di fare quello che stanno facendo alcuni esponenti della sinistra del Partito democratico americano che hanno varato programmi sociali antiliberisti, attrattivi per ampi settori popolari e quindi efficaci per tagliare l’erba sotto i piedi ai trumpiani.

Il fatto è che le forze politiche social liberiste che hanno governato gran parte dei paesi occidentali negli ultimi 30 anni sono incapaci di trarre la lezione di venti anni di politiche liberiste e di austerità, che hanno rimpolpato i profitti a scapito di salari e pensioni producendo malcontento, e demoralizzazione sociale, aprendo per questa via le porte alla demagogia reazionaria delle destre. E Conte e la Schlein, per non parlate delle componenti più moderate del suo partito, restano del tutto interni a questa logica politica. Non lasciano dubbi nelle loro interviste sui giornali. Vorrebbero costruire l’alternativa alle destre direttamente insieme alla borghesia democratica, che naturalmente si tiene stretti i suoi interessi economici ed è tirata a destra dalle dinamiche internazionali.

Per di più dentro e intorno al campo largo si affollano arrivisti, politicanti, servitori più o meno diretti di qualche settore borghese e le correnti politiche del “centro estremo”, che lavorano attivamente per condizionarne in senso moderato le piattaforme politiche e poi ancora di più le scelte concrete prima e dopo le elezioni. AVS avrà assai da fare e penare per cercare di cavare fuori qualcosa di realmente di sinistra, anche se qualche buona parola forse le sarà data nella stesura finale del programma per evidenti ragioni tattiche.

Per altro tutti questi partiti e soggetti sono assai passivi di fronte alla nuova proposta di legge elettorale che come le altre ultime due, con cui per altro si è votato, appare decisamente antidemocratica e anticostituzionale. Non si può combattere la proposta di legge delle destre, difendendo l’attuale legge per altro bocciata dalla Corte Costituzionale. Una vera proposta di legge democratica proporzionale, sembra non venire in mente a nessuno, fosse anche solo per propaganda. 

Davvero pericolose queste scelte e queste inadeguatezze di PD e 5S che rischiano di produrre una nuova vittoria elettorale delle estreme destre, un evento che andrebbe assolutamente evitato, estremamente pericoloso perché un nuovo mandato popolare permetterebbe a costoro di portare a termine il loro progetto di restaurazione istituzionale, politica ed ideologica, compreso lo stravolgimento completo delle istituzioni democratiche della Costituzione e una involuzione autoritaria del paese dalle conseguenze oggi difficilmente individuabili, di certo estremamente gravi per il futuro delle classi lavoratrici.

Verso l’autunno

Anche il quadro sindacale lascia perplessi.

Da tempo la Cisl si è affiancata al governo e la UIL, a partire dall’autunno delle grandi manifestazioni contro il genocidio a Gaza, anche. La CGIL è stata parte dei movimenti, debole nella costruzione della mobilitazione contro la finanziaria e successivamente incapace e in difficoltà nel dare continuità alla lotta sociale e sindacale e quindi anche di opposizione a questo governo reazionario dei padroni. 

All’improvviso a luglio ci troviamo con una ritrovata unità delle 3 Confederazioni che si esprime in una trattativa con la Confindustria e le altre associazioni padronali collegate, in cui hanno deciso di arrivare a breve in autunno a definire comuni regole per la rappresentanza e la gestione dei contratti.

C’è da mettersi le mani nei capelli e da nutrire preoccupazione su come questa storia andrà a finire. Nella CGIL l’adesione a questo percorso vede l’opposizione della sola corrente di sinistra “Le radici del sindacato” mentre tutto il resto del gruppo dirigente comincia a litigarsi invece sugli assetti degli apparati per il prossimo congresso! Certo la CGIL proporrà una mobilitazione sociale, prevista per la fine di ottobre, di sabato; non è chiaro quale sarà la lotta rivendicativa vera e propria. Ci sarà forse il tradizionale e simbolico sciopero generale in dicembre sulla finanziaria a giochi fatti. Si vedrà. Sembra tutto orchestrato solo per sostenere il campo largo, ma forse, ed è peggio ancora, questa architettura è costruita pensando che di certo il centro sinistra vincerà le elezioni!? 

Per la nostra organizzazione i compiti sono abbastanza semplici e chiari. Lavoriamo con movimenti e partiti per costruire la mobilitazione sociale e di lotta contro le politiche capitaliste, contro le misure del governo, per la difesa dei diritti, dei salari, della occupazione contro le politiche di guerra e contro il riarmo e le spese militari, contro il razzismo il nazionalismo, il patriarcato. Condividiamo il piano di lavoro espresso dalla Rete No Kings nella assemblea di Genova. E parteciperemo alla nuova assemblea del 4 ottobre. In particolare sosteniamo le giornate europee contro il riarmo. E poi naturalmente ci sarà la lotta contro la finanziaria del governo. 

Più che mai si tratta di tenere insieme rivendicazioni sociali ed economiche con quelle per i diritti, per la partecipazione democratica, per l’unità di tutte/i le/gli sfruttate/i ed oppresse/i, per l’unità di chi è nato e vive da sempre nel paese e chi migrante lo ha raggiunto. 

In preparazione dell’autunno di lotta auspicato diamo appuntamento alla nostra terza Università estiva, un momento di socialità e di dibattito, con cui certo non cambiamo il mondo, ma in cui proviamo a fornire a un centinaio di militanti ed attivisti alcuni strumenti di comprensione e di intervento politico e sociale.

Venite anche voi. Vi troverete bene, ecco il programma.

Note

[1] Di fronte ai governi  borghesi democratici dell’Europa che vedevano in Hitler una specie di “imprevedibile Satana, proiettato fuori dall’inferno” nel  maggio 1940 Trotsky scriveva. “Questo epilettico tedesco con una macchina calcolatrice nel cranio e un potere illimitato nelle sue mani non giunge dall’interno né dal cielo. Non è che la personificazione di tutte le forze di distruzione dell’imperialismo.” Trump, Musk e il loro “assurdo” entourage non sono altro che il prodotto delle contraddizioni e del relativo declino dell’imperialismo americano in questa fase storica. Anche loro hanno un potere distruttivo immenso.

[2] Significativo della situazione russa è il fatto che il regime,  per evidente paura, abbia escluso dalle elezioni l’unica formazione che si oppone alla guerra in corso e ne chiede l’immediata cessazione; significativo nella situazione ucraina sono i sempre più numerosi episodi in cui i giovani cercano di sfuggire alla leva e la volontà dei governi occidentali di far decadere la condizione di rifugiato ai giovani ucraini emigrati in età di arruolamento per costringerli a ritornare in patria.

Guida alla vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress

13 Agosto 2026 ore 10:03
Guida alla vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress

Una vulnerabilità RCE upload immagini in WordPress può trasformare un'operazione comune, come caricare una foto, in una porta d'accesso per i malintenzionati. Se gestisci un sito WordPress, questo è un argomento che devi assolutamente conoscere.

Di recente è emersa una falla critica che permette a un utente con privilegi di "Autore" di eseguire codice da remoto. Questo attacco, noto come Remote Code Execution, avviene tramite il caricamento di un file immagine malevolo.

Non c'è motivo di allarmarsi. Infatti capire il problema è il primo passo per risolverlo. In questa guida ti spieghiamo cos'è successo, come funziona l'attacco e, soprattutto, come puoi mettere in sicurezza il tuo sito web in pochi semplici passaggi.

Cos'è una vulnerabilità RCE in WordPress e perché dovresti preoccuparti?

Prima di entrare nei dettagli tecnici, chiariamo un concetto fondamentale: RCE, o Remote Code Execution, significa "Esecuzione di Codice da Remoto". È come dare a uno sconosciuto le chiavi del tuo server. Un attacco RCE riuscito consente a un hacker di eseguire comandi sul tuo hosting come se fossi tu.

Le conseguenze possono essere devastanti:

  • Furto di dati sensibili, come informazioni degli utenti o dettagli di pagamento.
  • Installazione di malware o ransomware sul tuo server.
  • Cancellazione o modifica dei contenuti del sito.
  • Utilizzo del tuo server per lanciare attacchi verso altri sistemi.

In breve, significa perdere il controllo completo del tuo spazio web. Per questo motivo una falla di sicurezza di questo tipo va presa molto sul serio.

La falla specifica: come un'immagine diventa un'arma

Come può un semplice file PNG scatenare una vulnerabilità RCE in WordPress? Il problema non risiede nel core di WordPress, ma nell'interazione tra la piattaforma e due strumenti che gestiscono le immagini: ImageMagick (noto anche come Imagick) e Ghostscript.

Ecco la catena di eventi che un aggressore potrebbe sfruttare:

  1. Il file mascherato: l'attaccante crea un file che appare come un'immagine (ad esempio, vacanza.png), ma al suo interno nasconde codice malevolo, scritto in un linguaggio come PostScript.
  2. Il caricamento: un utente con il ruolo di "Autore" carica questo file nella Libreria Media di WordPress.
  3. L'errore di validazione: le versioni vulnerabili di WordPress si fidavano dell'estensione del file (.png) senza analizzare a fondo il suo contenuto reale.
  4. La delega pericolosa: WordPress passa il file a ImageMagick per elaborarlo, ad esempio per creare le miniature. ImageMagick riconosce che non è una vera immagine ma codice PostScript e delega il compito a Ghostscript, lo strumento designato per interpretare questo tipo di file.
  5. L'esecuzione del codice: Ghostscript, eseguendo il suo compito, interpreta il codice contenuto nel file. Questo permette all'hacker di eseguire comandi sul server.

Il punto debole era proprio quel passaggio in cui un plugin di WordPress si fidava ciecamente dell'estensione, permettendo al "cavallo di Troia" di superare le prime difese. Per questo è fondamentale proteggere il tuo sito, mettendo in sicurezza i plugin.

Chi è il bersaglio della vulnerabilità RCE di WordPress?

Questa vulnerabilità non colpisce tutti i siti allo stesso modo. Il principale fattore di rischio dipende da chi ha i permessi per caricare file multimediali. L'attacco, infatti, richiede almeno un account con ruolo di Autore.

Il tuo sito è ad alto rischio se:

  • Gestisci un blog con molti autori o collaboratori esterni.
  • Hai una piattaforma di membership o un e-commerce dove gli utenti possono caricare immagini.
  • Concedi l'accesso al backend a clienti o a un team allargato con ruoli superiori a "Sottoscrittore".

Al contrario, se il tuo sito è gestito solo da te e da pochi amministratori di fiducia, il rischio è basso. Tuttavia, la sicurezza non è mai troppa.

La soluzione: come mettere in sicurezza il tuo sito WordPress

La buona notizia è che la soluzione è semplice, rapida e già disponibile. Il team di sicurezza di WordPress ha rilasciato una patch che corregge completamente questa falla. L'unica azione necessaria è aggiornare la tua installazione di WordPress alla versione più recente.

La correzione è stata implementata a partire dalla versione 7.0.4 del plugin Gutenberg e integrata nel core di WordPress. L'aggiornamento modifica il modo in cui WordPress gestisce i file. Ora, prima di passare qualsiasi file a ImageMagick, la piattaforma ne analizza il contenuto reale (la sua "firma digitale"). In questo modo si assicura che un file .png sia davvero un'immagine e non un file PostScript mascherato. Questo blocco preventivo neutralizza completamente la minaccia.

Vulnerabilità RCE in WordPress: la prevenzione è la migliore difesa

Oltre all'aggiornamento, puoi adottare alcune buone pratiche per rafforzare la sicurezza del tuo sito e prevenire problemi futuri:

  • Limita i permessi: assegna sempre il ruolo con i privilegi minimi necessari a ogni utente. Non tutti hanno bisogno di essere "Autori" o "Editor".
  • Usa un plugin di sicurezza: strumenti come Wordfence o Sucuri possono monitorare i file caricati e bloccare i tentativi di attacco.
  • Effettua backup regolari: avere un backup recente e funzionante è la tua migliore assicurazione contro qualsiasi disastro.

Non sottovalutare la sicurezza del tuo sito

La vulnerabilità RCE in WordPress ci ricorda una lezione fondamentale: anche le operazioni più comuni, come il caricamento di un'immagine, possono nascondere dei rischi.

La sicurezza informatica è un processo continuo di vigilanza e aggiornamento. Non rimandare: controlla subito la versione del tuo WordPress e, se non è l'ultima disponibile, procedi con l'aggiornamento. È un piccolo gesto che garantisce la protezione del tuo lavoro, dei tuoi dati e della fiducia dei tuoi utenti.

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Controrivoluzione moderna e fascismo

di: loc
11 Agosto 2026 ore 18:12

di Norbert Holcblat (da Alencontre)

Sono ben conosciute le prime parole del Manifesto del Partito Comunista: «Uno spettro si aggira per l’Europa». Oggi, due «spettri» dotati di una realtà concreta sembrano aggirarsi nel mondo capitalista e pesare sul destino dell’umanità: Donald Trump e l’intelligenza artificiale (IA). Come si relazionano tra loro? Verso quale mondo potrebbero condurci?

Sono numerosi i termini utilizzati per definire il periodo che stiamo attraversando. In un recente testo, lo storico Quin Slobodian e lo scrittore Ben Tarnoff ne elencano molti: “Sono state proposte diverse visioni e diversi inquadramenti concorrenti. Si è parlato così di capitalismo di Stato, capitalismo della catastrofe, capitalismo delle piattaforme, capitalismo dei colli di bottiglia, capitalismo avvoltoio, capitalismo a ragnatela, capitalismo arcipelagico, capitalismo dei gestori patrimoniali, capitalismo della sorveglianza, e persino di capitalismo del collasso. I teorici hanno suggerito che viviamo nell’era del neofeudalismo, del tecno-feudalismo, del tecno-libertarismo, del tecno-autoritarismo, del tecno-populismo, del tecno-fascismo, del fascismo della fine dei tempi, del neofascismo, del fascismo neoliberista, del post-neoliberismo, del paleopopulismo, del neopatrimonialismo, dell’iperpolitica e della geoeconomia.” [1] Da parte loro, questi due autori propongono il termine «muskismo» (che meriterebbe una discussione).

Il numero di questi termini riflette forse una sorta di smarrimento di fronte a qualcosa di cui si percepisce male la traiettoria, e ciascuno di essi contiene senza dubbio una parte di verità, ma spesso pone l’accento su un aspetto particolare. Sembra preferibile concentrarsi sulla sostanza e sulla dinamica dei processi attuali, al di là delle loro caratteristiche specifiche. L’espressione utilizzata dal giurista e filosofo americano Bernard E. Harcourt per caratterizzare la presidenza di Donald Trump, una «controrivoluzione moderna»[2], sembra la più appropriata a questo scopo.

Una controrivoluzione è infatti all’ordine del giorno, non solo negli Stati Uniti ma, in misura diversa, in gran parte del pianeta. Essa è caratterizzata dall’ossessione di cancellare, in tutto o in parte, le conquiste sociali e ideologiche del periodo che va dal dopoguerra agli anni ’80, nonché le aspirazioni emancipatorie che ancora perdurano. E alcuni non esitano a sventolarne lo stendardo. L’attivista pro-Trump Christopher Rufo ha dichiarato nell’aprile 2025 al New York Times: “Quello che stiamo facendo è davvero una controrivoluzione. È una rivoluzione contro la rivoluzione” (citato da Bernard E. Harcourt). Durante la gigantesca manifestazione di estrema destra del 13 settembre 2025 a Londra, anche Tommy Robinson, il suo principale organizzatore, ha dichiarato: «Noi siamo la controrivoluzione.»[³] Su un altro piano, e di data più remota, questa proclamazione del libertario Murray Rothbard del 1992[⁴]: «Suoniamo la campana a morto per la socialdemocrazia. Suoniamo la campana a morto per la Grande Società. E anche per lo Stato sociale […] Cancelleremo il ventesimo secolo». È da notare che il presidente argentino Javier Milei ha chiamato Rothbard uno dei suoi tre cani (che portano tutti i nomi di economisti neoliberisti che egli considera suoi ispiratori).

