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Gli Usa spengono i modelli avanzati di Anthropic: la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo

16 Giugno 2026 ore 14:16

Venerdì il governo degli Stati Uniti ha ordinato a un’azienda privata di disattivare i suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Lo strumento non viene dal diritto della sicurezza né dell’innovazione, ma dal controllo delle esportazioni, un ramo del diritto doganale.

L’amministrazione Trump ha trattato i due modelli come beni soggetti a licenza di esportazione. Ma un modello non è una merce che varca un confine: è un servizio raggiungibile via rete, fatto di parametri che restano sui server dell’azienda. Nel sistema statunitense, dare accesso a una tecnologia controllata a uno straniero — anche dentro i confini — equivale, per finzione giuridica, a esportarla: l’accesso di una persona diventa un’esportazione vietata. Il divieto colpisce così ogni cittadino straniero, perfino i dipendenti non americani di Anthropic.

Non è una novità: già negli anni Novanta gli Usa trattarono il software di cifratura del matematico Daniel Bernstein come una munizione, esigendo una licenza per esportarne il codice. Una corte d’appello federale riconobbe — in una pronuncia poi ritirata — che il codice sorgente è parola, protetto come ogni altra forma di espressione. Ciò che allora era la crittografia, oggi è l’Ai.

Il timore del governo non è infondato: questi modelli sanno leggere il codice dei programmi e trovarne le falle, le stesse che userebbe un aggressore. Non a caso Anthropic stessa aveva tenuto riservato il modello più potente.

Il punto non è se un’autorità possa intervenire: può e talvolta deve. La vera questione è il come. Quando uno strumento nato per classificare le merci viene impiegato per fermare un prodotto sgradito, cessa di essere una regola e diventa una leva di comando: gli antichi l’avrebbero chiamato instrumentum regni, la veste del diritto al servizio della nuda volontà di chi comanda.

In economia il compito di una norma è rendere calcolabile il futuro, facendo sapere a chi produce e investe a quali regole andrà incontro. Un prodotto cancellato in un pomeriggio, con un ordine immediato e non motivato, distrugge proprio questo.

Sappiamo che un servizio già diffuso può essere rimosso: nel 2023 il Garante per la protezione dei dati personali dispose la limitazione provvisoria di ChatGpt e OpenAi sospese il servizio. Decise un’autorità indipendente, sulla base di una legge. L’atto era motivato, a termine e impugnabile. Fu revocato appena la società si adeguò. Un giudice ne ha annullato la sanzione.

Spegnere si può, ma per norma, con un procedimento, sotto il controllo di un giudice: l’esatto rovescio della lettera doganale. Persino il bando americano di TikTok passò per il Congresso e la Corte Suprema. La differenza non sta nel fine, ma nella forma.

Non per questo l’Europa è immacolata: è un elefante lento e procedurale, dentro cui si muovono interessi e lobby. Anche la sua disciplina ha margini di discrezionalità: il regolamento sui beni a duplice uso permette di bloccare le tecnologie di sorveglianza che reprimono il dissenso, anche se non elencate. Ma esercita il potere per categorie note, entro regole conoscibili, con la bussola della tutela dei diritti della persona. È la logica dell’Ai Act ed è la strada imboccata il 10 giugno dal Consiglio dei Ministri, che ha approvato in esame preliminare i primi decreti di adeguamento, di impostazione antropocentrica. Le decisioni che incidono sui diritti restano alla persona, non alla macchina. L’elefante è goffo, ma sa dove cammina.

E qui torna ciò che ci tocca, anche da questa parte dell’oceano. Se un servizio che usiamo ogni giorno può essere spento da un’autorità straniera, la nostra autonomia è più fragile di quanto crediamo. Ma è, prima ancora, questione di persone: quell’ordine colpisce gli individui in quanto stranieri, fin dentro l’azienda che ha creato i modelli. Dietro le merci e i codici ci sono sempre dei diritti, che hanno bisogno di tutela oltre i confini dello Stato, là dove a decidere è il governo altrui.

