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Libano. Il prezzo dell’assenza: il dibattito sull’accordo tra Stati Uniti e Iran

di: Ng
17 Giugno 2026 ore 15:34

di Shorsh Surme –

Con l’annuncio di un accordo tra Stati Uniti e Iran per la cessazione delle operazioni militari su diversi fronti, incluso il Libano, nel dibattito interno sono emerse due questioni strettamente collegate: quale significato abbia per il Libano essere incluso in un’intesa regionale e internazionale alla cui definizione non ha partecipato direttamente e se ciò abbia indebolito o rafforzato la posizione ufficiale libanese, da sempre orientata a separare i conflitti e a evitare che il Paese diventi dipendente da dinamiche esterne.
Finora il governo libanese non è stato informato del contenuto completo dell’accordo né dei dettagli specifici che lo riguardano. Israele, dal canto suo, non ha mostrato un impegno chiaro, continuando gli attacchi contro il Libano meridionale. Di conseguenza, qualsiasi valutazione libanese resta subordinata alla verifica dell’effettiva attuazione dell’intesa. Ciò che appare certo, tuttavia, è che l’inclusione del Libano nell’accordo conferma una realtà evidente da anni: il Paese non è fuori dal conflitto, nonostante alcuni lo desiderino, e non è sufficientemente presente nei negoziati, benché il governo continui a definirsi l’unico organo decisionale.
La deputata Paula Yacoubian interpreta la situazione come una perdita netta per il Libano. A suo avviso, non ci sono margini di ambiguità: «L’Iran è il vincitore di questo accordo e il Libano è il perdente. Anzi, il più grande perdente».
Yacoubian fonda la sua analisi sul costo della guerra per il Paese, non sulle dichiarazioni ufficiali. Sottolinea che il Libano è stato devastato, la popolazione sfollata e che le perdite umane e materiali sono enormi. Le infrastrutture danneggiate, aggiunge, «potrebbero non essere facilmente ricostruibili», soprattutto in un contesto di profonda crisi finanziaria. Per questo ritiene che l’accordo non liberi il Libano dalle pressioni, ma lo collochi piuttosto tra due forze contrapposte: «Perpetuerà l’ingerenza iraniana e, allo stesso tempo, manterrà l’occupazione israeliana nel sud. Il Libano è stato colpito da entrambi i lati».
Secondo Yacoubian, lo Stato libanese è entrato nei negoziati da una posizione di debolezza strutturale, poiché «la questione più importante in qualsiasi negoziato è il sistema d’armi di Hezbollah», un tema che, a suo dire, «è presente ovunque». Pur riconoscendo l’importanza che il Libano negozi autonomamente, insiste sulla necessità di affermare che «in Libano esiste uno Stato».
Collega inoltre l’esito dell’accordo alla sua attuazione e alla capacità di Israele di sabotarlo attraverso la dimensione libanese. Ritiene che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia tentato di farlo, ma che l’accordo sia comunque rimasto in piedi, segno, secondo lei, della debolezza e dell’imbarazzo sia della leadership israeliana sia di quella statunitense. Conclude affermando che il principale perdente è il Libano, il secondo è Israele, mentre gli Stati Uniti «non hanno raggiunto i loro obiettivi».
Yacoubian definisce infine la guerra stessa «una guerra folle», aggiungendo: «È stata una guerra mal concepita». A suo avviso, i team di Netanyahu e del presidente statunitense Donald Trump hanno agito con leggerezza e scarso giudizio, guidati da una mentalità più commerciale che politica, a differenza dell’Iran, che può contare su una rete di relazioni con Cina e Russia.
Il deputato Bilal Abdullah, del Partito Socialista Progressista, adotta un approccio più prudente. Per lui è impossibile trarre conclusioni prima di verificare il comportamento di Israele: «Tutto dipende dall’entità del suo impegno. Se Israele rispetterà l’accordo, l’interpretazione sarà chiara. In caso contrario, sarà diversa».
Alla domanda se l’accordo indebolisca la posizione negoziale del Libano, Abdullah risponde senza esitazioni: «No, al contrario. Perché dovrebbe indebolirla? Assolutamente no. Potrebbe persino rafforzarla».
Secondo la sua lettura, un eventuale cessate il fuoco potrebbe offrire al Libano un margine negoziale più ampio. Ma questo potenziale si concretizzerà solo se Israele rispetterà i propri impegni e se lo Stato libanese saprà cogliere l’occasione, invece di attendere passivamente decisioni esterne.
Il parlamentare Ghassan Atallah propone una lettura diversa. A suo avviso l’Iran è riuscito a condurre i negoziati secondo i propri ritmi, imponendo tempi, tattiche dilatorie e modifiche alle clausole. «È evidente che l’Iran ha gestito i negoziati nel modo che desiderava. La sua prospettiva è chiaramente presente nella stesura delle clausole, in modo coerente con i suoi interessi».
Atallah ritiene che l’errore strategico di Netanyahu, l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut, abbia rafforzato la posizione iraniana, poiché è avvenuto in un momento in cui gli Stati Uniti non erano più in grado di sostenere una guerra prolungata. Teheran ha così potuto affermare: o un accordo alle sue condizioni oppure la guerra continuerà.

