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Un accordo non basta, ma è un buon punto di partenza. Il caso Iran e il G7 secondo Politi

16 Giugno 2026 ore 17:42

Bene Pakistan e Qatar all’interno del memorandum tra Usa e Iran, ma non ci si dimentichi della denuclearizzazione del Medio Oriente. Lo dice a Formiche.net Alessandro Politi, direttore della ⁠Nato Defense College Foundation mentre si svolge il G7 a Evian.

Il memorandum fra Iran e Usa è un punto di arrivo o un punto di partenza?

È un punto di arrivo perché dovrebbe risolvere la crisi dello Stretto, far scendere i prezzi di petrolio e gas che stanno colpendo seriamente tutti i Paesi sviluppati, inclusi gli Stati Uniti. È un punto di partenza perché è chiaro che ricostruire una sicurezza più stabile nel Golfo richiede dei negoziati che non si possono ridurre a una sessantina di giorni, soprattutto sul nucleare e sulle questioni missilistiche. Ciò richiede naturalmente di affrontare per tempo un problema come la denuclearizzazione del Vicino Oriente. È una proposta egiziana da molto tempo, ma è una proposta sensata prima che succeda quello che potrebbe non essere evitabile, cioè una proliferazione nucleare. Quindi è una questione chiaramente politica non è soltanto unilaterale ma è multilaterale. Però è una cosa che adesso è arrivata a maturazione visto che siamo arrivati a cinque guerre del Golfo dal 1980 a oggi. Mi sembra che ci siano gli elementi per affrontare questo problema in modo serio e non ideologico.

In questo senso il contributo del G7 quale può essere?

Il G7 è un foro di discussione e concertazione tra i sette Paesi più industrializzati e forse bisognerebbe anche includere in queste discussioni il G20, dove per esempio ci sono Arabia Saudita Spagna come ospiti permanenti. Perché dico questo, perché chiaramente tali centri di discussione non prendono delle decisioni operative però servono a preparare un consenso tra i diversi Paesi che come abbiamo visto non è facile da raggiungere. Si tratta di un consenso che è stato messo a dura prova in questi mesi quindi può dare un contributo positivo soprattutto se questi sette Paesi troveranno una linea comune su una serie di compromessi.

Invece il ruolo di Qatar e Pakistan come si legherà quando le armi si fermeranno per davvero?

È un fronte molto interessante perché il Pakistan e il Qatar hanno una serie di interessi comuni, ma aggiungerei un altro attore molto importante da includere come l’Oman, un attore che è molto poco visibile ma ha una grande funzione di prevenzione delle crisi nell’area, soprattutto con l’Iran. Come è noto, il Pakistan è il Paese della bomba islamica e come sappiamo il Qatar ha una linea politica molto chiara legata all’islamismo politico dei Fratelli mussulmani. Allora che ci siano questi due Paesi che abbiano mediato o aiutato a trovare un punto d’incontro tra Iran e Stati Uniti significa che anche lì bisogna rivedere gli schemi che hanno segnato la collaborazione interna ed esterna del Vicino Oriente del Golfo in modo da capire che a volte alcuni Paesi considerati più problematici sono quelli che poi offrono delle soluzioni.

La proposta giapponese a Roma di creare una riserva comune di terre rare è la risposta anche a un’UE che cerca soluzioni nuove, possibilmente valide, su industria, difesa e geopolitica?

È una soluzione di buon senso, ma quanto sia fattibile nel dettaglio tecnico è un’altra cosa. Perché noi ci dimentichiamo che il problema delle terre rare come dipendenza eccessiva dalla Cina non è un problema di possesso di queste terre, ma di raffinazione di queste terre. Per cui la Cina ha delle capacità che ha pagato anche ecologicamente a caro prezzo, ma che per ora non hanno pari. E comunque si tratta di un passo nella direzione giusta per un mercato più equilibrato e meno soggetto poi a rischi geopolitici.

Il G7 con playlist e cena a Versailles è il tentativo macroniano di allentare la tensione?