In Francia, sulla stessa linea, nel 2007 un dirigente dell’associazione dei datori di lavoro ha dichiarato: «Oggi si tratta di uscire dal 1945 e di smantellare metodicamente il programma del Consiglio nazionale della Resistenza!»[⁵] Questi riferimenti, e altri ancora, giustificano l’affermazione di Bernard E. Harcourt: «Le azioni del presidente Trump nei primi cento giorni del suo secondo mandato costituiscono l’ultimo episodio di una vasta controrivoluzione moderna e coerente, che si inserisce in una prospettiva storica più ampia e la cui portata internazionale è più estesa.» Per Harcourt, questa controrivoluzione è in atto negli Stati Uniti da diversi decenni, in particolare a partire dalla presidenza di Ronald Reagan.

Controrivoluzione? Certamente, oggi non esiste alcun pericolo rivoluzionario per i possidenti (almeno negli Stati del «Nord»), a differenza del contesto della grande ondata reazionaria che, dal 1918 agli anni ’40, ha attraversato, tra gli altri, l’Ungheria, la Germania, l’Italia, il Giappone, il Portogallo, la Romania, … poi l’Austria e nuovamente la Germania, quindi la Spagna e infine la Francia sulla scia della sconfitta del 1940 (anche se, a partire dall’inizio degli anni ’20, la spinta rivoluzionaria conseguente alla rivoluzione russa si indebolì). Un’ondata che ha dato origine a regimi reazionari e dittatoriali, ciascuno dei quali presentava però caratteristiche proprie, in particolare per quanto riguarda le modalità di ascesa al potere, le istituzioni e il bilanciamento tra riferimenti alla tradizione (e compromessi con la vecchia classe politica) e parvenze di rottura, se non addirittura di «rivoluzione» (una delle ultime incarnazioni fu la «Rivoluzione nazionale» proclamata dal regime di Pétain). Nonostante la loro diversità, all’epoca questi regimi potevano essere tutti definiti fascisti (anche se, più recentemente, gli storici sottolineano le loro differenze). Negli anni ’70, sono state spesso denunciate come fasciste anche le dittature militari cilene, argentine, brasiliane e uruguaiane, soprattutto a causa del loro carattere repressivo. La caratterizzazione della dittatura greca (1967-1974) è stata oggetto di dibattito (si veda una sintesi delle posizioni di Nikos Poulantzas[⁶]).

Oggi è vero che alcuni esponenti della corrente MAGA negli Stati Uniti (Christopher Ruffo, Steve Bannon, Elon Musk a modo suo…) e dell’estrema destra europea considerano l’evoluzione della famiglia, la legalizzazione dell’aborto, i diritti delle persone LGTBI, l’immigrazione e la mescolanza delle popolazioni, … non come trasformazioni sociali o come frutto delle lotte di determinati settori sociali, ma come il risultato di una congiura rivoluzionaria dei «wokisti» e dei cospiratori del «grande rimpiazzo». Un complotto, di fronte al quale sarebbe urgente reagire per non rischiare l’alterazione definitiva della «civiltà bianca e occidentale». Anche se questa non è l’analisi dominante negli ambienti dei vari poteri, queste farneticazioni possono essere più o meno riprese e strumentalizzate da diverse correnti politiche per ampliare la propria base al fine di servire i loro obiettivi controrivoluzionari poiché, se la rivoluzione non è un orizzonte prossimo, «la controrivoluzione non ha bisogno di attendere una rivoluzione imminente; può agire in modo preventivo, annullando le conquiste del passato e reprimendo la resistenza», come scrive Richard Donnely nel testo sopra citato su Tommy Robinson. Soprattutto in un contesto di crisi sistemica come quella che sta attraversando il capitalismo.

Va tuttavia sottolineato che, per quanto riguarda il «Sud», occorre fare alcune precisazioni: dalle «rivoluzioni arabe» ai recenti movimenti in Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, Madagascar… le insurrezioni popolari hanno sì rovesciato dei governi, ma finora non sono riuscite a mettere in atto alternative alle classi dominanti, che hanno mantenuto la loro egemonia attraverso l’esercito o i nuovi poteri provenienti dalla «società civile». In alcuni di questi paesi, tuttavia, la nuvole rivoluzionarie continuano a incombere minacciose e, ad esempio, in Egitto, il maresciallo al-Sissi ne è certamente consapevole.

Il sociologo e attivista russo Ilya Budraitskis distingue, dal canto suo, la controrivoluzione da quella che definisce «antirivoluzione»: «L’antirivoluzione cerca di impedire una rivoluzione immaginaria […] Questa rivoluzione immaginaria che si profila non ha radici evidenti nella società e non dispone di un soggetto politico apparente dotato di una forte volontà […]. — Ma questa rivoluzione immaginaria conduce un’esistenza a sé stante nella coscienza dei dirigenti dello Stato. Ed è stata descritta da esperti in decine di documenti. »[7] Se si traspone questa analisi al di fuori della Russia, si constata, ad esempio in Francia, che i dirigenti e i loro media, così come alcuni intellettuali, denunciano giorno dopo giorno spettri che si suppone mettano in pericolo l’intera vita sociale: il «wokismo», il «separatismo islamico», l’«incivilimento» dei giovani delle periferie urbane, ecc. Le forze di polizia, non solo sorvegliano costantemente questi fenomeni e gli individui potenzialmente considerati «sospetti», ma si preparano a reprimere ogni «eccesso». Proprio come alcuni temi MAGA citati in precedenza, tutto ciò rientra ampiamente nella «rivoluzione immaginaria». La problematica di Budraitskis ha dei fondamenti e spiega perché l’«antirivoluzione» possa essere più in progress delle controrivoluzioni che abbiamo conosciuto. Sembra tuttavia preferibile attenersi al termine di controrivoluzione, che ha maggiori risonanze storiche e politiche.

Si tratta quindi di una controrivoluzione, ma di una controrivoluzione moderna che utilizza tutte le nuove tecnologie per costruire un mondo dispotico non solo rispetto alla democrazia liberale borghese, ma anche rispetto al processo di produzione e di lavoro, come ha descritto Juan Carbonell a proposito dell’IA[⁸]. Marx ha applicato il termine «dispotico» sia al processo di produzione («dispotismo di fabbrica») sia ad alcuni Stati come l’Impero tedesco bismarckiano. Si può quindi ritenere che, per caratterizzare la controrivoluzione moderna nelle sue diverse dimensioni, l’espressione «tecno-dispotismo» sia forse la più appropriata.

Ovunque si osserva, in misura diversa, un restringimento della democrazia liberale borghese tradizionale, un aumento della repressione poliziesca e delle tecniche di sorveglianza, nonché della militarizzazione, attacchi alle conquiste sociali, un razzismo sempre più esacerbato, discorsi identitari e nazionalisti. Per riprendere un’espressione di Claude Serfati riguardo alla Francia, gli Stati «si radicalizzano»[⁹]. E questo vale per l’Europa, anche quando al potere ci sono «centristi» e socialdemocratici. In alcuni paesi (Polonia, Stati Uniti…), prosperano discorsi, pressioni e persino decisioni giuridiche che mettono in discussione il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

Questi elementi si combinano con le caratteristiche del sistema economico: diffusione delle nuove tecnologie, comparsa di colossi aziendali strettamente legati agli Stati e la cui posizione di forza consente loro di percepire rendite, declino dei movimenti sindacali, esplosione delle disuguaglianze… Relativizzazione, ignoranza (se non addirittura aperta negazione, come nel caso di Javier Milei e Donald Trump) dei pericoli ecologici, delle loro implicazioni sempre più immediate per l’umanità e dell’urgenza di agire. Ma anche un’espansione senza precedenti dell’impero della merce, con una corsa alle innovazioni che permette alle aziende di contrastare le pressioni al ribasso sul tasso di profitto, innovazioni che i cittadini sono costretti ad assimilare non solo per spirito di imitazione, ma perché diventano indispensabili alla vita quotidiana (in sinergia con le politiche degli Stati volte alla distruzione dei servizi pubblici di prossimità).

Infine, contrariamente al discorso «democratico» in voga nell’Unione europea, la controrivoluzione ha una dimensione sociale essenziale. I regimi definiti «illiberali» attuano riforme neoliberiste – dello stesso tenore di quelle dei paesi «democratici» – come la riforma dell’orario di lavoro in Ungheria, l’innalzamento dell’età pensionabile in Russia, l’allentamento del diritto del lavoro in Turchia, ecc.

Oggi si pongono parecchie domande:

  • Quali sono le forze motrici della controrivoluzione?
  • Come si articola con la situazione economica?
  • Questa controrivoluzione è fascista?
  • E, naturalmente, come affrontarla, ma questo non è l’argomento del presente contributo.

1. Le forze motrici

Fino a tempi relativamente recenti, la responsabilità delle tendenze e delle pressioni autoritarie veniva attribuita, dalla maggior parte della stampa e da numerosi politologi, a forze di estrema destra «fuori dal sistema», spesso definite «populiste», termine comodo per metterle sullo stesso piano delle forze di sinistra più o meno radicali, anch’esse definite populiste. Questi populisti fanno leva sul risentimento reale o presunto del «popolo» nei confronti delle élite e dell’establishment, nonché sul suo nazionalismo latente. In alcuni paesi (soprattutto in Europa), la crescente intercambiabilità dei partiti politici e la convergenza delle loro politiche offrono all’estrema destra l’occasione di conquistare gli elettori e le elettrici posizionandosi ai margini del consenso.

Non c’è dubbio che in diverse fasce popolari esista ciò che Trotsky definiva «disperazione controrivoluzionaria»[¹⁰], rafforzata nel mondo odierno dal declino dell’organizzazione collettiva che favorisce l’atomizzazione degli individui e/o il loro rifugio in identità reazionarie (razziali, religiose o di altro tipo). O, per dirla in altro modo, «l’estrema destra sta vincendo la battaglia per la leadership della frustrazione verso una radicalizzazione reazionaria»[¹¹], tanto più che sa fare un uso efficace di Internet e dei social network. Ma la pressione dal basso e da parte di gruppi «fuori dal sistema» riassume davvero l’evoluzione attuale?

In un’opera dedicata alla Brexit e pubblicata nel 2021, due sociologi francesi hanno contestato l’interpretazione comune del risultato, secondo cui esso sarebbe il frutto della frattura tra i vincitori e i perdenti della globalizzazione. Essi dimostrano come importanti settori capitalisti, in particolare una parte del mondo della finanza – i fondi di investimento e gli hedge fund – abbiano finanziato la campagna del Leave. La loro conclusione è chiara: sebbene un’ampia fetta delle classi popolari fosse contraria all’Unione europea (UE), il finanziamento del «Leave» dimostra, secondo loro, che «i vincitori della globalizzazione non hanno perso contro i suoi perdenti, ma sono stati i vincitori stessi a non essere d’accordo tra loro»[12]. Spiegano così il loro approccio: «… una parte della ricerca critica nelle scienze sociali ha analizzato la Brexit e l’elezione di Trump dal punto di vista della geografia sociale del voto e del risentimento delle classi medie e popolari bianche di settori deindustrializzati, discriminati e emarginati, nei confronti delle élite urbane, vincitrici della globalizzazione, spesso collegate tra loro a livello regionale o mondiale. Non ci opponiamo a queste analisi, ma non bisogna comprendere questi due eventi storici, la Brexit e l’elezione di Trump, esclusivamente dal punto di vista delle motivazioni degli elettori. […] Abbiamo ritenuto necessario andare a vedere cosa stesse accadendo dal lato dei dominanti, capire quali fossero i loro interessi, sia nel caso della Brexit che in quello dell’elezione di Trump.»[13].

La «seconda finanza» vedeva nelle normative europee un ostacolo alla propria libera attività e i suoi attori sarebbero favorevoli a un libertarismo autoritario. Si profilerebbe, come tendenza, la fine del neoliberismo. Alcune delle conclusioni dei ricercatori (che Marlène Benquet ha approfondito in un’opera più recente, *La finance aux extrêmes*, 2026) sono discutibili sia per quanto riguarda i due poli della finanziarizzazione sia per quanto riguarda la fine del neoliberismo, ma i loro lavori hanno avuto il merito di dimostrare che gli sviluppi politici non sono solo il prodotto della manipolazione delle masse da parte dei demagoghi, ma la scelta consapevole di frazioni del capitale.

Il loro approccio è stato ripreso da alcuni analisti del trumpismo; si veda in particolare «The Capitalist Interests Behind Donald Trump», di Vladimir Bortun, Jacobin, 24/02/2026[14]. L’autore sottolinea: «L’interpretazione dominante del trumpismo lo considera come “una rivolta che viene dal basso” guidata da gruppi sociali emarginati e lasciati indietro dalla globalizzazione (neo)liberale. C’è più di un fondo di verità in questa analisi (anche se la percentuale di elettori della classe operaia di cui beneficia Trump è spesso sopravvalutata). Ma questo riflette tutta la realtà? […] È del tutto possibile che Trump sia lì solo per il proprio arricchimento personale e quello della sua famiglia. È del tutto possibile che non disponga né di un’ideologia coerente in sé né di un vero e proprio progetto di classe. Ma il trumpismo va oltre la figura di Trump stesso. Comprende una coalizione di frazioni capitaliste e di frazioni provenienti dalle classi subordinate (sia piccolo-borghesi che operaie).»

Diversi settori economici appaiono così sempre più favorevoli a poteri che non pretendono di regolamentarli né di aumentarne l’aliquota fiscale, anche se sono nazionalisti e autoritari: la finanza più speculativa, le industrie dei combustibili fossili, i settori degli armamenti e della sorveglianza e, infine, i grandi gruppi delle nuove tecnologie. Altri settori, intuendo da che parte tira il vento, sono pronti ad accettare i discorsi reazionari, la prospettiva di politiche sistematicamente antisindacali (mentre in Europa i sindacati fungevano spesso da «partner» nel sistema delle relazioni sociali), o addirittura le violazioni dell’attuale democrazia con i suoi limiti. Il Medef (la principale organizzazione dei datori di lavoro francesi) ha significativamente deciso di invitare Javier Milei al proprio raduno annuale (quest’ultimo avrebbe infine declinato l’invito). Negli Stati Uniti, Elon Musk o Peter Thiel (Palantir, che si è recentemente stabilito nell’Argentina di Milei) non nascondono il loro attivismo reazionario e autoritario. In India, Narendra Modi è sostenuto dai principali settori capitalisti.

Gli Stati e gli esponenti delle classi dominanti sono quindi i principali attori dei processi attuali. Per quanto riguarda gli Stati, essi possono essere attori attivi pur prendendo talvolta le distanze dalle correnti di estrema destra, come nel caso di Emmanuel Macron che si autoproclama «progressista».

Gli Stati ricorrono a diversi argomenti per giustificare la corsa all’autoritarismo, la sorveglianza delle popolazioni e la militarizzazione: il pericolo terroristico, i disordini causati da scioperi e manifestazioni, la presunta invasione dei migranti (anche se il «grande rimpiazzo» e la «rimigrazione» rimangono ancora termini appannaggio dell’estrema destra, sebbene questa tematica si stia diffondendo più ampiamente), il traffico di droga, la microcriminalità e, in Europa, le manovre russe. I testi legislativi e regolamentari si accumulano anno dopo anno. Il governo francese ha così appena aggiunto un nuovo strumento alla già ampia gamma di regimi di eccezione con lo «stato di allerta di sicurezza nazionale», che potrebbe essere decretato per due mesi, prima di essere sottoposto al Parlamento.

