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In difesa dell’immaginazione: il Rojava in una nuova fase
di Cihad Hammy
[Ringraziando la casa editrice elèuthera per la gentile concessione, pubblichiamo di seguito la prefazione di Cihad Hammy, ricercatore curdo di Kobane, scritta e aggiornata ai recenti sviluppi per la nuova edizione (2026) del volume Rojava. Una democrazia senza stato – gh.t.]
Il «coraggio di immaginare» evocato in uno dei saggi che seguono è di fatto il tratto distintivo della rivoluzione del Rojava, come peraltro dimostrano tutti i saggi di questa bella antologia, originariamente pubblicata nel 2016. È un invito a osare al contempo stimolante e urgente. Stimolante perché sfida la miseria immaginativa del pensiero dominante dopo il trionfo dell’ideologia neoliberista e del suo motto «non c’è alternativa». Urgente perché il capitalismo neoliberista sta distruggendo il tessuto profondo della società, modificando la struttura stessa dell’essere umano. Quando la società si sgretola, le caratteristiche essenziali dell’essere umano ne escono sminuite: noi umani siamo esseri sociali, e se la dimensione sociale viene soffocata, ecco che veniamo ridotti a mera esistenza, ad atomi.
La vita sociale e collettiva che abbiamo conosciuto è stata ormai rimpiazzata da individui atomizzati, dall’esaltazione della performance individuale e dalle patologie psicologiche che immancabilmente l’accompagnano, dalla mercificazione di ogni aspetto della vita, dalla depoliticizzazione, dall’alienazione, dalla guerra costante, dall’intensificazione delle divisioni di classe e dall’ascesa delle destre su scala globale. Oltretutto, il capitalismo neoliberista sta esacerbando la distruzione della natura portandola a limiti estremi. Da quando l’umanità è emersa dalla sua prima natura, stiamo assistendo a un livello di distruzione senza precedenti sia della natura sociale (frutto dell’evoluzione biologica) sia della prima natura (il mondo naturale). Eppure, anche se viviamo in tempi catastrofici, immaginare un’organizzazione sociale ed economica differente è considerato una follia. Come osiamo?!
E invece avere il coraggio di pensare al di là delle narrazioni ideologiche dominanti è il primo passo per produrre una crepa nel sistema che ci domina. Attraverso questa crepa possiamo infatti intravedere forme di vita diverse e libere, ed è solo se sapremo usare la nostra capacità immaginativa che potremo raggiungere gli obiettivi cui aspiriamo, per quanto lungo possa essere il cammino. Questo è ciò che nelle tradizioni di sinistra viene chiamato prassi. Coraggio-Pensiero-Immaginazione-Azione: ecco ciò che crea speranza in questi nostri tempi privi di speranza.
In curdo Rojava significa «Ovest», ed è infatti la parte occidentale del Kurdistan, quella situata in Siria. La rivoluzione del Rojava è scoppiata nel 2012 come conseguenza del vuoto di potere lasciato dallo Stato siriano, ancora nelle mani di Bashar al-Assad, all’epoca impegnato a combattere l’opposizione armata nel resto della Siria. In tale contesto, il Partito dell’Unione Democratica (PYD) ha intrapreso quella che all’interno della rivoluzione siriana possiamo definire la «terza via», dato che sia lo Stato siriano sia l’opposizione condividevano il medesimo approccio nazionalista e razzista nei confronti della questione curda. Ispirandosi alla filosofia di Abdullah Öcalan, pensatore politico e leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il PYD ha attuato in Rojava il confederalismo democratico, i cui principi fondamentali sono la democrazia dal basso, l’autodifesa, l’ecologia sociale e la liberazione delle donne.
I saggi che compongono questa antologia sono stati scritti in un clima di ottimismo e speranza, dopo l’eroica resistenza di Kobane nel 2014 e la vittoria delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ) contro lo Stato Islamico (ISIS). All’epoca, la rivoluzione del Rojava ha catturato l’attenzione del mondo e in alcuni ambienti di sinistra ha richiamato alla memoria la rivoluzione spagnola del 1936. Da parte loro, i media mainstream hanno celebrato la vittoria dei combattenti curdi contro l’ISIS, feticizzando al contempo le combattenti curde.
