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L’esperimento spagnolo. Le tante luci di un’epopea proletaria

8 Ottobre 2026 ore 16:00

La Rivoluzione Spagnola è stato l’esperimento più avanzato nel superamento della società basata sulla proprietà privata e sul dominio del governo. Questa rivoluzione è stata soffocata dalle truppe nazionaliste guidate dal generale Francisco Franco il 1° marzo del 1939. I nazionalisti erano sostenuti da una coalizione internazionale di governi imperialisti guidata dal Regno Unito e dalla Francia, che ha appoggiato l’intervento militare della Germania e soprattutto dell’Italia.

Questa coalizione internazionale si è tradotta in un’interpretazione storica che ha condannato senza appello l’esperienza rivoluzionaria spagnola. Una condanna su cui concordano, sia pure con motivazioni diverse, gli storici reazionari, quelli liberali e quelli marxisti delle varie scuole.

L’esperimento rivoluzionario spagnolo, fin da quando era in corso, attirò su di sé le critiche delle componenti interclassiste, antiorganizzatrici e individualiste del movimento anarchico, critiche che spesso hanno messo in secondo piano il valore di quella esperienza.

Scopo di questo articolo è mettere in evidenza le conquiste del proletariato spagnolo, al di là degli errori e delle carenze che non inficiano i risultati raggiunti, e l’utilità degli insegnamenti provenienti dai settantasei anni di lotte che precedettero il 19 luglio 1936 per il proletariato di tutti i paesi, in marcia verso la rivoluzione sociale.

Mi limiterò ad alcune considerazioni. La prima, e la più importante, è che il modello organizzativo del proletariato spagnolo, basato su un’organizzazione politica anarchica e su un’organizzazione di massa autonoma da ogni partito e tendenzialmente unitaria, tanto che al suo interno convivevano diverse tendenze oltre a quella anarchica, ha sconfitto per tre volte il fascismo. La prima volta quando pose fine alla pratica del pistolerismo, cioè all’assassinio sistematico degli attivisti sindacali e dei militanti anarchici da parte di gangster assoldati dai capitalisti. Sotto i colpi dei pistoleros cadde anche Salvador Seguì, segretario della CNT (Confederación Nacional del Trabajo): Fu allora che esponenti del movimento anarchico e sindacale decisero di rispondere eliminando il capo della reazione antiproletaria, il cardinale Juan Soldevilla y Romero, arcivescovo di Saragozza. Un atto che seppe fermare la pratica del pistolerismo.

La seconda volta quando nel 1929 il dittatore Miguel Primo de Rivera fu costretto alle dimissioni e l’anno dopo cadde la monarchia. La terza volta quando il colpo di Stato dei generali contro la repubblica e il governo di fronte popolare, iniziato il 17 luglio 1936, fu sconfitto in gran parte della Spagna dalla pronta reazione popolare ispirata dalla Federacion Anarquista Iberica. Nel dibattito storico è stata spesso sottovalutata questa reazione: è stato sostenuto che, dal punto di vista militare, il colpo di stato sia stato sconfitto dallo schierarsi di alcune unità delle forze armate con il governo legittimo. Ritengo che proprio questo conferma l’importanza della reazione popolare, che ha creato il clima politico in cui i militari fedeli alla repubblica hanno potuto schierarsi con il movimento proletario.

Questa riflessione è tanto più importante se si pensa che negli stessi anni il fascismo si andava affermando, dopo l’Italia, in altri stati europei dove era presente un movimento operaio organizzato egemonizzato dalle componenti autoritarie come i partiti socialdemocratici e stalinisti. Le consecutive sconfitte del movimento operaio tedesco (1914 entrata in guerra della Germania, 1919 sconfitta della rivoluzione dei consigli, 1933 nomina di Adolf Hitler cancelliere del Reich) dimostrano l’incapacità dell’organizzazione autoritaria e burocratica di resistere alla reazione.

Un luogo comune, condiviso anche in ambito anarchico, è che lo stalinismo abbia sconfitto la rivoluzione libertaria in Spagna, provocandone la fine. In realtà lo stalinismo ha subito in Spagna una sconfitta da cui si sarebbe ripreso solo con la guerra mondiale.