Iran. L’illusione di Islamabad: la fragilità strutturale della tregua dei 60 giorni e il prevedibile revanchismo dei Pasdaran

di: Ng
17 Giugno 2026 ore 12:14

di Yari Lepre Marrani

L’annuncio del Memorandum d’intesa siglato per via digitale tra Washington e Teheran sotto la mediazione di Islamabad rappresenta, nell’immediato, il barometro di un temporaneo sollievo per l’architettura finanziaria globale. La prospettiva di una progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz e la revoca del blocco navale statunitense hanno agito come un potente sedativo sui mercati energetici, allentando la morsa di una crisi inflazionistica che minacciava la stabilità delle economie occidentali. Tuttavia, un’analisi condotta secondo i canoni del realismo politico e della geopolitica mediorientale rivela come l’accordo, in vista della firma formale prevista a Ginevra, non sia l’atto di fondazione di un nuovo ordine regionale, bensì un’architettura diplomatica precaria, edificata su fondamenta strutturalmente fragili. Più che una risoluzione del conflitto, il testo si configura come la sanzione diplomatica di un’asimmetria strategica in cui Teheran capitalizza la propria resilienza bellica, configurando l’esito della crisi come un sostanziale fallimento della dottrina della “resa incondizionata” e della massima pressione statunitense.

La grammatica dell’accordo: il congelamento atomico come vittoria tattica di Teheran.
Il limite intrinseco più macroscopico del compromesso di Islamabad risiede nella gestione del dossier nucleare. L’accordo non prevede lo smantellamento delle capacità tecnologiche o il declassamento permanente del materiale fissile arricchito accumulato dalla Repubblica Islamica; al contrario, ne dispone il mero congelamento temporaneo per la durata dei 60 giorni di tregua.
Sotto il profilo dottrinale, il mantenimento dello status quo tecnologico conferisce a Teheran un potere di ricatto immutato. La rinuncia dello strumento militare statunitense a sradicare il programma atomico si traduce in un riconoscimento de facto della soglia di breakout nucleare raggiunta dall’Iran. Rinviare la risoluzione delle divergenze di fondo (ivi inclusi gli stock di uranio e il programma balistico) a un negoziato da svolgersi sotto la pressione del fattore tempo significa concedere alla controparte iraniana una leva negoziale permanente: la minaccia latente di una ripresa immediata dell’arricchimento qualora i dividendi economici della tregua — in termini di sblocco degli asset e allentamento delle sanzioni — non soddisfino le aspettative del regime.

L’ipertrofia politica dei Pasdaran e l’innalzamento della posta in gioco.
Contrariamente agli auspici occidentali di un indebolimento strutturale del regime a seguito delle operazioni belliche congiunte americane e israeliane, la crisi ha innescato un processo di consolidamento del potere interno a favore dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Avendo dimostrato la capacità di reggere l’impatto della campagna di bombardamenti e di convertire la prossimità geografica allo Stretto di Hormuz in un’arma di coercizione economica globale, l’apparato militare-ideologico ne esce politicamente ipertrofico.
L’accordo di Islamabad viene narrato dall’apparato mediatico di Teheran non come un compromesso, ma come il trionfo della strategia della “resistenza attiva”.

I Pasdaran hanno ridefinito i termini del confronto:

– Assenza di vincoli regionali: Il testo del memorandum non contiene alcuna clausola restrittiva circa la rete di alleanze non-statali (l’Asse della Resistenza) o il teatro libanese, permettendo a Teheran di mantenere intatta la propria proiezione asimmetrica.

– Egemonia negoziale: Il potere negoziale si è progressivamente spostato verso posizioni massimaliste. L’Iran non solo ha respinto le richieste iniziali di disarmo, ma ha vincolato l’effettiva implementazione della tregua a contropartite onerose, inclusi piani di ricostruzione internazionale stimati in centinaia di miliardi di dollari.