L’edizione originale è dunque nata in questo contesto. Scritto da accademici e giornalisti che hanno visitato il Rojava e condotto approfondite interviste con la leadership politica e militare sul campo, il libro presenta una narrazione storica «dal basso». Anziché affidarsi a classificazioni ideologiche astratte imposte dall’esterno, documenta pratiche vissute, dibattiti interni ed esperimenti istituzionali concreti. Al contempo non lesina critiche sia alla lettura liberal della rivoluzione del Rojava, sia alla lettura radical di alcuni gruppi della sinistra occidentale che si sono limitati a collocare Öcalan e il PYD sotto la categoria «stalinisti». Una lettura, quest’ultima, che trascura completamente la trasformazione ideologica avvenuta a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento da parte di Öcalan e del PKK, e successivamente adottata anche dal PYD, che ha portato a un passaggio dal marxismo-leninismo a una filosofia comunalista, femminista ed ecologica.
Un contributo teorico centrale del libro risiede nel suo confronto con l’orientalismo. In particolare critica il presupposto – ancora presente nel pensiero occidentale, sinistra inclusa – secondo cui in Medio Oriente i movimenti politici sarebbero statici, derivativi o incapaci di trasformazione ideologica. In questo senso, la raccolta di saggi mette bene in luce come i presupposti orientalisti stiano alla base non solo del discorso liberale, ma anche di quelle interpretazioni di sinistra che (in)consciamente negano ai movimenti emergenti del cosiddetto «Oriente» l’agency storica e la capacità di autocritica e di innovazione teorica.
Allo stesso tempo, il libro offre una critica all’orientalismo liberale e alla sua rappresentazione tutta occidentale delle combattenti curde. Nei media mainstream sono ampiamente circolate le immagini di donne curde che armi in mano sconfiggono l’ISIS, ritraendole come semplici combattenti, rappresentandole in modo sessualizzato e privandole così della loro soggettività politica. L’attenzione si è concentrata principalmente sulla loro efficacia militare, evitando qualsiasi confronto serio con il loro posizionamento ideologico, femminista e rivoluzionario: un aspetto cruciale per capire ciò per cui stanno combattendo.
In sostanza, questo libro sostiene che per comprendere la rivoluzione del Rojava sia necessario rompere con i paradigmi orientalisti, progressisti o liberali che siano, ed esorta a riconoscere il Rojava come qualcosa che va oltre le immagini cristallizzate ereditate dall’immaginario modernista occidentale. Invita inoltre il lettore a confrontarsi in prima persona con un esperimento rivoluzionario emerso da lunghi processi di rottura ideologica, autocritica e reinvenzione politica, oltretutto in condizioni di estrema violenza e collasso regionale. In questo senso, interviene direttamente nei dibattiti all’interno della sinistra internazionale, contestando il presupposto secondo cui l’azione rivoluzionaria scaturirebbe solo dai tradizionali centri del sistema mondiale, e sostenendo invece che spazi periferici e assediati come il Rojava possono effettivamente generare forme di immaginazione e di pratica politiche che non solo sono significative a livello locale, ma che hanno al contempo una rilevanza universale.
Ciò che questo libro cerca in definitiva di dimostrare è che una rivoluzione in atto in una regione relativamente remota ed emarginata come il Rojava non solo è reale, ma è anche degna della solidarietà della sinistra. Contrariamente a un certo discorso presente nella sinistra occidentale, che tende a liquidare le lotte in Medio Oriente come autoritarie, culturalmente specifiche o strategicamente irrilevanti, il libro sostiene che il Rojava costituisce un autentico progetto emancipatorio che richiede impegno e solidarietà.
Un decennio dopo
Tuttavia, sono ormai passati dieci anni dalla prima edizione di questo libro, e nel frattempo si sono verificati molti cambiamenti, molte trasformazioni politiche. Oggi, nel 2026, la rivoluzione del Rojava ha subìto una grave battuta d’arresto. I curdi, sia nel Rojava sia altrove, versano in uno stato di pessimismo e sconforto, uno stato d’animo opposto a quello che si era diffuso dopo la vittoria di Kobane, come ben dimostra questo libro. Di seguito propongo una breve riflessione su ciò che è accaduto nell’ultimo anno.