Negli ultimi mesi del 1936 l’Unione Sovietica inviò ingenti aiuti alla Repubblica spagnola; questo ebbe dei contraccolpi nella situazione interna aumentando il peso del Partito Comunista, che assorbì le scarse forze socialiste in Catalogna dando vita al Partito Socialista Unificato della Catalogna, al tempo stesso estese la sua influenza sulla gioventù socialista, che si unì a quella comunista. Il partito comunista divenne il punto di riferimento della borghesia e di quanti volevano porre fine alle collettivizzazioni e alle esperienze autogestionarie nelle campagne e nelle fabbriche. Uno dei cavalli di battaglia degli stalinisti, frutto del loro schematismo marxista oltre che della politica interclassista di Stalin, era la situazione in Aragona, descritta come una regione terrorizzata dalla dittatura anarchica. Non si riusciva a capire come una regione abitata soprattutto da contadini piccoli proprietari e dove la penetrazione dell’anarchismo era minima avesse potuto dar vita ad una miriade di collettività agricole, se non con la violenza delle milizie confederali provenienti da Barcellona. Nel maggio del 1937 si svolsero quindi una serie di attacchi sia a Barcellona che in Aragona, che danno l’impressione di un piano preordinato volto a tener bloccato a Barcellona il grosso delle forze rivoluzionarie, mentre le forze dell’esercito regolare, guidate dallo stalinista Lister, provvedevano a sciogliere il consiglio di difesa dell’Aragona e a distruggere le collettività. I contadini, liberati dal “comunismo di guerra” imposto dagli anarchici, avrebbero cessato di approvvigionare la ribelle Barcellona, che sarebbe stata costretta ad allinearsi alla disciplina moscovita. Il successo militare del piano, accompagnato dall’imprigionamento e dall’assassinio di tanti militanti rivoluzionari, fra cui Camillo Berneri e Francesco Barbieri, si tradusse in una sconfitta politica: una volta tornate al fronte le truppe di Lister, le collettività si formarono di nuovo, tanto che Barcellona continuò ad essere rifornita dall’Aragona. Questo segnò la sorte della Repubblica, perché le potenze imperialiste si convinsero che solo le truppe nazionaliste, con la loro ferocia, avrebbero posto fine all’esperimento rivoluzionario, e che lo stalinismo non era in grado di controllare il movimento operaio occidentale, e preferirono allearsi con i governi fascisti, arrivando a regalare loro la Cecoslovacchia, in cambio del sostegno militare a Franco.

È bene ricordare, infine, che le uniche vittorie militari della Repubblica sono state ottenute grazie all’azione del movimento anarchico e delle milizie confederali: la sconfitta del colpo di stato, nei giorni immediatamente seguenti il 17 luglio, la liberazione dell’Aragona grazie alle milizie confederali, la liberazione di Teruel, nel dicembre del 1937, compiuta dalle divisioni dell’Esercito popolare eredi delle milizie confederali. La leggenda secondo cui l’indisciplina degli anarchici avrebbe provocato la sconfitta della Repubblica è quindi priva di fondamento. È stata piuttosto l’insipienza dei militari di professione, assieme ai tradimenti degli stalinisti, a provocare il crollo del sostegno alla Repubblica.

L’esperimento spagnolo è quindi un punto di riferimento del movimento di emancipazione in tutto il mondo. Questo è vero, oltre che dal punto di vista storico, anche dal punto di vista concreto: basti pensare agli esuli spagnoli nel Nord Africa che collaborarono con la lotta di liberazione algerina dal dominio francese, o all’esperienza di Cuba. I fratelli Castro, esuli in Messico dopo il fallito assalto alla Caserma Moncada a Santiago di Cuba, si rifugiarono in Messico dove strinsero rapporti con le organizzazioni degli esuli spagnoli, da cui ebbero aiuti in materiali ed uomini, per organizzare la successiva spedizione del “Granma”, che diede il via alla liberazione di Cuba dalla dittatura di Batista.

