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Adolescenti, al via il supporto psicologico online. Ma fuori dallo schermo chi li ascolta?

28 Maggio 2026 ore 18:35

Entra in funzione AscoltaMi, la nuova piattaforma digitale di supporto psicologico per studenti dai 13 ai 15 anni, gestita e finanziata dal ministero dell’Istruzione e del Merito in collaborazione con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi. Annunciata a inizio anno, rappresenta un segnale che da più parti è stato definito importante: lo Stato riconosce che il benessere psicologico è parte integrante del diritto allo studio. Ma ha già generato un ampio dibattito.

Come funziona

Sul sito del Ministero sono riportate tutte le informazioni utili. Innanzitutto, a chi si rivolge: studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e del primo biennio della secondaria di II grado. Si entra nell’applicativo attraverso la piattaforma Unica del Mim, in videoconferenza e in maniera individuale e volontaria, mediante la fruizione (per una sola volta nel corso dell’anno scolastico) di un voucher che garantisce cinque incontri con psicologi della durata di 60 minuti ciascuno, a eccezione del primo incontro, pensato di 70 minuti per consentire al singolo studente di concordare con il professionista le modalità e i tempi di erogazione del servizio.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

I genitori degli studenti interessati dovranno presentare la richiesta del voucher tramite la piattaforma Unica. Entro 30 giorni dall’assegnazione del beneficio, procederanno alla scelta del professionista a cui affidare il ciclo di incontri. Una volta scelto lo psicologo, gli studenti potranno incontrarlo in videoconferenza tramite l’applicazione AscoltaMI sulla stessa piattaforma. Dall’altra parte dello schermo, troveranno psicologi con specifici requisiti: iscritti all’albo da almeno tre anni e con esperienza in ambito scolastico e in progetti per l’età evolutiva almeno triennale.

Siamo sicuri che possa bastare?

Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, è il fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis che a Milano offre psicoterapia, sostegno psicologico ed educativo per adolescenti, bambini, adulti e famiglie in difficoltà. «18 milioni sono una cifra significativa (è lo stanziamento messo in campo dal Governo, nda)», dice, «siamo tutti felici se vengono destinate risorse per l’adolescenza e per i ragazzi. Dopodiché, però, bisogna dire con chiarezza che serve molta attenzione». Si riferisce all’approccio con cui oggi guardiamo all’adolescenza: «Si tende spesso a leggere il disagio in termini di psicopatologia, diagnosi e clinica, e si rischia di dimenticare l’orizzonte educativo e pedagogico, che è spesso quello più immediato e utile per famiglie e scuola. La richiesta alla professione psicologica è sempre più quella di intercettare precocemente i problemi prima che esplodano ma la prevenzione non può ridursi a una lettura solo clinica o a strumenti di screening: molti dei segnali di disagio sono anche espressione di difficoltà relazionali, educative e contestuali, che richiedono interventi non necessariamente diagnostici».

Attività educative rivolte ad adolescenti. (Fotografia cooperativa sociale Stripes)

Dafne Guida, presidente e direttrice generale della cooperativa sociale Stripes, si chiede se cinque colloqui possano bastare «di fronte alle occhiaie di chi non dorme, le scuse di chi evita la mensa, il silenzio di chi non alza più la mano». Attenzione, sottolinea, «accogliamo con favore questa misura, che costituisce un passo rilevante: è la prima volta che si investe per intercettare precocemente i segnali di disagio adolescenziale e per garantire un sostegno sul piano della salute mentale a tutti i ragazzi italiani tra i 13 e i 15 anni contemporaneamente. Ma non è sufficiente». Perché? «Innanzitutto perché cinque colloqui sono pochi: consentono appena di inquadrare un problema. Il primo dura 70 minuti per favorire la conoscenza, gli altri 60, ma il tempo dedicato a ogni ragazzo resta limitato».

Se il sostegno psicologico arriva in uno schermo

In più c’è il fatto che gli incontri avvengano attraverso uno schermo: «Spesso accusiamo gli schermi di essere il luogo del ritiro e dell’isolamento, ma allo stesso tempo pretendiamo che diventino il luogo sicuro in cui un adolescente può raccontarsi allo psicologo», riflette Guida. «Il cellulare sul letto o la videochiamata dalla scrivania non ricreano quello “spazio isomorfico”, fisicamente e simbolicamente altro, in cui poter elaborare emozioni in libertà».

