Nel silenzio dei media italiani, lo scorso 14 giugno qualcosa di importante è successo a Bruxelles. Per la prima volta dopo diversi anni, una manifestazione internazionale ha percorso le strade della capitale europea, verso le sedi istituzionali dell’Unione per gridare forte l’opposizione delle lavoratrici e dei lavoratori ai progetti di massiccio riarmo dell’UE e della NATO.
La manifestazione è stata promossa dalla rete di organizzazioni belghe Stop Militarisation e dalla campagna internazionale Stop Rearm EU, a cui abbiamo aderito fin da subito e che proviamo a far vivere anche in Italia (a giugno dell’anno scorso la grande manifestazione a Roma) e nella convergenza su scala mondiale dei movimenti No Kings.
Lo slogan che sintetizza la piattaforma: “Welfare, not warfare!” (Stato sociale e non di guerra) chiede il dirottamento delle spese militari in spese sociali, mentre come è noto la commissione europea ha programmato 800 miliardi di euro di aumento delle spese per la difesa entro il 2030, consentendo lo sforamento dei vincoli del patto di stabilità per le spese militari (già 17 Paesi hanno attivato la clausola di salvaguardia) e attivando il fondo SAFE per gli Stati membri, tra cui l’Italia, mentre continua a praticare una rigida austerità economica che comprime le spese per i servizi pubblici essenziali, sanità e istruzione in testa. A questi aumenti vanno aggiunti gli impegni di spesa dei Paesi NATO, che si sono impegnati per un aumento delle spese militari fino al 5% dell’intero reddito nazionale entro il 2035, dopo aver già aumentato nel 2025 tali spese fino al 2% del PIL in ben 13 Paesi europei, tra cui l’Italia.
Alla manifestazione hanno partecipato circa dodicimila attiviste e attivisti provenienti da tutta l’Europa, che non è male per una domenica in una città con appena 180mila residenti. Il corteo è partito dalla Gare du Nord dietro lo striscione di Stop Rearm EU per raggiungere il quartiere europeo, animato da slogan e canti in diverse lingue, dai colori delle bandiere rosse, viola, verdi e arcobaleno, dalla creatività dei movimenti giovanili. Ovviamente tante e tanti venivano dal Belgio, ma c’erano presenze significative dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Romania, dalla Germania con le/i giovani impegnate/i nella campagna contro la reintroduzione della leva militare, ecc. Dall’Italia erano presenti delegazioni delle organizzazioni aderenti a Stop Rearm: Rifondazione comunista, Cgil, Rete della Conoscenza, Anpi, Arci e ovviamente la nostra piccola delegazione di Sinistra Anticapitalista composta da compagni di Roma e Trieste. Certo si poteva fare di meglio per propagandare e costruire la partecipazione dall’Italia, ma la partecipazione italiana è stata molto apprezzata e visibile, tanto che tutto il corteo, avvicinandosi a palazzo Berlaymont, sede della commissione, ha intonato: “siamo tutti antifascisti!”.
Non ci nascondiamo alcune contraddizioni che purtroppo persistono tra le organizzazioni della sinistra radicale in Europa e che si sono mostrate anche nella manifestazione internazionale di Bruxelles. Se condividiamo la solidarietà ai popoli oppressi dall’imperialismo USA e Nato, compreso il popolo iraniano, doppiamente vittima dell’oppressione interna del regime degli Ayatollah e dell’attacco di Israele e USA, questo non può giustificare l’esposizione di alcune bandiere della Repubblica islamica, che per tante donne e uomini in Iran significa brutale repressione. Così come la solidarietà ai popoli aggrediti dall’imperialismo e il loro diritto alla resistenza va sostenuto in tutti i casi, compreso il popolo ucraino che è vittima ancora oggi di una guerra imperialista scatenata dal regime di Putin nel 2022. Il fatto di non riconoscere e denunciare con forza le responsabilità dell’imperialismo russo non rende più credibile la mobilitazione contro il riarmo e la guerra in Europa.
Al termine della manifestazione si è tenuta un’assemblea internazionale, finalmente in presenza, a cui hanno partecipato un centinaio di delegati delle organizzazioni politiche e sindacali presenti in piazza. Si è deciso di dare continuità alla mobilitazione contro il riarmo in Europa con iniziative che sono state messe in cantiere per l’autunno: una manifestazione a Roma in ottobre e una giornata internazionale contro la leva militare a novembre. A luglio si terrà una nuova riunione internazionale online di Stop Rearm EU.
L’istanza del pubblico ministero di Torino con la quale si chiede al giudice di sollevare questione di legittimità alla Corte costituzionale sulla norma che considera reato il blocco stradale costituisce un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario.
La pm solleva pesanti e argomentati dubbi sulla legittimità di una delle norme centrali di quel decreto sicurezza (uno dei tanti) che ha cominciato ad edificare tale regime. Le norme della Costituzione richiamate nell’istanza, l’articolo 17 sul diritto di riunione e l’articolo 40 sul diritto di sciopero, presidiano l’espressione del diritto alla protesta: il blocco stradale ne costituisce una forma, tutelando il conflitto, elemento coessenziale alla democrazia. In questo senso, è rilevante che il rinvio alla Corte non verta solo su ragionevolezza e proporzionalità (anch’esse giustamente richiamate nell’istanza), ma sottolinei la violazione dei diritti di riunione e di sciopero. Manifestare è un diritto, non un reato.
