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Il corpo calcolato

1 Giugno 2026 ore 08:44

O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa.

Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa.

Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni, soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.

Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. 
Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no.

Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle raccomandazioni mediche.

È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante. Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro.

L’epidemia di obesità
Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”.

Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali.
Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità” che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food.

In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo più sano, città progettate per le auto, stress cronico.

Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche, le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza sociale.

Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto nei Paesi anglofoni.

Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più escludenti.
All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare. Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso, in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di obesità.

Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora.

Il BMI: che cosa misura davvero
In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.

Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio sistema di valori e significati culturali sul corpo.

L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica in un criterio di salute individuale.
Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare l’impatto reale sulla salute.

La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano del termine.

La costruzione culturale del sapere medico
Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity, grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico.

Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura, controllo e sobrietà.
Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata, mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura, controllo e sobrietà.

Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione, tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso (“gluttonynella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e “adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata della fisicità femminile nera.

Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria “conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta, ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più spesso è una questione di status.

Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo.
Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma estetizzata, levigata e controllata.

Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo, comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una relazione impulsiva con il cibo.

E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale estetico e sociale.

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BallAbile Reiv, il rave che ancora non c’era

29 Maggio 2026 ore 15:59

AA Melegnano, alle porte di Milano, l’inclusione sociale ha trovato una nuova e rivoluzionaria frequenza acustica. La cooperativa sociale Eureka! ha investito trent’anni di risparmi per trasformare una cascina del Cinquecento, Cascina Cappuccina, in un polo socioeducativo all’avanguardia e in un’officina di autonomia. Questo spazio innovativo abbatte le barriere sensoriali e architettoniche, dimostrando che il divertimento e la socialità sono diritti di ogni essere umano.

Il cuore pulsante di questa trasformazione si manifesta in due anime strettamente connesse: da un lato, l’abbattimento dei limiti fisici attraverso la “Cattedrale” del suono, un salone dotato di un sound system immersivo e pannelli fonoassorbenti pensato specificamente per tutelare le persone con neurodivergenze dalle “trappole sensoriali” dei locali commerciali; dall’altro, il superamento dell’assistenzialismo.

Qui, infatti, i ragazzi con neurodivergenze non sono semplici ospiti dei servizi diurni, ma abitanti e cittadini protagonisti: imparano l’indipendenza quotidiana nei Servizi di Formazione all’Autonomia – Sfa, lavorano nei 60mila metri quadrati di orti e serre della cooperativa Eureka Verde e arrivano alla consolle come dj tecnici e trascinanti durante il BallAbile Reiv. Un ecosistema di un welfare a chilometro zero e a energia pulita, capace di unire l’housing sociale per fasce vulnerabili con l’outdoor education, ridefinendo l’idea stessa di divertimento notturno e integrazione nel territorio milanese e lodigiano.

La cattedrale del suono

Uno dei paradossi del divertimento moderno è che spesso, per chi soffre di neurodivergenze, i luoghi della socialità si trasformano in trappole sensoriali. I volumi esasperati e le distorsioni acustiche dei normali locali commerciali possono infatti innescare crisi o profondi malesseri psicofisici. Per disinnescare questo rischio, Eureka! ha messo in campo un investimento di ben 80mila euro per il trattamento acustico della “Cattedrale”, il grande salone della cascina destinato agli eventi.

«Abbiamo installato pannelli fonoassorbenti su tutte le pareti per eliminare le riflessioni sonore contro i muri, quelle distorsioni che costringono ad alzare il volume a livelli dannosi», spiega Guglielmo Prati, musicista, dj e presidente del Circolo Culturale Cascina Cappuccina. Il risultato è un sound system immersivo di nuova concezione che, anche a volumi contenuti, permette alla musica di propagarsi con una qualità purissima e di arrivare dritta al corpo attraverso le vibrazioni fisiche. 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Un’innovazione tecnologica ed etica che “fa respirare” il cervello. Nicolò è un ragazzo con una grave ipoacusia che durante il BallAbile Reiv ha “riempito” la pista: non potendo sentire pienamente con le orecchie, percepiva perfettamente la spazialità della musica attraverso il corpo. «La dimensione della festa è fondamentale per l’essere umano, è il luogo in cui esprimersi con creatività senza la paura del giudizio o del diverso», ricorda la presidente e fondatrice di Eureka!, Eleonora Bortolotti