Dalai porta l’esperienza di Nivalis a Milano in iniziative di orientamento psicologico: «Abbiamo osservato che una conoscenza personale e in presenza, non mediata dal virtuale, sembra favorire una maggiore adesione ai percorsi. In particolare, quando la presa in carico avviene attraverso cooperative sociali o realtà del Terzo settore presenti stabilmente nella scuola, con educatori e figure riconoscibili dai ragazzi, la tenuta della consultazione psicologica breve appare più solida rispetto a canali più anonimi come numeri verdi o servizi meno radicati sul territorio». Il passaggio attraverso lo schermo, aggiunge, non garantisce automaticamente un migliore aggancio: «Non è detto che faciliti in modo significativo l’accesso o la continuità, soprattutto nei percorsi più strutturati come la psicoterapia». Da qui l’invito «a interrogarsi con cautela sull’idea che il digitale da solo possa facilitare le richieste d’aiuto dei ragazzi: spesso sono le relazioni dirette, la continuità territoriale e la riconoscibilità delle figure adulte a sostenere davvero l’ingaggio nei percorsi di supporto».

Un ponte con il contesto reale

Sarebbe diverso se quegli stessi minuti si potessero vivere in presenza? «Uno sportello “in carne e ossa” crea uno spazio della cura e del trattamento, una dimensione dell’accoglienza vis-à-vis, in un luogo e in un tempo dedicati, che è essa stessa educativa», sostiene Guida, che evidenzia un altro rischio. «È quello della delega totale allo psicologo, come se la risposta automatica al disagio adolescenziale dovesse essere unicamente questa. Se un ragazzo sta male, non è mai soltanto un problema individuale: è qualcosa che interpella una comunità educativa intera». Per la pedagogista va costruito «un ponte vero tra quei cinque colloqui e ciò che accade concretamente nella quotidianità del ragazzo. Non può esserci soltanto un pezzo “clinico” separato dal resto. Occorre raccordare quel percorso con la scuola, con la classe, con le relazioni che quel ragazzo vive».

C’è un punto che, secondo Dalai, che va tenuto fermo: «Quello che spesso chiamiamo “disagio” è anche inquietudine adolescenziale, una condizione esistenziale che andrebbe attraversata e accompagnata in altri luoghi, non necessariamente in terapia. Vivere l’ansia prima di una scelta scolastica o nel picco delle verifiche di maggio non è automaticamente una psicopatologia: è una forma di sofferenza legittima, che rischiamo però di medicalizzare troppo. Altro discorso vale per le sofferenze profonde, a cui non possiamo voltare le spalle. Ma dopo cinque sedute che cosa succede? Il rischio è che i servizi si ingolfino, che le richieste confluiscano nei soliti percorsi già saturi, tra liste d’attesa del pubblico e ricorso al privato. La domanda che pongo è: come usiamo davvero questi strumenti? Potremmo pensare, ad esempio, non solo a nuovi dispositivi, ma al potenziamento di quelli esistenti, mettendoli più in connessione con i territori e rendendo più accessibile ciò che già è gratuito e presente nel sistema».

Numeri e immagini dal disagio

Ogni dato parla, ma alcuni raccontano più di altri. Per Guida il più sorprendente è «il 50% di studenti che lamenta una stanchezza cronica, che non è quella sana di chi ha corso e giocato ma quella opaca di chi non trova senso ai suoi giorni. Oggi, nella scuola, il corpo è diventato essenzialmente “l’ora di educazione fisica”, tutto passa attraverso le parole e attraverso lo schermo. E invece, soprattutto in un contesto psicopedagogico, il corpo comunica continuamente: da come un ragazzo muove le mani o le gambe, da come suda, da come guarda, da come respira emergono segnali fondamentali. Per questo va attivato un sistema che vada oltre i cinque colloqui. Perché se non alziamo lo sguardo e non vediamo cosa c’è intorno, rischiamo di farli cadere nel vuoto. Se dissodi un terreno ma non sei in grado di risistemarlo piantandoci dentro qualcosa, non resterà che un campo di patate».

Un dialogo non solo richiesto, ma ascoltato davvero

Quale soluzione adottare allora? Per Guida servirebbe «un educatore di plesso oppure un lavoro più strutturato dei pedagogisti per creare una connessione reale con il territorio e con la scuola. La vera strada è l’integrazione: non esiste lo “psico” senza il pedagogico. Stiamo parlando di soggetti in formazione, di ragazzi che hanno bisogno non solo di un supporto clinico, ma anche di un accompagnamento nei processi di crescita, apprendimento e relazione».