Il processo in corso a Torino, quindi, testimonia come, accanto al dato simbolico di colpire con il disvalore del diritto penale l’espressione del pensiero e il dissenso, la norma eserciti concreti effetti repressivi e, a cascata, deterrenti e dissuasivi. Un’intimidazione istituzionale rispetto all’esercizio dei diritti costituzionali; la stessa, che, per altra via, quella dell’amministrativizzazione, persegue l’ultimo, ennesimo, decreto sicurezza, ormai anch’esso convertito in legge (numero 54 del 2026), laddove utilizza il potere del denaro (le multe) per dissuadere (… minacciare) rispetto all’esercizio di diritti costituzionali (punendo promotori, deviazioni del percorso, non meglio specificati turbamenti delle forze dell’ordine).
Recentissima è la notizia delle denunce nei confronti di 54 attivisti per la Palestina a Pisa, in concorso con centinaia di altri: è chiara la volontà di neutralizzare e reprimere ogni forma di conflitto. Riesumando, fra l’altro, formule oscure come il «concorso morale».
Nell’istanza della pm torinese tutto si tiene, anche il richiamo alla violazione dell’articolo 77 della Costituzione per mancanza dei presupposti di necessità e urgenza del decreto legge, che, come da costante giurisprudenza costituzionale, non è sanata dalla conversione in legge. In questo caso poi abbiamo assistito alla patente violazione del requisito dell’urgenza, trattandosi di norme che erano state originariamente previste in un disegno di legge. Strappate al controllo del parlamento, anche con il ricorso – altra costante – al voto di fiducia. L’abuso del governo ai danni del parlamento costituisce un altro asse – la verticalizzazione del potere – del disegno autoritario.
L’applicazione dei decreti sicurezza sui territori, non uniforme, ma diffusa, restituisce il quadro di una repressione crescente e aggressiva, che distorce una presunta legalità in sterilizzazione della democrazia. Una legalità illegittima. Occorre attivare tutte le garanzie, gli anticorpi, sociali e istituzionali, per impedire che svuoti la democrazia.
Le compagne e i compagni di Potere al Popolo lanciano con l’assemblea nazionale del 14 giugno a Roma un progetto ambizioso, “Un campo politico indipendente/Cambiamo tutto”, una sfida non solo e tanto alle forze della classe dominante, ma alle organizzazioni della sinistra radicale.
Proprio perché prendiamo sul serio quanto proposto, avanzeremo un ragionamento critico assai articolato.
Il disegno di Potere al popolo ha una valenza politica ed elettorale, ma rimanda anche esplicitamente a un progetto strategico e programmatico, puntando sulle dinamiche positive del movimento di massa che si è espresso nell’ultimo anno sulla Palestina e sulle prime crepe che il blocco sociale e la coalizione governativa delle forze della destra e dell’estrema destra hanno mostrato. Più concretamente scommette sul fatto che la combinazione tra condizioni oggettive e quanto hanno fatto nei movimenti attraverso le loro strutture di riferimento, a partire dall’USB, permetta loro una credibilità politica tale da produrre un salto qualitativo nella loro dimensione politica ed organizzativa.
Non dimentichiamoci che fin dal suo sorgere Potere al Popolo si è posto come soggetto ex novo, che nulla voleva a che vedere con le vecchie forze dell’estrema sinistra: il “cambiamo tutto” non solo rispetto agli assetti sociali, ma anche alle stesse strutture delle sinistre “alternative”.
Condivisioni e criticità
Diciamo subito che ci sono significativi punti di condivisione con le rivendicazioni sociali e politiche che il testo propone nei 7 punti conclusivi, rivendicazioni essenziali per costruire in questa fase resistenza ed opposizione al sistema capitalista e alle politiche liberiste dei governi e che, secondo noi, dovrebbero essere alla base di una forte unità d’azione delle formazioni politiche, sociali e sindacali della sinistra radicale.
E’ positivo che Potere al Popolo riaffermi non solo la centralità della classe lavoratrice nello scontro politico e sociale, ma anche la finalità del movimento di classe da costruire, cioè la riproposizione di una società socialista (noi pensiamo che oggi sia meglio definirla ecosocialista per ovvie ragioni), progetto strategico e programmatico fondamentale per opporsi alla barbarie del capitale.
Poi però cominciano le nostre criticità sulle posizioni di questa formazione politica, a partire dalle forzature settarie e autoaffermative, (caratteristiche di una certa corrente del movimento comunista storico), da alcuni aspetti dell’analisi politica (nel testo la questione del fascismo e l’affermarsi dell’estrema destra appare secondario) e dalle scelte politiche che ne derivano, infine e soprattutto dalle radici programmatiche su cui si basa la concezione stessa del socialismo. Su questo nodo strategico, quel che è significativo non è tanto quanto scritto nell’appello quanto quello che manca, (ma che è invece ben presente nei loro riferimenti politici quotidiani): semplicemente non si fanno i conti con la storia, con quella, in particolare, del movimento operaio, del movimento comunista internazionale e delle formazioni statali postcapitaliste sorte nel ‘900e crollate a partire dall’89, cioè con quelle involuzioni burocratiche stataliste espresse nella sua forma più alta e oppressiva dallo stalinismo. Non si può parlare oggi di socialismo senza esprimersi sulle società del ‘900 etichettate come socialiste.