Come si dice che la Comune di Parigi rappresenta la forma finalmente scoperta dell’organizzazione sociale che sostituirà la società basata sul dominio politico ed economico, così si può dire che l’esperimento spagnolo ci indica la strategia che, attraverso la sconfitta del fascismo, porta alla rivoluzione sociale. Una strategia basata sull’organizzazione autonoma delle classi sfruttate; autonoma dalle influenze borghesi ma anche dai partiti che la vogliono usare per andare al governo. E all’interno di questa l’organizzazione rivoluzionaria anarchica che opera per diffondere l’ideale dell’avvenire nei settori più combattivi del proletariato.

Tiziano Antonelli

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IL RUMORE DEL MONDO, IL SILENZIO DELL’ALTRO

2 Ottobre 2026 ore 06:42
Il rumore contemporaneo non è soltanto quello che ci circonda: è anche la dispersione della nostra attenzione.Heidegger, Simone Weil, Byung-Chul Han e Hartmut Rosa ci aiutano a capire perché ascoltare sia diventato così difficile.Una riflessione filosofica su rumore, distrazione, accelerazione, attenzione e incontro con l’altro. Basta entrare in un bar per accorgersi di qualcosa che […]

Il Segretario Generale Alberto Lombardo al Congresso Mondiale sulla Noonomia

Nessun ordine sociale viene mai distrutto prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali esso è sufficiente, e i nuovi rapporti di produzione, superiori ai precedenti, non sostituiscono mai quelli più vecchi prima che le condizioni materiali della loro esistenza siano maturate nell’ambito della vecchia società. L’umanità si pone quindi inevitabilmente solo quei compiti che è in grado di risolvere, poiché un esame più attento mostrerà sempre che il problema stesso sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti o almeno in via di formazione

(Karl Marx, Contributo alla critica dell’economia politica, Prefazione, 1859).

1. L’impatto che l’Intelligenza artificiale avrà sulle nostre società è oggetto di discussione da diversi punti di vista. Qui vogliamo indagare sul cambiamento del valore che merci e servizi subiranno con la sua sempre più ampia diffusione e il prevedibile impatto sui rapporti sociali.

Partiamo dalla teoria del valore-lavoro che vede il valore di una merce (materiale o immateriale) nella quantità di lavoro umano incorporato (al di là dei problemi di conversione dei valori in prezzi).

L’ampio uso della gigantesca mole di dati accumulati e disponibile dall’IA, fa sì che vengano utilizzate e messe a profitto (al mero costo informatico) anche le ore di lavoro (produttivo, ma anche non produttivo) precedentemente prodotte nelle forme più disparate. Questo lavoro umano come può essere valutato? Esso viene appropriato dal capitale, anche se non viene pagato, sebbene vi siano dei costi di estrazione. L’assimilazione più immediata è quella alle risorse naturali che diventano una rendita per il capitale.

Marx (III Libro del Capitale e Teorie Del Plusvalore) distingue la rendita assoluta dalla rendita differenziale. La prima è quella che si genera perché esiste il monopolio della proprietà privata su certi fattori di produzione (per es. il possesso della terra coltivabile), la seconda è quella che nasce dal fatto che tali fattori hanno una redditività maggiore o minore (per es., diversa fertilità dei terreni). Marx distingue due tipi di rendita differenziale, la rendita differenziale I, derivante dalla diversa redditività di diversi lotti, e la rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo lotto. Al momento ciò che viene messo a profitto non è tanto l’uso dell’AI (che potremmo assimilare alla rendita assoluta derivante dal mero possesso), quanto quei servizi di AI più performanti che vengono offerti a pagamento e quindi assimilabili alla rendita differenziale, in cui la redditività maggiore deriva non da una diversa “fertilità” della banca dati (che Marx chiamerebbe rendita differenziale I), ma dalla rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo terreno.

D’altronde:

«Ogni “miglioramento” diminuisce il prezzo delle merci, [dei] mezzi di sussistenza. Il salario ossia il valore del lavoro, quindi, aumenta e diminuisce in proporzione inversa allo sviluppo della forza produttiva del lavoro, in quanto quest’ultima produca beni di prima necessità che entrano nel consumo medio della classe operaia. Il saggio del plusvalore (del profitto) diminuisce o aumenta, quindi, in rapporto diretto a come si sviluppa la forza produttiva del lavoro, perché questo sviluppo abbassa o eleva il salario.» (Marx, Teorie Del Plusvalore, Parte II).

