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Golfo, Libano, Ucraina: dove gli Usa trattano si muore di più

11 Giugno 2026 ore 16:51

Iran. Trump decide di non decidere, per ora

Non è un caso se nelle settimane in cui gli Stati Uniti si sono rimessi in pista per pressare l’Iran e spingere su concessioni maggiori nella trattativa, arrivando a due notti consecutive di raid nelle giornate del 9 e del 10 giugno, anche in Europa orientale tra Ucraina e Russia la conflittualità è rinfocolata e in Libano il cessate-il-fuoco mediato dagli Usa è stato fragilissimo e costantemente calpestato da Israele.

L’interventismo Usa

Washington vuole tenere in mano il boccino dell’ordine globale ma oggi più che mai il danno politico e d’immagine che le politiche dell’amministrazione di Donald Trump alla credibilità degli Stati Uniti rischia di compromettere, su molti fronti, la posizione della superpotenza. O forse hanno proprio l’obiettivo di ristabilire una logica di interventismo e uso della forza che l’amministrazione più interventista dalla fine della Guerra Fredda a oggi non manca di rivendicare ed esercitare fin dalla sua instaurazione. All’ombra della paura americana per la scalata cinese all’ordine globale, che agli occhi di Trump giustifica l’interventismo in ogni teatro dove si possa frenare questa dinamica, le azioni statunitensi concretizzano il cortocircuito americano danneggiando la credibilità della posizione americana.

La disastrosa diplomazia negoziale di Trump: dove tratta si continua a morire

In Ucraina, ad esempio, la guerra continua e la distensione russo-americana langue. Dopo la sterile passerella di Ferragosto ad Anchorage, teatro del vertice tra due leader che si illudevano di potersi dividere il mondo come in un nuovo 1945, Donald Trump e Vladimir Putin non si sono più incontrati. Il presidente russo ha maldigerito l’avventurismo militare di Trump, dal Venezuela all’Iran, e intende l’Ucraina come una parte più ampia di un confronto bilaterale in cui Mosca cerca garanzie securitarie al suo posto nel mondo. A gennaio, nel silenzio e nell’indifferenza, è scaduto il trattato New Start sull’ordine nucleare, ultimo retaggio di un’epoca di regole condivise. Volodymyr Zelensky sta alzando l’asticella degli attacchi ucraini in Russia e non sembra disposto a tornare a Canossa da Trump, non citando quasi più il presidente Usa come un potenziale risolutore della guerra. L’ipotesi di un conflitto prolungato fino al 2027 è tutt’altro che remota, e la mediazione americana semplicemente inefficace.

Qualcosa di simile si può dire del Libano, che con Israele ha negoziato un cessate il fuoco che impegna il guscio vuoto delle istituzioni di Beirut e che la stessa Tel Aviv, che Trump rivendica di aver frenato in passato sull’Iran prima di procedere egli stesso a ordinare nuovi raid, calpesta dal primo giorno usando la leva della guerra con Hezbollah. Non va meglio a Gaza, dove il Board of Peace ha cristallizzato quella che suIl Sole 24 Ore Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, ha definito “una diplomazia da talent show“, che coltiva l’illusione della “formalizzazione di un’idea tanto semplice quanto brutale: le regole comuni sono lente, meglio sostituirle con un tavolo selezionato, convocato e presieduto da chi detiene il potere”. Risultato: in Ucraina si continua a morire, in Libano Israele bombarda, a Gaza la situazione non è migliorata.

Il pericoloso unilateralismo americano

Trump ha mediato la tregua di Gaza assieme a Paesi, come Qatar, Egitto e Turchia, che con l’Arabia Saudita e, soprattutto, il mediatore Pakistan hanno sostenuto l’ipotesi di un grande accordo con l’Iran ed erano a un passo, settimane fa, dal definirlo prima che Washington entrasse a gamba tesa, rispolverando su iniziativa dei falchi neoconservatori e interventisti l’adesione dei Paesi arabi agli Accordi di Abramo, vera e propria alleanza antiraniana con Israele al centro, come contropartita della fine della guerra. Rendendo la proposta irricevibile per l’Iran stesso.