I rapporti di forza e il movimento di classe
Partiamo dalla valutazione dei rapporti di forza tra le classi e del ruolo dei partiti.
Non c’è dubbio che le forze del centro sinistra e quelle del centro destra, (oggi destre e destre estreme) hanno garantito le politiche di fondo liberiste della borghesia e del sistema capitalista (il testo le chiama amministratori del condominio), e che la gestione di queste politiche impopolari crea prima o poi logoramento di consenso anche per un governo come quello Meloni sulla cresta dell’onda per molti anni e che a monte di questa situazione ci sia una crisi di fondo del sistema capitalista. Questo è l’ABC.
La domanda è: c’è già una dimensione di massa e di lotta di opposizione al governo delle destre?
Le grandi manifestazioni dell’autunno contro il genocidio, si sono già evolute in una più generale ripulsa del governo? Il rifiuto delle scelte del riarmo con le loro ricadute sulle condizioni di vita ha già prodotto una forte coscienza di massa capace di collegare cause ed effetti?
Siamo già al superamento significativo di un paese incattivito?
Per rispondere a queste domande bisogna avere un giudizio lucido sulla dimensione del movimento dell’autunno. Le manifestazioni di massa sono state enormi, ma il paese non è stato bloccato; le lavoratrici e i lavoratori sono scesi numerosissimi in piazza insieme ai giovani e agli studenti, ma lo sciopero nei luoghi di lavoro è stato contenuto, le attività produttive non si sono fermate. Le contrattazioni sindacali continuano ad essere difficili se non perdenti, non solo per il collaborazionismo delle direzioni sindacali, ma per le obiettive difficoltà della classe, certo prodotte anche dalle scelte dei loro dirigenti, ma diventate elemento obiettivo di incertezza e demoralizzazione in ampi settori di massa, molte volte precarizzati e ricattati. Questa è la dura dialettica dello scontro di classe.
E’ in questo contesto che la forza e la crescita dell’estreme destre, favorito per altro da un ambiente internazionale che le sta portando in alto in tanti paesi e segnatamente in Europa, non si è esaurita tanto è vero che assistiamo con Vannacci allo spostamento sempre più estremo di alcuni loro settori. La strada per tagliare l’erba sotto i loro piedi è ancora piuttosto complicata e sarebbe bene non fare troppi errori. Il governo ha reagito alle lotte autunnali e alla sconfitta referendaria rilanciando i suoi contenuti politici autoritari. La sconfitta delle destre e la cacciata del governo Meloni resta un compito centrale ed ineludibile della lotta del movimento di massa
Scrive Potere al Popolo nel proporre un campo popolare indipendente: “Tramutare questa rabbia, questo rifiuto in un progetto trasformativo è un’operazione eminentemente politica. Che non è sinonimo di elettorale. Anzi: il presupposto è la costruzione di un campo popolare che sappia agire sul terreno politico, su quello economico, su quello culturale, mediatico e ideologico.”
Poco più oltre però l’indipendenza elettorale viene assunta come indispensabile ed è evidente che l’assemblea del 14 ha come finalità primaria questo obiettivo.
Si aggiunge poi “Per indipendenza intendiamo una capacità autonoma della classe di organizzarsi su tutti i fronti del conflitto; un impegno che si snodi dal versante sociale e sindacale a quello politico fino a quello culturale, mediatico e ideologico, con l’obiettivo di ricostruire quella sedimentazione articolata delle forze che puntano a essere sì un efficace argine di resistenza, ma soprattutto di prospettiva di offensiva politica…L’obiettivo è riconquistare la coscienza della necessità della funzione storica e del protagonismo collettivo della classe lavoratrice tutta”.
OK. Affermazioni condivisibili che però presuppongono una capacità di costruire le resistenze alle politiche del capitale che sono quelle economiche, ma anche quelle sociali e politiche, compreso il ruolo delle ideologie e delle formazioni fasciste, che sono parti integranti degli strumenti della classe borghese. La lotta e la sconfitta delle forze fasciste, di cui pure in un generico passaggio si riconosce la capacità di avere influenza di massa, è oggi elemento costituente della lotta anticapitalista e antimperialista, come anche significativamente è stato riaffermato nel recente Forum mondiale di Porto Alegre in Brasile.
Di questa duplicità e complessità per costruire una alternativa non c’è traccia nelle proposte di Potere al Popolo. Per non parlare della considerazione banale che non tutti i governi borghesi sono eguali ed egualmente repressivi delle forze del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori; queste e questi devono combattere tutti, e sottolineo tutti, i governi borghesi, ma le tattiche per farlo possono essere inevitabilmente articolate. E’proprio la crisi profonda del sistema borghese che dovrebbe metterci in guardia dal ripetere gli errori compiuti con le disastrose politiche del terzo periodo dell’internazionale staliniana (anni 30 del secolo scorso), doppiata poco dopo da una ulteriore svolta negativa di alleanza politica tout court con le forze borghesi. Più che mai gli spazi democratici vanno difesi collocandoli in un progetto di superamento del capitalismo.
Contro il fascismo non possiamo fare a meno della costruzione di un fronte unico di classe che sappia realmente vincere questa battaglia decisiva.
