❌

Vista elenco

Malesia, 7 esperienze di lusso per scoprire il nuovo volto dell’Asia

16 Ottobre 2026 ore 15:37

C’è una Malesia che va oltre le spiagge tropicali e le torri di Kuala Lumpur. È quella di una nuova economia che sta attirando investimenti internazionali, di una capitale sempre più cosmopolita e di isole dove il lusso non significa necessariamente isolamento, ma rapporto con la natura.

Nel 2025 il Paese ha raggiunto il record di 426,7 miliardi di ringgit di investimenti approvati, circa 92 miliardi di euro, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Quasi la metà, 207,1 miliardi di ringgit, arriva dall’estero, mentre il settore dei servizi rappresenta il 65,9% degli investimenti complessivi. Ancora più interessante è la crescita dell’economia digitale: information & communications ha raccolto 152,9 miliardi di ringgit di investimenti approvati, sostenuti da AI, cloud, big data e data centre.

È anche per questo che Kuala Lumpur, Penang e Langkawi stanno diventando basi interessanti per chi lavora da remoto. Il programma De Rantau, lanciato dalla Malaysia Digital Economy Corporation, è stato pensato proprio per attrarre nomadi digitali e professionisti internazionali: inizialmente rivolto al mondo tech, è stato successivamente esteso anche a professioni come consulenti, manager, pr, commercialisti e altri professionisti che lavorano da remoto. Nel 2024 erano già state presentate oltre 4mila richieste per il Nomad Pass, con migliaia di hub certificati in tutto il Paese.

Il risultato è una destinazione che unisce infrastrutture moderne, connessioni internazionali, costo della vita relativamente competitivo rispetto ad altri grandi hub asiatici e una qualità dell’offerta turistica sempre più sofisticata. È forse questa la vera novità. La Malesia non è più soltanto una tappa di un itinerario nel Sud-est asiatico. Sta diventando un luogo in cui fermarsi.

Kuala Lumpur offre infrastrutture e servizi di una grande capitale asiatica; Penang aggiunge patrimonio, creatività e gastronomia; Langkawi porta il viaggio nella natura. Il programma De Rantau parla chiaro: l’incremento degli investimenti digitali e la crescita degli hub per lavoratori da remoto sono segnali di una strategia precisa: attirare persone, competenze e capitali internazionali, non soltanto turisti.

E proprio questa combinazione: economia in crescita, apertura internazionale, natura e una nuova idea di lusso; che rende oggi la Malesia uno dei Paesi asiatici da osservare più attentamente. Non soltanto per una vacanza, ma per capire dove si sta spostando il baricentro del nuovo lifestyle internazionale. Ecco le esperienze da non perdere.

1. Vivere Kuala Lumpur dal suo hotel più storico

Per capire profondamente Kuala Lumpur si può iniziare l’esplorazione dal The Majestic Hotel Kuala Lumpur, oggi parte di Autograph Collection by Marriott. L’edificio originale risale al 1932 e fu progettato come uno degli indirizzi più importanti della capitale dell’epoca: architettura neoclassica, dettagli Art Déco, ricevimenti dell’élite coloniale e una posizione strategica di fronte alla storica stazione ferroviaria.

Dopo un periodo di declino e il rischio di demolizione, l’edificio è stato restaurato e riportato alla sua funzione alberghiera. Oggi il complesso unisce la parte storica alle strutture contemporanee e mantiene alcuni degli spazi più scenografici della città. Uno dei rituali da non perdere è l’afternoon tea nell’Orchid Conservatory, una sala in vetro trasformata in una sorta di giardino tropicale dove le phalaenopsis abbracciano gli ospiti, a migliaia.

Non è semplicemente un tè pomeridiano, antico retaggio inglese, ma una delle esperienze più teatrali della Kuala Lumpur coloniale reinterpretata in chiave contemporanea.