Lo Stato di diritto applicato alla tecnologia non è un dato di natura, ma una costruzione da difendere ogni volta che il potere trova la scorciatoia di agire “per ragioni di sicurezza“. Il confine separa un potere che interviene con legge e standard verificabili da un potere che chiude un interruttore con un pugno. Nel primo caso si governano delle attività; nel secondo, attraverso di esse, si comincia a governare le persone.

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Anche di fronte all’IA la partecipazione è libertà

16 Giugno 2026 ore 10:23

L’intelligenza artificiale sta assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura sociale. Le sue applicazioni influenzano comportamenti, decisioni e relazioni. Dall’innovazione tecnologica il focus si sposta così alla governance dei sistemi digitali.

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Salesforce investirà un miliardo di dollari in Italia per la crescita dell’AI agentica

16 Giugno 2026 ore 10:52

L’Italia come uno dei principali poli europei dell’innovazione nell’intelligenza artificiale. È questo l’obiettivo di Salesforce, la piattaforma CRM agentica numero uno al mondo, che ha annunciato un piano di investimenti da un miliardo di dollari nel Paese nei prossimi cinque anni.

Salesforce conferma così il proprio impegno a supportare l’innovazione tecnologica, la crescita economica e lo sviluppo delle competenze nel Paese. L’investimento verrà utilizzato per aprire una nuova sede a Milano, ampliare l’organico e lanciare iniziative formative per favorire la diffusione dell’intelligenza artificiale tra imprese, pubbliche amministrazioni e professionisti.

A dare l’annuncio Marc Benioff, presidente e ceo di Salesforce, che si è detto “orgoglioso di rafforzare la presenza in Italia con questo importante investimento. Il Paese si sta affermando grazie a una combinazione unica di creatività, spirito imprenditoriale, competenze industriali e attenzione allo sviluppo responsabile della tecnologia. Siamo pronti a collaborare con aziende, istituzioni e partner per contribuire alla prossima fase della trasformazione digitale e ad aiutare ogni organizzazione a cogliere appieno le opportunità offerte dall’AI agentica”.

La crescita e l’evoluzione di Salesforce in Italia

La prima sede italiana è stata aperta nel settembre 2003: da allora Salesforce ha registrato una crescita esponenziale, creando oltre 600 posti di lavoro. Oggi l’azienda globalmente conta migliaia di clienti, un ecosistema di partner in continua espansione e una presenza sempre più strategica nel panorama dell’innovazione nazionale.

Per sostenere questa evoluzione, Salesforce rafforzerà ulteriormente il proprio organico italiano con nuove figure professionali nei settori di data science, intelligenza artificiale agentica e ingegneria, mettendo competenze specialistiche a disposizione delle organizzazioni e delle pubbliche amministrazioni che stanno guidando il cambiamento digitale nel Paese.

Ci sarà una nuova sede a Milano a Palazzo Missori, nel cuore della città. Gli spazi saranno progettati per favorire la collaborazione tra clienti, partner e dipendenti nella progettazione e nell’implementazione di soluzioni innovative in grado di rispondere a esigenze concrete di business. La struttura ospiterà, inoltre, attività dedicate alla formazione, all’aggiornamento professionale e all’inclusione, diventando un punto di riferimento per lo sviluppo delle competenze digitali e per iniziative rivolte alla comunità.

“In Salesforce crediamo in un’Italia protagonista nell’era dell’intelligenza artificiale agentica. La Enterprise Architecture Academy rappresenta un passo concreto in questa direzione, offrendo a partner, clienti e ai nostri professionisti, gli strumenti necessari per affrontare con successo le sfide del futuro”, ha dichiarato Vanessa Fortarezza, SVP & country general manager di Salesforce Italia. Il programma Enterprise Architecture Academy è ideato per supportare partner e clienti nel percorso di preparazione all’adozione dell’AI. Nella fase iniziale, l’Academy coinvolgerà oltre 70 partecipanti, tra partner e clienti, contribuendo a costruire le competenze architetturali necessarie per guidare la trasformazione digitale del Paese.