Indipendenza
Pongono alcuni interrogativi due successivi passaggi:
“Indipendenza è prima di tutto il rifiuto del dogma atlantista” Il rigetto della Nato è un punto programmatico di fondo, ma l’indipendenza di classe è in primo luogo il rigetto del sistema capitalista e di tutti gli imperialismi. Dietro questa formula del testo fa capolino, l’approccio non solo geopolitico, ma più o meno apertamente “campista” di Potere al Popolo.
Successivamente: “Opporsi all’Unione Europea e alla sua architettura politica, finanziaria, giuridica, economica e militare è un compito politico fondante per aprire a tutti i popoli del nostro continente, dal Portogallo agli Urali, una prospettiva di Pace, di difesa del progresso sociale e lo sviluppo di nuove forme di cooperazione paritaria e di interscambio internazionale.”
Che vada smantellata la architettura finanziaria, giuridica, ecc. dell’Unione Europea capitalista è questione di fondo, ma perché non prospettare in alternativa una Europa delle lavoratrici e dei lavoratori, socialista e democratica, introducendo invece una vaga formula democraticista e generica, assai ambigua? La prospettiva non doveva essere quella del socialismo?
“Per un sindacato indipendente e conflittuale” è il titolo di un capitolo fondamentale del testo.
Condividiamo questa affermazione e tanto più il passaggio successivo “la retorica sulla scomparsa della classe operaia, dell’impresa come motore della società e del privato come elemento dinamico e di progresso sta disvelando tutto il suo carattere regressivo ed antisociale”.
Non condividiamo invece le conclusioni che si traggono a partire da una distorta valutazione delle mobilitazioni dell’autunno 2025. “Esistono, dunque, le condizioni per rilanciare un progetto sindacale generale, confederale e di classe contando sulle nostre forze……ciò è possibile solo se si rompe definitivamente con le centrali sindacali che da decenni predicano moderatismo e praticano consociativismo e con chi continua, sterilmente, a praticare entrismo nella CGIL.”
In questo passaggio emerge sia una impostazione settaria, sia una incomprensione di fondo sulla organizzazione e sulla complessità della classe lavoratrice e del suo bisogno di unità, nonché della indispensabile ricerca delle forme di autoorganizzazione della stessa. Sarebbe stata buona cosa dire che si punta il più rapidamente possibile a un processo unitario dei sindacati di base come minimo punto di partenza. Invece proprio nel mese di maggio abbiamo assistito a due giornate di “sciopero generale”, si fa per dire, separate tra USB da una parte e gli altri sindacati di base dall’altra. E non hanno fatto “tremare il governo” e tanto meno hanno “bloccato tutto”. E oggi, alla vigilia delle manifestazioni reazionarie e fasciste di Pro Vita e della cosiddetta Remigrazione a Roma, sembra proporsi una manifestazione separata da quella di tutte le altre forze sociali e sindacali antifasciste.
Si fa una enorme confusione tra la possibilità ed anche l’utilità di avviare un processo indipendente e radicale di sindacalismo conflittuale rispetto alle burocrazie sindacali conservatrici (per altro diversificate qualche volte tra loro) e nello stesso tempo avere sempre ben presente nelle scelte e nella tattica la capacità di coinvolgere e di incidere sulle organizzazioni sindacali storiche, in un progetto di unità di classe. L’approccio di sola denuncia che viene praticato da decenni, non sembra aver dato i risultati auspicati e desiderati. Nessuno ha in mano le carte vincenti, ma proprio perché la ricomposizione e la costruzione di un sindacato di classe di massa è questione dirimente per il futuro della classe operaia, occorre avere non solo una certa prudenza, ma anche una disponibilità a ricercare tutti gli strumenti utili possibili e tutti i passaggi unitari. Non dimenticandosi che l’unità della classe non è solo un sindacato di massa e di lotta, ma anche l’autoorganizzazione della classe in quanto tale nelle vecchie e nuove forme che saprà darsi.
La questione del socialismo
Verso il socialismo è un capitolo fondamentale del testo; dopo aver elencato tutti i mali del capitalismo si afferma: “Del resto il potente sviluppo delle forze produttive e le possibili nuove soglie della cooperazione umana e sociale permetterebbero di vivere meglio e consentirebbero uno sviluppo finalizzato non al profitto ma orientato alla qualità delle relazioni economiche e sociali di tutta la specie umana e di questa con la natura. Mai come oggi si è allargata la distanza tra la società che potremmo costruire grazie alle forze produttive in campo e quella in cui siamo costretti a vivere a causa degli attuali rapporti di potere.” Condividiamo a fondo queste affermazioni che rieccheggiano alcune formulazioni della Quarta Internazionale.
Si aggiunge poi: Ci percepiamo ed agiamo come parte di un movimento verso e per il Socialismo che, con caratteristiche e percorsi diversificati, in ogni parte del mondo segnala la urgente necessità di superare in avanti gli odiosi rapporti sociali vigenti”.
Abbiamo già detto che è difficile parlare di socialismo oggi senza avere un giudizio sulla storia del ‘900. Il testo è volutamente ambiguo in tutti i passaggi che rimandano al futuro. Va da se che ci saranno percorsi diversificati, ma in questa categoria rientra anche la Cina “comunista” o il Madurismo? E quando si parla dei valori presuntamente universali dell’Occidente ci si riferisce solo alla odiosa propaganda degli ideologhi della borghesia? Non sarebbe bene anche specificare e valorizzare le grandi esperienze democratiche, rivoluzionarie, le esperienze dei consigli di fabbrica, dei comitati dal basso, delle lotte femministe e transfemministe, delle lotte per i diritti universali delle donne e degli uomini, esperienze che per altro sono stati presenti in tutte le parti del mondo, comprese l’America latina, l’Asia e l’Africa, cioè a tutte le esperienze di autoorganizzazione delle classi subalterne, strumenti fondamentali per progettare una società democratica e socialista?