La rielezione di Donald Trump e il suo comportamento rappresentano innegabilmente un fattore di accelerazione. Tanto più che torna al potere con elementi di programma e collaborazioni non legate ai capi del Partito Repubblicano. Ma ovunque, le destre politiche «si stanno spostando a destra» (la presa di potere di Trump sul Partito Repubblicano con la messa al passo dei critici ne è un esempio) e le destre estreme, un tempo emarginate, sono sempre più frequentate dai circoli dominanti del capitale. Tanto più che, in Europa, quelle tra queste forze che sono in grado di accedere al potere hanno dato garanzie su due temi: l’Unione europea (UE) e il sostegno a Israele (poiché la denuncia della politica di questo paese è ormai equiparata all’antisemitismo, sostenerlo diventa una prova di non antisemitismo). In Italia, il governo Meloni concilia l’autoritarismo (con l’adozione di diversi «pacchetti» di misure di sicurezza) e una linea economica liberale (si veda su questo sito l’articolo di Fabrizio Burattini pubblicato il 6 luglio 2026).

Tuttavia, anche negli Stati più avanzati sul percorso della controrivoluzione, i leader politici rimangono ancora (ad eccezione della Cina, che non rientra in questo tipo di analisi) soggetti al processo elettorale (come ha dimostrato la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari ungheresi). Nel 2002, due politologi americani hanno definito questo tipo di regime con il termine di «autoritarismo competitivo»[15]. In un sistema di questo tipo, un partito sale al potere attraverso un processo elettorale più o meno democratico per poi erodere il sistema dei controlli e contrappesi. L’esecutivo riempie la pubblica amministrazione e le nomine chiave – compreso il potere giudiziario – di fedelissimi. I media, le università e le organizzazioni non governative vengono poi presi di mira per ridurre la critica pubblica e influenzare gli elettori a favore del partito al potere. I diritti dei partiti di opposizione e quelli dei cittadini vengono limitati. Questo tipo di regime, che tende a diffondersi, persiste soprattutto perché una forma troncata e manipolata di multipartitismo può risultare più gestibile sul piano interno e più «presentabile» a livello internazionale rispetto a un sistema monopartitico. Ma l’autoritarismo competitivo può assumere diversi gradi: se Viktor Orbán ha perso le elezioni, è quasi inimmaginabile che lo stesso accada a Vladimir Putin, mentre Recep Tayyip Erdoğan sta attualmente facendo di tutto per evitarlo. Occorre menzionare ancora un caso, oggi estremo, di limitazione dei diritti: quello degli Stati le cui istituzioni sono considerate democratiche dal pensiero dominante, ma in cui alcuni abitanti sono ridotti allo status di cittadini di seconda classe. È il caso dell’India di Narendra Modi per i musulmani e i cristiani, considerati popolazioni meno legittime rispetto agli indù. Con il sostegno o almeno la tolleranza delle autorità e della polizia, essi sono oggetto di un sospetto permanente e di violenze. Per caratterizzare questa situazione, il ricercatore Christophe Jaffrelot utilizza l’espressione di «democrazia etnica»[16]. Questa qualifica è stata a lungo utilizzata per Israele (si veda ad esempio Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?»[¹⁷]): i non ebrei (essenzialmente gli arabi palestinesi) vi sono, di fatto e in parte, privati dei diritti e, dal 1948, sono stati considerati meno legittimi e discriminati. Questa situazione è stata sancita dalla legge del 19 luglio 2018: «Lo Stato di Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, che vi esercita il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione. La realizzazione di questo diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è riservata esclusivamente al popolo ebraico». Nei territori occupati, le discriminazioni e le oppressioni sono ancora più evidenti. Al di là di questi due casi emblematici e moderni, altri Stati, in misura diversa, discriminano settori interi della loro popolazione.

Nel complesso, anche negli Stati comunemente definiti «democratici», si registra una tendenza verso l’autoritarismo. I governi ricorrono sempre più spesso al clientelismo, politicizzano direttamente la funzione pubblica, rafforzano le forze dell’«ordine», limitano il diritto di manifestare e gli spazi di contestazione, nonché le libertà universitarie, alimentano il razzismo, mentre la libertà dei media tende a essere erosa a discrezione dei gruppi capitalisti che li controllano. D’altra parte, lo spettro della guerra viene agitato ovunque, ben al di là delle guerre reali (il cui impatto non è trascurabile).

La controrivoluzione sembra quindi guidata soprattutto dagli apparati statali, in collaborazione – aperta o meno – con un’estrema destra che non è necessariamente rappresentata direttamente al potere. I diversi Stati sono più o meno direttamente coinvolti in questo processo: la Gran Bretagna, ad esempio, lo è meno della Francia, che a sua volta è in ritardo rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, all’India, alla Russia, alla Turchia o a Israele. Tuttavia, in Francia, l’ascesa alla presidenza della Repubblica di Marine Le Pen o di Jordan Bardella (Rassemblement National) accelererebbe notevolmente il processo verso l’autoritarismo e la «nazionalizzazione» dei diritti sociali, tanto più che la Costituzione della V Repubblica conferisce al presidente un peso molto maggiore rispetto, ad esempio, a un capo di governo italiano come Giorgia Meloni.

Questi sviluppi relativi agli Stati e l’insistenza sulla controrivoluzione potrebbero forse suscitare un dibattito con le analisi incentrate soprattutto sull’estrema destra e sulle forze neofasciste. Torneremo su questo punto.

2. In che modo si articolano la controrivoluzione e la situazione economica?

In un testo del novembre 2019 intitolato “The end of neoliberalism and the rebirth of history”, il «premio Nobel per l’economia» Joseph Stiglitz sottolinea che «Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un famoso saggio intitolato “La fine della storia?”. Secondo lui, il crollo del comunismo avrebbe rimosso l’ultimo ostacolo che separava il mondo intero dalla sua destinazione finale: la democrazia liberale e l’economia di mercato. Molti condividevano questa opinione. Oggi, […] l’idea di Fukuyama sembra superata e ingenua.»[18].

Il tema della fine del neoliberalismo è in voga soprattutto in voga 

soprattutto in Francia; l’economista e giornalista Romaric Godin scrive infatti in un recente libro[¹⁹]: «Il progetto neoliberista era quello di una democrazia inquadrata dal capitalismo, che accettasse le regole ritenute necessarie all’accumulazione. […] La crisi del neoliberismo segna l’inizio di un periodo di separazione per la coppia democrazia-capitalismo». L’autore, tuttavia, adotta anche formulazioni caute, spiegando che democrazia e capitalismo non sono intrinsecamente legati e che la democrazia è accettabile per il capitalismo solo se mantiene il consenso necessario al suo funzionamento. Di fronte alla crisi del neoliberismo in atto dal 2008, «l’opzione che si delinea è quella di uno Stato autoritario che reprime le contestazioni, garantisce la stabilità sociale e tutela gli interessi del capitale». Per Romaric Godin, la fase attuale è quella di un nuovo capitalismo di Stato in cui lo Stato, al servizio del capitale, si sostituisce al mercato per facilitare l’accumulazione.

È vero che, dalla crisi del 2008-2009, il capitalismo è sempre più sostenuto dagli Stati, ma, anche se lo fa con una certa cautela, il legame tra neoliberismo e democrazia evidenziato da Godin è molto discutibile. Altri autori sostengono un punto di vista opposto e si basano su una storia che abbraccia diversi decenni. Si citi un’opera dal titolo inequivocabile: *La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberismo*[²⁰], il cui primo capitolo è dedicato al Cile di Pinochet e alla politica esaltata da Friedrich Hayek, altro «premio Nobel» per l’economia e ispiratore di Margaret Thatcher. Gli autori passano in rassegna la lunga storia dei pensatori neoliberisti a partire dagli anni ’30 e le compiacenze di alcuni (con più o meno riserve) nei confronti dei regimi fascisti dell’epoca. Per loro, «stiamo vivendo il momento in cui il neoliberismo genera dall’interno (sottolineato da noi) una forma politica specifica che combina autoritarismo antidemocratico, nazionalismo economico, concorrenzialismo generalizzato e razionalità capitalista estesa. Questa governamentalità originale assume pienamente il carattere assolutista, autoritario e (se necessario) dittatoriale del neoliberismo senza assomigliare al fascismo storico». Due punti sono importanti in questa analisi: in primo luogo, la svolta autoritaria non mette in discussione il neoliberismo ma si inserisce nella sua continuità; in secondo luogo, ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dal fascismo storico (ci ritorneremo).

Dare per spacciato il neoliberismo sembra prematuro. Per il momento, le classi dominanti sono all’offensiva e mettono in discussione, in modo più o meno frontale, «zona» per «zona» e Stato per Stato, tutto ciò che limita la libertà del capitale. Uno dei primi decreti emanati da Donald Trump il 20 gennaio 2025 ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo globale sulla tassazione minima delle multinazionali, che pure era poco oneroso per queste ultime. Trump porta avanti un’azione volta a smantellare gli organismi di controllo e regolamentazione; è anche un promotore delle criptovalute. In Europa, nell’industria piovono licenziamenti e i tagli ai servizi pubblici si intensificano, mentre in molte capitali la speculazione e l’aumento degli affitti allontanano le classi popolari. Certo, la politica degli Stati si inserisce ormai più apertamente negli scambi commerciali e, in misura minore, negli investimenti internazionali o addirittura nella promozione di determinate attività (in primo luogo quelle relative all’intelligenza artificiale) ma ciò non significa la fine della globalizzazione, bensì la lotta dei diversi imperialismi per stabilirne le condizioni e/o difendere la propria «fetta di torta» in questo «capitalismo della finitezza»[21].

Ciò in un contesto in cui gli Stati Uniti vogliono mantenere la propria preminenza nei confronti della Cina. Per quanto riguarda le nuove tecnologie, esse portano a forme rinnovate di intreccio tra attività private e Stato; come scrivono Slobodian e Tarnoff, ben lungi dall’essere libertario, «un principio fondamentale del “muskismo” è la fusione tra pubblico e privato; l’utilizzo dello Stato come finanziatore, facilitatore e rete di sicurezza per progetti ad alto rischio e ad alto rendimento – ciò che chiamiamo simbiosi statale. Lo si vede chiaramente con SpaceX, Starlink e Tesla. Musk è un accanito critico della burocrazia e di certi tipi di regolamentazione, ma certamente non dello Stato in quanto tale. Al contrario, ha sistematicamente strumentalizzato lo Stato come fonte di potere e di profitto. Lo fa promettendo di aiutare i governi ad adempiere alle loro funzioni sovrane avvalendosi delle sue infrastrutture: una dinamica che descriviamo come la «sovranità come servizio»[22]. 

La simbiosi tra Stato e aziende digitali è rafforzata dal fattore militare: i numerosi esempi di collaborazione tra queste aziende e le forze armate e di polizia dimostrano che «lontano dalle fantasie tecno-libertarie secondo cui le grandi aziende tecnologiche si renderebbero autonome rispetto allo Stato, esiste un complesso militaro-digitale». [23] Del resto, Palantir, nonostante le tirate libertarie di Peter Thiel, vive in stretta simbiosi con gli Stati e le loro forze armate e di polizia.

3. Questa controrivoluzione può essere definita fascista?

Trump e le varie correnti di estrema destra si presentano come forze di rottura rispetto al famoso acronimo thatcheriano TINA («There is no alternative»): ciò trova una certa risonanza in un contesto di crescente disuguaglianza in cui «quelli di sotto» si sentono disprezzati, mentre le sinistre del capitale (i democratici negli Stati Uniti, i socialdemocratici in Europa) appaiono nel migliore dei casi come impotenti, nel peggiore come corresponsabili della situazione. Poiché né l’estrema destra né (ovviamente) la destra tradizionale radicalizzata intendono affrontare realmente le disuguaglianze e il potere del capitale, lo spauracchio sbandierato è l’immigrazione, l’Islam, la comunità LGBTI… e, in modo oggi più velato, un presunto complotto ebraico.

Donald Trump, come abbiamo già sottolineato, si colloca al crocevia tra la radicalizzazione dello Stato e l’ascesa dei neofascisti. In generale, cosa si può dire di un processo in cui l’evoluzione dello Stato e delle classi dominanti crea progressivamente le condizioni non solo per una partecipazione al potere (come già avviene in molti Stati), ma anche per una presa di controllo delle istituzioni da parte di coalizioni di politici di estrema destra e neofascisti, che probabilmente rispettano i codici di comportamento degli altri politici (anche se alle loro spalle si accalcano gruppi meno civili)? Queste coalizioni potrebbero del resto essere eterogenee su alcuni fronti (discorsi più o meno nazional-socialisti, ad esempio), proprio come lo erano i partiti fascisti della prima metà del XX secolo.

Le diverse accezioni del termine «fascismo» sono al centro di numerose analisi[²⁴], spesso interessanti ma che, a nostro avviso, risultano nel complesso discutibili per descrivere il processo controrivoluzionario moderno. A meno che non si voglia fare del fascismo un concetto atemporale, sulla scia dell’Ur-fascismo (il fascismo eterno) di Umberto Eco[²⁵]. E a dimenticare che si tratta di una strategia politica.

Come spiega Enzo Traverso (che parla, per il periodo attuale, di «una sorta di postfascismo»), «non siamo di fronte a una ripetizione della storia, a un ritorno al passato; ci troviamo di fronte a nuovi problemi e a nuove minacce, ma disponiamo solo di concetti ereditati dal passato per analizzarli e interpretarli. È ovviamente frustrante: queste parole non descrivono bene l’incertezza del nostro tempo, che sembra preannunciare una terribile tempesta.»[26]

Non si tratta certo di sottovalutare i rischi della situazione attuale, che può portare a scenari catastrofici come alcuni dei regimi fascisti degli anni ’30. L’invasione dell’Ucraina, la guerra genocida a Gaza, le guerre per procura per le risorse dell’est della Repubblica Democratica del Congo ne sono alcuni esempi. Un altro esempio è il rifiuto o la relativizzazione degli impatti della catastrofe ecologica in corso: nonostante le dichiarazioni e le conferenze internazionali, prevalgono le false soluzioni e il «business as usual».

È necessario comprendere le trasformazioni in atto del capitalismo e i loro impatti politici, sociali ed ecologici, nonché le fratture all’interno delle borghesie. Ciò presuppone di uscire dal solo dibattito sul «fascismo».

Esiste tuttavia un argomento che può giustificare, nonostante la sua inadeguatezza e al di là delle analisi, l’uso del termine «fascista»: ci riporta su un terreno conosciuto ed è quindi politicamente utile e potrebbe così consentire di mobilitare una resistenza di massa. La studiosa brasiliana Angela de Castro Gomes spiega così che la parola «fascista» (pur essendo intellettualmente molto discutibile per caratterizzare diverse correnti o governi attuali) «è una risorsa efficace per combattere tali esperienze, nella misura in cui, sulla base di una memoria storica condivisa, funziona molto”.[27]

Per quanto riguarda la conferenza internazionale antifascista tenutasi a Porto Alegre dal 26 al 29 marzo 2026 (senza voler qui discutere il modo in cui ha affrontato questa o quella questione), la sua dichiarazione finale afferma senza mezzi termini: «Il sistema capitalista-imperialista sta attraversando una crisi profonda e un marcato declino economico, sociale e morale. La risposta delle potenze imperialiste a questo declino è stata la promozione del fascismo ovunque, l’imposizione di politiche neoliberiste, le aggressioni militari contro le nazioni più deboli e la loro ricolonizzazione.»[28]

Note

1

Il «muskismo» come «fordismo» – Progetto LPE, traduzione francese su A l’encontre, 28 aprile 2026, Dibattito. Il «muskismo» come «fordismo»? – A l’encontre

2

Bernard E. Harcourt, 1 maggio 2025 Una controrivoluzione moderna – The Ideas Letter, traduzione francese su Esprit, maggio 2025, «Una controrivoluzione moderna» | Rivista Esprit

3

Richard Donnelly, «We are the counter-revolution»: Tommy Robinson and the remaking of British fascism, International Socialism / Traduzione francese su A l’Encontre, maggio 2026

4

A Strategy for the Right | Mises Institute

5

Denis Kessler: «Si tratta di smantellare metodicamente il programma del CNR» | Le Club

6

Panagiotis Sotiris, «Leggere Poulantzas per comprendere l’autoritarismo neoliberista e l’estrema destra», Contretemps, 12 luglio 2023

7

Ilya Budraitskis, «Dissident among dissidents: Ideology, Politics and the Left in Post-Soviet Russia», 2022. Vedi anche The Extraordinary Adventures of Guy Fawkes –

8

«Un taylorismo potenziato. Critica dell’intelligenza artificiale», di Juan Sebastian Carbonell, ed. Amsterdam, 2025

9

Claude Serfati, «Lo Stato radicalizzato», La Fabrique, 2022.

ev Trotsky, «Il fascismo, in quanto movimento di massa, è il partito della disperazione controrivoluzionaria», La svolta dell’Internazionale Comunista e la situazione in Germania, 26 settembre 1930

11

Martín Lallana, Júlia Martí, «Il potere e l’urgenza nella crisi ecologica», Inprecor, 30 maggio 2026

12

Marlène Benquet, Théo Bourgeron, La finanza autoritaria – Verso la fine del neoliberismo, pag. 54, Raisons d’agir éditions, 2021

13

Intervista a Marlène Benquet e Théo Bourgeron, «Le classi dominanti hanno finanziato le opzioni politiche xenofobe, negazioniste sul clima e sessiste che hanno portato ai cosiddetti voti populisti», 01/02/2021 (sito Quartier général)

14

https://jacobin.com/2026/02/capital-trump-rogue-elephant-review

15

Steven Levitsky, Lucan Way, «The New Competitive Authoritarianism», Journal of Democracy, Johns Hopkins University Press, gennaio 2020.