Penso che questa sia una possibilità per creare un’atmosfera più positiva. È chiaro che gli interessi possono restare convergenti o divergenti, però un’atmosfera più distesa permette anche umanamente poi di trovare degli accomodamenti che sono meno spigolosi. Penso che questo sia un onesto tentativo di fare in modo che ci sia una concordia di partenza in tempi molto più difficili.

La pace in Ucraina dipende dalla pressione su Putin. Parola dell’ambasciatore Herbst

16 Giugno 2026 ore 17:35

Il G7 di Evian riporta la guerra in Ucraina al centro dell’agenda, dopo settimane in cui la crisi iraniana l’aveva relegata sullo sfondo. Con i raid russi che non si fermano e un Trump pronto a “occuparsi” del dossier, resta aperta la domanda decisiva: c’è davvero spazio per una pace, e a quali condizioni? Formiche.net lo ha chiesto a John Edward Herbst, ex-ambasciatore Usa a Kyiv.

Con il conflitto nel Golfo che sembra avviarsi verso la fine,  l’Ucraina potrebbe tornare al centro del dibattito politico internazionale, almeno in Occidente? Anche Trump si è espresso in questo senso. Ma quelle del presidente sono solo parole o c’è altro?

Penso che Trump faccia sul serio quando afferma di voler raggiungere una pace per la guerra russa all’Ucraina. E credo che vi abbia dedicato molto tempo. Ma penso anche che finora non abbia compiuto i passi più importanti per arrivare a quella pace.

Quali sarebbero?

Il passo più importante è senza dubbio fare pressione sull’aggressore, sulla parte che si rifiuta di fare la pace. E se si ripercorrono gli sforzi di pace a partire dal marzo dello scorso anno, Zelensky ha già detto sì a cinque o sei proposte di pace avanzate da Trump. Putin, invece, ha detto no a ognuna di esse. Ed è vero che Trump ha finalmente esercitato una pressione seria su Putin lo scorso ottobre, quando ha sanzionato Rosneft e Lukoil. Ma da allora non ha fatto granché. Anzi, come tutti sappiamo, ha allentato le sanzioni sul petrolio russo in risposta alla crisi creata dalla guerra con l’Iran. E ricordiamoci che Putin non ha alcun desiderio di fare la pace. Farà la pace soltanto se si renderà conto di non poter vincere la guerra e che la pressione è troppo forte. Quindi Trump deve agire su questa consapevolezza. E finora non l’ha ancora fatto in modo davvero incisivo. Fatta eccezione per le sanzioni che ho già menzionato.

A questo proposito, le notizie dalla Francia parlano di un accordo dei leader su ulteriori sanzioni nel settore energetico a Mosca.

Molto bene. Anche perché abbiamo già visto che ci possono essere discussioni serie tra Trump e i leader europei. C’è stato quel vertice notevole alla Casa Bianca subito dopo il vertice di Anchorage con Putin, lo scorso agosto. E quello ha portato ad alcuni passi concreti che alla fine hanno condotto alle sanzioni contro Lukoil e Rosneft. Ma dobbiamo rivedere qualcosa del genere. Quindi spero che questo porti a quel risultato. E non lo escludo affatto perché, di nuovo, penso che Trump voglia davvero porre fine a questa guerra. Ma dobbiamo aspettare e vedere.

Poche ore prima dell’apertura del vertice del G7, la Russia ha lanciato l’ennesima ondata di attacchi, che ha colpito sia la capitale Kyiv sia Kharkiv, un’altra grande città. E abbiamo visto le immagini della chiesa ortodossa di Kyiv in fiamme. Possiamo leggere in questo attacco una sorta di segnale politico, oppure è stato solo un episodio come tanti altri in precedenza?