Dalai cita progetti come l’educatore di corridoio e laboratori trasformativi. «Va fatto un ragionamento di comunità. Continuiamo a non vedere la dimensione generativa della sofferenza e dell’inquietudine dei ragazzi e nemmeno le enormi risorse che possono mettere in campo. Servono figure non solo “problem oriented”, ma “generative oriented”: non centrate esclusivamente sulla gestione del disagio, ma capaci di produrre contesti di crescita. Nella scuola questo significa sviluppare iniziative non scollegate dalla didattica, ma integrate nella vita della classe, in grado di intercettare fragilità e ragazzi in difficoltà prima che diventino emergenza. Uno spazio relazionale in cui si costruiscono identità, si sperimentano ruoli, si elaborano conflitti, dove il dialogo non solo sia richiesto, ma ascoltato davvero».

La fotografia in apertura è di Tim Mossholder su Unsplash

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Minori stranieri non accompagnati, la denuncia da Crotone: «Così il sistema li riduce a posti letto»

28 Maggio 2026 ore 12:56

Centootto ragazzi in nove mesi, ventidue posti letto, un centro di accoglienza straordinaria a Crotone. Arrivavano dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dall’Egitto, dalla Costa d’Avorio – quasi tutti con alle spalle detenzioni in Libia o in Turchia, violenze, traversate del deserto. Nel progetto “Da Cas a Casa”, gestito dall’impresa sociale Sabir, frequentavano la scuola, facevano tirocini in aziende locali, seguivano percorsi psicologici. Alcuni erano stati dati in affido a famiglie del posto: un fatto quasi senza precedenti nel sistema italiano dei Cas per minori stranieri non accompagnati.

Ora Sabir ha annunciato che non rinnoverà il contratto con la Prefettura. Ritardi nei pagamenti protratti per mesi, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, nessuna programmazione, contestazioni ritenute sproporzionate. La presidente Manuelita Scigliano non usa giri di parole: il sistema «tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire». Firmare un nuovo contratto, in queste condizioni, avrebbe significato «trasformare un’esperienza educativa in una lenta agonia amministrativa».

Non è una resa, sostiene Scigliano. È una denuncia pubblica. E vuole che il caso di Crotone apra un dibattito nazionale. «Abbiamo sostenuto quasi da soli, a livello locale, questa battaglia estenuante. Oggi la questione va portata a un livello politico e di principio. Chiediamo che il nostro appello venga raccolto da chi crede che la difesa dei diritti dei più fragili non possa più essere lasciata alla solitudine di pochi».

Qual è la situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria? Quanti sono e come vivono?

La situazione dei minori stranieri non accompagnati in Calabria è diventata particolarmente critica a partire dal 2023, quando il territorio crotonese è stato investito da un’esplosione degli arrivi via mare. In quell’anno in Italia si è arrivati a oltre 20mila minori stranieri non accompagnati, a fronte di una disponibilità di posti in accoglienza dedicata di circa 3mila posti. Questo squilibrio enorme ha prodotto conseguenze davvero gravi: molti ragazzi sono rimasti per giorni o settimane in condizioni improprie, spesso trattenuti in centri per adulti o in strutture emergenziali come il Cara di Sant’Anna di Crotone. Una situazione che abbiamo denunciato anche attraverso un’interrogazione parlamentare presentata a Bruxelles. È in quel contesto che Sabir ha iniziato a operare con i Msna, offrendo inizialmente supporto educativo e ricreativo ai ragazzi presenti nel Cara di Sant’Anna e partecipando ai tavoli istituzionali della Prefettura di Crotone. Dal settembre 2024 abbiamo poi gestito un Cas dedicato ai minori, con 22 posti letto, all’interno del quale sono transitati 108 ragazzi provenienti da Afghanistan, Bangladesh, Iran, Egitto, Tunisia, Costa d’Avorio, Gambia e Pakistan. Questi ragazzi arrivano quasi sempre dopo percorsi segnati da guerra, torture, violenze o detenzione in Libia e Turchia. Per questo il tema non può essere solo “dove dormono”, ma come vivono. Nel nostro progetto abbiamo cercato di trasformare il Cas in una vera “casa”: scuola, corsi di italiano, supporto psicologico, sport, laboratori artistici, tirocini lavorativi, mediazione culturale e costruzione di relazioni con la comunità locale. L’obiettivo era evitare che restassero sospesi in un sistema emergenziale e restituire loro continuità educativa, dignità e prospettive di autonomia.

La decisione di non rinnovare il contratto è stata definita “sofferta”. Quali sono stati i momenti o gli episodi specifici che hanno reso impossibile continuare, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi accolti?