2. Dormire nella giungla al The Datai Langkawi

Il lusso cambia completamente prospettiva quando si arriva a Langkawi, isola tropicale nel mare delle Andamane dai tramonti spettacolari. Qui l’esperienza da mettere imperdibile è alloggiare al The Datai Langkawi, resort immerso nella foresta pluviale di Datai Bay, dove le ville sono costruite sopraelevate tra la vegetazione.

Le Rainforest Villas, 123 metri quadrati, sono immerse nella foresta e collegate alle aree comuni attraverso percorsi che attraversano la vegetazione. Per chi cerca ancora più privacy ci sono le Rainforest Pool Villas, con piscina privata. Non è soltanto una questione di posizione.

The Datai è diventato uno degli indirizzi più riconoscibili dell’ospitalità asiatica proprio per il modo in cui il progetto architettonico si confronta con l’ambiente naturale. Nel 2026 Tatler Best Malaysia lo ha premiato come Hotel of the Year, Best Resort e Best Hotel Spa, mentre nel 2025 Condé Nast Traveller lo ha collocato al secondo posto tra i resort del resto dell’Asia nella Readers’ Choice.

3. Cenare al Dewakan, per capire la Malesia attraverso il cibo

A Kuala Lumpur la cena al Dewakan è quasi una lezione di geografia malese. Il ristorante dello chef Darren Teoh occupa il 48esimo piano della Naza Tower e costruisce il proprio percorso gastronomico intorno a ingredienti locali, spesso poco conosciuti, raccolti, fermentati, essiccati o trasformati direttamente nella cucina. È oggi l’unico ristorante della Malesia con due stelle Michelin, oltre ad aver ricevuto la Michelin Green Star per il lavoro sulla sostenibilità.

Il suo menu non cerca di imitare la cucina europea, ma parte dalla biodiversità del Paese per trasformarla in alta cucina contemporanea. È probabilmente il modo più interessante per comprendere quanto la cucina malese stia cambiando: non una semplice reinterpretazione del patrimonio locale, ma una ricerca sulle materie prime indigene e sulla loro possibilità di entrare nell’alta gastronomia internazionale. In un modo davvero sorprendente.

4. Scoprire Penang attraverso una tavola condivisa

Se Kuala Lumpur racconta la nuova Malesia economica e internazionale, Penang racconta quella gastronomica. George Town è una delle capitali asiatiche dello street food, ma negli ultimi anni l’isola ha sviluppato una scena di alta cucina capace di dialogare con la tradizione.

Una delle nuove tappe è Communal Table by gēn, nel Seven Street Precinct di George Town (ovvero la via più famosa per lo street food). Solo 24 posti, tutti disposti su una lunga tavolata con cucina a vista, e un’idea di ristorazione che recupera il concetto originario della tavola condivisa. Il progetto fa capo allo chef Johnson Wong, fondatore di gēn, che ha studiato al Le Cordon Bleu Sydney e maturato esperienze in ristoranti internazionali di alto livello, tra cui Restaurant Kei a Parigi e Joël Robuchon a Macao.

Qui la cucina parte dai prodotti malesi e dai sapori della memoria per portarli in una dimensione più contemporanea, con tecniche moderne e una filosofia meno formale rispetto al fine dining tradizionale: un bistrot ben pensato. È un indirizzo che racconta bene la nuova Penang: ancora profondamente legata al suo patrimonio, ma sempre più internazionale.

5. Dormire all’Eastern & Oriental, dove iniziò la storia dei Sarkies

A Penang il viaggio nel tempo continua all’Eastern & Oriental Hotel, fondato nel 1885 dai fratelli Sarkies, una famiglia armena che avrebbe contribuito a costruire alcuni degli alberghi più celebri dell’Asia, dal Raffles di Singapore allo Strand di Yangon.

La storia dell’E&o nasce proprio dall’incontro fra l’Oriente e il mondo coloniale: i Sarkies avevano aperto inizialmente un hotel chiamato Eastern e, un anno dopo, il vicino Oriental. Le due strutture vennero poi riunite dando vita all’Eastern & Oriental. Oggi è considerato la grande dame degli hotel storici di Penang, affacciato direttamente sul mare nel cuore della George Town, dichiarato patrimonio Unesco.