16

Le Monde, In India, «la democrazia etnica» di Modi

17

Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?», Confluences Méditerranée, 2005

18

Joseph Stiglitz, «The end of neoliberalism and the rebirth of history», 26 novembre 2019, Social Europe

Romaric Godin, «Il problema dei tre corpi del capitalismo», pagine 208-209, La Découverte, 2026.

20

Pierre Dardot, Haud Guéguen, Christian Laval, Pierre Sauvêtre, La scelta della guerra civile: un’altra storia del neoliberismo, Lux éditeur, 2022.

21

Arnaud Orain, Il mondo confiscato, Edizioni Flammarion, 2025

22

Slobodian & Tarnoff, testo citato.

23

Sebastien Broca, «Le nozze tra IA e Stato», Le Monde diplomatique, aprile 2026.

24

Cfr. per la Francia i lavori di Ugo Palheta, tra cui le opere più recenti *Come il fascismo conquista la Francia*, edizioni La Découverte (2025) e *La nuova internazionale fascista*, Textuel, 2025.

25

Umberto Eco, «Ur-fascism», 1995. Traduzione francese «Come riconoscere il fascismo», Grasset, 2010.

26

Enzo Traverso, aprile 2026, articolo pubblicato sulla rivista *Viento Sur*.

27

«Il governo Bolsonaro: né fascismo né populismo, autoritarismo radicale» | Politika

28

Dichiarazione di Porto Alegre – Unità contro il fascismo e per la sovranità dei popoli – Attac France

Trumponomics: verso un regime di accumulazione neoimperialista e tecnoreazionario, che unisce imprese e Stato?

di: loc
11 Agosto 2026 ore 17:59

di Daniel Albarracín e Manuel Garí (da Viento Sur)

1.    Il leone che si sente con le spalle al muro è più pericoloso.

In questa fase di crisi capitalista, che coincide con il declino dell’egemonia statunitense, la violenza dell’amministrazione Trump ha infranto il quadro socio-storico della globalizzazione liberale multilaterale. Il governo americano sta cercando di imporre unilateralmente, con la forza e il ricatto, nuove regole per sé stesso, per i propri vassalli e per le colonie che aspira a conquistare, con l’obiettivo di conservare il proprio potere imperiale, almeno nel continente americano e in Europa, di fronte al sorpasso delle potenze emergenti.

Dopo un primo mandato, Trump, rappresentante del potere delle grandi imprese private, dei giganti della tecnologia e dei gruppi ultraconservatori autoritari, è tornato al potere e ha attuato il suo programma massimalista, incarnato nella sua Strategia di sicurezza nazionale, sia contro il «nemico interno» che contro i suoi avversari stranieri. In un mondo multipolare caratterizzato da tensioni geopolitiche, gli Stati Uniti cercano di consolidare l’egemonia del dollaro, di espandere lo «spazio vitale» dell’impero economico e territoriale yankee e di appropriarsi delle risorse altrui per il proprio progetto neoimperialista e tecno-industriale.

Dopo aver calpestato i principi più fondamentali del diritto internazionale dinanzi alle istituzioni internazionali, prendendosela con numerose persone e diversi paesi, si sono scagliati contro il Venezuela – con un intervento militare che ha provocato l’uccisione di 80 persone e il rapimento del presidente Maduro – ricattando questo Paese caraibico affinché fornisse petrolio agli Stati Uniti in cambio della fine di tale ingerenza. Sta cercando di impedire gli approvvigionamenti alla Russia e alla Cina e di minare il progetto del nuovo sistema di pagamento e di moneta dei BRICS. Sta cercando di impedire che il petrolio venga negoziato in euro o in yuan, e tanto meno in petro. Attua una politica di promozione della guerra genocida, come in Palestina, e di destabilizzazione permanente, al fine di imporre pacificazioni accompagnate da condizioni unilaterali, dai risultati caotici, che servono gli interessi dei super ricchi che lo sostengono. In Ucraina è in corso una guerra che rischia di trascinare l’Europa in una spirale militarista a vantaggio del complesso militare-industriale statunitense e di alcune imprese militari europee. Sul piano interno, si è caratterizzato per una disobbedienza costituzionale volta a creare un potere costituente totalitario, illegale e illegittimo. Si tratta di un sintomo di disperazione che crea avversari a tutti i livelli, durante un periodo di durata incerta in cui emergono nuovi mostri, generati da una razionalità predatrice.

Detto questo, per contestualizzare, in questo contributo ci concentreremo sugli aspetti legati all’economia politica del trumpismo.

2.    Che cos’è la «Trumponomics» e come è nata? Si tratta di un «cigno nero»? 

Dalla caduta della cortina di ferro ad oggi, gli Stati Uniti sono stati l’economia che ha dominato il mondo in modo quasi incontrastato. Tuttavia, almeno due fenomeni minacciano, anche se a fuoco lento, questa posizione dominante.

Il primo è la crisi di lunga durata, iniziata negli anni ’70 e che si è intensificata dopo il 2008. Stiamo attraversando una fase di accumulazione debole, irregolare e contraddittoria, caratterizzata da crisi più frequenti e da riprese fragili. Ciò erode i parametri convenzionali di legittimità del sistema, fondati sulla crescita, dando luogo a conflitti materiali più marcati. Poiché la scelta della ridistribuzione viene scartata dalle élite, la situazione impedisce la conclusione di ampi patti sociali stabilizzatori. Essa genera nuove vittime, nuovi conflitti e costituisce un terreno fertile per la sofferenza e il rifiuto. Produce, da un lato, nuovi servitori e, dall’altro, nuovi nemici del sistema. Il compito di coloro che vogliono superare il sistema consiste nel conciliare gli interessi delle vittime con un progetto di classe universale che superi le cause di tutte queste tensioni e risponda ai diversi bisogni del popolo.

Il secondo riguarda l’influenza economica e geopolitica della Cina che, insieme ad altre economie e allo stesso gigante asiatico, costituisce i BRICS. I BRICS, che rappresentano il 45% della popolazione mondiale, nel 2024 rappresentavano il 25% del commercio mondiale in termini di PIL mondiale nominale. I BRICS stanno rafforzando la loro collaborazione, sebbene siano in preda a tensioni interne, con accordi che potrebbero portare alla creazione di una nuova valuta di riferimento internazionale, con il renminbi digitale al centro. Un polo emergente che, tutto sommato, rivaleggia con l’antica potenza, ma che tuttavia non offre un’alternativa al capitalismo.

Per decenni, gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso di delocalizzare i propri investimenti in Asia. Si diceva che i cinesi fossero solo fornitori, che il loro unico merito fosse quello di copiare processi e prodotti, per diventare «la fabbrica del mondo». Ma è chiaro che l’orientamento della politica del governo cinese, con una gestione pianificata del sistema industriale e un controllo degli investimenti stranieri, ha dato i suoi frutti, con una crescita relativamente più vigorosa. L’India segue questa tendenza. La Cina ha messo in atto misure di adeguamento salariale e di reinvestimento delle eccedenze, poi, a partire dal 2008 e soprattutto dal 2020, ha progressivamente rafforzato la domanda interna, in linea con la sua politica orientata all’esportazione. La Cina non è una semplice fabbrica di esportazione, che vende solo in Europa e negli Stati Uniti. Ha sviluppato i propri assi di innovazione tecnologica, all’avanguardia in diversi settori (batterie, pannelli solari, veicoli elettrici, 5G, droni commerciali, Internet delle cose, pagamenti mobili) e ha ridotto il divario in materia di intelligenza artificiale. Dispone di enormi risorse sul proprio territorio – terre rare, torio, carbone… – e ha sviluppato un’ambiziosa politica di investimenti pubblici nel campo delle energie rinnovabili, delle auto elettriche e dell’intelligenza artificiale, il che le consente non solo di essere competitiva, ma anche di superare i propri limiti e di occupare segmenti strategici della catena del valore globale. A ciò si aggiungono accordi economici con le economie del Sud che consolidano la sua presenza in ogni angolo del mondo. Una situazione compatibile con uno sviluppo contraddittorio, profondamente inegualitario, influenzato da bolle destabilizzanti (immobiliare, credito e investimenti) e appesantito dalla sua dipendenza dal commercio mondiale – che tende a stagnare – e dall’uso eccessivo del carbone come fonte energetica.

In questo nuovo contesto, le élite americane agiscono in preda alla disperazione e cercano di fermare l’ascesa della Cina. Lo fanno in un modo che potrebbe ritorcersi contro di loro, mettendo inoltre l’umanità in pericolo esistenziale. Per poter criticare e combattere questo progetto, è necessario comprenderne la natura.

Trump ha inaugurato il suo mandato con una svolta protezionistica. Nel «Giorno della Liberazione» ha proclamato una lista di dazi doganali esorbitanti, che ha poi adeguato in base alla risposta più o meno docile dei suoi concorrenti o, se del caso, come frusta politica selettiva.

Per i liberali benpensanti, le sue politiche sono l’espressione di una follia inspiegabile e irrealizzabile. Ma dopo il suo primo anno al potere, la perplessità deve lasciare il posto a un’interpretazione della razionalità del suo progetto e delle sue conseguenze. Questo progetto, promosso, tra gli altri attori delle classi dominanti americane, dall’ultraconservatrice Heritage Foundation, concretizza nel suo rapporto Project2025 il programma al servizio delle élite di una certa frazione del capitale americano, guidata dal complesso militare-industriale e dalle grandi aziende tecnologiche. Lo Stato, che ha generalmente svolto il ruolo di rappresentante generale degli interessi del capitale, non si limita a favorire il suo nucleo oligarchico, ma gli apre le porte affinché occupi direttamente posizioni di comando all’interno del governo, nonostante le tensioni interne in un difficile equilibrio tra i giganti della tecnologia, i falchi militaristi e Wall Street.

Si tratta di un progetto che dà forma a una nuova generazione di misure statali, favorevoli alle grandi imprese e diverse da quelle della fazione liberale, finanziaria, multilateralista, liberista e globalista. Il progetto trumpista incarna metodi di gestione capitalista ultranazionalisti, protezionisti, unilaterali, tecno-industriali e iper-estrattivisti, che mirano ad ampliare lo spazio vitale delle proprie imprese in un processo di globalizzazione ormai saturo, in cui gli Stati Uniti stanno perdendo terreno sul piano economico.

Lo fa anche al suo interno, attraverso una politica sociale xenofoba, suprematista e reazionaria, con l’obiettivo di consolidare i privilegi di una minoranza di super-ricchi sotto la copertura di ideologie patriottiche egoistiche e aggressive. Rafforza così la gerarchia sociale che, lungi dal promettere ulteriori gradini verso la cima della scala sociale, ne crea di nuovi verso il basso, al fine di disciplinare, intimidire, segmentare e ridurre il costo della manodopera.

3. L’economia politica della squadra di Donald Trump.

Secondo Brenner e Riley (2024), in un contesto di stagnazione come quello che stiamo vivendo, le misure di ridistribuzione diventano un gioco a somma zero. Pertanto, gli attori capitalisti si organizzano per influenzare le politiche pubbliche esercitando pressioni a favore di politiche che li avvantaggiano, a scapito di altri.

Trump ha promosso una strategia economica basata sul protezionismo e sulla reindustrializzazione degli Stati Uniti. Considera prioritario ridurre il deficit commerciale e introdurre dazi doganali unilaterali o negoziati, una volta minata l’influenza delle istituzioni multilaterali. La politica protezionista mira a incoraggiare il ritorno dei capitali negli Stati Uniti.

Questa linea argomentativa nasconde altre strategie elaborate dal suo team economico, che presenta una doppia composizione tra l’ala finanziaria favorevole a Wall Street e l’ala protezionista («Trade Warrior»), presieduta da Trump a causa delle sue inclinazioni verso un programma protezionista punitivo.

I dazi doganali hanno svolto il ruolo di minaccia e di esca per una nuova gerarchia con gli Stati Uniti come figura centrale, che negozia faccia a faccia con gli altri per sottometterli e stabilire regole di vassallaggio bilaterale. Una mossa di scacchi concepita per un obiettivo più ambizioso.

In questo senso, questa vecchia idea ci ricorda la politica dell’Impero britannico nel XIX secolo. Era un mondo in cui l’impero si imponeva con la forza, in un’epoca in cui il capitalismo era una novità, in cui c’erano territori da conquistare e in cui le regole medievali stavano crollando. Pur proteggendo i propri mercati interni, l’Impero britannico imponeva il libero scambio, per via diplomatica, commerciale o militare, alle proprie colonie o ai propri partner commerciali. Basti ricordare la diplomazia delle cannoniere che impiegava contro l’impero Qing cinese per imporre trattati commerciali a vantaggio della metropoli. Oggi gli Stati Uniti si trovano in un mondo saturo e stanno riprendendo le politiche del XIX secolo, in un contesto in cui si sentono superati e in cui la forza militare si sta svincolando dalla diplomazia. Ma stanno anche definendo una nuova economia politica: la «trumponomics».

Questa politica economica mira a conciliare tre elementi difficilmente compatibili: svalutare in modo significativo il dollaro, mantenere l’egemonia del dollaro e ridurre i tassi di interesse.

Nel 2025, il dollaro ha perso il 10% del suo valore rispetto alle principali valute (Roberts, 2025). Ciò può in parte rilanciare la rilocalizzazione del capitale industriale negli Stati Uniti (sia esso americano, tedesco o giapponese). Ciò rafforza la competitività dei prodotti destinati all’esportazione. Tuttavia, questo fenomeno ha anche un effetto opposto. Svaluta il capitale investito in questa valuta. Durante le crisi mondiali, il dollaro, in quanto valuta di un paese forte, tendeva ad apprezzarsi, nonostante fosse una moneta fiduciaria. Questa volta, gli investimenti si stanno orientando verso l’oro, che raggiunge livelli storici, un bene rifugio ancora più fondamentale e sicuro. Inoltre, protegge dall’inflazione futura, proprio a causa della politica tariffaria attuata.

Il dollaro è una valuta singolare, il cui valore non è correlato alla produzione del proprio Paese, poiché dipende da dinamiche globali, dalle transazioni petrolifere denominate in questa valuta o dagli acquisti delle banche centrali per riposizionare le proprie valute nazionali, tra gli altri fattori. Di conseguenza, gli Stati Uniti possono finanziare i propri bilanci, i propri piani di investimento, il proprio debito e il proprio deficit commerciale come nessun’altra economia. Ecco perché è essenziale per gli interessi finanziari statunitensi che il dollaro rimanga la valuta di riferimento internazionale. Non possono accettare che il petrolio venga pagato in un’altra valuta. Vogliono consolidare la politica del petrodollaro messa in atto da Nixon.