L’adozione di Agentforce nelle aziende e pubbliche amministrazioni

Agentforce, la piattaforma di AI agentica di Salesforce, è già utilizzata da alcune delle realtà rappresentative del tessuto economico italiano, da marchi globali come Ferrari a leader dell’energia e dei servizi finanziari come Enel e UniCredit, passando per il provider di mobilità Telepass e il principale operatore ferroviario italiano, Trenitalia che sta implementando Agentforce a supporto delle attività commerciali e di assistenza, con l’obiettivo di migliorare ulteriormente il servizio offerto agli oltre 500 milioni di passeggeri che viaggiano ogni anno sui treni.

“Agentforce consente ai nostri team di dedicare ancora più attenzione ai passeggeri. Questa è la trasformazione digitale che immaginiamo: una tecnologia che valorizza le persone e le mette nelle condizioni di esprimere al meglio il proprio potenziale”, ha commenta Francesco Cacciapuoti, chief sales officer di Trenitalia.

Anche il settore pubblico si affida alle tecnologie Salesforce per migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi ai cittadini. Tra i principali, INPS utilizza le soluzioni dell’azienda per ottimizzare l’esperienza sia degli utenti, sia dei propri dipendenti.

La forte presenza all’Agentforce World Tour 2026

Grande successo ha avuto l’Agentforce World Tour 2026, che si è svolto a Milano: oltre 6.000 persone hanno partecipato all’evento dedicato alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale agentica.

Tra le novità annunciate, Headless 360, la soluzione che permette a tutti gli agenti AI di accedere all’ecosistema Salesforce, e “Now to Next”, l’iniziativa dedicata ad atleti ed ex atleti che cercano un ingresso nel mondo del lavoro al termine delle loro carriere sportive. L’Italia diventa sempre più protagonista nell’era delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale agentica.

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Anche di fronte all’IA la partecipazione è libertà

16 Giugno 2026 ore 10:23

L’intelligenza artificiale sta assumendo le caratteristiche di un’infrastruttura sociale. Le sue applicazioni influenzano comportamenti, decisioni e relazioni. Dall’innovazione tecnologica il focus si sposta così alla governance dei sistemi digitali.

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I modelli di intelligenza artificiale hanno già cambiato il modo di fare la guerra

16 Giugno 2026 ore 04:45

I servizi di intelligence israeliani monitoravano da anni le telecamere stradali della capitale e le comunicazioni cifrate dei vertici del regime iraniano, ben prima che i jet, il 28 febbraio scorso, lanciassero i missili che hanno ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, nella sua residenza di Teheran. Quell’oceano di dati non veniva più filtrato da analisti umani seduti davanti a schermi: veniva elaborato da macchine. Era il prologo di una guerra diversa da tutte le precedenti. Nei quattro giorni successivi, Stati Uniti e Israele hanno colpito oltre duemila bersagli in Iran. Per fare un confronto: la coalizione contro l’Isis aveva impiegato sei mesi per raggiungere lo stesso numero di attacchi in Iraq e Siria. Quella cadenza non è il prodotto di più aerei o più bombe. È il prodotto di un’architettura decisionale che ha cambiato natura.

Per decenni, pianificare un’operazione militare somigliava a un cantiere di grandi dimensioni. Funzionari dell’intelligence, comandanti operativi, esperti di armamenti e di logistica si riunivano per settimane. Il risultato era un raccoglitore di documenti cartacei, approvato a cascata lungo la catena di comando. Se l’intelligence spostava un bersaglio a maggiore distanza, bisognava ricominciare: tipo di aeromobile, armamento, rifornimento, tempi di volo, equipaggio – tutto andava ricalcolato a mano, in sequenza. Il ciclo che va dall’identificazione di un bersaglio all’attacco, ciò che i militari chiamano kill chain, si misurava in ore, spesso in giorni.