Chissà come tutto questo sarà letto a Cuba, Paese sotto assedio americano da gennaio che vive una fase incrementata dello storico embargo e ora si trova a dover fare i conti con una superpotenza che con una mano stringe l’isola, le ferma le forniture di petrolio e ne sanziona leader e colossi economici, e con l’altra prova a trattare, chiedendo concessioni sull’apertura politica e svolte interne potenzialmente foriere di un cambio della guardia a L’Avana. “Siamo i migliori a negoziare con le bombe”, ha detto riferito a Cuba il capo del Pentagono, Pete Hegseth, dopo gli attacchi rinnovati in Iran. Un monito importante e notevole, che rivendica come Washington voglia essere protagonista di una nuova fase di interventismo unilaterale che sta destabilizzando dal vertice l’ordine globale. Portandolo in un territorio inesplorato di competizione e conflittualità sulla scorta delle mosse di una fragile superpotenza desiderosa di mostrare forza per celare le sue vulnerabilità interne intrinseche. Nella sua brutalità, Hegseth è forse quantomeno onesto sugli obiettivi americani. Del resto, chi si potrà più fidare a negoziare con gli Usa dopo un consolidato trend di precedenti tale da rendere poco credibile ogni iniziativa della diplomazia a stelle e strisce?

Nella nuova “era dei predatori”, in cui tendenze conflittuali crescenti su scala globale, rivalità tra potenze e ambizioni imperiali ridisegnano l’ordine mondiale, InsideOver prova a tracciare una bussola per un’informazione equilibrata e orientata ad analizzare i grandi trend, senza ansie o preclusioni ideologiche. Se vuoi sostenere la missione di questa testata dinamica e ambiziosa, abbonati e diventa uno di noi!

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Hilarion e il tramonto del soft power religioso russo

11 Giugno 2026 ore 10:13

russia

L’arresto del metropolita Hilarion (al secolo Grigorij Alfeyev) nella città termale ceca di Karlovy Vary rischia di essere ricordato come uno degli episodi più singolari nella storia recente dell’Ortodossia russa. Fermato dalla polizia il 24 maggio dopo il ritrovamento di alcuni contenitori con una sostanza proibita nel bagagliaio dell’automobile su cui viaggiava, il prelato è stato rilasciato dopo due giorni senza incriminazioni. Mosca ha denunciato una provocazione politica, il Patriarcato di Mosca ha parlato di una montatura e il ministero degli Esteri russo ha convocato il rappresentante diplomatico ceco per protestare formalmente.

Al di là delle circostanze ancora controverse del caso, l’episodio assume rilievo soprattutto per la personalità coinvolta. Hilarion non è infatti un semplice vescovo di provincia. Per oltre un decennio è stato il principale artefice della politica estera ecclesiastica del Patriarcato di Mosca, una figura che per influenza, visibilità e rete di relazioni internazionali può essere descritta senza eccessive forzature come il vero “ministro degli Esteri” della Chiesa ortodossa russa.

Dal 2009 al 2022, alla guida del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne, Hilarion è stato il volto internazionale dell’Ortodossia russa. Ha dialogato con il Vaticano, con le Chiese protestanti, con i patriarchi ortodossi e con numerosi governi europei. Contemporaneamente però consolidava anche i legami con i settori più conservatori del mondo ortodosso, in particolare in Grecia, Cipro e nella diaspora ortodossa in Occidente. In un’epoca in cui la Federazione Russa cercava ancora di presentarsi in Europa come una potenza civile e culturale oltre che militare, il metropolita rappresentava uno degli strumenti più efficaci del soft power russo.