Per misurare la portata della sua importanza, ricordiamo che le guerre, condotte e orchestrate dagli Stati Uniti, sono state scatenate contro l’Iraq di Saddam Hussein, non solo perché aveva invaso il Kuwait, ma anche perché voleva denominare gli scambi petroliferi in euro. Allo stesso modo, contro Gheddafi, perché voleva promuovere il dinaro come valuta regionale per una parte dell’Africa. Maduro è stato preso in ostaggio perché negoziava il suo petrolio in una valuta diversa dal dollaro. Non sappiamo se la Cina e i BRICS finiranno per lanciare un’ipotetica moneta digitale comune. Per il momento, si sono concentrati sullo sviluppo di un sistema di pagamenti digitali tra le loro valute nazionali (BRICS Pay, come alternativa a SWIFT e al dollaro) e di piattaforme di valute digitali interoperabili.

In terzo luogo, la squadra di Trump sta esercitando una pressione inimmaginabile sul governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, affinché riduca i tassi di interesse e stimoli gli investimenti, sebbene lo statuto della Banca centrale stabilisca che la priorità sia il controllo dell’inflazione. Alla fine, nel 2025, i tassi sono scesi dal 4% al 3,75%. Il nuovo governatore che succederà a Powell potrebbe abbassarli ulteriormente.

Va sottolineato che questi tre pilastri sono alla base della politica protezionistica, che non è altro che uno strumento al servizio di tutte queste misure. È tuttavia difficile risolvere questa equazione.

In primo luogo, perché la politica di rilocalizzazione favorisce l’apprezzamento del dollaro. In secondo luogo, perché se il dollaro si svaluta, ciò mina la credibilità della moneta fiduciaria per eccellenza. In terzo luogo, perché il calo dei tassi di interesse rende gli investimenti nazionali meno costosi, ma rende meno attraente per i capitali stranieri investire sul suolo americano. A maggior ragione in un contesto di feroce concorrenza globale in cui esistono avversari più efficienti e redditizi, in particolare nei paesi emergenti.

Da qui il ruolo della legge «Grande e Bella», come regalo ai super ricchi e come incentivo sotto forma di svalutazione fiscale del capitale, per trattenerlo o attirarlo, e compensare il significato delle altre misure e le loro conseguenze.

Tuttavia, non facciamoci illusioni. Il protezionismo è solo una bandiera apparente. Serve politicamente a esercitare un controllo, ma nasconde anche importanti insidie per lo stesso capitale americano. L’attività del capitale transnazionale americano dipende fondamentalmente dai profitti derivanti dai suoi investimenti all’estero. Il deficit commerciale, che sembra ossessionare Trump, è una questione del tutto secondaria per gli interessi del capitale americano. Questo deficit commerciale implica che altri paesi esportino di più verso gli Stati Uniti rispetto al contrario. È il segno di una minore competitività americana. Testimonia inoltre, per ora, della sottomissione di altre economie al suo mercato. Ad esempio molti beni prodotti all’estero tornano negli Stati Uniti per essere riesportati o per soddisfare la forte domanda interna. Finché la valuta di riferimento internazionale rimarrà il dollaro, gli Stati Uniti potranno far fronte a questa situazione. A maggior ragione in un’economia dei servizi finanziarizzata e internazionalizzata, in cui gli Stati Uniti registrano un surplus della bilancia dei servizi (anche se questo non compensa ancora il deficit commerciale) [1]. Gli investimenti industriali che verranno rilocalizzati, senza che si sappia in che misura, offriranno un rendimento ben inferiore ai profitti internazionali dei grandi gruppi multinazionali, che torneranno solo in parte, come prevede ad esempio Apple, al fine di sfuggire alle sanzioni dei dazi doganali e delle quote che limitano il commercio.

Inoltre una politica di reindustrializzaizone efficace richiede un coordinamento o una politica di pianificazione industriale  molto diversa dalla tradizione neoliberista americana. Sebbene Trump, ispirandosi alla Cina, stia apportando correzioni selettive in alcuni settori. Lo Stato riduce di un decimo il pubblico impiego federale, con una spesa pubblica che è passata dal 39,4% previsto alle proiezioni al 35% alla fine del 2025, includendo una chiusura parziale e temporanea del settore pubblico, il che priva la popolazione di qualsiasi protezione sociale. Non rinuncia tuttavia a un intervento selettivo su specifici settori strategici. Sebbene sia ben lontano da un capitalismo di Stato diretto, come il modello cinese, invocando ragioni di «sicurezza nazionale», lo Stato acquisisce parzialmente aziende strategiche (US Steel nel settore siderurgico, MP Materials nella difesa e nelle terre rare, Intel nei chip…) oppure istituisce meccanismi di controllo delle esportazioni (per NVIDIA e AMD, riguardo alla vendita di chip alla Cina in cambio del 15% dei ricavi).[2]

La quadratura del cerchio consisterebbe nel creare posti di lavoro per gli elettori che hanno sostenuto l’elezione di Trump. Tuttavia, nel 2025 l’occupazione è rimasta stagnante, secondo il Bureau of Labor Statistics statunitense, con un tasso di disoccupazione del 4,3% ad agosto, il più alto dal 2021. [3] 

A causa dell’automazione e della digitalizzazione, la quota dei nuovi investimenti destinata alla creazione di posti di lavoro nel settore industriale è in costante diminuzione. Trump, dal canto suo, se dovesse scegliere tra gli interessi della classe operaia e quelli di Wall Street, non c’è dubbio che farebbe prevalere questi ultimi.

Infine, la politica protezionista è un modo maldestro per aumentare la competitività. Mette i bastoni tra le ruote ai concorrenti. Ma senza una politica di investimenti, pianificazione, sviluppo scientifico e innovazione, l’efficienza della propria economia non migliorerà. Forse perché gli attacchi e la divisione della classe operaia orchestrati dalla politica di Trump sono il preludio a una diminuzione dei salari reali e a un’intensificazione ancora maggiore del lavoro, e questi sono i mezzi per ripristinare la competitività e il tasso di profitto negli Stati Uniti?

Il protezionismo può fungere da misura punitiva per sanzionare il governo di Lula e sostenere Bolsonaro, oppure per dimostrare chiaramente chi comanda, come è avvenuto con l’Unione europea. Ma le sue conseguenze macroeconomiche sono nefaste e destabilizzanti:

    Complica le transazioni, rendendole più costose o impedendole, il che genera carenze e inflazione.

    Deteriora il potere d’acquisto o il valore del capitale creditizio.

    Favorisce contromisure che riproducono il problema, con effetti netti negativi sia per chi applica la misura sia per chi la subisce, e frequenti effetti boomerang.

4. Libero scambio e varianti del protezionismo!

Abbiamo già riflettuto a lungo su questa questione durante il primo mandato di Trump (Albarracín, D.; 2019). Forse è semplicemente opportuno sottolineare gli aspetti chiave del dibattito tra libero scambio e protezionismo.

Si tratta di una discussione che si articola su più livelli. Siamo soliti, a ragione, criticare le conseguenze nefaste e inique della liberalizzazione del commercio mondiale. Essa implica un modello in cui il mercato viene valorizzato come uno spazio in cui le imprese più forti, spesso sostenute in origine da Stati imperialisti, possono abusare della loro posizione e imporre le proprie condizioni.

Gran parte della sinistra si è guardata bene da queste false idee del «mondo libero», dove l’unica libertà è quella del più forte. Nel nostro schieramento sociale, tendiamo a privilegiare forme di regolamentazione (e, per quanto possibile, cambiamenti nei rapporti sociali di produzione, che rendano possibile la partecipazione democratica della classe operaia al destino della propria economia).

Detto questo, è opportuno distinguere diversi modelli di protezionismo. Alcuni di essi non possiamo adottarli. Uno di questi è quello sostenuto da Trump.

l modello di Trump ricorda quello introdotto in Europa nel 1880, che portò a un aumento dei dazi doganali e ad altre restrizioni al commercio internazionale in tutti i paesi europei. In un contesto di tensioni interimperialiste, ne seguì la Prima guerra mondiale. Si tratta di un protezionismo punitivo che cerca, paradossalmente, di aumentare la competitività limitando la concorrenza. Genera situazioni in cui alcuni vincono e altri perdono, e in cui, alla fine, tutti finiscono generalmente per perdere. Non si protegge nulla, ma si attacca l’altro, si erigono barriere, si impongono condizioni.

Ci sono stati altri modelli, come quelli proposti dallo sviluppismo latinoamericano o dal gollismo francese. In questi modelli, il protezionismo era accompagnato da politiche di sostituzione delle importazioni, di pianificazione indicativa e di investimento nell’industrializzazione, combinate con politiche settoriali di coordinamento, talvolta difese da parte di governi socialdemocratici o keynesiani, che facevano leva sul potenziale di sviluppo endogeno e su una politica di stimolo della domanda interna.

È stata diffusa anche una difesa acritica del piccolo produttore rispetto al grande, come sostenuto dai liberali, che idealizzavano la concorrenza perfetta come soluzione, senza mettere in discussione il mercato come meccanismo di allocazione. Ricordiamo che la difesa dei piccoli produttori e dei rapporti di prossimità, sebbene ispirino nostalgia e romanticismo, non garantisce un modello giusto ed egualitario. Non implica una migliore soddisfazione dei bisogni né presuppone maggiore efficienza o sostenibilità ambientale. Non è solo una questione di dimensioni o di distanza, ma piuttosto del tipo di relazione e dei criteri che guidano la pratica economica. A questo proposito, un’impresa pubblica o una cooperativa sociale, dotata di un assetto democratico e ben regolamentata, non potrebbe forse migliorare i risultati delle PMI che, in fin dei conti, non sono altro che organizzazioni capitalistiche più piccole e inefficienti?

Nella maggior parte dei casi, come avviene nell’UE, si osserva un modello duale basato sul libero scambio interno e sul protezionismo nei confronti dell’estero. Sebbene dopo il 1995, con l’OMC, questo modello si sia reso più flessibile a favore di una maggiore liberalizzazione internazionale multilaterale, è stato accompagnato anche da una politica di promozione dei «grandi campioni» – grandi imprese private sostenute dagli Stati o da istituzioni sovranazionali continentali – al fine di competere su un mercato internazionale più ampio.

Non condividiamo queste diverse forme di protezionismo. La politica alternativa che merita di essere perseguita introduce normative non per proteggere i profitti economici né per «competere meglio», ma per tutelare i bisogni sociali, territoriali e ambientali. Si tratta di promuovere un modello di regolamentazione che non si limiti ai mercati o alle imprese, ma che vada oltre la logica del capitale. Ciò implica sostituire i principi economici tradizionali (redditività, merce, sviluppo diseguale) con principi nuovi, con il sostegno della forza sociale delle classi popolari auto-organizzate.

La politica ecosocialista alternativa non si limita a incentivare o a sanzionare, ma mette le risorse socio-economiche al servizio di una pianificazione economica di natura democratica che includa criteri di progettazione ecocompatibile sostenibile e di priorità sociale. Si tratterebbe piuttosto di una regolamentazione che non riguarda solo gli scambi economici, che non si limita allo scambio di beni e servizi, ma che comprende anche i movimenti di capitali. Una regolamentazione e una pianificazione ecosocialiste che integrino nell’equazione la priorità data al commercio di prossimità, al fine di ridurre al minimo i costi ambientali dei trasporti e rafforzare i legami e la cooperazione comunitaria. Esse prevedono inoltre la possibilità di un modello economico basato sulla cooperazione e sulla complementarità delle economie, dal basso verso l’alto e in modo aperto. Vale a dire aperto alla cooperazione con le regioni adiacenti (commercio, produzione e investimenti condivisi), senza sottostare a confini astratti, ma piuttosto a criteri e progetti che abbiano a cuore le persone e proteggano la biosfera, evitando il produttivismo orientato al profitto, tenendo conto degli impatti legati all’estrazione e ai rifiuti, nonché del tipo e della quantità di materie prime ed energia consumate.

Un modello in cui gli scambi a lunga distanza siano selettivi, moderati, regolamentati e reciprocamente vantaggiosi, fondato su un internazionalismo solidale con i popoli che collaborano tra loro, un modello sovranazionale aperto, compatibile con l’espansione del socialismo alla scala più internazionale possibile.

In sintesi, non è consigliabile cadere in una falsa dicotomia tra libero scambio e protezionismo, poiché si tratta innanzitutto di definire gli obiettivi delle normative e delle politiche, nonché le persone o gli enti a cui sono rivolte.

Note 

  1. Nel luglio 2025, il BEA (Ufficio di analisi economica) ha registrato un disavanzo complessivo (beni + servizi) pari a 78,3 miliardi di dollari USA, con un disavanzo nel settore dei beni di 103,9 miliardi e un surplus nel settore dei servizi di 25,6 miliardi di dollari USA, a testimonianza del persistere di uno squilibrio commerciale.
  2.  https://www.elcato.org/el-capitalismo-de-estado-de-trump-un-hibrido-entre-socialismo-y-capitalismo-no-hara-que-estados 

https://cnnespanol.cnn.com/2025/08/13/eeuu/trump-control-economico-estilo-china-trax 

  1. https://elpais.com/economia/2025-09-05/trump-pone-fin-a-cuatro-anos-ininterrumpidos-de-creacion-de-empleo-en-estados-unidos.html 

Gennaio 2026.

Daniel Albarracín è docente presso il Dipartimento di Economia Applicata II dell’Università di Siviglia e Manuel Garí è un economista ecosocialista. Entrambi sono membri del comitato consultivo della rivista «Viento sur».

Sul concetto di imperialismo e la sua storia

di: loc
11 Agosto 2026 ore 17:54

di Ana Cristina Carvalhaes (da Inprecor)

Nell’era di Trump, caratterizzata dalla competizione con una Cina in piena ascesa e dalla guerra di invasione condotta dalla Russia contro l’Ucraina, è utile tornare sul concetto di imperialismo – che alcuni, talvolta persino progressisti, si ostinano a disprezzare, in particolare nei paesi… imperialisti. L’idea è quella di ricordarne l’origine e alcune delle controversie e dei dibattiti più importanti relativi a questo fenomeno economico, politico e militare, affinché siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda concettuale. Comprendere di cosa stiamo parlando ci aiuta ad affrontare le discussioni attuali in questo periodo di grandi sconvolgimenti che sta attraversando il sistema internazionale: perché la svolta bellicista e neocoloniale degli Stati Uniti; qual è il grado di radicalità dei cambiamenti nell’imperialismo egemonico con l’estrema destra al potere alla Casa Bianca; quale ruolo svolgono attualmente la Cina e la Russia e come caratterizzarle. (Si veda, sulla Cina e la Russia, l’articolo di Peter Drucker: Gli scontri interimperialisti e i loro limiti.)

Il carattere internazionale, planetario, dell’espansione capitalista è stato sottolineato fin dall’inizio e in modo esplicito nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. Nel Capitale, analizzando il modello capitalista inglese per comprendere il funzionamento e le regole generali del sistema nel suo complesso, Marx cita spesso il commercio estero come elemento internazionale. Ma è nel famoso capitolo 24 del volume I che si trova l’indicazione più chiara: quando tratta dell’accumulazione primitiva, o originaria, o meglio ancora, in inglese, della «previous accumulation», egli ricorda che, proprio come le recinzioni avvenute in Europa (con l’espropriazione dei contadini), le cosiddette scoperte delle Americhe e delle terre asiatiche – vale a dire l’invasione da parte degli europei dei territori dell’attuale Sud del mondo –, sono state fondamentali per l’accumulazione e l’industrializzazione dei centri europei e, in seguito, degli Stati Uniti. Marx era ancora ben lontano dal parlare di imperialismo. Non visse abbastanza a lungo per vederlo maturare in tutte le sue sfaccettature.

