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Usa o Cina, Washington vuole scelte nette sull’AI. Messaggio anche per Roma

17 Agosto 2026 ore 16:18

Gli Stati Uniti si preparano a dire a decine di Paesi partner che la competizione sull’intelligenza artificiale con la Cina potrebbe lasciare sempre meno spazio a chi cerca di tenere un piede in entrambi i campi.

Secondo una bozza interna del dipartimento di Stato visionata da Reuters, Washington intende avvertire i Paesi allineati alle sue iniziative sull’AI che la partecipazione a framework concorrenti guidati dalla Cina potrebbe comportarne l’esclusione dalla coalizione americana. Il documento è indirizzato ai 35 firmatari del Joint Statement on AI Opportunity, gruppo che comprende membri di Pax Silica e altri Paesi che hanno espresso l’intenzione di allineare la cooperazione sull’intelligenza artificiale con Washington. Tra questi c’è anche l’Italia.

“Essere parte di tutto significa non essere parte di nulla”, si legge nella bozza. L’adesione alla dichiarazione di Pax Silica, aggiunge il documento, “non è semplicemente un’iscrizione, ma un impegno”.

Il testo potrebbe ancora essere modificato e Reuters non è stata in grado di stabilire quando verrà inviato. La direzione politica, tuttavia, appare difficile da ignorare. Washington sembra passare dalla costruzione di un ecosistema tecnologico concorrente a quello cinese alla definizione delle condizioni necessarie per farne parte.

Al centro della questione c’è il Kazakhstan. Washington aveva accolto con favore il suo ingresso in Pax Silica a giugno, anche per le significative riserve di minerali critici del Paese. Astana ha però successivamente aderito anche alla World Artificial Intelligence Cooperation Organization lanciata a luglio dal presidente cinese Xi Jinping.

Il Kazakhstan è finora l’unico Paese noto ad aver aderito a entrambe le iniziative. Per Washington sembra così essere diventato il primo test di una questione molto più ampia: un Paese può essere considerato un partner affidabile all’interno di un ecosistema tecnologico e, contemporaneamente, partecipare a un’iniziativa concepita per promuoverne uno concorrente? La risposta che emerge dal dipartimento di Stato è sempre più vicina a un “no”.

Il punto conta perché Pax Silica va ben oltre i modelli di intelligenza artificiale. Lanciata da Washington lo scorso anno, l’iniziativa lega semiconduttori, minerali critici, AI, investimenti e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Alla base c’è l’idea che la sovranità tecnologica non richieda a ogni Paese di replicare sul proprio territorio l’intero stack dell’intelligenza artificiale. I partner considerati affidabili possono invece contribuire con capacità complementari a un’architettura comune.

La Cina sta sviluppando una proposta alternativa. Alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, a luglio, Pechino ha lanciato la World AI Cooperation Organization, sostenuta da 29 Paesi, insieme a un’offerta costruita attorno a tecnologie open-weight, capacity-building, standard tecnici e accesso per le economie in via di sviluppo.

La competizione, quindi, si sta spostando oltre la corsa a chi produce il modello più avanzato. Riguarda sempre più chi riuscirà a definire le reti attraverso cui circolano capacità di calcolo, minerali, semiconduttori, standard, investimenti e sistemi di intelligenza artificiale.

E queste reti si fondano sulla fiducia. Le implicazioni erano già visibili prima che emergesse l’ultima bozza americana. Interpellata da Decode39 sul progressivo restringimento dello spazio per l’ambiguità nella governance dell’AI, Zineb Riboua, Research Fellow dell’Hudson Institute, aveva sostenuto che il margine che i governi ritenevano di conservare tra gli ecosistemi americano e cinese fosse in larga misura illusorio. “Lo spazio che i governi credono di avere è un’illusione sostenuta dall’intervallo tra l’acquisto e le sue conseguenze, e quell’intervallo si sta chiudendo”, aveva spiegato.

Il suo ragionamento era che decisioni apparentemente commerciali o tecniche finiscano per condizionare le scelte strategiche quando le tecnologie vengono integrate nelle infrastrutture, nelle regole per gli appalti e nelle istituzioni. I framework di governance possono rivelarsi persino più duraturi di un vantaggio temporaneo nella capacità di calcolo, perché stabiliscono come i sistemi interagiscono, come vengono valutati i modelli e secondo quali criteri le amministrazioni pubbliche acquistano e utilizzano tecnologie.

La bozza riportata da Reuters suggerisce che Washington possa ora prepararsi a trasformare questa logica strategica in un requisito diplomatico più esplicito.

Per l’Italia, la distinzione conta. Roma non deve più decidere a quale architettura aderire. Il 30 luglio l’Italia è entrata formalmente in Pax Silica, dopo aver già firmato il Joint Statement on AI Opportunity. La decisione si affianca alla partecipazione italiana alla Call to Action for 6G Leadership and Security guidata dagli Stati Uniti, all’impegno con Washington sui minerali critici e al dialogo bilaterale sulle Trusted Technologies.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha descritto l’adesione a Pax Silica come la conferma della “volontà politica di lavorare con gli Stati Uniti e con gli altri partner” sullo sviluppo delle tecnologie produttive, rafforzando al tempo stesso la sicurezza e “l’unità dell’Occidente”.

La direzione strategica è dunque relativamente chiara. Più complessa è la questione dell’implementazione. Il tema era già emerso dopo la presenza dell’Agenzia per l’Italia Digitale, AgID, alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, poco dopo l’adesione di Roma al Joint Statement on AI Opportunity promosso dagli Stati Uniti. L’episodio non ha impedito il successivo ingresso dell’Italia in Pax Silica. Il messaggio che arriva ora da Washington suggerisce però che ambiguità simili potrebbero diventare più difficili da sostenere con il consolidarsi delle due architetture dell’AI.

La distinzione resta importante. Partecipare alla conferenza di Shanghai non equivale ad aderire alla nuova organizzazione cinese e l’Italia non si trova nella posizione del Kazakhstan. Ma la direzione della politica americana conta proprio perché potrebbe progressivamente aumentare il peso politico di interazioni che i governi hanno finora considerato tecniche, commerciali o parte della normale attività istituzionale.

Martijn Rasser, vicepresident for Tech Leadership dello Special Competitive Studies Project, aveva già indicato nell’implementazione la prossima sfida al momento dell’ingresso dell’Italia in Pax Silica. “Il test sarà capire se i suoi membri riusciranno a tradurre l’allineamento politico in un’azione coordinata”, aveva spiegato a Decode39, sostenendo che l’Italia si stesse muovendo nella direzione giusta ma dovesse ancora fare di più per individuare le dipendenze inaccettabili, proteggere tecnologie critiche e diversificare le catene di approvvigionamento.

La rivelazione di Reuters aggiunge una nuova dimensione a quel test. L’Italia ha scelto da che parte stare nell’architettura emergente dell’intelligenza artificiale. Se Washington darà seguito all’impostazione contenuta nella bozza, per Roma la questione sarà sempre più assicurarsi che quella scelta trovi un riflesso coerente nelle diverse articolazioni dello Stato.

L’era dell’hedging sull’AI potrebbe non essere ancora finita. Ma Washington sta rendendo sempre più chiaro che, per chi fa parte della sua coalizione tecnologica, lo spazio per praticarlo si sta chiudendo.

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