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Prima diventa virale, poi viene prodotto

7 Giugno 2026 ore 00:50

Un costume da bagno da 15 dollari compare online, diventa virale sui social, viene salvato, cercato e commentato e a quel punto parte la produzione. La sequenza è questa, e racconta uno dei cambiamenti più profondi della moda globale: prima il desiderio diventa visibile, poi la fabbrica si mette in moto.

Il modello che sta emergendo in Cina non funziona più solo come il fast fashion tradizionale, quello che produce enormi quantità di capi in anticipo e poi li spinge sul mercato, ora il meccanismo è più rapido e più reattivo, un capo esplode sui social, i dati mostrano che il pubblico lo vuole, i produttori realizzano i primi lotti, le piattaforme misurano le vendite e la produzione cresce solo se il prodotto continua a funzionare.

Uno dei luoghi simbolo di questa trasformazione è Xingcheng, una città costiera del Liaoning, nel nord est della Cina, ha meno di 500.000 abitanti ed è diventata una delle capitali mondiali dei costumi da bagno. Secondo Xinhua, produce circa 170 milioni di pezzi all’anno, cioè un costume da bagno su quattro venduto nel mondo. China Daily stima il valore della filiera locale in circa 15 miliardi di yuan, pari a 2,13 miliardi di dollari. La forza di Xingcheng non sta in una sola megafabbrica, sta in una rete, perchè nel suo territorio convivono aziende strutturate, laboratori più piccoli, fornitori, modellisti, confezionatori, venditori online e operatori della logistica. People’s Daily parla di oltre 1.300 produttori e di circa un terzo della popolazione locale coinvolta nella produzione o nelle attività collegate ai costumi da bagno. Il sistema nasce negli anni Ottanta da laboratori familiari e piccole attività locali. All’inizio erano case trasformate in punti di cucito, macchine domestiche, produzione semplice per il mercato turistico. In quarant’anni quel modello si è trasformato in un distretto industriale collegato alle piattaforme globali. Xinhua indicava già nel 2019 oltre 35.000 imprese e-commerce legate ai costumi da bagno nell’area di Huludao, con esportazioni in più di 140 Paesi attraverso piattaforme come AliExpress e Amazon.

Per molto tempo la moda ha funzionato partendo dall’offerta, i marchi progettavano, producevano, distribuivano e poi aspettavano la risposta del pubblico,  ora, in questi distretti, il segnale arriva prima dal mercato. Un video virale può diventare un’indicazione commerciale, una ricerca improvvisa può attivare un produttore, un aumento dei click può trasformarsi in un primo lotto. E questo rende la produzione molto diversa dal fast fashion classico, è una moda quindi reattiva, quasi in tempo reale, produce meno alla cieca e misura di più, che parte da quantità contenute, osserva la risposta e aumenta se il prodotto vende. La fabbrica diventa un sistema distribuito senza alcuno spreco.

La fabbrica segue l’algoritmo, legge il comportamento del pubblico e reagisce.

Questa capacità riduce in parte il rischio dei magazzini pieni di capi invenduti, perché la produzione può partire da segnali reali. Allo stesso tempo accelera ancora di più il ciclo del consumo. Un capo nasce online, viene desiderato, copiato, prodotto, venduto e sostituito in tempi brevissimi.

La storia di Xingcheng è quindi una nuova fase della produzione globale, simbolo di un’economia che non aspetta più le stagioni, né i cataloghi  né le collezioni, aspetta che qualcosa esploda online.

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La pipì che diventa fertilizzante

7 Giugno 2026 ore 00:31

La pipì è una delle risorse più sprecate delle nostre città, la produciamo continuamente e la mandiamo negli scarichi usando acqua pulita per eliminarla. Dentro quel liquido, però, ci sono azoto, fosforo e potassio, gli stessi nutrienti che servono alle piante per crescere e che l’agricoltura acquista sotto forma di fertilizzanti.