Dai laboratori alla console: i ragazzi non sono ospiti, sono abitanti

A Cascina Cappuccina l’inclusione rifiuta lo schema della delega e dell’assistenzialismo. I giovani con disabilità intellettiva che frequentano lo Sfa e il Centro diurno non sono semplici utenti passivi, ma cittadini protagonisti. Frequentano la cascina dalle 9 alle 16 per percorsi pluriennali volti a conquistare quei piccoli, enormi pezzi di indipendenza quotidiana: dal sapersi fare la colazione all’imparare a prendere l’autobus da soli, fino al delicato lavoro di distacco emotivo dalle famiglie d’origine. 

Questo percorso passa anche dalla consolle. Molti dei ragazzi ospiti della Casa di Robi – la struttura residenziale dedicata al “Dopo di noi” – hanno infatti seguito un laboratorio esperienziale per dj utilizzando lo stesso impianto professionale destinato agli artisti internazionali. Il risultato? Durante il BallAbile Reiv, a far ballare la folla c’erano proprio loro, talmente tecnici e trascinanti che il Circolo Culturale sta ora pensando di produrli musicalmente. 

L’esperienza di Melegnano: terra, musica e diritti

Il polo di Melegnano dimostra come la cooperazione sociale possa generare un welfare a chilometro zero, capace di tenere insieme la tutela dei minori e il pronto soccorso sociale con la transizione ecologica (la cascina viaggia interamente a energia solare e rinnovabile certificata). I 60mila metri quadrati di frutteti, orti e grandi serre ospitano l’AgriSfa e la cooperativa di inserimento lavorativo Eureka Verde, dove persone con neurodivergenze trovano contratti di qualità nella manutenzione del verde e nella cura degli animali (cavalli, asini e oche), sperimentando il valore terapeutico dell’outdoor education in tutte le stagioni. 

Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è

Eleonora Bortolotti, presidente Eureka!

Allo stesso tempo, gli spazi della cascina diventano un rifugio temporaneo di housing sociale per donne in fuga dalla violenza con i loro figli o per padri separati. Realtà umane diverse, che la sera si mescolano agli abitanti del vicino quartiere popolare Montorfano e ai giovani della movida milanese e lodigiana durante i festival musicali del Circolo. «Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è», conclude la presidente Bortolotti. 

Foto inviate da Eureka!

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Servizio sanitario e liste d’attesa, qualcosa si muove. Ma lentamente

29 Maggio 2026 ore 14:39

Il Servizio sanitario nazionale presenta ancora tante criticità sui tempi di attesa, in aumento rispetto al 2024 e diffuse su tutto il territorio: è quanto emerge dal Rapporto Pit Salute 2026, che Cittadinanzattiva presenterà ufficialmente il prossimo 11 giugno, a cui interverrà anche il Ministro della Salute Schillaci.

In particolare, in quasi due casi su tre i cittadini parlano di tempi lunghi e non rispettosi dei codici di priorità e in più di un terzo di agende chiuse o bloccate.  

Per gli esami diagnostici nel 2025, oltre la metà segnala il mancato rispetto del codice di priorità, e il 40% delle visite specialistiche urgenti non veniva erogata entro i tre giorni stabiliti dalla legge.

«Alla luce di quanto ci raccontano i cittadini, il miglioramento dei tempi di attesa fra primo quadrimestre 2025 e stesso periodo del 2026, reso noto oggi da Agenas nell’ambito della presentazione dell’aggiornamento della piattaforma nazionale sulle liste di attesa, ci sembra un buon segnale, in termini di trasparenza dei dati, e soprattutto di approccio condiviso alla responsabilità sul tema da parte del Governo centrale e delle singole Regio, afferma Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva.

