In viaggio verso la “Sentimental City” di Alberto Fortis: “Io battitore libero della canzone italiana, ho origini ebraiche ma è disumano quello che sta succedendo”
Ancora una città: come quella dei romani “brutta banda di ruffiani e di intriganti” che non venne capita, e come quella Milano dei quadri grigi, delle luci gialle e dei cortei. “Fa’ di me quello che vuoi”. Era il 1979, il primo disco. A quasi quarant’anni da uno degli esordi più folgoranti della canzone d’autore italiana, il viaggio di Alberto Fortis continua, passa per una enigmatica e ancora esotica Sentimental City, il nuovo disco anticipato dal singolo Ricordati di me cantato con Moni Ovadia, che dovrebbe uscire dopo l’estate. Prima però: altro giro, altra corsa, a suonare.
Anche al Festival Abbabula, il progetto culturale ideato e realizzato dalla Cooperativa Le Ragazze Terribili dedicato alla musica d’autore che valorizza anche i talenti locali della Sardegna, il prossimo 9 luglio. Per la 28esima edizione arriveranno sull’isola anche Daniele Silvestri, Nu Genea, Eric Johnson, Sergio Cammariere, Tony Pitony, Zé Ibarra e molti altri. Ad aprire il concerto di Fortis in Piazza Moretti a Sassari sarà Alessandro Azara.
È di nuovo in tour: resta centrale la dimensione live della musica?
Certo certo. Il live è sempre il banco di prova, il rapporto diretto col pubblico è un elemento fondamentale. Sappiamo bene oggi come si assorbe la musica, credo che il palcoscenico sia la prova del nove per un artista anche oggi, che sappiamo bene come si assorbe la musica. Personalmente sono apertissimo a qualsiasi collaborazione o innovazione, però spesso assistiamo a ondate di cosiddetta musica che alla fine musica non è. Dall’altra parte vedo anche una voglia, un risveglio per quello che è autentico, sostanziale. Lo dico anche in virtù di tutti gli incontri che faccio nei teatri, nelle università, negli atenei con i giovani: c’è un hummus che va nutrito.
Come mai ha scelto di cantare con Moni Ovadia?
Conosco e stimo Moni Ovadia da tempo. Convergiamo entrambi nel progetto della Cittadellarte del maestro Michelangelo Pistoletto e della sua missione del Terzo Paradiso. L’anno scorso sono diventato, come lui, ambasciatore per la pace preventiva nel mondo e pochi giorni fa sono diventato ambasciatore per la pace nel mondo per quanto riguarda la segreteria dei Premi Nobel. Stiamo attraversando uno scenario disastrato e incomprensibile a livello internazionale, è una tematica che tocco sempre nei miei concerti. Credo all’arte come a un’arma potentissima di civiltà, di socialità, di risveglio.
Cos’è la pace preventiva?
È un’azione sistematica che ognuno di noi può compiere per sensibilizzare e prevenire il meccanismo delle guerre. Per esempio, il maestro Pistoletto ha sostituito la parola democrazia con la definizione di Demopraxia. La blogosfera artistica è quella più sensibile e immediata a fare da collante, a creare piattaforme d’azione tra le persone e tra gli enti governativi, economici e mediatici. È stato fatto invece un lavoro vile nel tentare di sopire e demotivare le persone. La rassegnazione è molto comoda, perché una collettività che non conosce e che ha deposto le armi è più governabile.
Quanto ha contato John Lennon, forse il tuo idolo, in questa tua idea della musica?
Lennon era una bandiera non soltanto d’arte ma anche di intendimenti sociali. C’è tanto materiale sul dossier Lennon, era diventato un elemento molto scomodo: se lanciava un richiamo, aveva il potere di far arrivare a Central Park un milione di persone. Era un destabilizzatore del controllo politico. L’ho citato in una canzone che si intitola Sindone in una catena di straordinarie eccellenze che hanno condiviso una fine cruenta. Dalla figura di Cristo fino a Gandhi, Martin Luther King Jr., i fratelli Kennedy, i primi ministri Yitzhak Rabin e Benazir Bhutto, Pierpaolo Pasolini , i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, l’onorevole Aldo Moro.
Ha incontrato tutti i Beatles tranne Lennon.
È stata una grande fortuna. Ricordo ancora che ero davanti alla televisione con gli amici a Los Angeles, sarei dovuto andare a New York a passare il Capodanno, quando diedero la notizia dell’attentato a Lennon. Quando facemmo l’album Assolutamente tuo, che feci con il produttore di David Bowie Carlos Alomar, al Power Station di New York dove Bruce Springsteen ha registrato Born in the USA, dove ho conosciuto Yuichi Sakamoto, fu ospite da me per quattro giorni Julian Lennon, il figlio di John, e ho avuto la possibilità di toccare ancora più da vicino quella storia. Sono tutte esperienze che si troveranno in una biografia che uscirà tra poco, sarà un libro vivo e interattivo: ci saranno dei QR Code che rimanderanno a immagini, video, contenuti social, musica. Sarà adeguato al linguaggio di oggi.
La sua famiglia ha origini ebraiche: è complicato, per quello che le riguarda, esprimersi oggi a proposito di quello che succede in Medio Oriente?
