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Legge sul lobbying al Senato, il rischio di una riforma di facciata

13 Ottobre 2026 ore 17:21

Dopo oltre 50 anni e più di cento proposte mai approvate, l’Italia è ancora priva di una normativa sul lobbying. Ciò avviene nonostante le sollecitazioni delle principali istituzioni internazionali e l’esempio della maggior parte dei Paesi europei, che hanno già regolamentato i rapporti tra decisori pubblici e portatori di interessi. Nel mentre le attività di rappresentanza degli interessi si sono intensificate anno dopo anno. Imprese, associazioni di categoria, enti del Terzo settore, think tank intessono costanti relazioni con ministri, parlamentari e amministratori locali.

Il diritto di sapere dei cittadini

Questo confronto non è di per sé patologico, ma costituisce la naturale dialettica tra chi possiede competenze specifiche e chi deve scegliere nell’interesse pubblico. Trattandosi di interazioni in grado di indirizzare scelte collettive, esse dovrebbero essere di dominio pubblico: i cittadini hanno il diritto di sapere se, ad esempio, il ministro dell’Ambiente interagisce esclusivamente con i colossi del fossile. 

Una legge efficace deve perciò garantire piena trasparenza e promuovere la partecipazione al processo decisionale. Informare, cioè, su chi svolge attività di rappresentanza di interessi (ad esempio attraverso l’iscrizione obbligatoria a un apposito registro dei lobbisti) ma anche aggiornare sugli incontri svolti da rappresentanti politici e alti funzionari pubblici. D’altra parte, però, la legge dovrebbe anche contribuire a superare quelle disuguaglianze nell’accesso ai colloqui con i decisori che oggi spesso garantiscono  ai gruppi di interesse più consolidati una corsia preferenziale. 

Una proposta depotenziata

Come la coalizione Lobbying4Change, coordinata da The Good Lobby, ha più volte denunciato, il testo ora in discussione al Senato viene meno a questi obiettivi. La proposta – già in partenza poco coraggiosa – è stata progressivamente depotenziata dal pressing di associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio, ecc.) e sindacati per ottenere un salvacondotto. A questo si è aggiunta la battaglia del Terzo settore per non essere equiparato ai lobbisti: una posizione a cui The Good Lobby, pur rientrando nella categoria, si oppone fermamente. D’altra parte, ciò che chiediamo non è altro che l’applicazione degli standard internazionali dell’Ocse, cui si ispira anche il quadro regolatorio dell’Unione europea e il cui Registro per la trasparenza è considerato un benchmark internazionale in materia di regolamentazione della rappresentanza di interessi.

La trasparenza che servirebbe

L’obiettivo di una norma rigorosa deve essere proprio la trasparenza di tutte le interazioni che contribuiscono a formare una legge o un atto amministrativo, sia a livello nazionale che regionale e locale, dato che il testo avrà ricadute anche su Regioni e Comuni capoluogo. Che ad agire siano lobbisti professionisti o presidenti di cooperative, che si rappresentino interessi privati o diffusi: chi può stabilire quali interessi siano più legittimi di altri? 

Siamo convinti che portare al voto un testo poco ambizioso, depotenziato e a rischio di essere ulteriormente indebolito non sia quello di cui il nostro Paese ha bisogno (né quello per cui ci battiamo da un decennio). Evitiamo che l’Italia si doti di una norma puramente cosmetica, che non garantisce maggiore trasparenza e partecipazione e che non offre reciprocità tra portatori di interessi e decisori pubblici. 

In apertura foto di Joshuan Barboza da Pexels

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14 Ottobre 2026 ore 09:27
The surgeons removed the lower lobe of the pope’s right lung after finding a cancerous nodule.

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Owner of fashion brands Hobbs and Whistles joins autumn pwned collection

13 Ottobre 2026 ore 11:45
The owner of Hobbs, Phase Eight, and Whistles is the latest fashion retailer to suffer a cyberattack, leaving several IT systems offline and customers facing order delays. South African retail giant The Foschini Group (TFG) confirmed on Tuesday that its UK business, TFG London, discovered a cybersecurity incident on October 11 that affected all three brands. Two days later, several systems remain unavailable, and the company is still trying to establish whether any personal or sensitive information has been compromised. The incident hasn’t forced stores to close, but TFG said some website functions may be unavailable. Customers have also been warned that orders placed on or after Sunday could be delayed, according to an email seen by The Telegraph. "Stores are open as normal but some of our brand's website capabilities may not be available as the investigation continues," the company said. "We apologize for any disruption and will provide additional updates to our customers as appropriate." TFG said it immediately activated its incident response and business continuity plans, brought in external cybersecurity specialists, and notified the relevant UK authorities. A spokesperson at the ICO told The Register: “We can confirm we have received a breach report from TFG Brands (London) Limited and we are assessing the information provided.” There is at least some good news for shoppers worried about their payment details. In an email to customers, TFG London said a third-party provider handles payment processing and that, based on its investigation so far, it has no reason to believe payment information is at risk. Whether other customer data has escaped into the wild is another matter. TFG said it is still investigating that possibility and will notify affected individuals or organizations if it finds evidence of a compromise. The company has yet to disclose how attackers gained access, whether ransomware was involved, or when it expects to have its systems fully restored, and did not respond to The Register’s questions. The disruption appears to be confined to the three fashion brands. TFG said its White Stuff and Inside Story businesses are unaffected, as are its operations in Africa and Australia, which run on separate IT systems. The attack comes during a particularly miserable spell for fashion retailers, which seem to be attracting cybercriminals almost as enthusiastically as shoppers chasing a sale. Last week, ASOS customers received an unexpected notification informing them that the online fashion retailer had been hacked. ASOS subsequently confirmed that an attacker had gained access to an employee account by impersonating a trusted contact and obtaining login credentials. Armed with those credentials, the attacker got into third-party platforms holding customer names and contact details. Meanwhile, H&M is reportedly investigating claims that it was targeted by the notorious ShinyHunters cybercrime group. According to The Times, the Swedish fashion giant is examining allegations involving a limited amount of company data, although it stressed that it had found no indication its systems had been compromised. No evidence currently links the incidents at TFG London, ASOS, and H&M, and the latter has not confirmed a breach. Still, with three major fashion businesses linked with cyber trouble in little more than a week, October's hottest retail trend appears to be incident response.®

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