Il fallimento strategico della Dottrina Trump.
Per l’amministrazione statunitense, l’intesa di Islamabad assume i contorni di un evidente arretramento strategico, se parametrata agli obiettivi massimalisti dichiarati all’inizio delle ostilità. La postura imperniata sulla richiesta di una resa incondizionata dell’Iran, volta al collasso del regime teocratico e alla neutralizzazione definitiva del suo potenziale offensivo, è naufragata contro la realtà della guerra asimmetrica.

(Foto: pda)

La necessità politica di disinnescare uno shock petrolifero alla vigilia delle scadenze elettorali interne ha costretto Washington ad accettare un ripristino dello status quo ante bellum, gravato però dal riconoscimento della centralità geopolitica di Teheran. La proclamazione del “Let the oil flow!” operata dalla presidenza USA non maschera la realtà di un negoziato condotto da posizioni di mutua vulnerabilità, dove l’arma economica iraniana ha bilanciato la superiorità convenzionale della macchina bellica americana.

La fragilità intrinseca dello scenario post-Ginevra.
La tregua dei 60 giorni si profila dunque come un interludio tattico piuttosto che come l’inizio di una pace duratura. L’architettura dell’accordo è minata da contraddizioni insolubili:

– Lascia l’Iran con la capacità intatta di raggiungere la bomba atomica in tempi brevi.

– Esclude attori chiave come Israele, la cui postura securitaria resta intrinsecamente incompatibile con la sopravvivenza del potenziale balistico e nucleare di Teheran.

– Consegna ai Pasdaran il controllo della narrazione interna e delle leve della catena di comando.

L’euforia della finanza globale di fronte alla firma digitale di Islamabad e alla successiva formalizzazione di Ginevra rischia di rivelarsi un errore di prospettiva. Finché le cause strutturali del conflitto rimarranno congelate e non risolte, la tregua dei 60 giorni non rappresenterà la fine della guerra con l’Iran, ma soltanto il preludio a una sua successiva, e potenzialmente più devastante, fase di escalation.

L’asimmetria della vigilanza e lo scetticismo delle potenze regionali.
Il prolungamento del deficit strutturale dell’accordo emerge con vigore se si analizza il meccanismo di verifica che dovrebbe sovrintendere al congelamento nucleare durante i 60 giorni. L’architettura di Islamabad affida all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) un mandato puramente notarile, depotenziato dall’assenza di protocolli di accesso immediato e non annunciato ai siti militari sensibili, come Parchin o i complessi sotterranei di Fordow. Questa concessione formale a Teheran non fa che alimentare lo scetticismo radicale degli attori regionali esclusi dal tavolo negoziale.
Per Gerusalemme e per le monarchie del Golfo, l’accordo di Ginevra non è una svolta diplomatica, ma un pericoloso esercizio di appeasement che concede all’Iran il tempo necessario per riorganizzare la propria logistica militare, logorata ma non spezzata dal conflitto. La postura israeliana, in particolare, resta dominata dalla dottrina dell’azione preventiva: l’idea che Washington abbia accettato un compromesso al ribasso pur di stabilizzare i mercati finanziari globale priva gli alleati regionali della certezza dell’ombrello deterrente americano, spingendoli verso una potenziale contro-attivazione unilaterale.

La trappola del timing: i 60 giorni come countdown geopolitico.
Lungi dal rappresentare uno spazio di distensione per edificare una pace duratura, la tregua dei 60 giorni si configura come un vero e proprio countdown geopolitico. Le scadenze temporali imposte dall’accordo agiscono come un moltiplicatore di pressione sulle cancellerie occidentali. Scaduto il bimestre, la mancata transizione verso un trattato definitivo, che Teheran ha già vincolato alla cancellazione totale e irreversibile del regime sanzionatorio, farà scattare automaticamente la ripresa delle attività di arricchimento dell’uranio.
La Casa Bianca si trova così imprigionata in una trappola tattica: per evitare il collasso immediato della tregua e il conseguente ritorno del blocco navale nello Stretto di Hormuz, l’amministrazione Trump sarà costretta ad elargire ulteriori concessioni economiche e politiche. L’accordo di Islamabad, analizzato nella sua reale densità concettuale, non ha risolto la crisi mediorientale; ha semplicemente istituzionalizzato il ricatto asimmetrico della Repubblica Islamica, trasformando una pseudo-vittoria diplomatica dei Pasdaran nel preludio di una sottomissione strategica dell’Occidente. Alla fine degli attuali, temporanei giochi, la resilienza dei Pasdaran sembra aver conseguito la sua massima vittoria.

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