La decisione di non rinnovare il contratto è stata sofferta perché, nonostante i risultati raggiunti con i ragazzi, negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile garantire un’accoglienza realmente educativa e sostenibile. Le criticità non riguardavano un singolo episodio, ma un insieme di problemi strutturali: ritardi amministrativi e nei pagamenti protratti per mesi, difficoltà continue nel confronto con l’Amministrazione, assenza di risposte alle comunicazioni ufficiali, mancanza di programmazione e contestazioni che spesso abbiamo ritenuto sproporzionate o incoerenti rispetto al lavoro svolto. A questo si aggiungeva una gestione sempre più burocratica del sistema, in cui il rischio era quello di ridurre i minori a semplici “posti letto”, senza considerare i percorsi individuali costruiti nel tempo. Eppure parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, spesso arrivati dopo traumi, violenze o situazioni familiari molto difficili, che necessitano di continuità educativa, psicologica e relazionale. In alcuni casi il Tribunale per i Minorenni aveva persino disposto il prosieguo amministrativo proprio per consentire il completamento dei percorsi di integrazione avviati all’interno della struttura. Nel nostro centro i ragazzi erano inseriti a scuola, in tirocini lavorativi, in percorsi psicologici e di integrazione sociale. Alcuni avevano iniziato finalmente a trovare stabilità dopo anni di spostamenti continui tra strutture diverse. Interrompere tutto questo senza garanzie sulla continuità dei percorsi avrebbe significato tradire il senso stesso del progetto “Da Cas a Casa”. Per questo abbiamo ritenuto che firmare un nuovo contratto, nelle condizioni date, avrebbe rischiato di trasformare un’esperienza educativa costruita con fatica in una gestione puramente amministrativa, non più compatibile con il superiore interesse dei minori.

Il modello “Da Cas a Casa” ha prodotto risultati rari come l’affido familiare e culturale. Come si è costruito concretamente quel rapporto di fiducia con la comunità locale di Crotone, un territorio già segnato da spopolamento e difficoltà? 

Il rapporto di fiducia con la comunità locale si è costruito lentamente, attraverso la presenza quotidiana e la partecipazione concreta dei ragazzi alla vita del territorio. Non abbiamo mai pensato al Cas come a un luogo chiuso o separato dalla città, ma come a uno spazio aperto, capace di creare relazioni reali tra i minori e la comunità crotonese. Questo è stato possibile anche perché Sabir non è un semplice ente gestore arrivato dall’esterno per amministrare un servizio, ma una realtà sociale radicata da anni nel territorio crotonese, impegnata quotidianamente in attività di inclusione sociale, contrasto alla povertà, supporto ai migranti e tutela delle persone vulnerabili. Lo Sportello Migranti, i servizi sociali, sanitari e psicologici, le collaborazioni con scuole, associazioni e aziende locali hanno permesso di costruire una rete di fiducia già esistente nella comunità. Per questo abbiamo investito moltissimo nelle attività culturali, artistiche e sportive. I ragazzi hanno partecipato a laboratori di musica e composizione digitale, ad attività di arrampicata, calcetto e flag football, ma anche a momenti di socialità con associazioni, scout e volontari del territorio. Uno dei momenti più significativi è stata la rappresentazione teatrale “Sogna Ragazzo Sogna”, costruita insieme al maestro Mario Nunziante sulle note della canzone di Roberto Vecchioni. Attraverso il teatro e la musica, i ragazzi hanno raccontato pubblicamente il loro viaggio, le paure, i traumi e le speranze legate all’arrivo in Italia. Quella performance è stata portata anche sul palco del Premio Letterario Caccuri ed è diventata un momento molto forte di incontro tra la cittadinanza e questi giovani, non più percepiti come “migranti” astratti ma come ragazzi con storie, talenti ed emozioni. Abbiamo inoltre promosso attività nell’orto sociale, percorsi scolastici e tirocini nelle aziende del territorio. È proprio grazie a questa rete di relazioni quotidiane che sono nati anche percorsi rarissimi nel sistema dei Cas, come gli affidi familiari e culturali. In un territorio segnato dallo spopolamento e dalla fragilità sociale, si è creato un modello basato non sull’assistenza, ma sulla corresponsabilità e sul riconoscimento reciproco.

Nella lettera si denuncia una logica amministrativa che tratta i minori “come numeri da spostare”. Cosa succederà in concreto ai ragazzi già inseriti nei percorsi scolastici, lavorativi e psicologici dopo la chiusura del progetto?

