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Un fondo pubblico per l’intelligenza artificiale

13 Giugno 2026 ore 00:46
di Igor G. Cantalini

Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.

Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.

Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.

La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.

I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.

Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.

Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.

 

 

L’AUTORE

Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su  vari temi.

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La strage invisibile nelle reti da pesca

13 Giugno 2026 ore 00:54

C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.

Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.

Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.

Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.

Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.

Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.

La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.

 

Foto di depositphotos

 

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