La Heritage Wing, l’ala più antica, conserva l’atmosfera più storica, mentre la Victory Annexe porta l’hotel nel presente. È il tipo di albergo in cui la storia non è una decorazione, ma parte integrante dell’esperienza, con i cannoni (veri) sul camminamento e tanti dettagli antichi (a volte anche in vendita) che ricordano gli anni d’oro della Penang pre bellica.

6. Entrare nella foresta di Langkawi con un naturalista

Al The Datai la giungla non è soltanto ciò che si vede dalla propria villa. È il vero spazio da esplorare. Con i naturalisti del resort si possono percorrere sentieri nella foresta e raggiungere Crystal Creek, una piccola cascata e piscina naturale raggiungibile dopo un breve tragitto in auto e circa 500 metri di cammino nella foresta.

Il percorso permette di osservare flora e fauna dell’ecosistema e di immergersi nelle acque fresche del torrente. È un’esperienza particolarmente significativa perché Langkawi è una Unesco Global Geopark dal 2007, con tre aree geologiche protette: Machinchang Cambrian Geoforest Park, Kilim Karst Geoforest Park e Dayang Bunting Marble Geoforest Park.

Il valore aggiunto è la presenza dei naturalisti residenti del Datai, che trasformano una semplice escursione in un’interpretazione del territorio: dalle piante medicinali agli uccelli, dai corsi d’acqua alla storia geologica dell’isola.

7. Ritrovare l’Europa, con le Petronas davanti agli occhi

Per chi, dopo qualche giorno tra foresta, spezie e cucina malese, sentisse il bisogno di un’impronta europea, c’è Molina, al 51esimo piano di The Face Style.

Il ristorante è guidato da Guillaume Depoortere, chef belga che nel 2025 ha ottenuto una stella Michelin e il premio Opening of the Year della Guida Michelin Kuala Lumpur & Penang. La cucina unisce tecniche francesi, sensibilità nordica e ingredienti asiatici, con una particolare attenzione a pesce e verdure.

La posizione completa l’esperienza: dall’alto lo skyline di Kuala Lumpur diventa parte della cena, con le torri Petronas e la nuova città verticale che raccontano, meglio di qualsiasi dato economico, la trasformazione della capitale.

L’articolo Malesia, 7 esperienze di lusso per scoprire il nuovo volto dell’Asia è tratto da Forbes Italia.

Ferrari Hypersail, lo scafo è pronto: così il monoscafo da 100 piedi si solleverà dal mare

16 Ottobre 2026 ore 14:48

Ferrari Hypersail, il monoscafo volante da 100 piedi progettato per affrontare gli oceani, entra nella fase conclusiva della costruzione. L’azienda di Maranello ha annunciato il completamento della verniciatura dello scafo e della livrea, mentre le appendici, ovvero gli elementi immersi nell’acqua che consentono all’imbarcazione di sollevarsi e mantenere l’equilibrio, sono arrivate in cantiere.ù

Ferrari ha inoltre svelato la tecnologia che permetterà a Hypersail di navigare sollevandosi dalla superficie del mare. Il sistema combina l’ingegneria delle appendici, composta da foil, chiglia e timone, con il Flight Control, una tecnologia di gestione automatizzata dell’assetto sviluppata a partire dalle competenze maturate dalla casa automobilistica nei sistemi elettronici e di controllo dinamico delle vetture sportive.

Come funziona il sistema che permette a Ferrari Hypersail di volare

Il funzionamento di Ferrari Hypersail si basa su tre componenti che operano sotto la superficie dell’acqua e permettono di generare portanza, mantenere l’equilibrio e adattarsi alle condizioni del mare.

I foil, ovvero le ali laterali, generano la spinta verso l’alto necessaria a sollevare lo scafo sopra la superficie dell’acqua. In questo modo riducono l’attrito e consentono all’imbarcazione di raggiungere la velocità desiderata. La chiglia integra invece una delle principali innovazioni tecnologiche del progetto: un foil dotato di una parte mobile, chiamata flap, che contribuisce alla gestione dell’assetto durante il volo. Questa soluzione crea un terzo punto di appoggio, migliorando la stabilità dell’imbarcazione durante la navigazione.