Il punto più grave è proprio questo: oggi non esistono garanzie sufficienti sulla continuità dei percorsi educativi, scolastici, lavorativi e psicologici già costruiti con questi ragazzi. Il rischio concreto è che minori che finalmente avevano trovato una stabilità vengano nuovamente trasferiti da una struttura all’altra, interrompendo relazioni, percorsi terapeutici, inserimenti scolastici e tirocini avviati nel territorio. Parliamo di ragazzi estremamente vulnerabili, molti dei quali arrivati in Italia dopo esperienze traumatiche, violenze familiari, detenzione, guerra o sfruttamento. In diversi casi il lavoro educativo aveva richiesto mesi per costruire fiducia, equilibrio emotivo e adesione ai percorsi di integrazione. Alcuni ragazzi avevano iniziato finalmente ad aprirsi, a partecipare alle attività, a frequentare la scuola o ad avviare esperienze lavorative. In alcuni casi, inoltre, il Tribunale per i Minorenni aveva riconosciuto formalmente l’importanza della continuità educativa all’interno della struttura, disponendo il prosieguo amministrativo proprio per consentire ai ragazzi di completare il loro percorso di integrazione e autonomia. Il problema è che il sistema continua spesso a ragionare in termini di disponibilità di posti e gestione emergenziale, mentre per questi ragazzi la continuità relazionale ed educativa è fondamentale. Spostarli significa spesso ricominciare tutto da capo, con il rischio concreto di dispersione scolastica, marginalizzazione o ulteriore fragilità psicologica. Per questo Sabir ha dichiarato che continuerà a monitorare quanto accadrà ai minori coinvolti, ai loro percorsi scolastici, lavorativi e psicologici, affinché nessuna scelta amministrativa produca ulteriori danni nel silenzio generale. 

L’appello finale è rivolto al Governo e alle istituzioni per avviare una co-programmazione nazionale. Cosa significa in pratica superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza, e quali resistenze istituzionali avete incontrato nel proporre questo cambiamento? 

Superare la distinzione tra “prima” e “seconda” accoglienza significa cambiare completamente il modo in cui vengono considerati i minori stranieri non accompagnati. Oggi il sistema è ancora troppo frammentato: nella prima accoglienza spesso prevale la logica emergenziale, trovare rapidamente un posto letto, mentre i percorsi educativi, psicologici, scolastici e di integrazione arrivano dopo, quando arrivano. Ma un minore non può aspettare mesi per iniziare un percorso di tutela reale. Noi sosteniamo invece che la presa in carico debba essere globale fin dal primo giorno: scuola, supporto psicologico, mediazione culturale, tutela legale, salute, formazione e costruzione di relazioni con il territorio devono partire immediatamente, senza separare artificialmente le fasi dell’accoglienza. È questo il senso del modello “Da Cas a Casa”: trasformare un centro emergenziale in una comunità educante radicata nel territorio. Le principali resistenze incontrate sono state culturali e amministrative. Da una parte continua a prevalere una logica numerica e burocratica, centrata sulla gestione dei posti disponibili più che sui bisogni dei ragazzi; dall’altra manca spesso una vera co-programmazione tra Prefetture, enti locali e Terzo Settore. In questi mesi abbiamo sperimentato difficoltà continue nel dialogo istituzionale, ritardi amministrativi, mancanza di risposte e assenza di una programmazione stabile che consentisse di pianificare percorsi educativi duraturi. Eppure investire in percorsi strutturati non rappresenta solo una scelta etica o sociale, ma anche una scelta razionale per lo Stato. Garantire continuità educativa e integrazione fin dall’inizio significa ridurre dispersione, marginalizzazione, trasferimenti continui tra strutture, contenziosi amministrativi, emergenze sociali e costi legati a interventi successivi molto più onerosi. Un sistema stabile e integrato consente di ottimizzare risorse, tempi e investimenti pubblici, evitando di spendere continuamente nell’emergenza senza costruire percorsi reali di autonomia. Per questo chiediamo una programmazione nazionale stabile, fondata sul superiore interesse del minore e sulla collaborazione reale tra istituzioni e realtà territoriali che lavorano ogni giorno sul campo. Noi vorremmo davvero che il caso di Crotone diventasse la scintilla per aprire finalmente un dibattito nazionale serio sull’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Non soltanto come denuncia di ciò che non funziona, ma come proposta concreta di un’alternativa possibile. In questi anni abbiamo dimostrato che un modello diverso può esistere: un’accoglienza radicata nel territorio, costruita sulla relazione educativa, sulla comunità e sulla continuità dei percorsi. Un modello che non è straordinario o irrealizzabile, ma che potrebbe essere replicato facilmente in molti altri territori italiani se sostenuto da una reale volontà politica e istituzionale.

Foto: Antonino Durso/LaPresse

L'articolo Minori stranieri non accompagnati, la denuncia da Crotone: «Così il sistema li riduce a posti letto» proviene da Vita.it.

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