Tagli al welfare, nuove tasse e riarmo: cosa si nasconde dietro i conti di Giorgetti
di Stefano Macera e Federico Giusti
Era scontato che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio validasse le previsioni del DPFP (Documento Programmatico di Finanza Pubblica): nel redigerlo, il ministro Giorgetti si è avvalso della collaborazione di fior di esperti. Tuttavia, può essere istruttivo leggere attentamente il documento relativo all’audizione della Presidenza Upb in Commissione bilancio. Tra le righe, e talvolta anche in modo esplicito, vi emergono non poche criticità.
Del resto, il contesto in cui è stato varato il Documento è tra i più preoccupanti. Disastrosa sotto ogni aspetto, la politica estera trumpiana produce pure il rincaro del gas e del petrolio. Le ostilità e il freno ai transiti nello Stretto di Hormuz stanno generando una forte pressione sugli equilibri finanziari e sui prezzi (con conseguenze non indifferenti a livello di consumi).
In una fase così turbolenta, siamo abituati a leggere previsioni di andamento dell’economia seguite dalla proposta di correttivi di varia natura. Alcuni dei quali (si veda il tentativo di contenere l’inflazione alzando i tassi di interesse) rischiano di acuire la crisi in atto.
Tuttavia, da più parti si cerca di infondere ottimismo, riferendo di un andamento positivo del mercato del lavoro. Al riguardo, molto utilizzati sono i dati contenuti nel Rapporto Annuale dell’INPS. In esso, però, non è riportato solo l’aumento delle assunzioni, ma emergono diverse anomalie. A cominciare dal numero eccessivo delle partite Iva rispetto agli altri paesi a capitalismo avanzato.
Quanti, tra i lavoratori autonomi, sono in realtà lavoratori dipendenti mascherati, per giunta vincolati a una condizione fortemente precaria? Ma il discorso sulle problematicità andrebbe ulteriormente allargato. E’ vero, nel 2025 gli assicurati INPS hanno raggiunto un picco storico di 27,2 milioni, con un aumento di 244.000 lavoratori rispetto al 2024 e di ben 1,7 milioni rispetto al 2019.
Ma qual è la dinamica che ha portato alla creazione dei nuovi posti di lavoro? Urge una verifica su quanti siano derivati dai tagli fiscali alle imprese, ossia dalla scelta governativa di far gravare sullo Stato l’onere dell’incremento delle buste paga. Sempre stando ai dati, nel 2025 i lavoratori dipendenti hanno superato quota 21 milioni. Più in particolare, la percentuale dei lavoratori under 34 è cresciuta del 12,4%, la presenza femminile è aumentata del 7,8%, quella dei lavoratori extra-UE ha avuto un incremento del 35,5% (in pratica, un dipendente su sette è straniero). Gli over 55, poi, sono passati da 6 a 7,6 milioni. Ora, se l’apporto degli immigrati all’economia è rilevante i loro salari rimangono comunque inferiori a quelli degli autoctoni.
Invero, sia il DPFP sia l’INPS riferiscono di una crescita salariale moderata o di stipendi bassi e insufficienti a fronteggiare l’aumento dei prezzi. Però non fanno i conti con una delle principali cause della erosione del potere d’acquist: gli aumenti retributivi derivanti da molti rinnovi contrattuali presentano come parametro di riferimento l’IPCA-NEI, un indice dei prezzi al consumo che non considera i prezzi dei beni energetici importati.
Inoltre, leggendo il rapporto INPS scopriamo come l’aumento dell’occupazione avvenga nei servizi ma non nella manifattura e nei settori ad alto valore aggiunto (meccanica avanzata, biomedicale, energie rinnovabili ecc.) che più evidenziano il carattere dinamico di un’economia.
Insomma, a leggere i dati con cognizione di causa, affiorano contraddizioni che sarebbe grave non affrontare in tempi brevi o medi. E’ vero: se la manifattura non cresce, in prospettiva il fabbisogno di energia potrebbe risultare più contenuto. Ma ciò a costo della perdita di numerosi posti di lavoro e anche, per chi ragiona in termini capitalistici, di una minor competitività del sistema economico nostrano.