Non vedo nulla di nuovo. I russi bombardano i civili ucraini e le infrastrutture civili sin dalla riuscita controffensiva ucraina del 2022. Quindi è diventato qualcosa di normale. E naturalmente è la normalità dei crimini di guerra, perché di crimini di guerra stiamo parlando. Putin in qualche modo pensa che questo dirà al popolo ucraino che deve arrendersi alla sua aggressione, quando in realtà non fa che renderlo più arrabbiato. Sa, gli attacchi ucraini all’interno della Russia, che sono diventati molto più potenti, sono tutti rivolti a obiettivi militari legittimi, che si tratti di impianti di produzione o di esportazione di petrolio, di fabbriche di munizioni o di stabilimenti di droni. Cioè, non stanno bombardando deliberatamente la popolazione, non si sente parlare di centinaia di civili russi che muoiono a causa degli attacchi ucraini. Si sente invece parlare di azioni efficaci che indeboliscono l’esercito e l’economia di Mosca.

Anche se la guerra non è ancora finita, l’Unione europea ha avviato i negoziati formali per l’adesione con Kyiv (oltre che con  Chisinau). Possiamo vederlo come una dimostrazione di volontà da parte dei Paesi europei di assumere un ruolo più rilevante, oppure è soltanto l’inizio di un processo molto lungo che non porterà a nulla di concreto prima della fine della guerra?

Penso che gli europei abbiano reagito bene ai cambiamenti nella diplomazia della guerra. Quello che intendo è che Trump ha posto fine al sostegno economico americano all’Ucraina, il che a mio avviso è stato un errore, ma gli europei hanno intensificato il loro sostegno economico in risposta a ciò. Gli europei hanno anche compiuto quel passo positivo riguardo ai 90 miliardi di asset russi congelati, come modo per fornire sostegno economico all’Ucraina. Ora devono dimostrare la forza di intervenire sui restanti 210 miliardi di asset russi ancora sotto il loro controllo e di farli arrivare in qualche modo all’Ucraina. Inoltre, abbiamo visto una disponibilità molto più forte ad aumentare la spesa per la difesa in Europa, il che è positivo. E a questo si aggiunge una maggiore cooperazione nel campo della difesa tra l’Ucraina e l’Europa, anch’essa una cosa positiva. I fattori positivi sono dunque molteplici. E penso che rendano sempre più improbabile che Putin possa mai vincere questa guerra.

Il presidente Trump ha affermato che l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea rappresenterebbe per l’Ucraina una grandissima, forse la migliore garanzia di sicurezza che possa avere. E le altre garanzie di sicurezza, quelle “Nato-like” di cui si è discusso in passato? L’adesione all’Ue può davvero sostituirle?

Per quanto ne so ci sono stati negoziati seri tra Stati Uniti e Ucraina sulle garanzie di sicurezza. E persino Zelensky riteneva che le garanzie offerte dagli Stati Uniti fossero buone garanzie, voleva solo che durassero più a lungo. Non credo che quelle garanzie siano già state escluse dalle ipotesi sul tavolo. E penso che sarebbe un errore se lo fossero. Anche perché non credo che l’adesione all’Ue sia la migliore garanzia di sicurezza per l’Ucraina, neanche lontanamente. Ma penso che sia assolutamente nell’interesse dell’Europa, e assolutamente nell’interesse dell’America, che l’Ucraina resti un Paese libero, indipendente e sovrano. E in realtà la Nato sarebbe molto più forte se l’Ucraina ne facesse parte. Cosa che non accadrà finché il presidente Trump rimarrà alla Casa Bianca. Ha l’idea, per me sbagliata, che l’Ucraina non debba entrare nella Nato. Ma questo non significa che l’Ucraina non vi entrerà mai.

Noi europeisti siamo antidoto a populismi e campo largo. Parla Marcucci

16 Giugno 2026 ore 13:22

Dall’Ucraina alla difesa europea, passando per il futuro del centrosinistra e la necessità di costruire un’alternativa ai populismi. Dopo il lancio di Europeisti.eu al Teatro Parenti di Milano, il senatore Andrea Marcucci (Libdem) spiega a Formiche.net le ragioni di un’iniziativa che punta a riunire l’area liberale, riformista ed europeista oggi senza una rappresentanza politica definita. Nel mirino ci sono le contraddizioni del campo largo, l’evoluzione del Partito democratico sotto la guida di Elly Schlein e la crescita delle spinte sovraniste. Sullo sfondo, la prospettiva di un nuovo polo centrista in vista delle elezioni del 2027.