Le mie radici affondano proprio lì, anche se dobbiamo andare indietro di qualche secolo. Non posso che essere atterrito, costernato: non so quale altro aggettivo posso usare per descrivere quello che sta succedendo. Alcune persone che conosco erano preoccupate già anni fa dall’attuale presidente (Benjamin Netanyahu, ndr): mi dicevano che era uno su cui stare molto attenti. Assistiamo a qualcosa di inconcepibile, disumano, che fa parte della linea sionista che, fortunatamente, non ha niente a che fare con la mia famiglia. Sembra un film di fantascienza che nessuno avrebbe sospettato diventasse realtà. Non per essere complottista: ma ho difficoltà a non pensare a un disegno molto preciso dall’arrivo del covid allo scoppio delle guerre. È un disegno inconcepibile per chi ha un concetto del senso della vita di matrice gandhiano come me. Gandhi diceva che non c’è cosa orribile che non faccia una fine orribile.
Cosa pensa delle parole di Francesco De Gregori su Bruce Springsteen?
Ammiro e stimo Francesco, che conosco dai tempi della IT. Ero un ragazzino in avanscoperta, aspettavo Vincenzo Micocci negli uffici della IT RCA, quando De Gregori mi chiese di ascoltare delle cose sue. E mi disse: non badare a com’è cantata, sono delle demo. E sento questo primo pezzo: “E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure”. Ho assistito alla nascita di Rimmel. Abbiamo condiviso il palco più volte ma in questo caso non sono d’accordo. Penso che sia un diritto ma soprattutto un dovere di persone come Bruce Springsteen, che ha speso più di mezzo secolo della sua arte per i valori collettivi e sociali, di potersi esprimere soprattutto se si tratta di quell’orribile figuro che risponde al nome di Donald Trump.
Il nuovo disco si chiamerà Sentimental City.
Non è soltanto un luogo fisico ma anche un luogo della mente, della persona e del sociale. Dove si torna a fare leva proprio sul concetto del sentimento. Mi sono molto divertito a fare, per la prima volta, un azzardo: procedere per coppie di canzoni, a due a due, in collaborazione con “feudi musicali”. A Milano, per esempio, abbiamo lavorato alle cose più spinte, più ritmiche, con Simone Bertolotti. A Napoli abbiamo lavorato con una rappresentanza dell’orchestra sinfonica del San Carlo, con il suo primo contrabbassista, Gianni Stocco. Ci sono anche Roma, Pescara e Torino. È una sorta di arcobaleno, che gode dei diversi colori, a seconda dei musicisti e delle produzioni, ma che alla fine parla un linguaggio unico e uniforme.
Si inimicherà qualcuno com’era successo con A voi romani?
Lì arrivammo alla soglia della nausea: quello era proprio un urlo d’amore per la città e contro le nefandezze dell’ambiente discografico e politici. Amici romani, all’epoca, capirono benissimo. Fui stupito nel vedere come, al solito, la reazione più facile e superficiale sia sempre faziosa e polemica a tutti i costi.
Sente che la musica italiana le abbia restituito abbastanza rispetto a quello che lei le ha dato?
Mi definiscono un po’ un libero battitore. Ho avuto la fortuna di aver lavorato con il produttore di Bowie, di aver lavorato agli Abbey Road Studios di Londra con la supervisione di Sir George Martin (il produttore di Beatles, ndr), di aver conosciuto e collaborato con tanti musicisti e professionisti che hanno lavorato con Aretha Franklin, Stevie Wonder, Christina Aguilera. Per me tutto questo è impagabile. Senz’altro il pubblico mi sta restituendo tanto delle cose belle che stiamo facendo negli ultimi anni. Sentiamo che c’è un’aria molto molto positiva. L’ambiente specifico, più strettamente discografico, continua però a premiare più che altro l’algoritmo. Anche se fai 30 concerti con la gente in visibilio, se fai delle cose di qualità, se scrivono articoli meravigliosi: si tiene conto soprattutto se sui social superi mezzo milione di followers. Quando poi sappiamo che questo è anche un meccanismo, magari viziato e comprato. Ma io non posso far altro che continuare su questa strada, proponendo la ricerca e la qualità come ho sempre fatto fin dal primo album.
C’è qualche giovane che le piace?
Molta critica ha paragonato Lucio Corsi un po’ a me, anche per certe cose apparentemente astruse ma invece poi precise del suo mondo lirico. Quando partecipò a Sanremo, prima di salire sul palco, quindi un momento in cui io non riuscirei a fare niente per la tensione, mi mandò un messaggino: mi ringraziava per l’ispirazione. Davvero un bel gesto. Apprezzo anche Angelica Bove, la sua voce e la sua originalità.
Ancora porta al collo una freccia indiana?
Sì. Sempre. Risale a quando partimmo per una ambasceria di UNICEF per i bimbi di Navajo Nation (la più grande riserva indigena negli USA, ndr). Abbiamo scoperto tanto nel triangolo territoriale a loro sacro. Invito sempre a entrare nella forza e nella filosofia e nella conoscenza nel popolo nativo americano: anche se la loro cultura era prettamente orale, si trova ormai tantissima letteratura scritta. Soprattutto invito ad approfondire e a ricordare un genocidio vero e proprio: aldilà delle cifre governative, sono milioni le vittime. È un popolo che oggi potrebbe apparire difficile da comprendere, potrebbe apparire tutto così ingenuo e distaccato dalla realtà. Ma quelli sono valori da tener ben presenti per non scivolare nella previsione di Albert Einstein: “Non so con quali armi verrà combattuta la terza guerra mondiale, ma la quarta si combatterà con clave e pietre”.