Anche il timone svolge una funzione più complessa rispetto a quella tradizionale. Oltre a dirigere la barca, è equipaggiato con una piccola ala mobile sulla sezione verticale, che permette di effettuare continui micro-aggiustamenti per mantenere la rotta. I tre elementi lavorano insieme per generare, modulare e controllare le forze necessarie a mantenere il monoscafo stabile ed efficiente anche quando lo scafo è sollevato dall’acqua.

Il Flight Control, la tecnologia Ferrari che gestisce l’assetto della barca

A coordinare il funzionamento delle appendici è il Flight Control, il sistema elettronico che gestisce automaticamente l’assetto di Ferrari Hypersail durante la navigazione in modalità volante. La tecnologia deriva dall’esperienza di Ferrari nello sviluppo dei sistemi elettronici e di controllo dinamico delle proprie auto sportive. Il suo compito è analizzare continuamente parametri come vento, onde, velocità e inclinazione dell’imbarcazione, intervenendo in tempo reale per mantenere stabilità e prestazioni.

Il funzionamento si articola in tre fasi. Una rete di sensori distribuiti sulla barca rileva costantemente le condizioni del mare e i movimenti dello scafo. I dati vengono trasmessi a un computer di bordo, che li elabora e calcola le correzioni necessarie. Infine, una serie di attuatori, costituiti da bracci e pistoni meccanici, modifica l’inclinazione dei foil e delle altre appendici per compensare le variazioni di assetto.

Il sistema non sostituisce però l’equipaggio. L’automazione è progettata per gestire le operazioni che possono essere ottimizzate attraverso il controllo elettronico, lasciando ai velisti il compito di interpretare le condizioni del mare, prendere decisioni strategiche e concentrarsi sulle prestazioni dell’imbarcazione.

Fibra di carbonio e titanio per resistere alle sollecitazioni

Un altro elemento centrale nello sviluppo di Ferrari Hypersail riguarda i materiali utilizzati per la costruzione dello scafo e delle appendici. Per garantire leggerezza e resistenza, lo scafo è realizzato con molteplici strati di fibra di carbonio. Questa struttura permette di ottenere un’elevata rigidità, limitando le deformazioni provocate dalle forze esercitate dal mare e consentendo alle appendici di rispondere con precisione ai comandi del Flight Control.

Nei punti sottoposti alle sollecitazioni maggiori, come i bracci dei foil e il carrello della randa, Ferrari ha adottato una struttura composita a sandwich, che combina strati di carbonio e titanio. Si tratta di una soluzione sviluppata sfruttando le conoscenze maturate nel settore delle auto sportive, con l’obiettivo di aumentare la resistenza dei componenti senza compromettere la leggerezza complessiva dell’imbarcazione.

Oltre 20 brevetti per il progetto Ferrari Hypersail

Ferrari Hypersail è stato sviluppato interamente all’interno di una struttura Ferrari, con l’obiettivo di trasferire alla vela oceanica le competenze tecnologiche e ingegneristiche dell’azienda di Maranello. Il lavoro di ricerca e sviluppo ha portato a oltre 20 brevetti. Tra le innovazioni figurano il sistema Winch by Wire, le turbine eoliche a range esteso e il sistema Mv/Hv per l’integrazione delle fonti rinnovabili, presentati nel luglio 2026 insieme al concept di autosufficienza energetica dell’imbarcazione.

A queste tecnologie si aggiungono un albero maestro orientabile dotato di alule, piccole superfici simili ad alette, e una randa double skin, progettata per migliorare il controllo e la gestione delle vele. Il progetto presenta diversi punti di contatto con lo sviluppo delle vetture sportive. Sia un’automobile ad alte prestazioni sia un monoscafo volante richiedono un’elevata efficienza aerodinamica e sistemi elettronici capaci di rilevare e correggere continuamente le reazioni del mezzo.

