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La noia non basta a spiegare la violenza. Ma siamo troppo ciechi davanti alla paura del futuro di tanti adolescenti

15 Ottobre 2026 ore 18:51

«Quella notte ci siamo divertiti così. Era il mio compleanno». Lo avrebbe raccontato ai Carabinieri uno dei due ragazzi fermati per le sei aggressioni avvenute a Roma, a bordo di una microcar, nella serata tra il 4 e il 5 ottobre. Divertimento, follia, noia. Le cronache provano a dare un nome a ciò che è accaduto. Ma per chi si è trovato sulla loro strada, tra le 21,30 e l’una nei quartieri di Monteverde e Testaccio, sono state ore di paura. L’attore Davide Iacopini, a cui avrebbero sfilato la mano dal monopattino facendolo cadere, è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo Forlanini.

Quanto pesa la noia in un gesto di violenza? Per Stefano Laffi, sociologo e fondatore dell’agenzia Codici, che da anni studia il comportamento giovanile, la noia non basta da sola a spiegarne le origini. «Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia: agli occhi degli aggressori, le vittime sembrano perdere la propria umanità e diventano oggetti», dice. «Questa storia interpella il mondo adulto. In quale paesaggio di possibilità chiediamo ai più giovani di immaginare il proprio futuro? Come raccontiamo l’adolescenza, il lavoro, le sfide della vita? Esiste ancora un immaginario capace di dare senso all’idea di avere 16 anni?». Lo abbiamo intervistato.

Hanno 17 e 16 anni: uno guidava, l’altro cercava di spaventare i passanti, almeno così riportano le ricostruzioni sui giornali. Li hanno chiamati «la banda della minicar», ma in realtà poi vengono descritti come «volti noti in quartiere», ragazzi «con la faccia pulita». Perché sentiamo il bisogno di tracciare un confine e di trovare una definizione, di fronte alla violenza dei giovani?

Qualche tempo fa ho fatto un lavoro di ricerca sulla rappresentazione dei ragazzi nella stampa. Mi sono chiesto: come si parla di loro? La risposta che ho trovato è una linea di confine. I bambini vengono definiti “piccoli”: suscitano tenerezza o vengono raffigurati come vittime. Con l’adolescenza, si passa dall’altra parte: quella del pericolo. Ma l’uso di termini come “banda” e “gang”, provenienti dalla criminologia, presuppone un gruppo che si ritrova per commettere reati. Io però ho dei dubbi che questi ragazzi si incontrassero con quell’intenzione: erano amici, facevano cose diverse e, tra queste, hanno anche commesso un’aggressione come quella di cui stiamo parlando. La connotazione di banda o gang richiama quel processo di semplificazione della complessità tipico delle etichette, che riducono le sfaccettature del reale e circoscrivono il fenomeno. Ci rassicurano. Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite.

Che si parli di bande, minicar o di maranza, il meccanismo è simile: è come se dicessimo a noi stessi “non sono io, non è mio figlio”. Stiamo allontanando qualcosa che non vogliamo vedere mescolato alle nostre vite

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Le etichette, quindi, raccontano più lo sguardo degli adulti che la realtà dei ragazzi?

I ragazzi sono in un’età in cui cambieranno ancora mille volte: a 16 anni qualunque etichetta rischia di essere fuori fuoco. Definirli in un certo modo può servire a deresponsabilizzare gli adulti, perché finisce per connotare le persone invece di interrogarsi sulle condizioni in cui vivono. Un conto è chiedersi come si vive a 16 anni in quel quartiere, un altro è parlare di due ragazzi “già noti nel quartiere”. Anche il riferimento alle minicar può diventare parte di questo gioco di etichettamento, rassicurante e, in qualche modo, deresponsabilizzante. La vera domanda è: quale parte abbiamo noi in tutto questo?

Vuoto, noia, voglia di divertimento. Sono queste le ragioni che possono spingere un adolescente all’aggressività?