E non sarebbe bene chiarire, per evitare che qualcuno pensi che ci si schiera più o meno con un imperialismo o con qualche potenza capitalista contro altre e che qualsiasi regime possa andare bene purché non sia quello americano, per evitare cioè una vanificazione di un reale progetto socialista, anzi ecosocialista, affermare con forza che il nostro progetto è totalmente internazionalista, a fianco di tutte le classi oppresse, delle loro lotte per i diritti economici, sociali e democratici, contro le loro classi dominanti?
Senza queste precisazioni il dubbio che Potere al Popolo sia, come per altro la maggior parte della sinistra radicale italiana, e come appare in tante formulazioni politiche, semplicemente “campista”, resta molto forte.
Costruire l’unità della classe nei movimenti sociali per battere le destre e combattere il capitale
Per le ragioni esposte non parteciperemo all’assemblea nazionale del 14 giugno, e il giorno prima saremo nella piazza unitaria insieme alle tante organizzazioni e movimenti che hanno organizzato la contromanifestazione al Colosseo per fermare le forse fasciste della remigrazione e dei provita. Continueremo a collaborare con i compagni e le compagne di Potere al Popolo e dell’USB nelle lotte sociali che però vanno condotte in modo unitario e leale verso i movimenti, senza sovradeterminazioni politiciste ed elettoraliste.
Allo stesso modo ci pare fuorviante la proposta che la maggioranza di Rifondazione ha avanzato vero il campo largo del centro sinistra, che rischia di portare ad una integrazione di quella forza politica, come già è stato per Alleanza Verdi e Sinistra, in un campo politico borghese, responsabile di aver contribuito a creare le condizioni di frammentazione sociale, che hanno favorito l’ascesa delle estreme destre. La necessità di combattere le destre anche sul terreno elettorale non può portare a candidarsi a governare con le forze della borghesia “progressista”, entrando nella coalizione del campo largo.
In primo luogo le forze della sinistra di classe dovrebbero mettere in discussione il principio maggioritario, alla base sia della legge elettorale attualmente in vigore, che della proposta delle destre in discussione in questi giorni in Parlamento. Entrambi i sistemi comprimono la rappresentatività delle opzioni politiche in particolare delle forze antisistema, costringendo ad alleanze in grandi coalizioni per poter accedere ai premi di maggioranza o conquistare i seggi uninominali e imponendo sbarramenti che alzano la soglia di accesso al Parlamento. Le istituzioni repubblicane, per come funzionano oggi, sono funzionali agli interessi di oppressione e di sfruttamento della classe dominante. In queste condizioni, e con la necessità di non consentire alle destre di guadagnare nuovamente la maggioranza parlamentare, la strada elettorale è difficilmente praticabile per una sinistra di classe indipendente, se non dopo aver riconquistato posizioni di radicamento ed una forza sociale che possa far emergere un’opzione politica radicale e alternativa alle destre e alla borghesia.
Per questo pensiamo che la nostra priorità in questa fase storica sia l’intervento nei movimenti sociali, la loro politicizzazione e radicalizzazione, la convergenza dei movimenti su obiettivi comuni e contro il governo delle destre, ciascuno a partire dalla propria specificità ma con una visione del mondo comune, la costruzione quindi di un programma politico ecosocialista che raccolga le istanze dei movimenti. Facciamo quindi appello all’unità nelle lotte e alla costruzione di un forum permanente, sul modello di Genova 2001, ma anche dei No Kings nel mondo di oggi, tra le forze politiche e sociali della sinistra radicale e di classe.
Sinistra Anticapitalista sostiene la campagna “1% Equo” per una “Imposta sui grandi patrimoni” e per una legge di iniziativa popolare per ottenere questa misura minimale di giustizia ed equità fiscale.
Oggi in Italia le enormi ricchezze, con il 5% delle famiglie italiane che possiede il 50% della ricchezza, sono determinate da almeno tre fattori:
sono frutto dello sfruttamento e dell’ipersfruttamento del lavoro altrui, con enormi profitti e salari da fame che chiedono fatica e precarietà a chi lavora ma non offrono in cambio un’esistenza libera e dignitosa;
sono frutto di rendite parassitarie che consentono ai soldi di generare altri soldi senza fare nulla di utile alla società, salvo togliere risorse alle classi popolari;
sono conseguenza di redditi non tassati, liberi di evadere, di occultarsi, di fruire di incentivi alle grandi imprese e alle grandi speculazioni, pagate dalla massa di lavoratori e lavoratrici, pensionate e pensionati a vantaggio dei ceti più ricchi.
Di solito questi tre fattori agiscono insieme e contemporaneamente, determinando un’ingiustizia clamorosa, un furto sistematico ed uno sfruttamento delle risorse di tutte e tutti a vantaggio di pochi.