L’imperialismo, in quanto nuovo (all’epoca) modello di funzionamento essenziale per lo sviluppo capitalista, comincia a delinearsi nell’ultimo quarto del XIX secolo, quando nel sistema diventano del tutto evidenti cambiamenti fondamentali. Nel 1880, in occasione della Conferenza di Berlino, le potenze europee concordano di spartirsi l’Africa. Negli anni Settanta dell’Ottocento scoppia una grave crisi economica europea e, a partire dalla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, mentre Engels era ancora in vita, all’interno della II Internazionale si aprì un ampio dibattito sulla nuova situazione del capitalismo, in particolare a causa della sua evidente espansione internazionale, dell’ascesa in Europa del capitalismo tedesco, del colonialismo rafforzato da nuovi metodi più violenti di espropriazione delle ricchezze dei colonizzati, nonché dei rullii di tamburi di guerra tra i paesi imperialisti.

Il dibattito europeo

È impossibile riassumere in questa sede l’ampiezza e la profondità delle riflessioni, dei dibattiti e dei contributi di questa generazione di socialisti europei. Hanno contribuito in modo particolare alla concezione marxista dell’imperialismo l’inglese John A. Hobson, l’economista politico austriaco Rudolf Hilferding – entrambi autori di opere fondamentali per comprendere il predominio della finanza nell’economia capitalista –, i leader tedeschi Karl Kautsky e Rosa Luxemburg – contrapposti nella polemica concreta sulla politica socialdemocratica di fronte alla guerra; i «russi» Bucharin, Lenin, Parvus e, in misura minore, Trotsky, con la sua idea di «sviluppo diseguale e combinato».

Lo scoppio della guerra, nel 1914, aveva notevolmente inasprito il dibattito già in corso. Kautsky, allora considerato il principale dirigente del Partito socialdemocratico tedesco, il più grande partito della Seconda Internazionale, conduce una politica nazionalista (cioè anti-internazionalista) disastrosa di sostegno di fatto all’imperialismo tedesco, con l’approvazione da parte del gruppo socialdemocratico, in parlamento, dei fondi di guerra. Nello stesso anno, il 1914, Kautsky pubblica un testo in cui ipotizza la possibilità che il capitalismo possa evitare la guerra se tutte le potenze imperialiste si unissero a tal fine, sul modello di un cartello tra imprese. Egli non dà un nome a questo concetto, ma la sua concezione errata assume il nome di ultra- o iperimperialismo.

Lenin si oppone a Kautsky sul piano teorico e politico, ribadendo che la tendenza della nuova configurazione capitalista portava, tra l’altro, a guerre tra potenze. “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, pubblicato nel 1916 mentre infuriavano i combattimenti, è il frutto di una discussione collettiva. Lenin sintetizza brillantemente il dibattito, vi apporta i propri contributi, ma sempre in dialogo e facendo propri, nel senso positivo del termine, elementi tratti da testi precedenti, quali “L’imperialismo, uno studio” di Hobson del 1902, “Il capitale finanziario” di Hilferding del 1910 e “L’economia mondiale e l’imperialismo” di Bucharin (1915, completato nel 1917).

Va sottolineato che l’idea leninista rimanda a un’epoca, a un nuovo modo di funzionare del capitalismo. Non si tratta di un fenomeno specifico di invasioni e spoliazioni, sebbene tali vettori siano parte integrante del fenomeno.

    In primo luogo, è l’epoca del predominio sistemico dell’associazione tra capitale bancario e capitale industriale, ovvero l’era del capitale finanziario.

    In secondo luogo, la crescente tendenza all’oligopolizzazione o alla monopolizzazione del capitale, ovvero la fine della libera concorrenza. Quest’ultima non esiste più; la concorrenza si esercita tra grandi gruppi che dominano i settori e, talvolta, un’intera economia nazionale.

    In terzo luogo, il divario sempre più ampio tra lo sviluppo dei paesi industrializzati imperialisti dell’Europa e degli Stati Uniti, che stavano avviando la loro seconda rivoluzione industriale, e quello di regioni lontane dedite alla produzione primaria o a un’industrializzazione agli albori.

    In quarto luogo, la tendenza delle nazioni industrializzate, per necessità dei propri capitali, ad estendere il proprio potere politico, militare ed economico sulle altre nazioni, in particolare su quelle più arretrate nello sviluppo industriale e più povere.

    In quinto luogo, la crescente rivalità tra gli imperialismi e la tendenza alle guerre interimperialiste.

L’imperialismo in trasformazione

Questa forma avanzata di capitalismo ha assunto numerose forme diverse nel corso della storia:

    Il periodo delle guerre, ovvero il periodo compreso tra il 1914 e il 1946, durante il quale è stata distrutta una parte significativa delle forze produttive dell’umanità.

    I «30 anni gloriosi», dopo la Seconda guerra mondiale, durante i quali gli Stati Uniti si affermarono come imperialismo egemonico al posto dell’Impero britannico, che ne era stato il pioniere. Le potenze dell’epoca conclusero un accordo sulle regole di funzionamento del sistema internazionale, con il sistema aureo per il dollaro, il FMI, l’ONU e tutte le sue istituzioni. Fu anche un periodo di grande sviluppo economico dell’Unione Sovietica e del suo blocco, della rivoluzione cinese e del movimento di decolonizzazione in Asia e in Africa.

In America Latina e in Oriente, i nazionalismi borghesi si appoggiavano a basi popolari: Nasser, Gheddafi, il partito Ba’ath in Iraq e in Siria; in America Latina, Perón, Vargas in Brasile, Velasco Alvarado in Perù. È l’epoca della rivoluzione cubana e delle rivolte del 1968, che, partite dalla Francia, si sono diffuse in tutta Europa e negli Stati Uniti, contro la guerra controrivoluzionaria in Vietnam, con ripercussioni in quello che allora veniva chiamato il «Terzo Mondo».

    Il tumultuoso periodo di transizione degli anni ’70. Le crisi degli anni ’70 sono manifestazioni dirette o indirette dei tassi di profitto insufficienti e della tendenza al ribasso del tasso di accumulazione. Nel 1971 si assiste all’abbandono unilaterale del sistema aureo da parte degli Stati Uniti; nel 1973, alla crisi petrolifera; all’inizio della restaurazione capitalista in Cina con gli accordi tra la Cina e gli Stati Uniti.

Contributi dalla periferia

Nel corso del periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni ’70, si svolgono numerosi dibattiti sull’imperialismo, poiché si assiste a un’enorme ascesa dell’anticolonialismo nel mondo, di cui fanno parte la rivoluzione cubana, la decolonizzazione in Africa, la rivoluzione e la guerra anti-imperialista del Vietnam, le rivoluzioni nicaraguense e salvadoregna in America Centrale. Da queste lotte nasceranno numerosi contributi provenienti dal Sud del mondo. Ne citiamo due fondamentali.

A seguito del periodo precedente, si assiste, in quella che viene definita la periferia del sistema, allo sviluppo di alcuni paesi che non si integrano del tutto nel centro, ma smettono di essere semplicemente periferici. Mandel partecipa a questa discussione e li definisce paesi a industrializzazione tardiva. Wallerstein, esponente della corrente che si rifà a Marx, Weber e Braudel, li definisce «semi-periferici». E dalla teoria marxista della dipendenza latinoamericana, che costituisce l’ala sinistra degli strutturalisti sviluppisti della CEPAL (Commissione economica per l’America Latina), più precisamente di Ruy Mauro Marini, emerge l’idea di «sottoimperialismo»[1]. Nel contesto dei cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro dopo la Seconda guerra mondiale, Marini studia il fenomeno dei paesi «medi» dipendenti che combinano (a) un grado di sovrasfruttamento della manodopera e di disuguaglianza che limita la realizzazione del valore all’interno dei confini nazionali; (b) il che li costringe a orientare gran parte della loro produzione industriale verso l’esportazione, pur (c) iniziando a trarne profitti ed esercitando un’influenza geopolitica sui paesi più fragili della loro regione, (d) senza tuttavia smettere di trasferire ricchezze e di subordinarsi politicamente all’imperialismo egemonico. Si tratta di paesi che si comportano da imperialisti nelle loro regioni, ma che sono subordinati a un imperialismo più potente (Concetto di cui Patrick Bond abusa un po’, definendo ad esempio la Russia «sub-imperialista» e attribuendo un’eccessiva importanza geopolitica ai «sub-imperialisti» dei BRICS, gruppo eteroneneo che, oltre all’imperialismo regionale russo, comprende la Cina, oggi completamente distinta dai paesi “a reddito intermedio”).

Il secondo contributo è quello della corrente nota come “transizione egemonica”, di Giovanni Arrighi. Arrighi si basa sull’opera e sulla concezione di Wallerstein, ereditata da Braudel, incentrata sui cicli egemonici dell’evoluzione capitalista (città italiane nel XV secolo, Paesi Bassi nel XVI e XVII secolo, Inghilterra a partire dal XVIII e Stati Uniti a partire dal XX) per indicare in modo pionieristico l’emergere di un ciclo capitalista cinese. Il suo *Adam Smith a Pechino* risale al 2007!

Esiste una terza corrente di pensiero importante, in quel periodo, che si rifà al marxismo, ma che non è nata alla «periferia del sistema»: si tratta di quella che vide la luce negli anni ’50 attorno al russo-polacco naturalizzato statunitense Paul A. Baran, all’economista Paul Sweezy e allo storico Leo Huberman, della rivista Monthly Review. Il concetto di gruppo capitalistico monopolistico (o di periodo monopolistico del capitale a partire da quegli anni) ha affascinato, fin dagli anni ’60, il giovane ricercatore e militante egiziano Samir Amim, maoista e terzomondista, che esercitava un’influenza intellettuale e militante su settori della sinistra in Africa, in Asia e in America Latina. Amim è ancora oggi rivendicato dalla «Tricontinentale» e dalla sinistra campista in generale, per la sua politica anticolonialista «di fronte popolare» volta a rilanciare il movimento dei paesi non allineati nato in occasione della storica conferenza di Bandung (Indonesia, 1956).

Il periodo neoliberista

Torniamo alla periodizzazione: con le vittorie della Thatcher nel 1979 e di Reagan nel 1980, ha inizio il periodo di piena attuazione del regime neoliberista in tutto il mondo. Questo nuovo modo di funzionare del sistema capitalista-imperialista sarà caratterizzato, sulla scia del boom delle tecnologie dell’informazione, da una globalizzazione della finanza, ovvero dalla deregolamentazione dei sistemi finanziari nazionali a favore di un sistema finanziario veramente internazionale, dalla creazione di catene di produzione globali, dalla ristrutturazione produttiva accompagnata da una riduzione dei diritti, il crollo dello Stato sociale, gli attacchi ai sindacati, la delocalizzazione dell’industria verso l’Asia.

È questo regime che ha sfiorato il collasso nel 2008, con la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti e la recessione che ne è seguita. All’aggravarsi delle disuguaglianze globali, della povertà anche tra i cosiddetti ricchi, tra i paesi centrali e quelli non centrali, nonché all’accelerazione della crisi ambientale, si è aggiunto l’aggravarsi della crisi economica strutturale. Il 2008 segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione del sistema, che la Cina riesce ad aggirare. I piani di salvataggio da diversi miliardi di dollari messi in atto dagli Stati a favore delle banche e delle imprese riescono a contenere momentaneamente la crisi, ma non a ripristinare i modelli neoliberisti di profitto e di accumulazione. 

La pandemia rende più difficile la ripresa.

Ascesa dei neofascismi

Nel periodo compreso tra il 2007-2008 e il 2016 si osservano i primi segnali di rafforzamento e di avanzata dei gruppi e dei movimenti di estrema destra in Occidente e in Oriente: questo fenomeno accelera a partire dal 2008, poiché esiste un legame tra la crisi del neoliberismo e le destre estreme – neo- o post-fasciste – nel mondo. Settori sempre più ampi delle borghesie imperialiste e periferiche adottano una nuova strategia politica che abbandona la democrazia borghese come modello politico e si orienta verso l’autoritarismo. Il fatto che attraggano settori delle masse è legato anche al fallimento delle esperienze di sinistra che si sono disposte a co-amministrare il gioco democratico neoliberista, come la socialdemocrazia europea e i progressismi latinoamericani. In ogni caso, il progetto neofascista o post-fascista è un tentativo di uscire dalla crisi attraverso la violenza, la repressione, l’esclusione, l’espropriazione e l’eliminazione di esseri umani.

Il periodo 2024-2025 segna una nuova svolta nell’era imperialista?

Mi sembra che la risposta debba essere affermativa. L’estrema destra americana sale al potere per la seconda volta nella potenza egemonica, in una posizione ben più forte rispetto al 2016: dispone di un vantaggio elettorale più consistente sui propri avversari, controlla per il momento il Congresso e può contare su una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema. Si tratta di un cambiamento molto significativo nei rapporti di forza e nella geopolitica mondiale. Anche il blocco attualmente al potere negli Stati Uniti (la coalizione delle Big Tech, della criptofinanza, delle industrie obsolete – come il settore petrolifero –, dell’agroindustria e dei nazionalismi cristiani tradizionalisti) cerca di distruggere il regime democratico del proprio Paese, per trasformare gli Stati Uniti in una nazione fascista.(Anche nell’aprile 2026, mentre l’opposizione alla sua amministrazione si fa sentire nelle piazze e all’interno di organizzazioni di ogni tipo della società civile americana, e il suo indice di disapprovazione raggiunge livelli record, con la guerra scatenata contro l’Iran, oltre il 30% della popolazione sostiene ancora Trump. Di fronte alla probabilità di perdere, a novembre, il controllo almeno della Camera dei Rappresentanti, il trumpismo punta sulla manipolazione del processo elettorale, Stato per Stato. Ci riuscirà?)

Sulla scena internazionale, non è un caso che l’amministrazione Trump sia stata la principale sostenitrice del genocidio palestinese a Gaza. Settori sempre più influenti negli Stati Uniti, tra cui ex sostenitori del presidente all’interno del movimento MAGA, sottolineano l’«errore» di Trump nel sostenere la frenesia espansionistica di Netanyahu in Iran e in Libano, a costo di compromettere il «buon funzionamento» (i profitti) dell’economia mondiale.

Gli Stati Uniti avevano già fornito nuovi esempi della portata della loro «Strategia di sicurezza nazionale» il 3 gennaio, con il rapimento della coppia presidenziale venezuelana, che costituisce in realtà la «presa di controllo» del governo del Venezuela e la sua trasformazione in colonia. Continuano il loro ricatto tariffario nei confronti dell’UE per «acquistare» la Groenlandia e costringerla ad aumentare le spese militari, le loro minacce al Canada e la costituzione unilaterale di un cosiddetto «Consiglio di pace», presieduto a vita da Trump, per la presunta ricostruzione di Gaza.

Il quadro mostra una rottura significativa con l’approccio imperiale degli ultimi 80 anni. L’obiettivo è quello di riconquistare con la forza l’egemonia del dopoguerra; continua a considerare la Cina come un avversario strategico in ambito tecnologico, economico e militare; tralascia la Russia, con una mossa strategica; di fatto, rompe l’alleanza con l’Europa degli ultimi 80 anni e integra apertamente il Canada e l’America Latina nel proprio «territorio».

L’offensiva degli Stati Uniti è il risultato del declino della loro egemonia negli ultimi tre decenni. Essa esprime la disperazione del capitale yankee alla ricerca di una via d’uscita per frenare questa caduta. Di fronte all’ascesa della Cina, alla proiezione e all’autonomia incontrollabile della Russia, alla situazione altrettanto inedita per gli Stati Uniti in America Latina e in Africa — dove la Cina è entrata con forza sul piano economico —, questi settori hanno sostenuto Trump per una svolta neocolonialista aggressiva.

Si è verificato un cambiamento qualitativo nella bellicosità, nella violenza e nella natura apertamente colonialista dell’imperialismo. Si tratta del colonialismo senza veli di una potenza egemonica che ha un disperato bisogno di trovare il modo di recuperare i tassi di accumulazione (Husson) e di profitto (Roberts) precedenti al 2008. Come afferma Matveev, «il radicalismo di Trump è, in ultima analisi, [anche] una risposta, per quanto sconnessa e irrazionale possa essere, ai cambiamenti globali guidati in gran parte dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia».