La sua missione non consisteva semplicemente nel difendere gli interessi della Chiesa. Hilarion cercava di accreditare Mosca come il principale centro dell’Ortodossia mondiale, contrapponendola progressivamente al Patriarcato di Costantinopoli. Nella sua visione, il primato storico rivendicato dal patriarca Bartolomeo non poteva più bastare in un mondo nel quale la Chiesa russa raccoglieva la maggioranza dei fedeli ortodossi, disponeva di risorse economiche incomparabilmente superiori e godeva dell’appoggio di uno Stato tornato a considerare la religione un elemento fondamentale della propria identità strategica.

In questa strategia va collocata anche la vicenda dell’Institut Saint-Serge di Parigi, uno dei più prestigiosi centri della teologia ortodossa mondiale. Nato dall’esperienza dell’emigrazione russa successiva alla rivoluzione del 1917 e legato per decenni all’arcivescovado delle parrocchie russe in Europa occidentale sotto la giurisdizione di Costantinopoli, l’istituto rappresentava il principale lascito intellettuale della diaspora anticomunista. Le opere di teologi come Sergij Bulgakov, Georges Florovsky e Vladimir Lossky hanno segnato profondamente la riflessione ortodossa contemporanea ben oltre i confini del mondo russo. Il progressivo ritorno dell’arcivescovado russo-occidentale sotto l’obbedienza del Patriarcato di Mosca e l’acquisizione del controllo di Saint-Serge hanno assunto quindi un valore che andava oltre la semplice questione amministrativa. Per uomini come Hilarion, il recupero di quel patrimonio rappresentava la ricomposizione simbolica della frattura aperta dalla rivoluzione bolscevica e il ricongiungimento tra la Russia ecclesiastica e quella parte della sua élite teologica costretta all’esilio dopo il 1917. Una vittoria culturale prima ancora che canonica, destinata a rafforzare la pretesa di Mosca di proporsi come centro dell’Ortodossia mondiale

Fu proprio Hilarion a diventare il principale interprete della battaglia ecclesiastica contro Costantinopoli culminata nella crisi ucraina del 2018-2019. Quando Bartolomeo riconobbe l’autocefalia della nuova Chiesa ortodossa d’Ucraina, il metropolita guidò la risposta di Mosca, accusando il Patriarcato ecumenico di avere provocato uno scisma nel mondo ortodosso. Le sue critiche nei confronti dell’ex metropolita Filarete Denisenko, scomparso di recente furono altrettanto severe. In quella fase Hilarion appariva come il principale stratega di una Chiesa russa intenzionata a contendere a Costantinopoli la leadership dell’Ortodossia mondiale.

Paradossalmente, proprio mentre la sua influenza sembrava raggiungere l’apice, la sua parabola iniziò a declinare. Il 7 giugno 2022, pochi mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Sinodo lo rimosse improvvisamente dalla guida del Dipartimento per le relazioni esterne e lo trasferì alla piccola diocesi di Budapest e Ungheria. Per molti osservatori la decisione non fu casuale.

A differenza di altre personalità ecclesiastiche russi, Hilarion non sostenne mai pubblicamente la guerra con l’enfasi ideologica adottata dal patriarca Kirill e da altri esponenti della gerarchia ecclesiastica. Continuò a difendere le posizioni canoniche di Mosca sulla questione ucraina, ma evitò di trasformare il conflitto in una guerra religiosa. Già prima dell’invasione aveva affermato che la guerra non rappresentava uno strumento per risolvere le controversie politiche e, una volta iniziato il conflitto, mantenne un profilo più prudente rispetto a quello dominante nel Patriarcato di Mosca.

In realtà la guerra colpiva al cuore il progetto che aveva perseguito per oltre dieci anni. L’intera strategia di Hilarion presupponeva infatti l’esistenza di un ponte tra Russia e Occidente. Il suo lavoro diplomatico, i rapporti costruiti con il Vaticano, il dialogo ecumenico, le relazioni con il mondo accademico europeo e nordamericano si fondavano sull’idea che Mosca potesse esercitare influenza internazionale attraverso il prestigio culturale e religioso. L’invasione dell’Ucraina ha compromesso gran parte di questo capitale politico e simbolico.