Questa campagna per una “Imposta sui grandi patrimoni”, che si propone di tassare il patrimonio eccedente i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) con un’aliquota dell’1% che sale fino al 3,5% per i patrimoni sopra i 20 milioni di euro, è un primo passo limitato per introdurre in Italia meccanismi di maggiore equità. Questa imposta non è una rivoluzione, ma una misura fiscale in grado di creare risorse per un rilancio dei servizi sociali, dalla sanità alla scuola, dalla tutela del territorio alla cultura, dall’assistenza sociale delle persone non autosufficienti ai programmi a favore dell’abitare.
Solo i ricchi ed i ricchissimi, con patrimoni sopra i due milioni e magari perfino plurimiliardari possono essere contrari a questa proposta.
Sono loro i ceti difesi a spada tratta da Meloni e dal suo governo di destra ma anche, da sempre, anche da una parte consistente del centrosinistra.
Quanto a noi – invece –
a tutte e tutti noi
“Noi siamo i milioni del cui lavoro vive l’intera società”.
Rosa Luxemburg, 1914.
Era vero oltre un secolo fa.
Oggi è più vero che mai.
Per firmare la proposta di legge di iniziativa popolare collegarsi al sito: unpercentoequo.it
NO alla marcia della Remigration. NO alla marcia dei “Pro vita”. A fianco del proletariato migrante per l’unità di tutti gli sfruttati, di ogni Paese. A fianco delle donne e del movimento transfemminista e lgbtq+ contro il patriarcato. Il comunicato di Sinistra Anticapitalista
Sabato 13 a Roma si sono dati appuntamento gli accoliti fascio-leghisti-vannacciani della Remigrazione. Si tratta di una campagna ultrareazionaria e razzista, ideologicamente suprematista in contrasto con qualsiasi principio della Costituzione. La campagna – che nasce sulla scia del Trumpismo e sull’esempio dell’impiego assassino e criminale dell’ICE negli Usa – vorrebbe importare in Italia un modello che riproduce una logica funzionale sia alla propaganda ideologica fascista sia ad una non banale necessità del marcescente capitalismo contemporaneo. Da una parte, infatti, i migranti vengono indicati come capro espiatorio del disagio e del peggioramento delle condizioni materiali di vita di settori sempre crescenti di classi lavoratrici e popolari per canalizzare la rabbia verso un settore ancora più debole ed impedire che venga invece indirizzata contro i veri responsabili: governo, padroni e/o speculatori di ogni tipo. Dall’altra c’è l’interesse di una parte non marginale della borghesia nostrana ed europea a deprivare di ogni diritto i e stabilità migranti, rendendoli così docili ad ogni possibilità di sfruttamento a qualsiasi condizione della loro forza lavoro. Il terribile caso di Amendolara, la strage di migranti che non volevano sottostare alle inaccettabili condizioni di lavoro alle quale erano sottoposti, ne è l’esempio più emblematico.
Il sostrato, il collante ideologico che sostiene questa campagna è quello tipicamente fascista. Su questo si sono ritrovati, non a caso, non solo Casapound e Forza Nuova, ma anche e soprattutto Vannacci, pezzi consistenti della Lega e di Fratelli d’Italia.
Come se non bastasse, in quello stesso pomeriggio, sempre a Roma, si raduneranno le associazioni e movimenti Pro vita, per ribadire l’ unicità della famiglia tradizionale ( uomo, donna accudente, prole obbediente), per ribadire che l’ aborto è un omicidio e la necessità di smantellare la legge 194, una manifestazione non meno inquietante e pericolosa. Una ideologia patriarcale pienamente condivisa dal governo Meloni che negli anni ha proposto e approvato interventi legislativi che colpiscono donne, persone Lgbtqia+, giovani, l’ ultimo è di qualche giorno fa introduce il consenso dei genitori per fare educazione affettiva e sessuale nelle scuole.
Dobbiamo respingere queste campagne con tutte le forze disponibili e ricacciare i loro propugnatori da dove vengono.
Lottiamo per l’unità di classe di tutti/e i/le lavoratori/trici sfruttati, italiani e migranti di ogni nazionalità. Contrapponiamo alla remigrazione fascio-razzista il valore della solidarietà di classe, della solidarietà sociale, dell’accoglienza, della costruzione di spazi comuni di organizzazione che favoriscano la lotta contro questo sistema capitalistico che genera guerre e crisi climatiche (dalle quali tanti migranti sono in fuga), oppressione, depredazione dei paesi dipendenti.
Manifestiamo per la libertà di movimento di tutte le persone, per la giustizia sociale e climatica, per i diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+, per una società liberata dal patriarcato e dal capitalismo
Ci associamo alle richieste di divieto dell’oscena manifestazione fascista ed invitiamo tutti e tutte a manifestare sabato 13 alle ore 15:00 con appuntamento al Colosseo
Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo loro. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.
In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.
Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.
Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.
In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.
Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento. Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui.
La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.
La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale. Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.
La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura. Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.
L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.
La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.
E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.
Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato. Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.
La media del calore superficiale fino al 2030 probabilmente supererà l’obiettivo di 1,5 °C.
L’Aggiornamento Climatico Globale Annuale e Decennale viene pubblicato ogni anno dall’World Meteorological Organization (WMO). Fornisce una sintesi delle previsioni climatiche globali annuali e decennali elaborate dalla WMO e da altri centri di ricerca contributori.
L’ultimo rapporto, pubblicato questa settimana, afferma che le temperature medie globali continueranno probabilmente a mantenersi a livelli record o vicini ai record nel quinquennio 2026-2030. Si prevede che la temperatura media globale annua vicino alla superficie per ciascun anno tra il 2026 e il 2030 sarà compresa tra 1,3 °C e 1,9 °C al di sopra della media del periodo preindustriale 1850-1900.