Per questo Ferrari ha applicato alla progettazione di Hypersail strumenti già utilizzati nel settore automobilistico, dalle simulazioni al computer allo studio dei flussi d’aria, fino ai software che gestiscono la stabilità delle vetture. Il trasferimento tecnologico potrebbe inoltre funzionare in entrambe le direzioni. Secondo Ferrari, i dati raccolti attraverso il progetto Hypersail potranno contribuire allo sviluppo di nuove conoscenze, modelli di calcolo e metodi di simulazione, con possibili applicazioni anche nelle future attività di ricerca dell’azienda.

    Ferrari Hypersail

L’articolo Ferrari Hypersail, lo scafo è pronto: così il monoscafo da 100 piedi si solleverà dal mare è tratto da Forbes Italia.

Il prossimo influencer del vino lavora in sala: perché il futuro delle cantine italiane si decide al ristorante

16 Ottobre 2026 ore 12:17

Nel vino si parla molto di comunicazione digitale, creator, contenuti social e reputazione online. Tutto necessario. Eppure uno dei luoghi più influenti nella costruzione del valore resta fisico, umano e spesso sottovalutato: la sala del ristorante.

Il ristorante è uno dei pochi spazi in cui il consumatore incontra il vino nel momento esatto della scelta. Davanti a una carta, a un abbinamento, a un calice consigliato, si decide molto più di una vendita. Si decide se una denominazione viene compresa, se un produttore viene ricordato, se un vitigno autoctono diventa accessibile, se un prezzo viene percepito come giustificato.

Il mercato del vino

Questa centralità aumenta in una fase complessa per il mercato. Secondo l’Oiv, nel 2025 il consumo mondiale di vino è sceso a circa 208 milioni di ettolitri, il livello più basso dal 1957; l’export globale è calato del 4,7% in volume, a 94,8 milioni di ettolitri, e del 6,7% in valore, a 33,8 miliardi di euro. Iwsr segnala inoltre che, nei principali mercati globali, il numero dei wine drinkers è diminuito di circa 5 milioni di persone tra il 2021 e il 2024, nonostante la crescita della popolazione adulta.

In questo scenario ogni occasione di consumo diventa più preziosa. Il vino deve essere scelto, spiegato, reso desiderabile. La sala può svolgere questa funzione meglio di molti altri canali, perché lavora dentro una relazione di fiducia immediata. Il cliente ascolta chi lo serve, soprattutto quando il consiglio è preciso, pertinente e privo di ostentazione.

Il punto critico è che molta ristorazione italiana tratta ancora il vino con una certa pigrizia imprenditoriale. Carte costruite per accumulo, referenze inserite per abitudine, poca rotazione, scarsa attenzione al servizio al calice, temperature imprecise, personale non formato e ricarichi talvolta difficili da sostenere. Il risultato è paradossale: il vino dovrebbe aumentare il valore dell’esperienza gastronomica, ma spesso diventa una barriera alla scelta.

LEGGI ANCHE: Il vino fa bene o fa male? La risposta della scienza tra rischi biologici e valore sociale

A cosa guardare

Il tema dei ricarichi è centrale. Un margine corretto è necessario: il ristorante sostiene costi di stoccaggio, servizio, rotture, capitale immobilizzato, personale e rischio commerciale. Ma quando il prezzo finale diventa sproporzionato rispetto al valore percepito, il consumatore si ritrae. Ordina meno, sceglie la bottiglia più prudente, passa al calice o rinuncia. In un mercato in cui il consumo di vino è già sotto pressione, ricarichi eccessivi possono proteggere il margine unitario e perdere valore complessivo.

Una carta efficiente dovrebbe lavorare su rotazione, leggibilità, profondità intelligente e redditività reale. Centinaia di etichette servono poco se poi il personale non sa venderle. I nomi prestigiosi servono poco se restano fermi in cantina. Le referenze sicure servono poco se la carta non educa, non incuriosisce e non crea identità per il ristorante. Il vino deve essere pensato come parte del modello economico del locale, al pari della cucina, del servizio e dell’esperienza complessiva.

