Vista elenco

RUSSELL MEANS, IL NATIVO CHE L’AMERICA NON RIUSCÌ A IGNORARE

 

di Raffaella Milandri

 

C’è una versione dell’Indiano d’America con la quale gli Stati Uniti hanno imparato da tempo a convivere magnificamente: quella consegnata alla storia. Il guerriero fotografato nell’Ottocento, il capo sconfitto ma dignitoso, il personaggio cinematografico che cavalca verso il tramonto, ormai privo di qualsiasi diritto concreto da rivendicare. Quell’Indiano può diventare una statua, una mascotte, un marchio commerciale o il protagonista romantico di un western. Può perfino essere celebrato, purché rimanga innocuamente confinato nel passato. Russell Means rifiutò questo copione.

Oglala Lakota, nato nel 1939 nella riserva di Pine Ridge e cresciuto in gran parte nell’area della Baia di San Francisco, Means attraversò da protagonista quasi mezzo secolo di mobilitazione indigena negli Stati Uniti. Fu una delle figure più riconoscibili dell’American Indian Movement, portavoce durante Wounded Knee, attivista per le Black Hills, attore, musicista e scrittore.

Fu anche un uomo difficile, spesso divisivo, impulsivo, innamorato della provocazione e perfettamente consapevole della propria forza mediatica. Ebbe conflitti durissimi con altri militanti e alcune sue scelte politiche furono fortemente contestate. Nel 2007 partecipò, per esempio, alla proclamazione della cosiddetta Republic of Lakotah, che non rappresentava i governi tribali lakota.

Raccontarlo cancellando queste contraddizioni sarebbe il modo peggiore di raccontarlo. Russell Means non ha bisogno di diventare un santino indigeno per essere importante. Trasformarlo nell’ennesimo «grande capo» moralmente irreprensibile significherebbe levigarlo fino a renderlo finalmente innocuo.

Means non lo fu mai.

Aveva compreso soprattutto una legge elementare del potere contemporaneo: un’ingiustizia che rimane invisibile può sopravvivere per generazioni. Gli Stati Uniti erano riusciti a convivere con la povertà nelle riserve, con i trattati violati e con la sottrazione delle terre molto più facilmente di quanto riuscissero a convivere con uomini e donne nativi capaci di portare quelle questioni davanti alle telecamere.

Se l’America sapeva ignorare gli Indiani invisibili, Russell Means decise di rendersi impossibile da ignorare.

 

Wounded Knee: quando il passato entrò nel presente

L’American Indian Movement nacque a Minneapolis nel 1968, inizialmente soprattutto in risposta alle condizioni vissute dai Nativi nelle città: discriminazione, marginalizzazione e brutalità della polizia. Ben presto l’AIM portò al centro della propria azione questioni più vaste, dalla tutela culturale ai trattati, dalle terre alla sovranità. Means trovò nel movimento il luogo ideale per trasformare la propria capacità comunicativa in azione politica. Nel 1972 fu tra i protagonisti del Trail of Broken Treaties, la grande mobilitazione che raggiunse Washington ricordando agli Stati Uniti una verità molto semplice: i trattati sottoscritti con le Nazioni native non erano reliquie del Far West, ma accordi politici e giuridici.

Un anno dopo arrivò Wounded Knee.

Il 27 febbraio 1973 membri dell’American Indian Movement e attivisti Oglala occuparono il piccolo centro nella riserva di Pine Ridge. La scelta del luogo aveva una forza simbolica enorme: proprio lì, nel dicembre 1890, il Settimo Cavalleria aveva massacrato centinaia di Lakota. Ottantatré anni dopo quello stesso nome tornava sulle prime pagine dei giornali non per una commemorazione, ma per una nuova protesta.

L’occupazione durò settantuno giorni. Ma sarebbe sbagliato interpretarla come una semplice rievocazione delle guerre indiane. Nel 1973 si protestava per problemi contemporanei: la situazione politica a Pine Ridge, la contestazione del presidente tribale Richard Wilson, il rapporto con Washington, la sovranità e il rispetto dei trattati.