La noia può certamente essere una componente, così come l’ebbrezza, l’adrenalina e l’emozione che un gioco può dare. Ma non credo che basti a spiegare l’origine della violenza. Di questa vicenda mi colpisce soprattutto la mancanza di empatia. All’una di notte in una minicar, l’auto può trasformarsi in una sorta di capsula che ti isola dall’esterno, puoi arrivare a colpire qualcuno senza pensare che sia una persona, che soffrirà, che proverà dolore e subirà le conseguenze di quello che, per te, è soltanto uno scherzo. È un aspetto che forse ha a che fare anche con i processi di formazione. Che rapporto hanno questi ragazzi con il proprio corpo e con quello degli altri? Si è prodotta una sorta di anestesia? Gli adolescenti oggi ci restituiscono spesso la sensazione di non essere visti né riconosciuti. Non trovano occasioni di ascolto e valorizzazione, a scuola e nello spazio pubblico. Com’è possibile che nessuno si sia accorto della noia e del vuoto che descrivono? Mi chiedo se, in questi casi, non entri in gioco anche il divertimento di compiere un gesto estremo davanti a qualcuno: la presenza dell’altro può alimentare la violenza, trasformarla in una prova da superare o in una scena da mettere in atto.

Molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

Ma non ci avevano insegnato a stare nella noia, a praticare il vuoto, perché è proprio lì che può nascere la creatività? Quando e perché la noia smette di essere un’alleata e diventa una nemica?

Dalle ricerche sulle esperienze di vita sappiamo che le condizioni di maggiore benessere e di flow si raggiungono quando c’è un equilibrio tra la sfida che si affronta e le abilità che si mettono in campo. In adolescenza, questo stato può nascere attraverso attività sportive ed espressive: suonare, cantare, disegnare, fare sport. Esperienze che contrastano il vuoto esistenziale. Ho l’impressione che questi ragazzi cercassero una qualche forma di sfida, una possibilità di vivere un’intensità che non avevano trovato altrove, attraverso una deviazione che non è stata intercettata o accolta in altro modo. Se allarghiamo lo sguardo, però, è vero che molti adolescenti vivono un’angoscia profonda: la sensazione di abitare un mondo che non li vede, non li accoglie e non offre opportunità, ma soltanto beni materiali. Intorno a loro si addensano crisi climatiche, catastrofi annunciate e scenari cupi. Buttarsi nella vita può diventare spaventoso quando si ha paura del futuro.

Che cosa intende?

Se raccontiamo un mondo che ci rende impotenti, ci inchioda alla paura e ci dice che non possiamo fare nulla, come possiamo chiedere ai ragazzi di impegnarsi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni? Per investire nel presente bisogna riuscire a immaginare un futuro, pensarsi capaci di costruire legami, realizzare desideri, trovare un posto nel mondo. Ma se non riusciamo a immaginare nulla oltre il presente, quanto diventa difficile investire energie e attenzione negli altri? Mi chiedo allora in che misura episodi come questo ci restituiscano anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi. Chi riesce a trovare una causa collettiva, invece, può trovare anche un “noi”: un gruppo con cui reagire a un presente che nega diritti, immaginare azioni possibili e costruire speranza e progettualità. Forse a questi ragazzi è mancato proprio questo: un “noi” in cui riconoscersi, capace di dare senso all’esperienza e di aprire possibilità per il futuro.

Episodi come questo ci restituiscono anche una mancanza di senso: un mondo che ti lascia impotente, un futuro incerto, la difficoltà di credere che l’impegno possa fare la differenza. È come se, tra la noia e la disperazione, si aprisse uno spazio che può essere riempito anche da gesti estremi

Stefano Laffi, sociologo e ricercatore

«Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo», ha detto la mamma di uno dei due ragazzi in un’intervista su Repubblica. «Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro». Se crescere un figlio è una responsabilità che va oltre le mura di casa, quale parte di responsabilità spetta a tutti noi?