La rivoluzione del Rojava è nata dalle rivolte scoppiate prima in Nord Africa nel 2010-2011 e successivamente in Medio Oriente. Le proteste, sia pacifiche sia violente, hanno fatto cadere le dittature in paesi come la Tunisia, la Libia, l’Egitto o la Siria, ma non sono riuscite a portare la democrazia e la libertà ai loro popoli. Le potenze regionali e straniere, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno strumentalizzato le rivolte per assecondare i propri interessi imperialisti, sostenendo di fatto le forze antidemocratiche.
La Siria non ha fatto eccezione. Dopo tutto il sangue versato, dopo i sacrifici e le sofferenze che il popolo siriano ha sopportato per conquistare la democrazia, la libertà e la dignità, il gruppo islamista estremista Hayʾat Taḥrīr al-Shām, guidato dall’ex membro dell’isis Aḥmad al-Sharaʿ (Abū Muḥammad al-Jawlānī), è salito al potere. Questo è accaduto dopo la caduta di al-Assad e del suo regime nel 2024, e grazie al massiccio sostegno politico, economico e diplomatico di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Per le forze laiche e democratiche è stata un’enorme delusione. Sostenuto da alcune fazioni antidemocratiche, al-Sharaʿ si è infatti autoproclamato presidente del nuovo governo provvisorio per un periodo di transizione della durata di cinque anni. Questo evento politico ha avuto ripercussioni negative sull’intero territorio siriano e sul destino del Rojava, che nel frattempo ha cambiato il proprio nome in Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). All’indomani della vittoriosa resistenza delle YPG e delle YPJ a Kobane, gli Stati Uniti avevano preso contatto con i curdi della Siria per costituire una forza multietnica che è poi diventata il partner chiave della coalizione guidata dagli stessi Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. La costituzione delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – una forza multietnica e multireligiosa, che riflette l’eterogeneità del popolo siriano – ha iniziato a concretizzarsi nel 2015.
Una volta salito al potere, al-Sharaʿ ha proclamato la fine della rivoluzione siriana, affermando che essa aveva raggiunto i propri obiettivi rovesciando il regime di al-Assad. Per lui, la rivoluzione non era destinata a realizzare le iniziali richieste democratiche dei manifestanti siriani; piuttosto, si trattava di un mero cambio di regime, senza che le strutture centralizzate dello Stato-nazione fossero messe in discussione. In parole povere, il governo provvisorio ha cercato di riprodurre la stessa identica struttura del potere statale del regime di al-Assad ma sotto una veste sacra, e la repressione di coloro che chiedevano libertà e dignità è diventata un prerequisito per la sopravvivenza del regime.
Il governo provvisorio ha reinterpretato la rivoluzione attraverso la lente dell’obbedienza e della coercizione. Questo atteggiamento è spesso una delle caratteristiche principali dei gruppi islamisti una volta saliti al potere. Concetti quali democrazia e libertà sono scomparsi dal discorso pubblico del governo provvisorio e di fronte a questa inversione di senso, la DAANES e le forze democratiche si sono fermamente rifiutate di ridurre la libertà a un mero slogan. Al contrario, sin dalla caduta del regime di al-Assad, hanno insistito nel difendere la democrazia e la libertà come prerequisito per un ordine politico pluralistico che traesse la propria legittimità dalla società stessa in modo democratico.
Ciò che ha ulteriormente aggravato la situazione è stata la pervicacia con cui il governo provvisorio ha gradualmente imposto la propria agenda, organizzando campagne mediatiche sistematiche e prendendo di mira qualsiasi forma di resistenza sociale, tant’è che già nei primi mesi di governo sono stati commessi una serie di massacri contro le minoranze, tra cui la alauita, la drusa e la cristiana.