Oggi quell’aggiornamento avviene in parallelo, in automatico, in tempo reale. Ogni modifica si propaga istantaneamente attraverso l’intera catena. Quello che una volta richiedeva duemila persone, nelle esercitazioni più recenti dell’esercito americano ne ha richieste venti. Non è cambiata la potenza di fuoco. È cambiata la capacità di elaborazione.

Al centro di questa trasformazione c’è una piattaforma sviluppata dalla società di analisi dei dati Palantir per il Pentagono, che aggrega in tempo reale immagini satellitari, feed video da droni, intercettazioni e dati di sensori. Gli algoritmi marcano le anomalie, collegano gli indizi, rendono visibili i bersagli potenziali prima che un analista umano abbia aperto il primo file. Integrato in questa piattaforma c’è un modello linguistico di nuova generazione, usato per sintetizzare le intercettazioni, correlare le fonti aperte e produrre briefing in tempo reale per i comandanti. Non decide chi colpire, almeno formalmente. Aiuta a capire cosa si sta guardando, dentro un flusso che nessun essere umano potrebbe processare da solo. In condizioni normali, gli analisti militari riescono a esaminare al massimo il quattro per cento del materiale raccolto dai sistemi di sorveglianza. Il resto sparisce nell’abbondanza. La guerra in Iran ha mostrato cosa succede quando quel collo di bottiglia salta.

Il primo giorno di guerra, missili – statunitensi, secondo le analisi successive – hanno colpito la scuola primaria femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran. Centodieci bambine uccise, insieme a decine di altre vittime. È l’episodio che ha trasformato un dibattito tecnico sull’intelligenza artificiale militare in una questione che non si riesce più a rimandare. Le immagini satellitari storiche mostrano che la scuola si trovava un tempo all’interno di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione. Da almeno nove anni era separata da un muro perimetrale. Murales colorati sulle pareti esterne, un piccolo campo da gioco: una scuola, senza ambiguità alcuna.

Non è la prima volta che un sistema di targeting assistito dall’intelligenza artificiale solleva questo tipo di domande. Il sistema israeliano Lavender, impiegato a Gaza, suggeriva bersagli umani portando i militari a prendere decisioni di vita o morte in pochi secondi, con un ritmo di approvazione che rendeva il controllo umano poco più che una formalità. La scuola di Minab appartiene a una genealogia già scritta. I risultati preliminari dell’indagine statunitense attribuiscono l’errore a cause umane piuttosto che a un malfunzionamento del sistema automatizzato. Mala distinzione è meno netta di quanto sembri.

Una decisione presa in pochi secondi, su raccomandazione di un sistema che ha selezionato e presentato i dati, è ancora pienamente una decisione umana? O è qualcosa di intermedio, una ratifica, più che una scelta?

C’è un meccanismo che i ricercatori chiamano automation bias: quando una macchina suggerisce decine di bersagli all’ora, la sua raccomandazione diventa l’autorità di riferimento. La capacità di contestare sistematicamente ogni indicazione è strutturalmente limitata – non per pigrizia, ma per come funziona la mente umana sotto pressione. A questo si aggiunge un secondo effetto: la velocità della decisione automatizzata crea un’urgenza di agire che comprime lo spazio per la riflessione. E la riflessione – lenta, scomoda, spesso controintuitiva – è esattamente ciò che il diritto internazionale richiede prima di ogni attacco.