«Sono evidenti tuttavia anche alcune delle questioni essenziali sulle quali è necessario lavorare, affinché la stessa piattaforma risulti davvero uno strumento utile per i cittadini, nonché uno strumento efficace per il superamento delle disuguaglianze territoriali segnalate anche dal direttore dell’Agenzia, Angelo Tanese», osserva Mandorino.

«Innanzitutto, mancano i dati riferiti alle singole Asl, così come sarebbe necessario entrare nel dettaglio –  sia a livello territoriale, che di motivazioni – delle mancate accettazioni del cittadino del primo appuntamento offerto dal CUP».

Ancora, «non ci sono dati sufficienti sui percorsi di garanzia attivati e gestiti, ossia quelli che consentono al cittadino di avere la prestazione nei tempi utili laddove non ci sia posto nel canale pubblico, così come andrebbe integrato il monitoraggio delle visite di controllo, in particolare per i pazienti cronici e fragili».

Fondamentale anche «analizzare il fenomeno delle prescrizioni non prenotate, per comprendere in che misura sia legato a problemi di inaccessibilità dei CUP o al passaggio a canali privati. Tutti indicatori che crediamo sia utile integrare, man mano, nell’aggiornamento periodico della stessa Piattaforma. Diamo in tal senso la nostra disponibilità a lavorare in tale direzione, anche alla luce di quanto i cittadini ci segnalano sul tema»; conclude Mandorino. 

Foto Unsplash

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Azzardo e divorzio: la dipendenza che consuma anche le relazioni

28 Maggio 2026 ore 18:30

Se leggiamo la notizia di una famiglia distrutta perché uno dei due coniugi fa uso di droga, beh, quasi non è nemmeno una notizia. Ovvio che sia così. Se poi scopriamo che i vicini di casa hanno divorziato perché uno dei due è alcolista, ci dispiace, ma non ci stupisce più di tanto. Quante volte invece abbiamo saputo di separazioni causate dall’azzardo?

Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Matrimonialisti Italiani – Ami, con casi simili ci ha a che fare spesso. «Le stime ci dicono che circa il 10% delle coppie si separa per motivi legati all’azzardo». Se si considera che in Italia si separano mediamente circa 87mila coppie l’anno – solo quelle eterosessuali, che rappresentano la quasi totalità delle pratiche seguite dai matrimonialisti -, stiamo parlando di circa 8.700 famiglie ogni anno distrutte dall’azzardo. Si tratta però di una stima: non è mai stata condotta in Italia un’indagine epidemiologica sistematica che incroci i dati su chi gioca in modo problematico o patologico con lo stato civile e le variabili familiari.

I numeri che abbiamo

La correlazione tra gioco d’azzardo patologico e rottura del matrimonio è tra le più solide della letteratura psichiatrica sul gambling. I dati più citati vengono infatti dal Gambling Impact and Behavior Study condotto nel 1999 dal National Opinion Research Center (Norc) per la National Gambling Impact Study Commission statunitense: il tasso di divorzio nel corso della vita è del 18,2% nella popolazione generale, sale al 39,5% tra i giocatori problematici e raggiunge il 53,5% tra i giocatori patologici, quasi tre volte la media. Numeri che erano sostanzialmente validi anche nel 2012.

In Europa uno studio più recente su Bmc Psychiatry (2023), basato sull’intero registro clinico norvegese, ha confermato una prevalenza di separazione e divorzio superiore di circa 5 punti percentuali rispetto ai controlli abbinati per età e genere. Questo non perché i giocatori d’azzardo siano cattivi partner. Piuttosto, perché la dipendenza dal gioco crea sistematicamente condizioni che distruggono le relazioni: inganni finanziari, promesse non mantenute, indisponibilità emotiva, erosione della fiducia. E in oltre la metà delle famiglie colpite, sfocia nella violenza domestica.

