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PIL in crescita dello 0,5%, ma tra dazi USA e nodi PNRR il futuro economico italiano resta un'incognita

 

Le stime sono ormai unanimi: il Prodotto Interno Lordo (PIL) italiano è dato in lievissima crescita almeno per il prossimo biennio, incluso il 2027. Tuttavia, alcuni istituti — come Banca d'Italia nelle sue proiezioni macroeconomiche di giugno 2026 — ritengono che i dati economici miglioreranno davvero solo nel 2028. Questo scenario resta comunque subordinato all'assenza di nuove crisi energetiche o conflitti bellici, fattori da cui dipende strettamente l'andamento della nostra economia.

Le statistiche attuali parlano di un aumento del PIL fermo a mezzo punto percentuale. Si tratta di un'analisi in cui ci siamo imbattuti più volte in questi anni: a frenarci sono l’indebolimento della domanda interna, il rincaro dell’energia, l'impennata dell'inflazione e prezzi al consumo cresciuti oltre le previsioni. Secondo gli economisti, infatti, la stabilità dei prezzi, delle materie prime e delle fonti energetiche resta la condizione ottimale per qualsiasi crescita economica.

A essere rigorosi talvolta ci si guadagna: uno sguardo più severo verso i ritardi e le contraddizioni del sistema Italia non guasterebbe, specie in una fase in cui l'inflazione sale a causa dei venti di guerra. Parliamo comunque di ipotesi provvisorie, destinate a essere riviste alla luce dei periodici bollettini congiunturali.

Volendo essere ottimisti (o provocatori) sulla base dei dati Istat, potremmo persino ipotizzare uno 0,1% in più di crescita. Restano, in ogni caso, decimali poco incoraggianti. La nostra economia fluttua in un clima di profonda incertezza, stretta tra le tensioni internazionali, i costi delle materie prime e un costo del denaro più alto del previsto, che continua a penalizzare sia le imprese sia le famiglie.

Cosa spinga Banca d'Italia (e non solo) a indicare il 2028 come l'anno della grande ripresa sfugge alla nostra comprensione. Soprattutto se si considerano i cronici ritardi italiani sul fronte delle energie rinnovabili — acuiti da un Governo tentato dal nucleare — e i progetti del PNRR che continuano a incontrare troppi ostacoli. Il nostro tessuto produttivo saprà davvero adeguarsi alla transizione digitale ed energetica nei tempi e nei modi previsti?

Dalla risposta a questa domanda dipendono i dati economici futuri, compresi quelli del 2028. Il quadro attuale d'altronde parla chiaro: l'andamento delle esportazioni non è esaltante, pesano le politiche dei dazi imposte dall'alleato statunitense e si avverte la crisi di quei pochi settori in cui il Made in Italy eccelle ancora. Se le importazioni — specialmente di materie prime e prodotti ad alta tecnologia — dovessero aumentare, non solo la domanda interna si indebolirebbe ulteriormente, ma si aggraverebbe la nostra dipendenza dall'estero. Senza contare i dati sull'occupazione, la cui espansione nel prossimo triennio è tutt'altro che scontata.

Non c'è molto da essere ottimisti. Forse l'analisi dei numeri dovrebbe essere accompagnata da quelle valutazioni ampie ed esaustive che un tempo i centri studi erano in grado di offrire. Viene da chiedersi: la crisi italiana non sarà mica segnata anche dalla decadenza dei suoi stessi centri studi?

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