C’è dunque una contraddizione al cuore del progetto di guerra Al-first. La velocità è presentata come il vantaggio decisivo: chi elabora più rapidamente le informazioni anticipa le mosse dell’avversario, reagisce prima che la finestra si chiuda. Ma la velocità è anche esattamente ciò che riduce la possibilità di verifica. E la verifica è l’unico argine – etico, giuridico, operativo – tra un sistema di targeting e un errore che non si può correggere.

La posizione ufficiale statunitense è che gli esseri umani prenderanno sempre la decisione finale su cosa colpire e quando. Ma il significato reale di quella frase dipende interamente da quanto tempo un operatore abbia effettivamente a disposizione per valutare una raccomandazione generata da un sistema che lavora a velocità incommensurabile con quella del ragionamento umano. Approvare non è lo stesso che decidere.

Mentre l’Iran diventa il primo teatro di guerra ad alta intensità dove l’intelligenza artificiale è centrale, un altro fronte contribuisce a costruire l’infrastruttura di quella trasformazione. A metà marzo l’Ucraina ha annunciato che aprirà agli alleati l’accesso ai propri dati di combattimento per addestrare modelli destinati ai droni: milioni di immagini raccolte durante decine di migliaia di missioni reali. Un archivio senza precedenti di comportamenti in ambiente di guerra autentico – non simulato, non ricostruito. I dati di addestramento sono il collo di bottiglia che limita le capacità dei sistemi autonomi. Modelli addestrati su scenari simulati non catturano la complessità del combattimento reale: la polvere, il fumo, i veicoli civili mescolati a quelli militari, le situazioni che non compaiono nei manuali. I dati ucraini – continuamente aggiornati, prodotti in condizioni operative vere – colmano esattamente quella lacuna. I sistemi addestrati su di essi saranno più precisi, più veloci, più autonomi.

L’Ucraina ha già mostrato dove porta quella traiettoria. Nell’estate del 2025, droni ucraini hanno colpito basi aeree russe dopo che i segnali di navigazione e le comunicazioni erano stati neutralizzati dai sistemi di disturbo nemici. I droni hanno continuato la missione da soli, guidati da algoritmi addestrati a riconoscere i bersagli senza ausilio esterno. Era la più lunga operazione di attacco a lungo raggio del conflitto. Ed era anche una dimostrazione di cosa significhi affidare a una macchina una decisione letale in assenza di qualsiasi connessione con un operatore umano.

La domanda che la guerra in Iran ha reso urgente non è se l’intelligenza artificiale trasformerà la guerra. Lo sta già facendo, in modo che appare irreversibile. La domanda è un’altra: la competizione globale sui sistemi militari AI non riguarda più soltanto chi ha la tecnologia migliore.

Riguarda chi è disposto più in fretta ad abbandonare i propri vincoli. Da quella corsa può nascere una dinamica perversa, in cui ciascun attore abbassa le proprie soglie perché teme – o presume – che l’avversario lo abbia già fatto.

La scuola di Minab, con le sue bambine innocenti, non è la fine di quella storia. E soltanto un capitolo intermedio.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Come l’innovazione sta cambiando gli equilibri della guerra asimmetrica

16 Giugno 2026 ore 04:45

Più di quattro secoli fa, Chhatrapati Shivaji Maharaj, un piccolo principe dell’India occidentale, sviluppò e perfezionò il Ganimi Kava, una forma di guerriglia pensata per affrontare un avversario immensamente più forte: il potente Impero Moghul. La sua strategia si basava su attacchi rapidi e improvvisi, sull’interruzione delle linee di rifornimento, sulla profonda conoscenza del territorio, sulla sorpresa e sull’inganno. Un modo per compensare la netta inferiorità numerica e materiale delle sue forze.

La guerriglia, tuttavia, non è un’invenzione esclusiva dell’India. Nel corso della storia, anche in Europa molte popolazioni hanno adottato tattiche simili di fronte a eserciti più potenti. In età romana, ad esempio, le tribù della Hispania e della Germania evitavano spesso lo scontro frontale, preferendo imboscate e l’uso di terreni difficili per logorare le legioni. La battaglia della foresta di Teutoburgo, in cui i guerrieri germanici annientarono tre legioni romane sfruttando sorpresa e conoscenza del territorio, resta uno degli esempi più celebri.