Di più, a voler elencare tutti i problemi – spesso di natura strutturale – si rischia di non finirla più. Si pensi alla mancata crescita della domanda, che conferma un’erosione del potere d’acquisto inarrestabile e in atto da troppo tempo.
Per non dire della crescita quasi irrisoria dell’economia nei prossimi due anni da considerare non come dato momentano ma frutto di una tendenza di fondo. i cui caratteri più estremi, negli ultimi tempi, sono stati resi meno visibili dall’effetto PNRR, svanito il quale, per l’economia italiana non mancheranno i dolori che poi si ripercuoteranno in misura maggiore sui ceti bassi o medio-bassi.
Insomma, questo è il contesto in cui ha agito Giorgetti. Si dirà che è uno dei pochi elementi non scarsi dell’Esecutivo Meloni, ma ciò non toglie che, sin qui, da parte sua , al pari delle forze politiche della maggioranza, non vi sia stato alcun impegno ad affrontare i problemi strutturali. Anzi, nella manovra vi è una novità che rinvia all’odierno clima elettorale e strizza l’occhio a una parte della tradizionale base sociale del centrodestra. Ossia, la clamorosa estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra i 50001 e i 60000 euro[1].
Insomma, siamo di fronte a un ulteriore attacco al principio della progressività fiscale, inevitabilmente foriero di un inasprimento delle diseguaglianze che già segnano il belpaese. Si tratta di un’ipotesi scellerata, alla quale va contrapposta la logica inversa. Ovvero l’introduzione, sul modello degli anni ’70, di più scaglioni di reddito, con l’obiettivo di far pagare meno tasse a chi percepisce redditi inferiori a 50 mila e di aumentarle progressivamente per chi supera questo limite. Certo, oggi la destra e la sinistra “riformista” (incluse alcune forze sindacali) potrebbero liquidare tale proposta come sovversiva. Senza troppo ardire, anzi ribadendo una verità storica, la potremmo collegare a una saggezza democristiana.
Un’altra sgradevole novità è rappresentata dal aumento delle spese militari. Certo, l’incremento non coincide con quello richiesto dalla Nato ma rimane assai significativo. E alcune delle sue conseguenze – ovviamente non quelle che rimandano alla militarizzazione della intera società - sono messe a fuoco proprio dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, secondo cui “Le maggiori spese militari programmate dal governo nel prossimo biennio imporranno all’italia (...) interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti”, ossia tagli, e “misure compensative”[2], quindi nuove tasse.
Ma l’UPB si preoccupa anche di altro. Infatti, da un lato parla di conti pubblici in linea con i dettami Ue, ma dall’altro esprime preoccupazioni in merito alla prossima manovra. Rispetto alla quale, il DPFP “fornisce informazioni limitate”, nel senso che non indica “l’entità degli interventi lordi né le relative coperture”[3]. Il fatto che non siano riportate “le voci di entrata e di spesa né le componenti di spesa netta”, a detta dell’Ufficio rende difficile valutare “la qualità della manovra e la sostenibilità degli impegni nel medio periodo nonché la coerenza degli obiettivi con le regole di Bilancio”[4].
Ora, è evidente che le valutazioni di questo organismo muovano da principi diversi dai nostri, nonché dalla ossessione per compatibilità che riteniamo superate.
Di fronte a tanta opacità governativa, però, è impossibile non preoccuparsi. Non vorremmo che, per far quadrare i conti, l’abile Giorgetti e i suoi collaboratori ricorrano ai mezzi di sempre ossia infliggendoci qualche nuova privatizzazione o il contenimento forzato della spesa pubblica sotto forma di riduzione del Welfare.
[1] Si ricorda che nel sistema vigente, in vigore dal 2024, essa riguarda i redditi compresi tra i 28001 e i 50000 euro. Oltre tale cifra, subentra l’aliquota del 43%.
[2] Carlo Di Foggia, L’Upb: “Il riarmo imporrà tagli e tasse”. E il recupero dei salari si è già fermato, Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026.
[3] Audizione nell’ambito dell’esame del DPFP 2026, in https://www.upbilancio.it/it/audizione-nellambito-dellesame-del-dpfp-2026/.
[4] Ibidem.