Non solo diplomatico ma anche teologo

Per comprendere il ruolo di Hilarion è però necessario guardare oltre la diplomazia. A differenza di molti gerarchi contemporanei, egli si è affermato anche come teologo di primo piano. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno contribuito a diffondere la tradizione ortodossa ben oltre i confini del mondo slavo.

Il suo libro più celebre, “Il mistero della fede”, pubblicato negli anni Novanta, è considerato ancora oggi una delle migliori introduzioni contemporanee alla spiritualità e alla teologia ortodossa. L’opera riuscì a rendere accessibile a un pubblico ampio il patrimonio della tradizione patristica orientale in una fase in cui la Russia usciva da decenni di ateismo di Stato.

Accanto a questo testo, Hilarion ha dedicato studi approfonditi a figure fondamentali della spiritualità cristiana come Isacco il Siro e Simeone il Nuovo Teologo, contribuendo in modo significativo alla riscoperta della tradizione ascetica orientale. Ancora più ambiziosa è stata la monumentale serie “Gesù Cristo. Vita e insegnamento”, nella quale ha tentato di coniugare l’esegesi moderna con la lettura patristica dei Vangeli. L’opera ha ricevuto apprezzamenti da studiosi ortodossi, cattolici e protestanti, un riconoscimento raro in un panorama spesso segnato da forti divisioni confessionali.

Questa dimensione intellettuale spiega perché, fino al 2022, il suo nome fosse frequentemente indicato tra quelli dei possibili successori del patriarca Kirill. Non si trattò mai di una candidatura ufficiale né di una prospettiva imminente, ma l’ipotesi circolava con insistenza negli ambienti ecclesiastici e diplomatici. Hilarion possedeva una discreta autorevolezza teologica, esperienza internazionale, capacità comunicativa e una rete di contatti costruita in decenni di attività.

Anche alcune sue prese di posizione mostrano una personalità più complessa degli stereotipi spesso associati all’attuale gerarchia russa. Nel 2020 si oppose pubblicamente all’idea di inserire un mosaico raffigurante Stalin nel nuovo tempio delle Forze Armate russe. Definì il dittatore sovietico un persecutore della Chiesa e ricordò il sangue versato da milioni di vittime del regime. In altre occasioni arrivò persino a descrivere Stalin come un “mostro spirituale” e a paragonare la natura repressiva del sistema staliniano a quella del nazismo.

Ciò non significava rinnegare il ruolo patriottico della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale. Al contrario, Hilarion sottolineò ripetutamente il contributo fornito dal clero e dai fedeli alla difesa della patria contro l’invasione tedesca. Ma proprio questa distinzione tra il sacrificio del popolo russo e le responsabilità del regime staliniano rivela un tratto significativo della sua visione storica e politica probabilmente anche per favorire la visione russa in occidente.

L’arresto di Karlovy Vary potrebbe alla fine rivelarsi un episodio marginale, destinato a scomparire dalle cronache nel giro di poche settimane. Più duratura appare invece la sua valenza simbolica. Coinvolge infatti l’uomo che per oltre un decennio ha incarnato la diplomazia religiosa della Russia post-sovietica e il tentativo di Mosca di estendere la propria influenza attraverso la fede, la cultura e il dialogo internazionale.

La parabola di Hilarion racconta in fondo la storia di una stagione in parte conclusa. Se il patriarca Kirill rappresenta oggi l’Ortodossia mobilitata attorno alla potenza statale russa, Hilarion aveva cercato di costruire una diversa forma di influenza, fondata sul prestigio teologico e sul soft power religioso. L’invasione dell’Ucraina non ha soltanto ridimensionato la sua carriera personale. Ha probabilmente segnato il tramonto dell’intero progetto che egli aveva contribuito a edificare.

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Palantir e giganti del cloud, Londra inizia a temere la dipendenza dai colossi Usa

11 Giugno 2026 ore 07:19

Il Parlamento britannico inizia a fare pressione sul governo laburista di Keir Starmer circa la presenza di Palantir nel sistema pubblico britannico, in particolar modo nella gestione dei dati del National Health Service, il sistema di sanità pubblica del Regno Unito.