La formazione

Qui entra il tema della formazione. Molti ristoratori lamentano la difficoltà di vendere vino, ma investono poco nel personale che dovrebbe venderlo. È una contraddizione evidente. La sala è il punto in cui una bottiglia diventa fatturato, esperienza e memoria. Un cameriere preparato può trasformare un’etichetta sconosciuta in una scoperta; uno staff impreparato può rendere invisibile anche una grande bottiglia.

La formazione non deve essere necessariamente lasciata alla cantina. I produttori possono e devono supportare il trade, ma il training può essere affidato anche a figure indipendenti, master of wine, consulenti specializzati o aziende con competenze trasversali. Il vantaggio di una formazione esterna è la capacità di lavorare non solo sul racconto del singolo vino, ma sull’efficienza complessiva della carta: posizionamento, fasce prezzo, margini, rotazione, abbinamenti, servizio al calice, upselling, linguaggio di vendita e coerenza con la cucina.

Un buon training insegna al personale a leggere il cliente. Un appassionato evoluto, una coppia giovane, un tavolo internazionale, un cliente corporate o una famiglia cercano esperienze diverse. La vendita intelligente nasce dalla capacità di adattare il linguaggio: più tecnico dove serve, più semplice dove aiuta, sempre preciso. La competenza contemporanea consiste nel rendere il vino leggibile senza impoverirlo.

I comportamenti generazionali

Il servizio al calice è una delle leve più sottoutilizzate. Permette di abbassare la soglia di accesso a denominazioni, vitigni e produttori che il consumatore potrebbe evitare in bottiglia. Può aumentare la marginalità, ridurre la paura della scelta e creare percorsi più dinamici con la cucina. Per i vini premium, un calice ben proposto può diventare il primo passo verso una futura bottiglia.

Questo punto diventa ancora più importante alla luce dei comportamenti generazionali. Iwsr rileva che i consumatori gen z frequentano bar, ristoranti e club più della media dei bevitori adulti: quasi la metà indica l’on-trade come ultimo luogo di consumo, contro poco più di un terzo del totale adulti. Allo stesso tempo, la moderazione si sta diffondendo come comportamento trasversale, guidata da salute, lifestyle e pressione economica. Questo significa che la ristorazione può intercettare i giovani consumatori, ma deve farlo con linguaggi più accessibili, formati più flessibili e una proposta meno intimidatoria.

Il futuro

Per il vino italiano, la sala rappresenta una piattaforma formidabile. I nostri vini hanno una vocazione gastronomica naturale, ma questa forza richiede mediazione. Un ristorante può spiegare meglio di una campagna pubblicitaria perché un Verdicchio con qualche anno di bottiglia, un Etna Bianco, un Cerasuolo d’Abruzzo, un Lambrusco di qualità, una Schiava o un Sagrantino evoluto abbiano senso a tavola.

Il rapporto tra cantine e ristorazione dovrebbe quindi diventare più professionale. Servono training, materiali chiari, degustazioni mirate per lo staff, storytelling essenziale, informazioni su servizio e abbinamento, supporto continuo alla forza vendita. Il produttore che lascia la bottiglia al distributore e scompare perde una parte decisiva della costruzione del valore.

Il prossimo influencer del vino lavora in sala perché incontra il consumatore nel momento in cui il desiderio diventa acquisto. Ha pochi minuti per orientare una scelta, ma quei pochi minuti possono generare memoria, fiducia e fedeltà. In un mercato che beve meno, questa influenza diventa strategica.

Il futuro del vino italiano passerà anche da qui: dalla capacità di trasformare ristoranti, wine bar e hotel in ambasciatori competenti delle denominazioni. La carta vini deve diventare più efficiente, il personale più preparato, il pricing più intelligente. La sala è il luogo dove il vino può uscire dal linguaggio per specialisti e tornare a essere esperienza, piacere, cultura e valore condiviso.

L’articolo Il prossimo influencer del vino lavora in sala: perché il futuro delle cantine italiane si decide al ristorante è tratto da Forbes Italia.

❌