A pagare il conto non è solo il coniuge. La letteratura scientifica infatti ha sviluppato il concetto di Affected Others (AOs): ogni giocatore problematico coinvolge negativamente in media dalle 7 alle 8 persone. Tra queste, il partner è la figura più colpita. Inoltre, una studio del 2025 pubblicato su Addiction (Tipping, Wardle, Pryce, Università di Glasgow) ha rilevato un’associazione significativa tra i punteggi di gambling problematico del coniuge e il deterioramento del benessere emotivo e della salute mentale del partner. Uno studio italiano su Frontiers in Psychology (2022, Università di Firenze) ha analizzato i familiari durante il lockdown: il 77% degli Affected Others erano donne, con livelli di paura, stress e ansia superiori persino a quelli dei giocatori stessi.

La livella di Totò

Quello che l’avvocato Gassani rileva con certezza dal proprio osservatorio è che il profilo tipico del giocatore e della giocatrice è quello del ceto medio e medio-basso, e che è trasversale per età, provenienza geografica e orientamento politico. «C’è una livella alla Totò, pazzesca, quando si parla di azzardo. Nord, Sud, Centro, giovani, meno giovani, non c’è alcuna differenza. E la dipendenza non si nutre di casinò e di grandi puntate: si alimenta di gratta e vinci, schedine, giocate da cinque euro al tabaccaio. Quei giochi che apparentemente sembrano più innocenti sono quelli più pericolosi».

Il meccanismo è insidioso anche dal punto di vista della tracciabilità. «Il denaro viene prelevato al bancomat e usato in contanti, invisibile nei rendiconti bancari. Per quattro, sei mesi vai avanti, ti arrangi, poi esce il bubbone». Il partner si accorge quasi sempre del problema quando il danno è già grave: il mutuo non si paga, la retta scolastica nemmeno, il frigo è vuoto. È quasi sempre l’aspetto economico a portare in tribunale: dopo le bugie e la perdita di fiducia, è l’impossibilità di immaginare un futuro insieme a diventare un ostacolo insuperabile. «Puoi perdonare un tradimento, ma quando non ci sono più soldi, soprattutto se ci sono figli, non c’è psicoterapia che tenga».

Sul fronte del genere, «gli uomini sviluppano dipendenza con maggiore frequenza, ma il trend tra le donne è in crescita». E c’è un’asimmetria nella risposta del partner: «Sono le donne a essere particolarmente intolleranti nei confronti del coniuge dipendente». C’è poi un rischio molto frequente che aggrava ulteriormente la situazione. «Per salvare il salvabile si chiedono soldi in prestito. Gli usurai ci marciano, richiedono interessi a strozzo e si crea un meccanismo criminale da cui è molto difficile uscire». Il problema familiare diventa così anche un problema penale: chi gioca alimenta il mercato dell’usura, che è un reato.

Da doppia spirale

Non solo l’azzardo distrugge i matrimoni, ma il divorzio stesso aumenta il rischio di sviluppare un disturbo da gioco. Lo stesso studio longitudinale norvegese su BMC Psychiatry (2023) ha dimostrato che chi ha vissuto un divorzio ha 2,83 probabilità volte in più, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare successivamente un disturbo da gioco. Specularmente, il matrimonio funziona come fattore protettivo: chi è sposato ha probabilità inferiori del 43% di sviluppare una dipendenza da azzardo.

Il legame affettivo stabile, in altre parole, funziona come ancora di prevenzione. Mentre la sua perdita è una vulnerabilità. Si identifica così un meccanismo circolare: l’azzardo distrugge il matrimonio e la rottura del matrimonio può alimentare ulteriormente l’azzardo.

Il profilo legale: quando il giudice addebita il gioco

Sul piano legale, la giurisprudenza italiana ha riconosciuto che il disturbo da gioco d’azzardo, quando compromette i doveri coniugali di assistenza morale e materiale e provoca un danno grave al coniuge o ai figli, in particolare attraverso la dilapidazione del patrimonio comune, può giustificare l’addebito della separazione al coniuge giocatore, purché sia fornita prova del nesso causale. Le conseguenze sono significative: la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e, in caso di divorzio, la perdita dei diritti successori.