Anche il racconto successivo ha bisogno di qualche correzione. Wounded Knee non fu soltanto la storia di Russell Means e Dennis Banks. Donne Oglala come Gladys Bissonnette ed Ellen Moves Camp furono determinanti nella mobilitazione e nei negoziati. Ricordarlo non è un omaggio alla correttezza politica, ma alla correttezza storica: perfino la storia della ribellione indigena rischia altrimenti di essere raccontata attraverso il vecchio modello di pochi grandi uomini al centro della scena.

Durante quei settantuno giorni accadde però qualcosa di straordinario sul piano simbolico. Il 1890 e il 1973 finirono nella stessa inquadratura. Un’America abituata a considerare gli Indiani protagonisti di una storia conclusa vide uomini e donne nativi contemporanei parlare di terre, sovranità e trattati.

Se gli Indiani appartenevano davvero al passato, chi erano quelle persone che continuavano a presentarsi come membri di Nazioni con le quali gli Stati Uniti avevano sottoscritto accordi?

Means comprese perfettamente la forza politica di quella contraddizione. Gli fu rimproverato di spettacolarizzare la protesta, ed è difficile negare il suo straordinario istinto teatrale. Ma la domanda più interessante è un’altra: perché fu necessario rendere spettacolare un’ingiustizia perché l’America cominciasse finalmente a guardarla?

Nell’epoca della televisione, Russell Means aveva capito che anche essere visti significava esercitare potere.

 

Le Black Hills e una domanda che il denaro non può risolvere

Dietro molte delle sue battaglie ritornano le Paha Sapa, le Black Hills, territorio di enorme importanza storica, culturale e spirituale per i Lakota.

Nel 1980, con United States v. Sioux Nation of Indians, la Corte Suprema confermò il diritto a una compensazione per la sottrazione delle Black Hills. Ma proprio qui emerge una delle fratture fondamentali del pensiero di Means. La logica dello Stato domanda quanto valga una terra. La domanda posta da Means viene prima: chi ha stabilito che quella terra possa essere trasformata in un prezzo?

Un risarcimento può riconoscere un torto e, nello stesso momento, tentare di trasformarlo in una transazione conclusa: abbiamo preso qualcosa illegalmente, ne calcoliamo il valore, paghiamo e archiviamo la questione.

Ma se quella terra è contemporaneamente memoria, luogo sacro, presenza degli antenati e parte dell’identità collettiva, il denaro non chiude la controversia. Rivela piuttosto quanto siano differenti le idee di «valore» che si stanno confrontando.

Means portò questa battaglia anche nella musica, dedicando una canzone proprio alle Paha Sapa. La politica, per lui, non rimase mai confinata nei tribunali o nelle assemblee: attraversò dischi, interviste e cinema, perché qualunque spazio capace di portare una voce nativa davanti al pubblico poteva diventare terreno politico.

 

Quando Means mise sotto accusa anche la sinistra occidentale

Esiste poi un Russell Means particolarmente scomodo per chi vorrebbe inserire automaticamente le lotte indigene dentro le categorie politiche occidentali.

Nel 1980 pronunciò al Black Hills International Survival Gathering un discorso dal titolo inequivocabile: “Marxism is as Alien to My Culture as Capitalism and Christianity”. Means attaccava marxismo, capitalismo e cristianesimo come differenti espressioni di una matrice europea che, secondo la sua interpretazione, condivideva una concezione materialista e dominatrice del rapporto tra essere umano e natura.

Le sue generalizzazioni sono evidenti. Means tendeva spesso a trasformare «Occidente» e «Indiani» in categorie molto più uniformi di quanto la storia consenta. Assumere tutte le sue contrapposizioni come analisi rigorosa sarebbe un errore. Liquidarle, tuttavia, lo sarebbe altrettanto.