Altre previsioni includono:
È molto probabile (91% di probabilità) che la temperatura media globale vicino alla superficie superi di 1,5 °C i livelli medi del periodo 1850-1900 per almeno un anno tra il 2026 e il 2030. È inoltre probabile (75% di probabilità) che la media del quinquennio 2026-2030 superi anch’essa la soglia di 1,5 °C rispetto alla media del 1850-1900.
È probabile (86% di probabilità) che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 stabilisca un nuovo record annuale di temperatura (l’attuale record è detenuto dal 2024). È invece estremamente improbabile (meno dell’1% di probabilità) che uno qualsiasi dei prossimi cinque anni superi i 2 °C di riscaldamento globale.
La temperatura media prevista per cinque anni nella regione Niño 3.4, rispetto all’insieme dei tropici, indica una tendenza verso condizioni di El Niño, in particolare nel 2027 e nel 2028.
Le temperature nell’Artico durante i prossimi cinque inverni estesi (novembre-marzo) sono previste in media 2,8 °C superiori rispetto al periodo 1991-2020, un’anomalia oltre tre volte e mezzo maggiore rispetto all’anomalia della temperatura media globale nello stesso periodo.
Le previsioni decennali delle temperature superficiali per il periodo 2026-2035 sono simili a quelle dei modelli climatici a lungo termine. Tuttavia, mostrano anomalie più calde rispetto alle proiezioni in alcune aree, tra cui l’Amazzonia, il Nord Africa, la Scandinavia settentrionale e il Mare della Groenlandia.
Le previsioni relative al ghiaccio marino artico per il mese di marzo nel periodo 2026-2035 indicano ulteriori riduzioni della concentrazione di ghiaccio nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Ochotsk.
I modelli di precipitazione previsti per il periodo maggio-settembre 2026-2030 suggeriscono una maggiore probabilità di precipitazioni superiori alla norma nel Sahel, nell’Europa settentrionale, in Alaska e in Siberia, mentre condizioni più secche della media sono attese nell’Amazzonia.
Sono state elaborate previsioni regionali per tutte le regioni della WMO. Ad esempio, gli ultimi inverni nella regione dell’Europa sud-orientale (SEECOF) sono stati insolitamente secchi. Le previsioni indicano che il periodo 2026-2030 avrà probabilmente precipitazioni superiori alla norma anche in quest’area.
Il 2 giugno si celebra l’ottantesimo anniversario della Repubblica, con la consueta parata militare in via dei Fori Imperiali a Roma. Una celebrazione che oggi più che mai mistifica il significato storico di quel Referendum popolare che il 2 giugno del 1946 rovesciò la monarchia, complice del fascismo.
Un primo fattore che ha portato a quel risultato è stato l’esito vittorioso della lotta popolare di Resistenza contro il nazifascismo, che aveva messo fine, il 25 aprile dell’anno precedente, ad un regime antidemocratico, maschilista, razzista e repressivo durato oltre venti anni.
Oggi a festeggiare il 2 giugno saranno figure istituzionali la cui storia politica è in continuità con il fascismo e non solo per ragioni nominalistiche o simboliche, o per i busti di Mussolini ostentati in televisione dal presidente del Senato. Il Governo delle destre guidato da Giorgia Meloni ha promosso negli ultimi quattro anni, con l’introduzione di ben quattro pacchetti “sicurezza”, provvedimenti repressivi delle lotte sociali e sindacali, la compressione dei diritti delle persone migranti, l’emanazione di nuove linee guida per le scuole caratterizzate dal suprematismo occidentale, bianco e cristiano, la legittimazione della violenza degli stupratori con il ddl Buongiorno, ha cercato di limitare l’autonomia e indipendenza della Magistratura (progetto scongiurato ancora una volta grazie ad un referendum popolare) e in queste settimane sta provando ad imporre una riforma della legge elettorale sul modello della legge Acerbo del 1923, introducendo un premio di maggioranza che andrebbe a comprimere ancora più di quanto è stato già fatto la rappresentatività del Parlamento.
Il secondo fattore che nel 1946 probabilmente ha fatto maturare le coscienze in senso antimonarchico è stato il desiderio di pace, dopo anni di coinvolgimento dell’Italia nelle imprese coloniali e nella seconda guerra mondiale.
Oggi la parata militare del 2 giugno risulta ancora più funesta per via dei venti di guerra che spirano nel mondo e del ruolo nefasto che ha assunto l’Italia al fianco dei suoi alleati imperialisti. La guerra in Ucraina, scatenata dall’imperialismo russo, è stata colta al balzo dalle potenze europee e dalla NATO come scusa per giustificare un enorme aumento delle spese militari (aumento che peraltro era già in atto da alcuni anni), mentre da oltre 4 anni si continuano a mietere centinaia di migliaia di vittime. La retorica dell’unione tra i popoli in Europa per costruire la pace e la solidarietà, già traballante per via delle politiche di respingimento sistematico dei migranti, ha presto lasciato il campo alla retorica militarista, alla necessità di comprimere ulteriormente le spese sociali per aumentare quelle per la difesa.