Se ora l’AI è destinata a far aumentare a dismisura la produttività del lavoro, possiamo assistere a un’esplosione dei profitti e a un crollo dei salari.

2. Gli elementi fondamentali del processo produttivo, per come sono presentati da S. Bodrunov (Noonomia, P. 1, c. I, sez. 1.2), possono essere studiati nei rapporti e nelle contraddizioni che generano. Questi sono sì i pilastri fondamentali del processo produttivo, la cui caratterizzazione ne dipende, ma ne sono anche oggetto, in quanto ne vengono influenzati a loro volta.

La prima distinzione che si può individuare di questi quattro elementi è quella della loro genesi e del loro fine; se il lavoro umano e le materie prime sono generate esternamente dal processo produttivo, se sono cioè presupposti a questo, la stessa cosa non si può dire per le tecnologie e l’organizzazione della produzione, che invece ne sono i primi frutti.

In generale si può dire che le tecnologie e l’organizzazione del lavoro sono le caratteristiche del soggetto che vive il processo produttivo, sono caratteristiche della società che ne è influenzata o che le adopera, sono cioè frutti dell’astuzia della ragione. Il lavoro umano e le materie prime sono invece l’oggetto immediato del processo produttivo, la base materiale dalla quale questo scaturisce.

Pertanto, l’organizzazione del lavoro è la risposta dell’uomo al problema, posto dal processo produttivo, di come ottenere il massimo risultato dal lavoro umano potenziale disponibile. Così le tecnologie sono la risposta dell’uomo al problema, di simile origine, di come ottenere il massimo risultato dalle materie prime potenziali disponibili. Sono due problemi di ottimizzazione. Delle materie prime e del lavoro umano potenziali, perché il massimo del lavoro umano, che potrebbe confluire nel processo produttivo, considerato rispetto agli uomini totali che lo potrebbero generare, non è detto che sia raggiunto; la stessa cosa vale per le materie prime.

3. Il sistema di produzione capitalista ha attraversato nella sua storia numerosissime crisi; senza però mai esserne stato definitivamente travolto, ha saputo superarle sempre, anche rispetto agli assetti particolari che, sorti in situazioni di altrettanto fermento consolidatisi in anni più quieti, sono infine collassati a causa delle contraddizioni dalle quali erano emersi. Queste crisi sono conseguenze di dinamiche interne al sistema economico, ma presto hanno ricadute in altre sfere.

L’aspetto che primo tra tutti ne è influenzato è senz’altro quello sociale, cioè l’organizzazione del lavoro. Sono da considerarsi parte dell’organizzazione del lavoro anche tutti quei processi che mirano a riprodurre il lavoro umano o a disporne in quantità adeguata a quella richiesta e sostenibile dal sistema produttivo. Storicamente gli sviluppi di queste contraddizioni sono molteplici e generalmente sfociano in violenza politica volta ad evitare che il sistema economico subisca dei mutamenti strutturali, questa vi è accompagnata però da una buona dose di riforme, necessarie alla razionalizzazione del processo produttivo e al superamento della crisi. Un esempio di questo fenomeno è il fordismo, indagato già sotto questo aspetto da A. Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere. Chiaramente a questa soluzione vi è un limite: per mantenere la situazione invariata, occorre sempre ricercare equilibrio tra le classi sociali, che ovviamente avvantaggerà la classe borghese, ma che persuaderà le altre classi a non ingaggiare una lotta per la conquista dei mezzi di produzione.

Una seconda sfera nella quale sono osservabili dei mutamenti è quella dei rapporti internazionali tra gli Stati, dalla necessità di distruggere parte del sistema produttivo esistente e di aprire nuovi mercati sorge l’imperialismo. Questa soluzione deve però scontrarsi ad oggi con dei limiti di natura tecnica, la guerra convenzionale ha ridotto drasticamente la sua portata, per via della capacità distruttiva delle armi cresciuta a dismisura che, in caso di utilizzo, non permetterebbero il raggiungimento sicuro dei risultati sperati. Ad oggi si impiegano dunque sistemi misti, i cui effetti risultano però trascurabili in molti casi, che non possono assorbire la totalità delle contraddizioni generate sul piano economico.