Means stava rifiutando qualcosa di molto più profondo: l’idea che perfino la liberazione dei Popoli indigeni dovesse necessariamente essere pensata attraverso categorie prodotte dall’Occidente.

Per secoli europei e americani avevano classificato gli Indigeni come selvaggi, pagani, primitivi, arretrati, sottosviluppati o minoranze. Cambiavano le definizioni, ma rimaneva quasi sempre immutato chi si arrogava il diritto di definire gli altri.

Means rovesciava il tavolo e chiedeva, in sostanza: perché anche la nostra liberazione dovrebbe essere spiegata attraverso il vostro vocabolario?

Da antropologa trovo questo ribaltamento dello sguardo ancora oggi estremamente fertile. L’Occidente è abituato a studiare i Popoli indigeni; è molto meno abituato ad accettare di essere osservato e giudicato da loro.

Una società capace di contaminare l’acqua, devastare montagne e trasformare progressivamente la terra in merce possiede davvero il monopolio della parola «civiltà»?

Possiamo discutere le risposte di Means, e spesso dobbiamo farlo. È molto più difficile sottrarsi alle sue domande.

 

 

Dalla protesta a Hollywood

Nel 1992 Russell Means interpretò Chingachgook ne L’ultimo dei Mohicani di Michael Mann. La contraddizione sembrò evidente: che cosa ci faceva uno dei militanti più radicali dell’AIM dentro Hollywood, una delle industrie che più avevano contribuito a fabbricare l’Indiano immaginario?

Credo che la risposta sia contenuta nella stessa strategia che Means aveva applicato alla televisione e alla stampa. Non intendeva lasciare agli altri il monopolio degli spazi nei quali veniva costruita la propria immagine. Aveva capito che la rappresentazione è una forma di potere.

Se l’Indiano esiste soltanto nel western, appartiene al XIX secolo. Se è folklore, non è sovranità. Se è una mascotte, non è una Nazione politica. E se viene dichiarato scomparso, non può presentarsi nel presente con un trattato in mano e pretendere che venga rispettato.

Means amava la visibilità e sapeva di possedere un personaggio pubblico formidabile. Ma ridurre tutto questo a semplice narcisismo significherebbe perdere la lucidità con cui comprese che chi controlla l’immagine dell’Indiano contribuisce anche a stabilire quali diritti quell’Indiano possa rivendicare.

 

Tradurlo senza addomesticarlo

Negli ultimi mesi ho trascorso molto tempo dentro le sue parole, lavorando alla traduzione italiana del libro scritto con Bayard Johnson, Se hai dimenticato i nomi delle nuvole, hai smarrito la strada, per la Mauna Kea Edizioni. Proprio questo lavoro mi ha convinta che l’ultimo torto che potremmo fare a Russell Means sarebbe trasformarlo nel «saggio indiano» incaricato di dispensare spiritualità agli occidentali inquieti.

Il libro non è questo. È memoria familiare, insegnamenti ricevuti, pensiero politico, provocazioni e contraddizioni. Traducendolo ho ritenuto fondamentale non addomesticarne la voce. Una nota può contestualizzare un’affermazione o distinguere l’esperienza individuale da ciò che può essere attribuito più generalmente alla cultura lakota; non dovrebbe però correggere l’autore fino a renderlo più rassicurante di quanto fosse.

Sarebbe particolarmente paradossale con Means, che trascorse buona parte della vita contestando la pretesa occidentale di spiegare agli Indiani che cosa fossero e che cosa dovessero diventare.

Anche il titolo del libro contiene una delle immagini più affascinanti del suo pensiero: dimenticare i nomi delle nuvole significa perdere qualcosa di più di alcune parole. Una lingua conserva distinzioni, relazioni e modi di osservare il mondo. Quando nelle boarding schools i bambini nativi venivano puniti per l’uso delle proprie lingue, non si sostituiva semplicemente un idioma con l’inglese: si interrompeva anche la trasmissione di conoscenze e identità. Per questo la lingua è sempre anche politica. Chi perde il diritto di nominare il proprio mondo diventa più vulnerabile alla pretesa che qualcun altro abbia il diritto di definirlo.