Il report “Rewiring the state: Delivering digital government” della Commissione per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia di Westminster, come il resto del Parlamento emanazione della maggioranza laburista che sostiene il premier, ha posto dei dubbi sull’effettivo vantaggio che sarebbe garantito al Regno Unito dall’affidare la banca dati dell’Nhs all’azienda co-fondata da Peter Thiel e Alex Karp, sottolineando che non ci sarebbe alcun vantaggio tecnologico garantito nell’affidarsi a Palantir mentre, al contempo, sarebbero molti i dubbi emergenti.

“La dipendenza da fornitori esteri è una debolezza sfruttabile” e rappresenta “una ‘inaccettabile fonte di debolezza”, commentano i parlamentari, che criticano un’influenza pressoché eccessiva data a Palantir dai tempi del Covid-19. Sotto attacco anche il fatto che l’azienda avrebbe una reputazione controversa per il suo utilizzo bellico da parte del Pentagono e il ruolo che gli algoritmi del gruppo di Karp svolgono nei programmi di identificazione dei migranti irregolari negli Usa. Il Parlamento britannico chiede dunque a Starmer di sfruttare la finestra d’uscita del 2027 per non rinnovare l’accesso alla Federated Data Platform, il sistema di accumulazione dei dati sanitari nazionali, a Palantir perché li gestisca e ordini.

“La mancata definizione e attuazione di una chiara strategia di sovranità non solo rappresenta un ostacolo al successo dell’implementazione tecnologica, ma lascia il Regno Unito alla mercé di attori commerciali e statali stranieri che non condividono i nostri interessi strategici”, scrivono i deputati nel report, segnando peraltro un solco profondo tra interessi americani e britannici, almeno nella percezione. “Il governo dovrebbe conservare la facoltà di scegliere i singoli fornitori e di tutelarsi dal rischio di dipendenza da un unico fornitore e da situazioni che ne compromettono la stabilità”, aggiungono. Del resto, il problema-Palantir si somma a un’analoga tensione sul fronte del cloud dati, dove Amazon Web Services ha vinto un’importante gara pubblica da 420 milioni di sterline a marzo presentandosi senza avversari.

Il Regno Unito ha i dati sanitari in mano a Palantir e quelli cloud gestiti o da Aws o da Microsoft. La raccomandazione è quella di un superamento della dipendenza tecnologica dagli Usa, un fatto che nel Paese che un tempo faceva della “relazione speciale” il suo pivot geopolitico ha quantomeno del clamoroso. Vedere il Parlamento del Regno Unito temere la pervasività delle tecnologie Usa è segno di una frattura transatlantica che nell’era di Donald Trump e delle tecno-oligarchie americane rischia di consolidarsi e inasprirsi. La sfiducia sulla tenuta di un fronte comune, insomma, spaventa i legislatori britannici. Cosa farà Starmer? La mossa sembra l’ennesimo tentativo di mettere sotto pressione un premier indebolito e che all’interno del suo partito ha sempre più franchi tiratori. Mancare di chiarezza anche su questo dossier caro a molti membri del Partito Laburista potrebbe accelerare la fine di un esecutivo che sempre più appare a tempo e difficilmente dopo l’estate potrà sfuggire al redde rationem.

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Addio al Fcas, la Germania studia le alternative: dalla Svezia al progetto Airbus

11 Giugno 2026 ore 07:18

Fcas, Francia e Germania divorziano sul caccia

Il collasso del progetto franco-tedesco Fcas (Future Combat Air System) da 100 miliardi di euro per un caccia di sesta generazione congiunto tra Parigi e Berlino rappresenta un crocevia importante per l’industria della Difesa europea e mentre prova ad analizzare i cambi di paradigma che questo comporta per i suoi piani di riarmo la Germania, Paese che maggiormente puntava sul piano per un salto di qualità delle sue forze armate, valuta le alternative.