L’addebito tuttavia non è automatico: il giudice valuta caso per caso, e anche in caso di addebito, se il coniuge dipendente si trova in stato di bisogno ha diritto al sostentamento minimo, non al mantenimento completo. Il problema pratico, segnalato dagli avvocati matrimonialisti, è che il coniuge giocatore è quasi sempre diventato un nullatenente, rendendo difficile l’esecuzione dei suoi obblighi.

Gassani avanza una proposta concreta: una tessera personale del giocatore, con un tetto massimo di spesa, esaurito il quale non si può più giocare. Una soglia oltre la quale il sistema si blocca automaticamente. «L’azzardo patologico è un problema sociale e a volte, per proteggerlo, bisogna violare principi di libertà individuale». Perché il conto dell’azzardo, alla fine, non lo paga solo chi gioca.

In apertura, fotografia di Samuel Yongbo su Unsplash

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Oltre la ricerca: ecco come cambiare la vita con la sclerosi multipla

28 Maggio 2026 ore 11:11

Superare le profonde disuguaglianze territoriali nell’accesso a cure, riabilitazione, sostegni e percorsi di presa in carico, investendo in modo strutturale su ricerca, servizi, continuità assistenziale, integrazione tra ospedale e territorio e piena applicazione della riforma della disabilità, affinché ogni persona con sclerosi multipla possa partecipare pienamente alla vita sociale, lavorativa e relazionale.

È questo il quadro di priorità che saranno al centro dell’incontro istituzionale alla Camera dei Deputati di oggi in occasione Settimana Nazionale della Sclerosi Multipla e della Giornata Mondiale della sclerosi multipla del 30 maggio. Durante l’incontro l’Associazione italiana sclerosi multipla Aism e la sua Fondazione Fism presenteranno alle istituzioni la nuova Agenda della SM 2030, documento strategico con cui Aism insieme agli stakeholder definisce la propria visione e le priorità di cambiamento per i prossimi cinque anni, e i dati emersi dal Barometro 2026.

«Il punto non è solo potenziare i servizi dove ancora mancano, ma far funzionare in modo coerente e accessibile ciò che oggi è già possibile. Oggi il Terzo Settore non si limita a rappresentare i bisogni: partecipa alla costruzione delle politiche pubbliche e dei modelli di cambiamento» dichiara Francesco Vacca, presidente nazionale Aism, che «porta nei luoghi decisionali sessant’anni di esperienza, i dati del Barometro della SM e le priorità dell’Agenda, contribuendo ogni giorno a trasformare conoscenza e bisogni reali in cambiamenti concreti e agibili. La sfida oggi è passare da un sistema a cui le persone devono adattarsi a un sistema capace di adattarsi alle persone».

L’Agenda 2030

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha fatto passi da gigante. Diagnosi sempre più precoci, efficaci e personalizzate, strumenti avanzati di monitoraggio e l’accesso ai percorsi di cura consentono oggi di rallentare la progressione della malattia posticipando di decenni il raggiungimento di una disabilità grave. Quello che ancora manca è un sistema di servizi integrato perfettamente funzionante e una società realmente inclusiva. L’Agenda SM 2030 definisce priorità e direzioni di cambiamento per migliorare qualità della vita, diritti, partecipazione e presa in carico delle persone con sclerosi multipla e patologie correlate nei prossimi cinque anni, mettendo al centro gli impatti reali sulla vita delle persone.