In questo specifico contesto, l’attenzione delle forze democratiche si è rivolta verso la DAANES, considerata un’amministrazione politica e militare ben organizzata, sostenuta a livello internazionale, e in grado di contrastare il governo provvisorio e difendere il progetto civile. Il conflitto tra DAANES e al-Sharaʿ è diventato così una lotta decisiva: o il trionfo dell’islamismo e la fine della democrazia, o la vittoria delle SDF e l’apertura verso un modello pluralistico e laico. E questo anche se le potenze internazionali hanno già riposto la propria fiducia in al-Sharaʿ.
All’inizio del 2026 si è verificata una svolta che ha cambiato radicalmente la situazione politica e il destino di DAANES. Il 6 gennaio, a Parigi, Israele e il governo provvisorio siriano hanno raggiunto un accordo per creare un coordinamento nei settori della sicurezza, dell’intelligence e del commercio. Questo accordo ha visto il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e quello indiretto della Turchia. Appena un giorno dopo, le forze del governo provvisorio hanno lanciato una pesante offensiva contro i quartieri curdi assediati di Ashrafiyah e Sheikh Maqsood ad Aleppo. Così facendo, il governo provvisorio ha violato gli impegni delineati nell’accordo del 10 marzo 2025 stipulato con le SDF che prevedeva l’instaurazione di uno Stato civile e costituzionale e il rispetto della composizione pluralistica della Siria.
L’ambiguità della posizione statunitense suggerisce che il governo provvisorio abbia ricevuto da Washington, durante i colloqui di Parigi, il «via libera» per sferrare attacchi contro le sdf in cambio delle concessioni offerte da al-Sharaʿ a Stati Uniti e Israele. I combattimenti non si sono limitati ad Aleppo, ma si sono estesi a est dell’Eufrate, nella zona sotto il controllo delle sdf. Il ruolo degli Stati Uniti si è manifestato, in primo luogo, nell’incoraggiare Damasco a intensificare la pressione sul campo di battaglia – compreso l’accerchiamento dei quartieri curdi vulnerabili come appunto Ashrafiyah e Sheikh Maqsood – e, in secondo luogo, nell’attivare strumenti di pressione diplomatica all’insegna della «moderazione» con il fine di contenere le basi popolari e militari delle SDF a est dell’Eufrate.
I curdi, insieme ad alcune comunità arabe e cristiane di Al-Hasakah e Kobane, con cui è stata stretta un’alleanza, sono stati lasciati soli ad affrontare il duro scontro con le forze islamiste di al-Sharaʿ, ancora assetate di vendetta dopo la sconfitta dell’ISIS a Kobane. Rimaste senza alcuna alternativa, le SDF hanno indetto una mobilitazione generale per difendersi dagli attacchi e dai potenziali massacri che ne seguirebbero e che sarebbero di entità ben superiore a quelli già verificatesi nelle regioni costiere della Siria contro gli alauiti e i drusi.
Di fronte a minacce che mettono in forse la loro stessa esistenza, i curdi hanno risposto con estremo vigore a questo appello alla resistenza, tanto che, con uno spirito simile a quello di Kobane nel 2014, l’ondata di mobilitazione ha toccato tutti i territori curdi del Medio Oriente. Nel frattempo, anche la diaspora curda in Europa e nelle Americhe, superando le differenze di appartenenza politica e ideologica, è scesa in piazza quotidianamente e in massa in tutte le grandi città. Famiglie intere (compresi bambini e neonati), affiancate da attivisti internazionali solidali, hanno sfidato il rigido clima invernale per esercitare la massima pressione sui responsabili politici dei paesi ospitanti.
Le forze politiche curde all’interno della Regione del Kurdistan Iracheno (KRI), nonostante i disaccordi politici esistenti con daanes, hanno mobilitato tutte le loro risorse diplomatiche, mediatiche e logistiche a sostegno delle SDF, aprendo i propri confini al valico di Semalka per consentire l’accesso agli aiuti di emergenza e ad altre forme di sostegno. Inoltre, Öcalan, capo negoziatore del PKK nel processo di pace con la Turchia, in corso dalla fine del 2024, ha lanciato un avvertimento allo Stato turco: il processo di pace sarebbe stato immediatamente sospeso se gli attacchi contro DAANES non fossero cessati. Öcalan ha ammonito che il ricorso all’opzione militare avrebbe provocato un devastante conflitto etnico in tutta la regione, coinvolgendo curdi, arabi e turchi in egual misura.