Durante la guerra d’indipendenza spagnola (1808–1814), le formazioni irregolari locali condussero una campagna continua contro le truppe di Napoleone. Non a caso, il termine “guerriglia” deriva proprio dallo spagnolo e significa “piccola guerra”. Tattiche analoghe riemersero nelle guerre d’indipendenza scozzesi e, più avanti, nella Seconda guerra mondiale, quando movimenti di resistenza come quella francese, i partigiani jugoslavi di Josip Broz Tito e diverse organizzazioni clandestine polacche ricorsero a sabotaggi, intelligence, attentati e imboscate contro le forze occupanti.

Ciò che rese davvero innovativa l’opera di Shivaji Maharaj non fu soltanto l’uso della guerriglia, ma la sua integrazione sistematica nella dottrina militare e nella gestione del potere. Un principio che si è evoluto nel tempo. Dalle occupazioni statunitensi in Iraq e Afghanistan fino alla lotta contro l’ISIS, attori statali e non statali hanno fatto sempre più ricorso alla guerra asimmetrica in un contesto in cui la vittoria decisiva non è più garantita. Al contrario, situazioni di stallo prolungato sono diventate sempre più frequenti quando una grande potenza affronta un avversario più debole ma determinato.

La guerra tra Russia e Ucraina, che Vladimir Putin aveva inizialmente definito una “operazione militare speciale”, prosegue ormai da oltre quattro anni senza una prospettiva chiara di conclusione. Allo stesso modo, gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran – che molti ritenevano potessero provocare un cambio di regime o indebolire il governo fino a favorire una sollevazione interna – hanno prodotto effetti molto più limitati del previsto. Anche il conflitto in Yemen rappresenta un caso significativo: le forze Houthi, sostenute dall’Iran e relativamente meno equipaggiate, avrebbero dovuto essere rapidamente sconfitte dalla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dotata di risorse superiori e di una netta superiorità tecnologica e aerea. Eppure hanno dimostrato una notevole capacità di resistenza.

Nonostante la comparsa delle armi nucleari e il progresso tecnologico militare, la guerra asimmetrica ha dimostrato più volte che attori statali e non statali determinati possono logorare, bloccare o persino mettere in difficoltà avversari molto più forti. Davide continua a sfidare Golia.

In molti casi, attori non statali e regimi autoritari godono di vantaggi strutturali rispetto alle democrazie. Operano spesso senza i vincoli del diritto, del controllo dell’opinione pubblica o delle norme internazionali. Le democrazie, al contrario, combattono con vincoli politici, mediatici e sociali che ne limitano la libertà d’azione, dovendo rispondere non solo ai nemici esterni, ma anche al costante scrutinio interno.

Parallelamente, la guerra dell’informazione si è evoluta insieme alla connettività digitale. Accanto alla propaganda e alla disinformazione, il dominio cibernetico è diventato un vero campo di battaglia. Attacchi informatici possono colpire reti di comunicazione, infrastrutture e sistemi governativi, generando caos e minando la fiducia pubblica. Con la crescente digitalizzazione di trasporti, sanità, energia, finanza e istruzione, aumenta anche la vulnerabilità delle società moderne.

La sovranità digitale, un tempo concetto teorico, è ormai una necessità strategica. La decisione degli Stati Uniti di limitare l’accesso ad alcuni modelli avanzati di intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza nazionale mostra chiaramente come l’IA sia diventata parte della competizione geopolitica. Oggi viene utilizzata in ambito militare, nei sistemi autonomi, nell’analisi di intelligence e in una vasta gamma di applicazioni civili. Sta rapidamente diventando uno dei pilastri del potere contemporaneo e quindi della guerra asimmetrica.