«L’Agenda 2025 era organizzata con quattro linee di missione che erano le priorità strategiche» spiega Paolo Bandiera, direttore affari generali e relazioni istituzionali. Le quattro linee, erano, infatti: presa in carico e diritti; inclusione e partecipazione; ricerca; comunicazione e competenze della rete Aism. Tutto ciò non sparisce, ma viene ricombinato sotto una nuova ottica ecosistemica. «Nell’Agenda 2030 si vuole superare tale struttura, chiara sul piano teorico ma meno immediata da trasformare in azione concreta per migliorare la qualità di vita delle persone. Si è pensato quindi di andare oltre questa separazione funzionale» e adottare una logica più sistemica. L’Agenda 2030 evidenzia gli impatti, quindi quale futuro si vuole costruire per le persone con SM; poi i cambiamenti, quindi, cosa deve cambiare nei sistemi sanitari, sociali, lavorativi, culturali, e le leve trasformative che li rendono possibili. L’Agenda, poi, è frutto della consultazione e partecipazione allargata a tutti gli stakeholder: per la sua stesura, racconta Bandiera, «abbiamo incontrato i territori, una consultazione che è durata dei mesi durante i quali abbiamo attraversato in lungo e in largo l’Italia». Una partecipazione permanente, in linea con il modello di governance condivisa che Aism promuove e richiede da tempo.

L’Agenda della SM e patologie correlate 2030 si inserisce, inoltre, nel percorso di attuazione della riforma della disabilità e del nuovo modello di Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato, rispetto al quale Aism è impegnata nei tavoli istituzionali nazionali e nei processi di sperimentazione territoriale.

Il Barometro 2026

Il divario ancora profondo tra ciò che oggi la ricerca rende possibile e ciò che le persone riescono realmente a vivere ogni giorno emerge anche dai dati del Barometro della SM e patologie correlate 2026, consueto rapporto annuale di analisi e monitoraggio della situazione, mostrano un Emerge così che è ferma al 35,4%, la quota di Centri SM che lavora con percorsi diagnostico terapeutici Pdta strutturati, che assicurano continuità e interdisciplinarità dei percorsi. Significa, per le persone e le famiglie quando mancano, doversi organizzare le cure in modo autonomo e quindi trovarsi e prenotare le prestazioni da sé. II 31,6% si è dovuto rivolgere al privato pagando da sé per avere riabilitazione, che è una componente essenziale della cura, il 41,1% lo ha fatto per vedere altri specialisti, il 61,2% per ricevere supporto e terapia psicologica. Il quadro dei servizi sociali e socio sanitari è ancora più problematico: oltre il 57% delle persone con bisogno di assistenza domiciliare dichiara di non riceverla. Per molte persone la gestione quotidiana della malattia continua a tradursi in opportunità sottratte al lavoro, alle relazioni e al proprio progetto di vita. Il costo sociale della SM raggiunge oggi 6,9 miliardi di euro l’anno e la perdita di produttività e autonomia di persone e caregiver rimane uno degli impatti più pesanti per la comunità.

Non solo. Oltre il 60% delle persone con SM riferisce di subire discriminazioni nella vita quotidiana e il 65,8% incontra ostacoli e barriere in almeno un luogo della propria vita, con conseguenti limitazioni all’autonomia, alla partecipazione sociale e alla qualità della vita.

Un terzo delle persone con SM sente di non potersi realizzare nella vita, e il dato supera il 50% tra quelle con disabilità moderata e raggiunge il 60% per chi la ha in forma grave. Il livello di disabilità impatta in modo drammatico sia sulla possibilità di trovare e mantenere un lavoro adatto, non ci riesce il 57,7% di chi ha disabilità moderata e il 69,5% di chi l’ha grave, che di vivere liberamente il proprio tempo libero: non può farlo il 59% di chi ha disabilità moderata e il 71,2% di chi l’ha grave.

Foto di Aism

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Arriva il primo vaccino combinato Covid e influenza, ma non è per tutti: ecco chi potrà farlo

24 Aprile 2026 ore 11:01
E’ arrivato il via libera in Ue al primo vaccino combinato anti influenza e Covid. Lo ha annunciato Moderna spiegando che la Commissione europea ha concesso l'autorizzazione all'immissione in commercio di questo vaccino combinato a mRna per l'utilizzo in persone di età pari o superiore a 50...

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