Senatore Marcucci, al Teatro Parenti assieme ad altre realtà centriste avete lanciato Europeisti.eu. Di cosa si tratta?

Bisogna ringraziare Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli per aver promosso un’iniziativa capace di riunire chi non si rassegna all’attuale offerta politica rappresentata da centrosinistra e centrodestra. Soprattutto perché, da entrambe le parti, proprio sui valori e sui temi più cari agli europeisti emergono le contraddizioni più evidenti. A partire dall’Ucraina e dalla necessità di costruire un’Europa sempre più strutturata e autonoma sul piano della difesa e della politica internazionale.

Molti di voi, lei per primo, provengono dal Pd. Non è più possibile avviare un dialogo con i dem?

È indubbio che con Elly Schlein il Partito democratico abbia legittimamente cambiato pelle, allontanandosi da quel progetto del Lingotto nel quale molti di noi avevano creduto. Oggi il Pd è compiutamente un nuovo partito: un’anima ha prevalso sulle altre. Non è una questione di dialogo, che in politica deve sempre esserci. Diventa però difficile immaginare un’agenda di governo davvero riformista e liberale insieme a chi sceglie di allearsi con il Movimento 5 Stelle e con Alleanza Verdi e Sinistra. Più che difficile, direi impossibile.

Perché la scelta di non aderire al campo largo?

Qualcuno ha sentito il campo largo discutere anche solo di una proposta condivisa? Se questo non accade, una ragione ci sarà. Come possono idee liberali e riformatrici conciliarsi con quelle del Movimento 5 Stelle? Su politica internazionale, fisco, giustizia, transizione energetica e difesa esistono differenze radicali e incompatibili. Le alleanze si costruiscono per governare, non per sommare voti o seggi.

Non temete che una nuova legge elettorale possa ridurre ulteriormente gli spazi per una forza politica alternativa ai due poli?

Le preoccupazioni dovrebbero riguardare la governabilità, la rappresentanza dei cittadini e il corretto funzionamento delle istituzioni, non i destini personali. In ogni caso, il potenziale elettorale di una proposta alternativa sia alla destra sia alla sinistra non ha motivo di temere alcuna soglia di sbarramento. La domanda esiste e i cittadini votano prima di tutto in base alle idee.

Vi sentite una risposta all’ascesa di Vannacci?

Ci sentiamo una risposta ai populismi e ai sovranismi che in Italia esistevano ben prima di Vannacci. Se chi crede in una politica pragmatica, seria e orientata alle riforme non si organizza, lascia spazio a movimenti che fanno leva sulla pancia delle persone. Non penso tanto ai rigurgiti nostalgici quanto a ciò che è accaduto nel Regno Unito con la Brexit. Alcuni passaggi della storia sarebbe bene non dimenticarli.

Calenda, Picierno e gli altri protagonisti dell’area europeista riusciranno a trovare una sintesi politica entro il 2027?

Mi auguro che tutti si mettano al lavoro fin da subito per costruire un polo che smetta di essere soltanto una comunione di intenti e diventi finalmente una proposta politica solida e concreta. Il Partito Liberaldemocratico, come ha ribadito Luigi Marattin, ci sarà. Questo è il momento giusto.

Il centrodestra seguirà Vannacci o proverà a dialogare con l’area centrista?

Non posso leggere le intenzioni di nessuno, ma penso che per qualunque coalizione sia più importante valorizzare idee serie e moderate piuttosto che inseguire estremismi pericolosi. In Italia esiste un elettorato di centro consapevole e significativo. A quell’elettorato, però, va offerta una proposta credibile e concreta. Non lo si conquista con le sparate, con i teatrini o con il vassallaggio.

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