Il tramonto del Fcas

La cooperazione industriale franco-tedesca non è decollata per questioni legate alla volontà di spartizione degli appalti, che la Francia intendeva mantenere pesantemente a proprio favore, e per una minore spinta comune per il progetto rispetto a quello del Global Combat Air Program (Gcap) italo-anglo-giapponese. Ora Berlino si trova nella condizione di dover ripartire da capo e di studiare alternative. Essenzialmente, ci sono tre opzioni sul tavolo per il cancelliere Friedrich Merz, autore di un ambizioso piano di rafforzamento militare assieme al ministro della Difesa Boris Pistorius.

La prima idea, segnalata dal Financial Times, sarebbe quella di consolidare un pool di aziende con al centro la divisione aerospaziale di Airbus, che ha sede operativa in Germania, per guidare dal suolo tedesco una corsa autonoma al nuovo caccia. All’imminente Salone Aeronautico di Berlino, secondo il Ft, i dirigenti di questi gruppi, tra cui Mbda, specializzata in campo balistico e missilistico, e Hensoldt, player nei radar, potrebbero ricevere una spinta dalla volontà di Merz di mettere a terra il piano di riarmo passando anche per una via autonoma agli aerei di combattimento di nuova generazione.

La via del Gcap e quella svedese

La seconda strada porta proprio nella direzione del Gcap e lascia presagire la prospettiva che Berlino finisca per convergere come partner nell’ambizioso piano oggi egemone su scala mondiale per i velivoli di sesta generazione. Il peso industriale della Germania e la capacità di spesa di Berlino darebbe indubbiamente un peso geostrategico notevole all’accordo e ne amplierebbe la portata, ma al contempo è tutto da valutare l’impatto che ciò avrebbe su filiere industriali, appalti e divisione del lavoro, in un contesto ove già oggi Italia, Regno Unito e Giappone prevedono stanziamenti per decine di miliardi di euro volti a sviluppare con i loro apparati militari-industriali il nuovo caccia.

Una terza via, invece, accarezzata in passato, passa da un altro attore strategico nel mercato aeronautico: la Svezia. Stoccolma prevede di sostituire il veterano della sua flotta aerea, il  Jas-39 Gripen, entro il 2035 e ha incaricato Saab di studiare un progetto per realizzare un velivolo di sesta generazione in ottemperanza alla storica e gelosamente custodita indipendenza del Paese nordico nelle filiere militari, un retaggio dell’era di stretta neutralità conclusa con l’ingresso nella Nato nel 2024. Ora è aperta una nuova era, e i rumors di una cooperazione tedesco-svedese sono consolidati da tempo sulla scorta della presenza attiva di Saab in diversi dossier del piano di riarmo tedesco. Rispetto al Gcap il progetto svedese è ancora in via di sviluppo e dunque la Germania, sempre tramite Airbus, potrebbe giocare un ruolo.

Le ipotesi sul tavolo

Chiaramente l’opzione di un consorzio per il caccia di sesta generazione si potrebbe anche sposare con l’apertura a una delle due filiere già attive. La Chatham House, del resto, nota che il tramonto del Fcas franco-tedesco potrebbe contribuire a fare chiarezza sul futuro del riarmo aeronautico europeo, aggiungendo peraltro che “I Paesi europei devono affrontare una realtà urgente: se non saranno in grado di sviluppare un’alternativa europea al programma statunitense F-35, si troveranno costretti a dipendere da un’America sempre meno affidabile per una componente cruciale del loro equipaggiamento di difesa, una piattaforma su cui potrebbero dover fare affidamento fino al 2040 inoltrato”.

La Germania produce l’F-35 nei suoi stabilimenti del sistmea industriale-militare ma intende guardare oltre. E dalla sua scelta potrebbe dipendere molto del futuro della corsa europea (e globale) al caccia di sesta generazione, in cui l’Europa è capofila. Ma rischia di avere proprio dalla sua divisione un fattore di ridimensionamento.

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