Ai ragazzi chiediamo continuamente un esercizio di immaginazione: proiettarsi in avanti su ciò che ancora non c’è e fare delle scelte. Ma l’immaginazione non è mai del tutto libera. Quando devo scegliere una scuola, per esempio, provo a immaginarmi in quella situazione, come se avessi un simulatore di volo che mi permetta di sperimentare in anticipo le diverse possibilità. Ma quel simulatore, con le sue immagini e i suoi scenari, da dove viene? Dalle notizie che ascoltiamo, dalle serie che guardiamo, dalle storie che ci raccontiamo. Se lo sfondo narrativo in cui ci muoviamo è quello della fine del mondo, della minaccia e della catastrofe, questo immaginario finisce per colonizzare anche la nostra capacità di pensare il futuro. Mi chiedo se, in questo scenario, non diventi più difficile proiettarsi nella vita. E se, invece, non si finisca per ripiegare sullo svago, sul disimpegno, su forme di abbrutimento o su una ricerca di visibilità nello spazio pubblico. Non perché i ragazzi non abbiano desideri, ma perché fanno fatica a trovare un orizzonte dentro cui collocarli. Credo che dovremmo interrogarci sui materiali culturali che offriamo ai ragazzi, sulle storie che raccontiamo e sui modelli di vita che rendiamo desiderabili. Perché l’immaginazione ha bisogno di un paesaggio su cui proiettarsi e un futuro in cui valga la pena investire.

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La minicar e la sclerosi del limite

15 Ottobre 2026 ore 11:43

«Ci annoiavamo». È la spiegazione che, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbero dato i due minorenni che hanno ammesso le aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. Tra i feriti, il più noto è l’attore Davide Iacopini. La dinamica richiama, per alcuni aspetti, il knockout game delle cronache americane: colpire uno sconosciuto, farlo cadere, fuggire. Un’analogia, non la prova di un’emulazione. Ad accomunare questi gesti è soprattutto la riduzione dell’altro a bersaglio occasionale.

«Ci annoiavamo» può essere una giustificazione di comodo. Merita comunque di essere presa sul serio per il vuoto che sembra nominare. La noia è un’esperienza comune; qui colpisce la possibilità di riempirla attraverso il dolore inflitto. Come se mancassero le parole, i desideri, i significati capaci di dare forma a ciò che si prova, e il corpo di un passante diventasse la materia su cui scaricare un vissuto rimasto senza elaborazione.

È possibile leggere in questa sequenza una sclerosi delle mediazioni: l’inaridimento di quello spazio simbolico che permette di pensare un impulso prima di tradurlo in azione. Non è una diagnosi sui due ragazzi. È una domanda sulla qualità dei contesti in cui si cresce. Esistono relazioni fitte di contatti e povere di significato, ambienti affollati ma simbolicamente svuotati, nei quali si fatica a riconoscere il valore di un legame, di un’attesa, di una rinuncia. L’altro rischia allora di perdere consistenza umana: conta soltanto per le sensazioni che può suscitare.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. La capacità di riconoscere un limite si forma dentro un tessuto di esperienze che comprende scuola, amicizie e vita pubblica. La questione riguarda la tenuta di questo intreccio, le contraddizioni che lo attraversano, la credibilità degli adulti che lo abitano. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione

Angelo Palmieri

Qui emerge il paradosso: viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle. Conoscere un divieto non equivale ad averne compreso il senso. Il limite prende corpo attraverso un accompagnamento, dentro rapporti nei quali si impara che l’esistenza altrui ci riguarda anche quando nessuno ci sorveglia. Se questo processo si inceppa, la regola rimane una prescrizione esterna, da aggirare appena possibile. L’affollamento dei codici può così convivere con un deserto di doveri sentiti.

Viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle

Angelo Palmieri

Su questa fragilità si innesta talvolta il bisogno di spingersi oltre ogni soglia, di cercare nell’eccesso una conferma della propria esistenza. Il pericolo, corso o fatto correre, diventa una misura dell’audacia; persino la possibilità della morte finisce per essere assorbita nella sfida, quasi fosse un’alleata capace di accrescerne l’intensità. È questo il passaggio più inquietante: quando la vita altrui viene usata per dimostrare qualcosa a sé stessi, l’irreversibilità delle conseguenze sembra scomparire dal pensiero.

La responsabilità di chi aggredisce resta piena. Ma quel «ci annoiavamo» interroga anche una società capace di moltiplicare stimoli e prescrizioni, assai meno sicura nel trasmettere ragioni per fermarsi. Il passante colpito paga sul proprio corpo questa distanza tra il divieto conosciuto e il limite non diventato mai coscienza.

Credit foto Benvenuti/Lapresse

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