Sebbene Stati Uniti e Cina restino gli attori dominanti sia nella guerra convenzionale sia in quella asimmetrica, lo sviluppo delle tecnologie emergenti – in particolare l’intelligenza artificiale – sta progressivamente riequilibrando il campo di gioco. Paesi come Italia e India, pur non disponendo della massa militare delle superpotenze, possiedono basi industriali e tecnologiche che potrebbero consentire loro di ridurre il divario.

I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente hanno mostrato come la potenza militare tradizionale – aerei, navi, carri armati e sistemi d’arma costosi – possa essere messa in difficoltà da piattaforme relativamente economiche e senza equipaggio, operanti su più domini. Allo stesso tempo, operatori cyber altamente specializzati possono compromettere satelliti, sistemi di guerra elettronica e reti critiche. Software malevoli possono causare danni rilevanti alle infrastrutture civili, generando effetti psicologici e politici ben oltre il campo di battaglia.

Le fondamenta della guerra asimmetrica moderna non si misurano più soltanto in mezzi militari tradizionali, ma sempre più in capacità di calcolo, banda, talento tecnologico, innovazione e accesso all’energia. In molti sensi, l’era digitale sta riportando la guerra a una dimensione quasi “artigianale”, in cui singoli individui o piccoli gruppi possono sviluppare capacità un tempo riservate alle grandi potenze industriali. L’era industriale ha concentrato il potere; quella digitale lo sta redistribuendo.

A questo punto, la domanda è: su cosa dovrebbero puntare gli Stati per mantenere un vantaggio?

Innanzitutto sulla resilienza tecnologica e sul riciclo delle risorse. I minerali critici restano fondamentali, ma l’evoluzione tecnologica potrebbe ridurne gradualmente la centralità. Nuovi materiali come il grafene potrebbero integrare o sostituire il silicio in alcune applicazioni, mentre il riciclo avanzato potrebbe recuperare una quota crescente di materie prime dai rifiuti industriali.

In secondo luogo, l’accesso a energia affidabile ed economica diventa cruciale. Le rinnovabili avranno un ruolo centrale, ma richiederanno progressi nei sistemi di accumulo e una minore dipendenza da materiali critici. Nel medio periodo, il nucleare – in particolare i piccoli reattori modulari – potrebbe rappresentare una delle soluzioni più pragmatiche per la sicurezza energetica.

Terzo: la protezione delle infrastrutture di comunicazione e della banda. I cavi sottomarini sono già obiettivi sensibili per attori statali e non statali. Parallelamente, le comunicazioni wireless ad alta capacità determineranno sempre più il controllo dei flussi informativi e della consapevolezza situazionale.

Nonostante il dibattito politico sull’immigrazione, tre categorie di lavoratori resteranno strategiche: manodopera, personale sanitario e professionisti Stem altamente qualificati. Questi ultimi saranno i “combattenti” dell’era digitale.

La competizione globale si giocherà sempre più sulla capacità di attrarre questi talenti. Che un Paese abbia una rendita demografica o affronti un declino della popolazione conterà meno rispetto alla qualità della vita, alla libertà individuale e al benessere complessivo.

Le forze armate del futuro non vinceranno solo grazie alla forza bruta, ma attraverso operatori in grado di gestire sciami di droni, interrompere comunicazioni in tempo reale, difendere infrastrutture critiche e coordinare sistemi autonomi su più domini. Anche il GPS, da vantaggio strategico, sta diventando una vulnerabilità, imponendo lo sviluppo di sistemi alternativi di navigazione.

Stiamo entrando in una nuova fase storica. Le tecnologie che stanno trasformando la vita quotidiana stanno ridefinendo anche la guerra e la pace. La guerra asimmetrica non è più una tattica dei deboli: è diventata il principale paradigma attraverso cui il potere viene esercitato, contestato e ridistribuito nel XXI secolo.

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