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Anziani non autosufficienti, la legge di bilancio 2027 non può ignorarli
Su VITA ne scriviamo da anni, e ogni volta che torniamo sulla non autosufficienza il punto di partenza è lo stesso: di come assistere un genitore anziano che perde autonomia si parla di continuo in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, mentre nel confronto sulle priorità del Paese la questione occupa uno spazio marginale, del tutto sproporzionato rispetto al peso che ha nella vita delle persone.
I numeri, del resto, lasciano pochi margini di interpretazione. Secondo l’Istat gli anziani non autosufficienti in Italia sono circa quattro milioni; se a loro si aggiungono i familiari che li assistono e chi lavora nella cura, le persone coinvolte arrivano a circa dieci milioni. Nei prossimi dieci anni gli ultraottantacinquenni, cioè la fascia d’età in cui la perdita di autonomia è più frequente, cresceranno del 30%. È difficile trovare un’altra questione sociale che tocchi così tante persone e che chieda alle famiglie, spesso per anni, un impegno altrettanto intenso.

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER
Dietro queste cifre c’è un’esperienza che chiunque l’abbia attraversata riconosce. Quando un genitore perde autonomia, poco alla volta oppure all’improvviso dopo una caduta o una malattia, l’assistenza diventa un lavoro di regia che ricade quasi per intero sulla famiglia: bisogna capire a chi rivolgersi, trovare un’assistente familiare, tenere insieme visite, prestazioni sanitarie e aiuto quotidiano. Un figlio cambia i propri orari di lavoro, un altro che vive lontano prova a organizzare tutto al telefono, e quando gli aiuti pubblici non bastano la cura non scompare, ma si scarica sul tempo, sul lavoro e sui risparmi di chi resta.
È proprio questa regia, oggi improvvisata e solitaria, il nodo da sciogliere. Per accedere a servizi e sostegni un anziano affronta in media cinque o sei valutazioni diverse, perché Inps, servizi sanitari e Comuni procedono ciascuno per conto proprio. Chi ha ricevuto assistenza sanitaria a domicilio nel 2023 ne ha avute in media 14 ore nell’intero anno, poco più di un’ora al mese. E quando restare a casa non è più possibile si scopre che, secondo una stima di Franco Pesaresi, a fronte di circa 266mila posti letto per anziani non autosufficienti ci sono circa 243mila persone in lista d’attesa.
Quattro misure e un miliardo: cosa chiede il Patto
Il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza è nato nel 2021 dalla scelta di organizzazioni che fino ad allora avevano lavorato separatamente di unire le forze, e oggi ne riunisce 61: associazioni di anziani, familiari e pensionati, realtà del Terzo settore, professionisti, soggetti che gestiscono servizi. In vista della legge di bilancio 2027 ha messo nero su bianco quattro proposte, ciascuna legata a un momento preciso del percorso che le famiglie conoscono bene.
Ottenere gli aiuti senza ricominciare da capo. Collegare le procedure di Inps, servizi sanitari e Comuni, così che, una volta conosciuta la situazione dell’anziano, siano i servizi a condividere le informazioni e a coordinare gli interventi, invece di chiedere alla famiglia di raccontare ogni volta la stessa storia a uno sportello diverso.
Un’assistenza a casa pensata per la non autosufficienza. Un servizio pubblico domiciliare che tenga insieme interventi sanitari, sociosanitari e sociali, che parta dalla condizione complessiva della persona anziché da singole prestazioni cliniche, che si adatti nel tempo al cambiare dei bisogni e che sostenga con consulenza e formazione i familiari e le assistenti familiari.
Più posti in struttura e una qualità all’altezza. Aumentare progressivamente i posti pubblici o convenzionati e aggiornare gli standard di assistenza, intervenendo sul numero e sulle competenze degli operatori, sull’organizzazione delle attività e sugli ambienti di vita, in strutture chiamate sempre più spesso a rispondere ai bisogni legati alla demenza.
Un’indennità di accompagnamento modulata. Il principale sostegno economico dello Stato alle persone non autosufficienti ha oggi lo stesso importo per tutti, che nel 2026 è di 551,53 euro al mese per 12 mensilità, come stabilito dall’Inps. La stessa cifra arriva così a chi ha bisogno di qualche ora di aiuto e a chi richiede assistenza giorno e notte, una somma che in questo secondo caso copre solo una piccola parte del costo di un’assistente familiare. Il Patto propone di graduarla per dare di più a chi ha maggiori necessità di assistenza e per premiare chi assume regolarmente un’assistente familiare.
Per avviare queste misure servono circa un miliardo di euro aggiuntivi nel 2027. Non è una cifra trascurabile, e va pesata insieme alle altre priorità della manovra, ma va letta alla luce del ritardo storico che lo Stato italiano ha accumulato nell’assistenza agli anziani e del fatto che il costo dell’assenza del pubblico viene già pagato ogni giorno dalle famiglie, in ore di lavoro e in risparmi. Non si tratta, inoltre, di idee improvvisate: le proposte raccolgono anni di confronto tra chi rappresenta anziani e familiari, chi lavora nei servizi e chi studia il tema, tanto che le cose da fare sono in larga parte note. La sfida è realizzarle.
Una riforma e un Piano, ma senza risorse aggiuntive
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Nel 2023 il Parlamento ha approvato la prima riforma organica dell’assistenza agli anziani non autosufficienti e all’inizio di ottobre il Governo ha varato il primo Piano nazionale sulla fragilità e la non autosufficienza della popolazione anziana, che indica come priorità l’assistenza a domicilio, la semplificazione dell’accesso ai servizi e il rafforzamento del personale sociosanitario. Avere finalmente un riferimento nazionale comune è un fatto da riconoscere. Il Piano, però, nella sostanza conferma gli interventi esistenti, senza nuove misure né risorse aggiuntive: indica una direzione, ma non mette nulla nel serbatoio.
È qui che la distanza della politica da questo tema smette di essere una semplice disattenzione e diventa una responsabilità. Una riforma e un piano privi di finanziamenti rischiano di restare dichiarazioni di intenti, mentre nelle case la regia della cura continua a essere affidata a figli e figlie che riorganizzano la propria vita intorno a un genitore fragile. Nel dibattito che accompagna ogni manovra si parla di molto altro, e la non autosufficienza resta sullo sfondo come se riguardasse qualcun altro, quando invece chi oggi non vive questa situazione sa che potrebbe trovarcisi domani. Non esiste un tema più trasversale, e nemmeno uno più prevedibile, dal momento che la crescita degli ultraottantacinquenni è già scritta nella demografia del Paese.
La prova della legge di bilancio
La legge di bilancio 2027 è la prima occasione per capire se la riforma del 2023 e il Piano di ottobre erano l’inizio di un percorso o il suo punto d’arrivo. Recepire le proposte del Patto significherebbe cominciare a restituire al pubblico quella regia che oggi pesa interamente sulle famiglie, e farlo con strumenti già discussi, condivisi da 61 organizzazioni e con un costo definito. Non farlo vorrebbe dire scegliere, ancora una volta, che a prendersi cura di quattro milioni di anziani siano soprattutto i loro figli e le assistenti familiari, da soli. La politica può continuare a tenersi lontana da questo tema; le famiglie non hanno questa possibilità.
Foto di apertura: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)
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