Se il popolo e i lavoratori americani non li fermeranno, ci saranno ulteriori forme di sfruttamento attraverso l’espropriazione, l’invasione, il saccheggio e la spoliazione. Paradossalmente, l’obiettivo è esattamente lo stesso che Putin e Trump perseguono insieme nei confronti delle ricchezze dell’Ucraina, e quello che Trump, Israele e gli Emirati petroliferi intendono fare con la Palestina. Nulla di tutto ciò significa tuttavia che sia possibile attribuire agli Stati Uniti di Trump la definizione kautskiana di «iperimperialismo», come fanno alcuni settori del «campismo», incapaci di riconoscere la Cina come potenza capitalista emergente e la Russia come imperialismo regionale.

La politica di Trump, secondo l’interpretazione di Lenin, favorisce l’aggravarsi delle rivalità interimperialiste, in particolare con la Cina, ma anche con la Russia. Sebbene il linguaggio e le azioni (come nei Caraibi, in Venezuela e in Iran) siano di natura politico-militare, e nonostante si osservino segnali significativi di una nuova corsa agli armamenti e al nucleare, è ancora troppo presto per definire la situazione internazionale come una guerra mondiale. Il brusco e violento cambiamento della forma politico-economica dell’imperialismo egemonico provocherà grandi contraddizioni intra-borghesi, problemi all’interno degli Stati Uniti e tra le nazioni, nonché reazioni popolari che non potrà controllare.

Lo scenario che ci si presenta è del tutto nuovo e incerto. Lascia più domande aperte che risposte definitive. Stiamo assistendo a una bipolarità (Stati Uniti contro Cina), come sostengono i compagni dell’APS brasiliana, oppure a un mondo disarticolato/disorganizzato, come afferma Matveev? Qual è il grado di autonomia della Russia rispetto alla Cina? Gli Stati Uniti riusciranno davvero a imporre una disconnessione economica della Cina dal mercato mondiale? Arriveranno al punto di annettere territori nell’emisfero occidentale, come la Groenlandia? Le loro iniziative bellicose comprometteranno gravemente il ruolo del dollaro come valuta di riserva? Come si evolverà la loro presenza militare in regioni chiave del mondo, quali l’Africa, l’Indo-Pacifico e l’Artico? Per il momento, possiamo solo avanzare ipotesi. L’importante è che non saranno solo le decisioni di Trump a determinare l’esito, ma anche le reazioni nazionali e globali a tali decisioni.

Riferimenti:

Amin, Samir. L’impérialisme et le développement inégal. 1976

Arrighi, G. Adam Smith à Pékin. 2007

Boukharine, N. L’économie mondiale et l’impérialisme. 1915-1917.

Chesnais, F. La Mondialisation du capital, Syros, Paris, 1994 (première édition), 1997 (édition augmentée)

Hilferding, R. Le capital financier. Première édition, 1910.

Hobson, J. L’impérialisme, une étude. Première édition, 1902.

Kautsky, K. L’impérialisme. Première édition, 1914.

Lénine, V.I. L’impérialisme, stade suprême du capitalismePremière édition, 1916.

Luxembourg, R. L’accumulation du capitalPremière édition, 1913.

Marini, R.M. L’accumulation capitaliste mondiale et le sous-impérialisme. 1977.

Marini, R. M. Amérique latine : dépendance et intégration. 1992, São Paulo, Brasil Urgente. Caracas, Nueva Sociedad.

Marx, K. Le Capitaltome I, chapitre 24.

Wallerstein, I. Le système mondial moderne I (1974) et II (1980)

  1. Marini afferma nel 1992 nella sua opera “America Latina: dipendenza ed integrazione  «Il subimperialismo corrisponde all’espressione perversa della differenziazione subita dall’economia mondiale, risultato dell’internazionalizzazione dell’accumulazione capitalistica, che ha contrapposto al semplice schema della divisione del lavoro – cristallizzato nel rapporto centro-periferia, che preoccupava la CEPAL – un sistema di relazioni ben più complesso. In questo sistema, la diffusione dell’industria manifatturiera, aumentando la composizione organica media nazionale del capitale, ovvero il rapporto esistente tra i mezzi di produzione e la manodopera, dà origine a sottocentri economici (e politici), dotati di una relativa autonomia, sebbene rimangano subordinati alla dinamica globale imposta dai grandi centri. Come nel caso del Brasile, paesi quali l’Argentina, Israele, l’Iran, l’Iraq e il Sudafrica assumono – o hanno assunto, in un determinato momento della loro recente evoluzione – un carattere subimperialista, accanto ad altri sottocentri in cui questa tendenza non si è pienamente manifestata o si è appena abbozzata, come, in America Latina, il Messico e il Venezuela» (MARINI, 1992) .
  2. Matveev, Ilia. «The World Disjointed – China, Russia and the coming era of inter-imperialist rivalry» (Il mondo frammentato: Cina, Russia e la futura era della rivalità interimperialista), Spectre Journal, autunno 2025, pp. 25-39.

Canicola e strategia politica

di: loc
11 Agosto 2026 ore 17:40

di Daniel Tanuro (da MPS)

Sebbene l’ecosocialismo abbia compiuto progressi significativi nella sua capacità di offrire un’alternativa completa per la società, i suoi sostenitori devono ancora dimostrare di essere capaci di impegnarsi in politica, ovvero di lottare per il potere.

La sfida è considerevole, perché non si tratta chiaramente di conquistare il potere all’interno della struttura istituzionale borghese. Si tratta di lottare per una rottura di classe che implichi una ridefinizione del potere al servizio degli sfruttati e degli oppressi, nel rispetto dei limiti ecologici.

Una delle principali sfide di questa impresa consiste nel superare la maggior parte dei limiti ecologici del pianeta. Di conseguenza, una rottura anticapitalista implica necessariamente una riduzione del consumo energetico complessivo, della produzione di materiali e dei trasporti. Tuttavia, questo vincolo è impopolare tra i lavoratori perché, nel capitalismo, la crescita determina l’occupazione, i salari, i benefici sociali e così via.

Le ondate di calore di questa estate 2026 potrebbero cambiare tutto. Ampi segmenti della popolazione hanno percepito il pericolo del cambiamento climatico. Tuttavia, la minaccia del cambiamento climatico, per sua natura esistenziale, trascende le preoccupazioni socio-economiche e tende a rivelare l’assurdità della logica capitalista che priva i lavoratori del loro lavoro e della loro vita.

La consapevolezza potrebbe diminuire. Ma questa battuta d’arresto sarebbe temporanea perché

  1. il capitalismo è incapace di stabilizzare il clima e
  2. con un riscaldamento di 3°C, l’Europa occidentale è particolarmente minacciata da ondate di calore e altri fenomeni estremi.

Ciò offre al mondo del lavoro l’opportunità di unirsi in modo più massiccio alla lotta contro la catastrofe climatica, basandosi sulle proprie rivendicazioni e da una prospettiva antisistemica. Si tratta di una questione cruciale perché i lavoratori costituiscono la maggioranza della popolazione e possono paralizzare l’economia capitalista.

In questo contesto, gli ecosocialisti non possono accontentarsi della propaganda: devono anche suscitare scalpore attorno a un piano di emergenza composto da rivendicazioni che colmino il divario tra i problemi percepiti come più urgenti dalle classi lavoratrici e il programma massimo.

In questo piano, è di fondamentale importanza non trascurare le misure di adattamento. La catastrofe è già in atto, in parte irreversibile. Bisogna agire. La protezione dei più vulnerabili non può essere lasciata alla demagogia dell’estrema destra negazionista del clima.

Ovviamente non concepiamo l’adattamento nello stesso modo dei governi neoliberisti. Lo colleghiamo alla condivisione della ricchezza, gli diamo un contenuto democratico e sociale e lo combiniamo con la riduzione delle emissioni (in termini di edilizia abitativa, trasporti, politica agricola, ecc.).

Il programma ecosocialista nel suo complesso è uno strumento di propaganda insostituibile perché presenta una società alternativa. Impegnarsi in politica concreta significa selezionare le proposte che, in ogni specifica situazione, siano in grado di innescare lo slancio necessario per progredire verso l’obiettivo strategico: l’espropriazione dei combustibili fossili e della finanza da parte di un governo fedele agli oppressi quanto i governi attuali lo sono alle grandi imprese.

*articolo apparso su SolidaritéS il 23 luglio 2026

TAV: Quelli che seminano vento…

di: loc
6 Agosto 2026 ore 17:50
di Marco Revelli (da Volere la luna)

quelli che

Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio).

Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”, l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia) fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi. Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi, via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione violenta subita, quasi per legge naturale produce.

quelli che

So bene che il pensiero dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in nome di un presentismo totalizzante. Ma se diamo uno sguardo a tutto ciò che negli ultimi decenni ci è stato raccontato, promesso, spacciato come verità indiscutibile per ottenere il risultato voluto, qualcosa di più possiamo capire sugli stati d’animo di chi quel dispotismo dell’interesse ha dovuto subire. Prendiamo per esempio le previsioni di traffico. Una trentina di anni fa, nella seconda metà degli anni ’90, quando si trattava di far passare l’idea del Grande Buco, i suoi fautori avevano sparato cifre iperboliche sul volume di merci previsto, numeri fuori misura, da economic fantasy: si parlava di un volume di traffico merci tra Italia e Francia destinato a salire, entro il 2030, alla cifra record di 100, 110 milioni di tonnellate distribuite tra i tre valichi di Ventimiglia, Monte Bianco e Frejus. Un’onda di piena che avrebbe saturato la “linea storica” Torino Lione, la cui portata era valutata a un massimo di 20 milioni di tonnellate annuo, entro il 2010! E che sarebbe potuto salire, su quella tratta, a 40 milioni di tonnellate nel 2030, una volta realizzata la nuova Grande Opera (spudorati, si lanciavano anche nella precisazione dei dettagli: 29,5 milioni di t. sulla nuova linea, 9,5 sull’Autostrada ferroviaria). Che fosse una balla spaziale lo si constatò già nel 2010, verifica del primo “traguardo”, quando i milioni di tonnellate in transito sulla linea storica che avrebbe dovuto saturarsi non raggiunse nemmeno i 4 milioni di tonnellate, meno di un quinto del previsto, all’incirca il 30% della portata potenziale della linea. Ma non importa: il partito del buco rilanciò, tacciando gli scettici che s’intestardivano a citare i numeri, di regressismo, localismo, incomprensione del valore del progresso, nemici dell’integrazione economica con i vicini frontalieri, indifferenti alle prospettive di interscambio con l’amica Francia. Oggi i numeri ci dicono che quell’interscambio è aumentato, nel quarto di secolo che ci sta alle spalle, è vero, ma solo in valori monetari (da 54 miliardi nel 2010 ai circa 90 attuali) mentre il volume delle merci in tonnellate è addirittura diminuito: dai 40 milioni del 2010 ai 35 milioni di oggi. Distribuiti tra i valichi di Ventimiglia, del Bianco e del Frejus… Sulla linea storica – che avrebbe dovuto essere satura da 15 anni -, transitavano fino a qualche anno fa, prima che la frana nella Maurienne azzerasse il traffico ferroviario, all’incirca 2 milioni e mezzo di tonnellate (una saturazione inferiore al 20% rispetto alla portata della linea storica). E il volume delle merci trasportate su gomma, attraverso il Frejus e l’autostrada Torino Bardonecchia era rimasto al palo nell’ultimo quindicennio, con una media annua di circa 800.000 mezzi pesanti all’anno, 65.000 al mese, poco più di 2.000 al giorno (si consideri che sulla Torino Piacenza i mezzi pesanti giornalieri sono circa 13.000, giusto per fare un confronto). La ragione è semplice, la capirebbe anche un bambino, e sta nella progressiva smaterializzazione delle merci scambiate, e nella trasformazione produttiva delle aree connesse: tra Italia e Francia viaggiano sempre meno oggetti pesanti (automobili, macchinari, componentistica, i prodotti della vecchia company town Torino e del suo indotto metalmeccanico) e sempre più cose leggere, (farmaceutica, chimica, abbigliamento, roba che occupa poco spazio e pesa come una piuma). Continuare a ragionare con le categorie del fordismo quando questo è finito ormai da quasi mezzo secolo è un errore imperdonabile. O un modo truffaldino di truccare le carte. Ciò non toglie che i violini di spalla degli antichi e dei nuovi padroni non abbiano mai smesso di cantare “le sorti magnifiche e progressive” del supertreno ad alta capacità, indifferenti a qualunque replica dei fatti e dei numeri, occhi e orecchie ben tappati ma la bocca ben aperta a replicare in loop la narrazione edificante che tanto piace a chi sta in alto.

Idem, a dinamiche invertite, per quanto riguarda i costi dell’opera. Mentre i volumi di traffico diminuivano, crescevano in misura esponenziale i miliardi da spendere. Rispetto alle cifre della prima ora, già di per sé abnormi, l’aumento (aggiornato all’inizio del 2026) è stato del 127%. Così, almeno, l’ha valutato la Corte dei Conti europea (un +23% dal solo 2020), annotando anche che “le prospettive sono più pessimistiche rispetto a sei anni fa, e ben lontane da quanto inizialmente pianificato”. La cifra di 25 miliardi (quasi 15 per il tunnel di base, altri 3 per la tratta Orbassano-Avigliana, 6 o 7 per gli ulteriori raccordi) a cui si riferisce la Corte, appare fin d’ora ampiamente sottostimata, viste le difficoltà geologiche incontrate nello scavo e il prolungarsi dei tempi di realizzazione. Altra pietra dello scandalo perché il termine di conclusione lavori, fissato all’inizio nel 2015, è stato travolto prima ancora che un solo metro di tunnel fosse scavato, e quello attale, del 2033 (di quasi vent’anni successivo) appare fin d‘ora totalmente irrealistico, vista la velocità (si fa per dire) con cui procede il lavoro: la tanto

La “talpa” Viviana

decantata “talpa” (la mitica “Viviana”), l’unica attualmente sperimentata sul versante francese, che avrebbe dovuto procedere di una quindicina di metri al giorno, ne ha fatti a malapena 80 centimetri finché ha funzionato, ed è “attualmente ferma per problemi tecnici e complicanze geologiche, dopo aver scavato circa 250 metri” (così almeno certifica la tanto acclamata Intelligenza artificiale interpellata in proposito, precisando anche che la macchina è lunga 115 metri, la metà dello scavo effettuato). La prima delle sei commissionate per il versante italiano, consegnata con grande strepito acclamante dalla solita stampa compiacente nel marzo scorso, richiederà almeno un anno per essere assemblata, e forse entrerà in funzione nel 2027 (mah…). Prodotta nella fabbrica tedesca di Herrenknecht, ha una lunghezza complessiva di 235 metri, una testa rotante del diametro di 10,16 metri, il peso di diverse migliaia di tonnellate e costa circa 35 milioni di euro. Monta 13 motori capaci di una potenza complessiva di 4.550 kW e un consumo elettrico, sempre giornaliero, di 109.200 kWh (l’equivalente del fabbisogno di 15.000 famiglie, la popolazione di una media città, una bolletta giornaliera di circa 30.000 euro): per alimentarla sarà necessaria una linea dedicata collegata direttamente all’alta tensione. Salvo “sorprese”, dovrebbe scavare una decina di metri al giorno (in attesa che le altre sue cinque sorelle arrivino a darle il cambio), bevendosi quotidianamente circa 1 milione e mezzo di litri d’acqua per raffreddare i motori e abbattere le polveri sottili.