Alla sede dell’Agenzia Spaziale Europea di Parigi questa risorsa viene recuperata. Quando il personale va in bagno, l’urina viene separata alla fonte, prima di essere diluita con l’acqua di scarico, e viene inviata attraverso tubature dedicate a un piccolo impianto di trattamento nel seminterrato dell’edificio. I servizi igienici sembrano bagni normali, ma funzionano in modo diverso; raccolgono il liquido separatamente e lo portano in un sistema che filtra, concentra e sanifica l’urina. Il processo rimuove microinquinanti come residui di farmaci e antibiotici, recupera i nutrienti utili alla crescita delle piante e pastorizza il liquido a 90 gradi, eliminando virus e altri patogeni. Alla fine restano acqua distillata, che può essere riutilizzata nel sistema di lavaggio, e un fertilizzante liquido chiamato Aurin.

Dietro questa tecnologia c’è VunaNexus, una startup svizzera che lavora sul recupero dei nutrienti dall’urina umana. Il suo fertilizzante è approvato in Svizzera e in Francia per l’uso su tutte le piante, viene venduto ad agricoltori, giardinieri e privati, ed è già in fase di test in città come Parigi, Losanna e Zurigo. Per anni un’idea del genere è stata considerata quasi eccentrica, ma oggi lo scenario è cambiato, la guerra, l’aumento dei prezzi dell’energia e le tensioni sulle rotte commerciali hanno mostrato quanto il mercato dei fertilizzanti sia fragile. Gran parte della produzione dipende da gas fossile, materie prime importate e filiere lunghe; quando questi equilibri saltano, aumenta il costo del cibo e cresce il rischio per i paesi più poveri.

Separare l’urina alla fonte rende il trattamento molto più semplice. È lo stesso principio che usiamo quando ricicliamo batterie, metalli o componenti elettronici. Una materia ricca di elementi utili viene raccolta prima che si mescoli con tutto il resto. In questo modo diventa più facile recuperarla e trasformarla in qualcosa di nuovo. Il sistema VunaNexus è già installato in diversi grandi edifici commerciali e residenziali, tra cui una grande banca privata svizzera a Ginevra. Oggi ricicla circa 3 milioni di litri di urina all’anno. La tecnologia sarà utilizzata anche in un nuovo ecoquartiere di Parigi, destinato a diventare uno dei più grandi progetti europei di questo tipo.

Secondo VunaNexus, se tutta l’urina prodotta in Europa venisse recuperata, potrebbe coprire circa il 30% del fabbisogno di azoto. Una quota significativa, capace di ridurre la dipendenza dai fertilizzanti sintetici, alleggerire i depuratori e rendere le città più resilienti.

Ma il nodo principale resta il costo: nei piccoli impianti produrre azoto dall’urina è ancora molto più caro rispetto ai fertilizzanti industriali. Per rendere il sistema competitivo servono impianti più grandi, una raccolta più efficiente e un riconoscimento economico del servizio ambientale svolto. Recuperare urina significa anche trattare meglio le acque reflue, ridurre l’inquinamento e chiudere un ciclo che oggi resta aperto.

Il progetto originario si chiamava Vuna, sigla di Valorisation of Urine Nutrients in Africa, e in isiZulu significa “raccolto”. Più di dieci anni fa, nell’area di Durban, in Sudafrica, furono installati oltre 80.000 bagni secchi capaci di separare l’urina. Il fertilizzante prodotto venne testato anche sulle colture di mais, dimostrando che il sistema funzionava. La difficoltà maggiore era logistica, perché raccogliere, trasportare e trattare grandi quantità di urina richiedeva costi troppo alti. Oggi a Durban ricercatori e organizzazioni locali stanno riprendendo quel lavoro, cercando sistemi più semplici per raccogliere urina da orinatoi pubblici e trasformarla in fertilizzante per gli agricoltori della zona. L’idea è creare un circuito locale, dove una sostanza considerata scarto urbano diventa nutrimento per i campi, infrastruttura sanitaria e possibile lavoro.

La pipì è sempre stata trattata come un rifiuto da far sparire in fretta. In realtà contiene una parte della fertilità che sottraiamo ai campi e poi ricompriamo sotto forma di prodotti industriali. Recuperarla significa guardare diversamente il metabolismo delle città. Il futuro dell’economia circolare passa anche da qui. Da un bagno, una tubatura, un piccolo impianto nel seminterrato, da qualcosa insomma che abbiamo sempre considerato uno scarico e che può tornare a essere una risorsa.

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