4. Lo sviluppo della tecnica appare quindi come l’ultima spiaggia ed è quello che l’AI dovrebbe incarnare. Generare, a parità di risorse impiegate, risultati maggiori, può essere la soluzione del problema.

Va sottolineato che qualunque mutamento in una delle sfere sopra elencate ha effetti su tutte le altre e su sé stessa, perciò, in questo contesto, si può affermare di essere entrati nella fase dei sistemi di produzione in cui l’organizzazione del lavoro si occupa prioritariamente dello sviluppo delle tecnologie.

Gli enormi progressi tecnologici che si sono raggiunti negli ultimi anni possono far pensare che il sapere sociale generale si innalzerà ad un ritmo sempre più elevato, lasciando a galla solo chi sarà in grado di rimanere al passo. Questo fenomeno apre al rischio di un accentramento dei capitali spaventoso e alla necessità di far partire una corsa allo sviluppo scientifico su scala mondiale, che genererà enormi sconquassi in ogni campo. Inoltre la necessità di impiego di forza lavoro sarà ridotta al minimo, se nel medio periodo si potrà vedere una tendenza maggiore all’impiego di forza lavoro specializzata questo potrebbe non perpetuarsi nel lungo periodo ed anzi si potrebbero raggiungere tassi di disoccupazione elevatissimi. Infatti, se le rivoluzioni industriali precedenti sono state capaci di assorbire nei nuovi settori produttivi tutta la manodopera espulsa da quelli vecchi e in dismissione, questo sembra del tutto precluso con la rivoluzione dell’AI. La diffusione sempre più capillare agirà come una droga che risolve il problema immediato e ne crea uno ancora più grande nell’immediato futuro.

Ciò ci porta a un’altra considerazione marxiana, ossia la caduta tendenziale del tasso di profitto, conseguenti alle crisi economiche, come le crisi di sovrapproduzione, la distruzione delle forze produttive e l’immane scontro tra i capitali a livello internazionale. Un’astrazione scientifica che si ripropone nella società capitalistica – in forme e modi odierni – ma nella sostanza del tutto simile a quella descritta da Marx. Si badi bene qui che si parla di caduta del saggio, ossia della percentuale, non della caduta assoluta, quindi non sono i profitti a diminuire, ma la loro redditività, ossia la quantità relativa di profitti rispetto all’enorme massa di capitali che è stata finora accumulata. Inoltre la caduta è tendenziale; ciò non implica in alcun modo la previsione di un crollo inevitabile, come hanno preconizzato le degenerazioni meccanicistiche e opportunistiche della II Internazionale socialdemocratica dopo la morte di Engels, proprio per togliere dall’ordine del giorno la rivoluzione proletaria.

Il capitalismo si dibatterà ancora una volta tra l’incudine di dover contrastare la caduta del saggio di profitto a fronte di una massa di capitali (soprattutto speculativi e fittizi) che richiedono voracemente sempre più profitti assoluti, e la necessità di distribuire reddito che possa acquistare produzioni sempre più vaste.  Il gioco dei rapporti ineguali a livello internazionale che ha per secoli estratto beni dal Sud del mondo e consentito le società benestanti del Nord sembra al tramonto. Sia per la saldatura dei Paesi intorno ai BRICS, sia per la rivoluzione tecnologica che il Sud, con in testa la Cina, sta compiendo uscendo dalla trappola delle produzioni a basso contenuto di valore aggiunto. D’altro lato nel Nord la voracità dell’assorbimento dei profitti ancora al di fuori di esso limita fortemente la capacità redistributiva che finora ha retto il patto sociale tra le classi nel Nord.

Una società in cui l’organizzazione del lavoro, la creatività, l’innovazione di prodotto più ancora che di processo saranno il discrimine tra vivere o soccombere dovrà necessariamente cambiare il paradigma dei rapporti di produzione.

Non ci si aspetta che questo possa avvenire senza sconquassi, come tutte le fine delle società pregresse, ma mai come oggi l’umanità potrà porsi concretamente il problema di riunificare la socializzazione della produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione.

In una parola: Socialismo o barbarie

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