E visto che parliamo di acqua, diamo un’occhiata anche all’impatto che l’ecomostro in costruzione è destinato ad avere sull’assetto idrogeologico del Mont Ambin e dell’intero massiccio del Moncenisio. Dal momento che i lavori di perforazione delle due canne centrali e delle relative discenderie incrociano “centinaia di venute d’acqua … con portate complessive iniziali superiori a 100 litri al secondo”  (così dichiara LFT, titolare dei lavori), ci si troverà durante l’attività di cantiere e poi completata l’opera a dover gestire qualcosa come una quantità variabile tra i 60 e i 120 milioni di metri cubi d’acqua all’anno (il fabbisogno idrico di una città di un milione di abitanti): acque che saranno riversate all’estremità sud del tunnel nei fiumi Arc e Dora Riparia, dopo essere state debitamente raffreddate dato che si presenteranno all’uscita con una temperatura intorno ai 30 gradi, il che comporterà possibili effetti sullo scorrimento a valle, mentre a monte del tunnel potrà essere modificato anche gravemente l’assetto delle acque in superficie (fonti, scoli, ruscelli, reti d’irrigazione, acquedotti di paese e di borgata).

Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto, mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50 gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici…

quelli che

Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro (quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì) del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre 2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un “odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri (cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito.

Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri –  che solo una condivisa pratica nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare. Ci scrivemmo anche un libro, con l’indimenticabile Lidia Menapace e Fausto Bertinotti, per tentare di proporre l’azione nonviolenta come asse portante dei movimenti del secolo che si apriva. D’altra parte, nonviolenti erano gli originari fondatori del movimento NO Tav in Valle. Nonviolento era sicuramente Alberto Perino, gandhiano di ferro, dotato di una capacità di sopportazione infinita. Nonviolenti lo erano Chiara Sasso, Claudio Cancelli, e tutti quelli che avevo incontrato nel surreale e straordinario Convegno tenutosi a Venaus alla fine di novembre del 2005, che avrebbe dovuto servire come copertura al concentramento per contestare l’apertura del cantiere e invece si era trasformato in una meravigliosa esperienza conoscitiva. Gli stessi che poi avrei ritrovato nei grandi cortei e nelle infinite assemblee in Valle, per analizzare dati, approfondire ipotesi scientifiche, convincere anche i più riottosi dell’assurdità dell’Opera.

Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola, scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’ andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti che contano, Tribunali civili e penali. Ogni volta, a ogni decisione unilaterale del potere di turno, a ogni denuncia o esposto ignorati da un giudice, a ogni documento respinto senza motivazioni convincenti da una Commissione, rispondendo con nuovi dati, nuove analisi, nuovi pareri di esperti indipendenti. Tutta la vicenda, da quando sono state fatte le prime trivellazioni e aperti i primi cantieri è costellata di illeciti amministrativi, d’infiltrazioni sospette, di forzature di leggi e regolamenti, sistematicamente denunciati con atti sistematicamente ignorati. Poi, a un certo punto, si è fatta strada la constatazione che nonostante tutto il possibile per “convincere” delle proprie ragioni fosse stato fatto, nulla sarebbe cambiato. Chi possedeva di fatto il monopolio della decisione non avrebbe ascoltato ragioni. E’ stato allora che ha incominciato a manifestarsi un sia pur lento e lenticolare mutamento nell’asse portante del movimento. I “fondatori” non hanno abbandonato ma sono passati nelle seconde file. L’azione informativa che aveva caratterizzato la parte più consistente dell’attivismo è apparsa via via esaurita o comunque secondaria dal momento che pressoché tutto era stato mostrato e pressoché nulla era successo nel fronte determinato a fare l’opera ad ogni costo, affidandosi alla forza più che alla ragione. Ampliando il controllo militare dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie, indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20 milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare, dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi” erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in questo angolo di mondo lo spirito del tempo.

Detto questo – e andava detto! – non ci sto a partecipare al grande gioco mediatico-politico della stigmatizzazione indignata dei manifestanti condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta. Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue “centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente “ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare all’assedio?

Sarò ingenuo – anzi, lo sono senz’altro e non me ne vergogno -, ma resto convinto che basterebbe poco per interrompere il loop dei “disordini” in Valle. Forse anche solo un gesto, un segnale di ripensamento, e di disponibilità all’ascolto, da parte di chi oggi è all’attacco – TELT, Ministeri (non solo quello dei trasporti con il grottesco Salvini) Commissari europei. Sarebbe sufficiente  anche solo una pausa di riflessione, l’accettazione dei dati più clamorosi che privano di fondamento le possibili ragioni SI TAV, per abbassare di colpo la tensione, e riportare il confronto sul terreno dell’argomentazione. Ma nessuno di loro lo farà mai, e questo non tanto perché continuino a nutrire una qualche fiducia sulla fattibilità (non dico l’utilità) dell’opera in tempi non biblici e fondi disponibili, ma per una ragione più banale, e misera: per paura delle conseguenze di una rinuncia, a questo punto dell’impresa (e della spesa). Per il timore che venga richiesto loro il pagamento dei “danni erariali”, che al momento hanno già raggiunto una cifra vicina ai dieci miliardi di euro (cinque quelli dichiarati per i lavori sul breve tratto scavato del tunnel di base, due o tre per interventi di contorno, tra i 300 e i 500 milioni di progettazioni varie, altrettanti per consulenze di tipo ingegneristico, geologico e geotecnico, legale, in totale una cifra oscillante tra 1 e 2 miliardi di spese accessorie). Per il terrore che di quel gigantesco errore prima o poi qualcuno presenti il conto a chi l’ha commesso e sostenuto. E dato che sono in tanti a temere, il coro di chi sostiene che a questo punto la rinuncia all’opera “costerebbe di più della sua prosecuzione”, li farà tirare ancora una volta diritto. Verso il nulla.

Il tempo di Pangloss – l’ottuso apologeta dello stato di cose presente inventato da Voltaire – non è ancora finito. L’infaticabile maestro di “stoltologia” (così lo definiva l’ironico padre dell’Illuminismo) continuerà a magnificare quello in cui chi ha la forza decide anche contro la Ragione come “il miglior mondo possibile”. Mentre intanto il “giardino” di Candide è devastato, e quel che ne resta presidiato in armi.

 

Genova futuro anteriore

di: loc
5 Agosto 2026 ore 20:00

Report assemblea nazionale

Genova 18 luglio 2026

No Kings non è nata come una sigla da aggiungere alle altre, ma come uno spazio politico da aprire. Ha preso forma dall’incontro tra Stop Rearm Europe e la Rete contro il decreto sicurezza, è cresciuta a Bologna e ha attraversato Roma, procedendo senza una strada già tracciata: camminando domandando.

A Genova, il 18 luglio 2026, abbiamo raccolto una nuova sfida: fare delle nostre differenze una forza comune, costruendo uno spazio per alimentare il conflitto e costruire un’alternativa sistemica; difendere il lavoro e i suoi diritti; agire insieme nei territori, in Italia e in Europa, e unendoci  a quanti, nel mondo, cercano alternative ai re.

Spetta a noi mantenere aperto questo spazio e passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per la democrazia, oltre la fine della democrazia liberale.

L’ultima assemblea ha segnato proprio tale passaggio. Attraverso le risonanze, ma anche le rotture con il passato, abbiamo iniziato ad affiancare a No Kings qualcosa di più: la ricerca e la pratica ostinata di una nuova democrazia radicale. Conflitto e Democrazia, praticati e difesi dai luoghi di lavoro alle fabbriche alle città; lotta e progetto; sabotaggio dei re e meticciato delle differenze: sono alcune delle tensioni generative che attraversano lo spazio politico che abbiamo aperto.

Per farlo, dobbiamo essere in tante e continuare ad ibridarci: nelle discussioni e, soprattutto, nei momenti di intensa attività politica e sociale, che ci attendono nei prossimi mesi.  Dobbiamo rafforzarci reciprocamente nelle piazze, negli scioperi, nella rete, nelle pratiche che si metteranno in campo per fermare i progetti di remigrazione e contrastare gli anti-antifa, cioè i fa.

A Genova, intanto, questo spazio ha già cominciato a prendere corpo. Con noi c’erano le parole del confederalismo democratico; la rivoluzione dei fenicotteri, i Minnesota 15, le compagne della diaspora iraniana, chi resiste e cerca di sabotare in ogni modo il colonialismo israeliano, il genocidio ed ogni forma di aggressione coloniale. C’era chi subisce, nei territori, le pratiche di repressione e, nonostante questo, continua a lottare per i diritti e la giustizia sociale. C’erano realtà di fabbrica e luoghi di lavoro in lotta contro le crisi industriali e il potere delle multinazionali. C’erano le voci di chi si sta coordinando per riportare nei movimenti la nostra Europa, quella che ancora non c’è. Perché quella che esiste oggi è solo violenza dei confini e business delle armi: un’Europa delle nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie che, nei prossimi dieci mesi, siamo chiamati a sconfiggere.

A rendere concreto questo passaggio sono state oltre 400 persone; centinaia di realtà e organizzazioni, una pluralità di interventi e 10 gruppi di lavoro. Non numeri da esibire, ma la materia viva di un processo che ha provato a tenere insieme ascolto, confronto ed elaborazione collettiva.

Ai gruppi è stato affidato un compito difficile: non limitarsi alla denuncia del presente, ma trasformare analisi, esperienze e conflitti in proposte, priorità e pratiche comuni. Affiancare, cioè, alla critica dell’autoritarismo, del regime di guerra e dell’Europa dei confini un piano programmatico capace di indicare ciò che vogliamo costruire e gli strumenti necessari per farlo. A breve pubblicheremo sul nostro sito i resoconti dei dieci gruppi di lavoro, perché il confronto avviato a Genova possa proseguire, allargarsi e tradursi in azione

Mobilitazioni, scioperi, iniziative politiche, convegni ed eventi non saranno appuntamenti isolati ma parti di un percorso comune. Perché oggi, come venticinque anni fa, un altro mondo non è soltanto possibile: è necessario e spetta a noi costruirlo.

  • Da settembre: carovana per il diritto all’abitare, contro la rendita immobiliare;
  • Ad ottobre: mobilitazione nazionale a Castelvolturno contro la costruzione del CPR presso “La Piana” e la detenzione amministrativa. Per la libertà di movimento e i diritti di tutte e tutti;
  • 1-3 ottobre, Roma: Mobilitazione per il diritto all’acqua e l’accesso alle risorse idriche;
  • 16 ottobre:  Sciopero per la giustizia climatica e sociale;
  • 14 e 15 novembre, Bologna: Europe Beyond The West, un meeting europeo di attivist* No Kings.
  • 14 novembre: Climate pride, durante le mobilitazioni internazionali per il clima – COP31.
  • 5 e 6 dicembre, Padova: Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale.

Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza. 

L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire dagli appuntamenti lanciati nel a mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre, lo sciopero studentesco il 20 Novembre, la manifestazione di Non una di meno nei fine settimana intorno al 25 Novembre. 

Ma prima di tutto questo, ci ritroveremo il 4 ottobre per la prossima assemblea No Kings: il nostro laboratorio permanente di democrazia e conflitto, dentro il tempo della guerra civile globale permanente.

Costruire un altro mondo significa impedire che siano sempre le stesse persone a essere costrette a dare tutto. Per farlo, ciascuna e ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità di dare qualcosa.

Venticinque anni dopo, brucia ancora.

A Carlo Giuliani, ad Abderrahim Fakir e a tutte le vite spezzate dalla violenza del potere.

No Kings – let’s make radical democracy

Tutti i materiali e i video dell’assemblea si possono consultare all’indirizzo: report-assemblea-nazionale-genova. Di seguito pubblichiamo il video dell’intervento di Fabio Cerulli per l’area “Radici del sindacato in Cgil”:

 

Problemi con Spotify su Android: app bloccata o lenta? Non sei solo

5 Agosto 2026 ore 12:01
Problemi con Spotify su Android: app bloccata o lenta? Non sei solo

Stai riscontrando fastidiosi problemi con Spotify su Android? L'app si blocca, la musica si interrompe o l'interfaccia è diventata lenta? Se hai risposto di sì, sappi che non dipende dal tuo smartphone. Sei in ottima compagnia: un bug sta colpendo un numero sempre maggiore di utenti in tutto il mondo. Infatti il problema è così diffuso che la stessa Spotify ne è perfettamente a conoscenza.

Analizziamo insieme i sintomi più comuni, le possibili cause e cosa puoi fare in attesa di una soluzione ufficiale.

I sintomi del bug: riconosci il problema?

I malfunzionamenti segnalati dagli utenti sono chiari e, con ogni probabilità, ti suoneranno familiari. Molti lamentano un'esperienza d'uso peggiorata in modo progressivo, che ha trasformato un'app un tempo fluida in una fonte di frustrazione.

Ecco i problemi con Spotify su Android più comuni:

  • Caricamenti infiniti: l'app impiega molto più tempo del solito ad avviarsi o a caricare contenuti.
  • Interfaccia bloccata: navigare tra i menu diventa un'impresa, con l'app che smette di rispondere ai comandi per alcuni secondi.
  • Interruzione della riproduzione in background: forse il problema più irritante.

La musica si ferma senza un motivo apparente, costringendoti a riaprire l'applicazione per farla ripartire. Purtroppo non è neanche la prima volta che gli utenti riscontrano difficoltà nell'utilizzare l'app. Se ti ritrovi in questa descrizione, continua a leggere per capire perché sta succedendo.

Non è colpa del tuo telefono ma sono problemi di Spotify su Android

Il primo istinto è spesso quello di dare la colpa al proprio dispositivo. In questo caso, però, non è così. I problemi colpiscono una vasta gamma di smartphone, dai top di gamma più recenti ai modelli di fascia media più datati.

Il disagio è così esteso che Spotify ha aperto un thread ufficiale sulla sua community per raccogliere le segnalazioni, confermando che la causa risiede nel codice dell'applicazione. Curiosamente, gli utenti iOS e PC sembrano riscontrare queste difficoltà in forma minore.

Quali sono le cause dei problemi di Spotify su Android?

Sebbene manchi una comunicazione ufficiale sulle cause tecniche, l'ipotesi più accreditata è che l'app sia diventata troppo pesante.

Negli ultimi anni, Spotify ha integrato numerose funzionalità: podcast, audiolibri, nuove interfacce e molto altro. Quando si stratificano nuove funzioni senza un'adeguata ottimizzazione del codice, il risultato è un'applicazione che richiede sempre più risorse. La gestione della memoria del client Android sembra essere il punto debole, causando i rallentamenti e i blocchi che molti utenti stanno sperimentando.

Soluzioni temporanee: cosa puoi provare subito

Nell'attesa di un fix ufficiale per i problemi di Spotify su Android, le soluzioni classiche possono offrire un sollievo momentaneo.

Puoi provare a:

  • Svuotare la cache dell'app dalle impostazioni del telefono.
  • Disinstallare e reinstallare completamente l'app di Spotify.

Diversi utenti hanno confermato che queste procedure aiutano, ma l'effetto è purtroppo temporaneo. Infatti dopo poche ore o qualche giorno di utilizzo, i problemi tendono a ripresentarsi.

Perché queste soluzioni non sono definitive?

La risposta è semplice: queste azioni agiscono sul tuo dispositivo, ma non correggono il problema alla radice, che risiede nel software di Spotify. È come svuotare l'acqua da una barca con una falla: un aiuto momentaneo che non risolve la perdita. La soluzione vera e propria può arrivare solo dagli sviluppatori dell'app con un aggiornamento mirato.

Cosa aspettarsi per risolvere i problemi di Spotify su Android

Qui arriviamo alla nota dolente. Nonostante il problema sia noto e ufficialmente riconosciuto, Spotify non ha ancora fornito una tempistica per il rilascio di un aggiornamento risolutivo. Al momento l'azienda sta raccogliendo feedback, ma tutto tace su una possibile data di rilascio di un patch.

In un mercato competitivo con alternative come YouTube Music e Apple Music, un'esperienza utente scadente è un rischio che Spotify non ci si può permettere a lungo. La speranza è che la pressione della community spinga l'azienda ad agire in fretta.

Per ora, non resta che armarsi di pazienza.

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