Intanto il governo Meloni si guarda bene dal criticare l’imperialismo del suo alleato negli Stati Uniti, con una presidenza Trump che sta imponendo gli interessi di quel Paese in tutto il mondo in spregio del diritto internazionale e della convivenza pacifica. Si pensi al rapimento di Maduro in Venezuela, alle minacce di annessione della Groenlandia, al blocco economico e alle minacce di invasione di Cuba. L’attacco all’Iran ha scatenato una guerra con conseguenze drammatiche per la popolazione locale, ma con effetti economici per tutta la popolazione mondiale, ivi comprese le classi popolari in Italia che stanno già subendo l’inflazione dovuta all’aumento dei prezzi delle fonti energetiche, in un’economia ancora fortemente dipendente dal petrolio (anzi l’obiettivo già raggiunto dalle destre in Europa è stato quello di rinviare sine die la necessaria transizione energetica alle fonti rinnovabili ed ecocompatibili).
Infine la disumanità dell’imperialismo è evidente in Palestina, dove la prepotenza dello Stato sionista di Israele è arrivata a compiere un genocidio, con il beneplacito delle democrazie occidentali. A chi ha provato ad opporsi all’apartheid e allo sterminio pianificato dei palestinesi provando a rompere il blocco navale e terrestre degli aiuti, vale a dire ai militanti della Global Sumud Flotilla, è stato riservato un trattamento disumano, comprensivo di torture ed umiliazioni, che rimanda a quello ancor più feroce che viene impartito ai Palestinesi. Il Governo italiano, insieme agli europei, ha fatto il gesto di indignarsi contro il video fatto girare dallo stesso ministro Ben-Gvir, ma poi continua a intrattenere relazioni di collaborazione economica e militare con Israele, rendendosi complice di un crimine storico contro l’umanità, paragonabile a quello che il fascismo e il nazismo hanno perpetrato contro gli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel referendum e nelle elezioni dell’Assemblea costituente del 1946 si sono manifestate con forza le istanze di classe delle lavoratrici e dei lavoratori, che esprimendosi contro il fascismo e la monarchia avevano in mente di cacciare i padroni, quelli che sfruttavano operai e contadini, protetti dallo Stato di polizia, dallo sciopero considerato un reato penale, quelli che continuavano tranquilli a vivere nel lusso mentre la popolazione era affamata dalla crisi economica mondiale, dall’autarchia e dalla necessità di finanziare l’apparato bellico.
Oggi il Governo delle destre precetta i lavoratori e le lavoratrici in sciopero, tutela e finanzia in ogni modo i padroni persino nel decreto primo maggio, non fa nulla per far rispettare e rafforzare le norme sulla sicurezza nonostante ci sia una media di tre omicidi sul lavoro al giorno, ha in progetto di introdurre la flat tax, per far pagare ancora meno a chi ha di più, rifiuta ogni idea di tassazione dei grandi patrimoni, realizza l’autonomia differenziata delle Regioni per poter meglio privatizzare i servizi pubblici e per lasciare a loro stesse le Regioni più povere, riforma le scuole asservendo gli istituti tecnici e professionali alle esigenze di avvio precoce al lavoro delle imprese private, rifiuta di introdurre un salario minimo che sia in grado di assicurare a chi lavora un’esistenza libera e dignitosa. Oggi come allora le destre sono al servizio dei padroni, di un capitalismo che non genera più sviluppo e crescita economica, ma che riscopre vecchie modalità di sfruttamento e nuove modalità di devastazione ambientale, che utilizza la ricerca e l’innovazione tecnologica per fini privati e contro il bene comune, che licenzia lavoratrici e lavoratori anziché riconvertire le produzioni dannose e inquinanti, come ha dimostrato la lotta dei lavoratori ex GKN e il loro progetto di fabbrica socialmente integrata.
A ottant’anni di distanza bisogna riconoscere che le istituzioni repubblicane hanno ampiamente tradito le aspirazioni di pace, di libertà e di giustizia sociale che avevano animato le masse in quella stagione. Tocca oggi ad altri raccogliere quelle aspirazioni. Contro le monarchie dei moderni re, i capitalisti che finanziano e fomentano le guerre tra i popoli, il movimento No Kings sta provando a realizzare le convergenze dei movimenti sociali, ambientalisti, democratici, transfemministi, antimilitaristi. Prima e dopo il 2 giugno sono state realizzate e messe in cantiere numerose iniziative contro la guerra e per la giustizia sociale e climatica, a cui Sinistra Anticapitalista sta dando il suo contributo. Anche a livello internazionale nelle prossime settimane ci saranno importanti iniziative. La prima sarà la manifestazione Welfare not Warfare a Bruxelles il 14 giugno, contro i progetti di riarmo dei Paesi della UE, organizzata dalla rete Stop Rearm Europe. Negli stessi giorni, dal 13 al 17 giugno a Ginevra è stato organizzato il controvertice per contestare la riunione del G7 a Evian. Il 4 luglio parteciperemo alla manifestazione contro la NATO a Istanbul, in occasione del vertice imperialista che si svolgerà in Turchia.
Infine ci stiamo preparando ad accogliere i nostri ospiti nazionali e internazionali in occasione della terza edizione dell’Università ecosocialista d’estate: “Intelligenze Anticapitaliste”, in cui discuteremo e approfondiremo le tematiche poste dai movimenti e proveremo ad avanzare le prospettive di lotta dell’autunno per cacciare il governo delle destre e per rafforzare il progetto rivoluzionario di costruzione di una società ecosocialista.