 

Dalle Black Hills a Bears Ears

Mentre preparavo questo articolo dedicato a Russell Means, la cronaca statunitense ha riportato violentemente la questione della terra al centro del presente. Nel luglio 2026 Donald Trump ha ridotto drasticamente a un decimo del territorio il Bears Ears National Monument e sciolto la Bears Ears Commission, attraverso la quale Hopi, Navajo, Ute Mountain Ute, Ute Indian Tribe e Zuni partecipavano alla gestione cooperativa del monumento. Il provvedimento riapre inoltre, nei termini previsti dalla proclamazione e fatti salvi altri vincoli, la possibilità di accesso alle leggi minerarie nelle aree escluse dalla tutela. Ne abbiamo parlato qui su L’Antidiplomatico nello scorso articolo della rubrica Nativi.  Non intendo sovrapporre Bears Ears alle Black Hills: sono territori diversi, legati a Popoli differenti e a storie politiche differenti.

Eppure la domanda è la stessa che Russell Means pose per decenni agli Stati Uniti: che cos’è una terra?

Per un’amministrazione può essere una superficie federale, un insieme di confini o una riserva di minerali strategici. Per una Nazione indigena può essere contemporaneamente memoria, luogo cerimoniale, storia, farmacia, sepoltura, presenza degli antenati e responsabilità verso chi verrà dopo.

Il conflitto comincia quando una di queste concezioni pretende di essere l’unica legittima. È allora che una montagna sotto la quale viene individuato uranio rischia di diventare innanzitutto un deposito di uranio e che tutto ciò che non può essere monetizzato viene degradato a ostacolo.

Means conosceva bene questo meccanismo. Le Black Hills glielo avevano insegnato.

Non aveva sempre ragione. Ed è proprio questo il punto

Russell Means morì il 22 ottobre 2012 a Pine Ridge.

Non credo che il modo migliore di ricordarlo sia sostenere che avesse sempre ragione. Non l’aveva. Era un uomo complesso, a volte incoerente, capace di dividere gli stessi ambienti nei quali era diventato un simbolo. Non rappresentava tutti i Lakota e tantomeno poteva rappresentare genericamente tutti i Nativi americani.

La sua eredità più importante sta altrove.

Per oltre quarant’anni pose agli Stati Uniti domande che la grande narrazione nazionale avrebbe preferito archiviare insieme alle fotografie della frontiera: chi decide che cosa significhi progresso? Quando un trattato stipulato con una Nazione indigena smette di essere un impegno politico e diventa un oggetto da museo? Chi può stabilire che una montagna sacra sia compensabile con del denaro? E perché i Nativi vengono celebrati con tanta facilità quando appartengono alla storia, mentre diventano improvvisamente scomodi quando esercitano diritti nel presente?

Sono domande che sopravvivono a Russell Means perché non riguardavano soltanto lui. Riguardavano l’America e, più profondamente, il diritto che l’Occidente si è attribuito per secoli di nominare, classificare e valutare il mondo degli altri.

Sarebbe comodo ricordarlo soltanto come il volto di Wounded Knee, l’attore de L’ultimo dei Mohicani o un’icona dell’American Indian Movement. Sarebbe ancora più comodo trasformarlo nell’ennesimo “grande capo indiano”, dopo avere eliminato tutto ciò che nella sua vita fu contraddittorio, irritante e politicamente scomodo. Ma Russell Means era troppo politico per diventare folklore e troppo polemico per diventare un innocuo maestro spirituale.

L’America aveva imparato a celebrare gli Indiani quando non potevano più contestarla. Russell Means le ricordò che i Nativi erano ancora lì.

 

❌