Questa unitarietà di posizioni e di azioni, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente, ha dimostrato che i curdi costituiscono una formidabile forza regionale. Ed è stata proprio la pressione esercitata dalla ritrovata unità curda a ottenere la cessazione delle ostilità e della guerra e a riportare al-Sharaʿ al tavolo dei negoziati, fino alla firma di un nuovo accordo avvenuta il 29 gennaio 2026.
Con il ritiro delle sdf dai vasti territori arabi passati sotto il loro controllo dopo essere stati liberati dall’isis, l’accordo del 29 gennaio ha posto fine a una guerra le cui conseguenze distruttive per l’intera regione sarebbero state dirompenti. Le clausole che riconoscono l’esistenza dei curdi e della loro cultura all’interno della Siria sono parte integrante dell’accordo, che ha inoltre accettato l’integrazione delle istituzioni civili e di sicurezza esistenti ad Al-Hasakah e Kobane (chiamate Asayîş) nell’apparato statale siriano. Tale integrazione si è estesa anche alle forze militari (le SDF), che sono state incorporate come un’entità unificata anche se composta da brigate militari operanti all’interno di Al-Hasakah e Kobane. In tal modo, lo status delle regioni curde e delle SDF è stato formalmente riconosciuto come un aspetto integrante e distintivo dello Stato siriano, preservandone al contempo le peculiarità.
Gli accordi fin qui citati sono di natura teorica. A livello concreto, l’accettazione e integrazione delle restanti regioni della daanes nell’accordo con il governo siriano è ancora in discussione: la DAANES cerca di mantenere le proprie strutture autonome, soprattutto nelle regioni curde, mentre lo Stato siriano tende a centralizzare e contenere ciò che resta della DAANES, indebolendola e ponendo limiti ai suoi ideali potenzialmente sovversivi. I risultati concreti dell’accordo dipendono dai negoziati attualmente in corso.
Ma va anche detto che la rivoluzione del Rojava, nonostante i suoi ideali emancipatori, è rimasta in parte intrappolata nelle proprie contraddizioni interne. L’ultima battuta d’arresto va infatti imputata tanto a fattori esterni (ragioni geopolitiche) quanto a fattori interni, che rimandano alla sua incapacità di confrontarsi seriamente con il potere e le strutture gerarchiche nate all’interno della leadership che ha guidato la rivoluzione del Rojava. Come ogni fenomeno sociale, le rivoluzioni non sono mai pure. È dunque cruciale esplicitare le contraddizioni attraverso una critica serrata e lavorarci sopra per creare nuove possibilità e soluzioni. Solo attraverso questo incessante processo la rivoluzione rimarrà in costante movimento e offrirà nuovi approcci per risolvere le questioni che le persone si trovano ad affrontare nella loro vita quotidiana.
In definitiva, questa antologia è sia un invito a comprendere appieno ciò che è accaduto durante la rivoluzione del Rojava, sia un appello alla solidarietà. Oggi, ancor più che al momento della prima edizione di questo libro, il Rojava ha bisogno della solidarietà di chi crede davvero nella libertà, nella giustizia e nella ragione. Il popolo del Rojava ha osato immaginare un mondo diverso e libero, e chi è alla ricerca della libertà dovrebbe sostenere questo sforzo creativo, poiché un immaginario emancipatorio e un’autodeterminazione democratica dal basso sono ciò di cui abbiamo tutti bisogno nei tempi bui che stiamo vivendo.
Il volume Rojava. Una democrazia senza stato è stato recensito da Sandro Moiso: Una nuova Comune (al centro dell’Inferno che viene), in «Carmilla online», 20 dicembre 2017.
Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale
Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026
Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.
Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]
La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]
Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.
A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.
Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.
Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.
Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.
Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.
Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).
Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.
Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.
Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.
Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.
Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]
Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.
Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.
C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.
Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.
In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.
Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.
Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.
La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».
“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.
Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?
Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.
Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?
Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.
Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.
Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?
Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.
Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».
[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.
[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.
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