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Cina: Xi Jinping lancia il piano per una “Cina sana”

La salute pubblica come pilastro della prosperità nazionale e dello sviluppo del Paese. È questa la linea indicata dal presidente cinese Xi Jinping, che ha chiesto di accelerare la costruzione di una “Cina sana” nel corso del XV Piano quinquennale, relativo al periodo 2026-2030. Intervenendo alla Conferenza nazionale sulla salute, tenutasi a Pechino, Xi ha sottolineato che il benessere della popolazione rappresenta un indicatore fondamentale della forza di una nazione. L'obiettivo è consolidare i risultati ottenuti negli ultimi anni e rendere i servizi sanitari sempre più equilibrati, inclusivi, efficienti e di qualità.

Dal XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, nel 2012, la Cina ha portato avanti un importante processo di rafforzamento delle strutture sanitarie, della medicina tradizionale, della prevenzione delle malattie e dei sistemi di assistenza e copertura sanitaria. Un percorso che, secondo Xi, ha prodotto risultati storici e progressi complessivi nel settore. La nuova fase punta a mettere la salute al centro delle politiche pubbliche, superando una visione limitata alla sola cura delle patologie. In questa prospettiva, la prevenzione assume un ruolo prioritario: intervenire sui fattori di rischio prima che si trasformino in problemi sanitari è, ha evidenziato il presidente cinese, l'approccio più efficace ed economicamente sostenibile per proteggere la popolazione.

Pechino intende inoltre rafforzare il sistema di prevenzione e controllo delle malattie, migliorare la capacità di risposta alle epidemie e riorganizzare i servizi sanitari affinché i cittadini possano ricevere cure efficaci anche vicino al luogo in cui vivono. Un'attenzione particolare sarà riservata alla medicina tradizionale cinese, il cui patrimonio dovrà essere preservato e sviluppato attraverso l'innovazione, insieme al potenziamento della ricerca di base e delle capacità scientifiche originali del Paese. Xi ha indicato anche la necessità di coordinare meglio i servizi medici, l'assicurazione sanitaria e il settore farmaceutico, migliorando al contempo la formazione e la disponibilità di personale medico altamente qualificato. La strategia non si limita ai confini nazionali. La Cina intende promuovere la costruzione di una comunità globale della salute, rafforzando la cooperazione internazionale per affrontare le principali sfide sanitarie.

Nel quadro del nuovo Piano quinquennale, la “Cina sana” diventa così un obiettivo trasversale: investire nella prevenzione, nell'innovazione e nell'accessibilità delle cure significa rafforzare il benessere collettivo e porre la salute della popolazione al centro delle priorità di sviluppo.

Ambasciatore iraniano scrive al Papa: "Usa e Israele bombardano sinagoghe, chiese e moschee"

Roma, 12 ottobre, l'ambasciatore della Repubblica Islamica dell'Iran presso la Santa Sede ha indetto un incontro con la stampa per parlare di una lettera scritta a Papa leone XIV. 

La fiducia nei rapporti politici e nella diplomazia senza spiritualità è finita, spiega Sua Eccellenza, che si rivolge ad un'autorità religiosa mondiale affinché Israele e Stati Uniti rispettino il diritto internazionale.

L'ambasciatore Mohammad Hossein Mokhtari ha mostrato alcune foto di luoghi di culto islamici, moschee, ma anche sinagoghe e chiese cattoliche e ortodesse bombardate propri da coloro che si professano difensori dei diritti umani e delle libertà civili. 

Mokhtari si è espresso anche circa le proteste in Francia, affermando che a molti governi europei non interessano le rivendicazioni degli studenti, anche se si presentano ai media e all'opinione pubblica internazionale come baluardi democratici e attenti alle richieste dei loro cittadini. Il video con alcuni estratti dalla conferenza stampa.



«Non toccate i liceali!»: la catena umana lavoratori-studenti che ha bloccato la polizia a Tolosa (VIDEO)

Una mattina di alta tensione si è consumata davanti al liceo Déodat de Séverac, dove le forze dell'ordine sono state costrette a indietreggiare di fronte a una compatta catena umana formata da insegnanti, lavoratori e studenti. Mentre i manifestanti scandivano a gran voce «Indietreggiate!» e «Non toccate i liceali!», la situazione è degenerata con cariche della polizia e lancio di lacrimogeni.

L'unica risposta che il regime neoliberista di Macron riesce a dare a studenti e lavoratori in lotta.

L'immagine degli insegnanti e dei lavoratori che si frappongono fisicamente tra le forze dell'ordine e i propri studenti rimane il fatto più simbolico di una giornata segnata da una forte mobilitazione sociale e da un netto rifiuto della repressione negli spazi educativi in Francia.

 
 
 
 
 
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The Atlantic: Zelensky "sta oltrepassando il limite" e "facendo infuriare" Trump

Volodymyr Zelensky sta facendo "infuriare" il presidente statunitense Donald Trump: secondo quanto riferisce 'The Atlantic', che a tal proposito cita un funzionario della Casa Bianca.

"Zelensky sta oltrepassando il limite e facendo infuriare il presidente", ha affermato il funzionario, aggiungendo che Trump "chiede una cosa sola: che smettano di attaccare le raffinerie". "Dovrebbero accontentarlo", ha dichiarato.

Il presidente USA è tornato ad arrabbiarsi con il leader del regime ucraino dopo aver criticato l'accordo tra Usa e Russia sul diesel, siglato tra Trump e Vladimir Putin il 9 ottobre. Diversi media hanno già affermato che per costringere il regime di Kiev a fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, Washington ha minacciato di paralizzare la Lista prioritaria dei requisiti per l'Ucraina, un programma della NATO attraverso il quale i paesi europei acquistano armi per poi trasferirle alle forze armate ucraine.

In seguito all'annuncio dell'accordo energetico raggiunto da Trump e Putin il 9 ottobre, Zelensky ha duramente criticato Washington, definendo l'intesa un segno di "debolezza" che non avrebbe portato la pace nel mondo. In un'intervista, il leader del regime di Kiev ha fatto notare che quel giorno una delegazione negoziale ucraina si trovava in Florida per colloqui con la controparte statunitense, il che lo ha portato a considerare l'accordo una mossa sleale. "Stanno semplicemente usando la nostra squadra come cortina fumogena", ha dichiarato.

La replica di Trump a difesa dell'accordo è stata secca: "Abbiamo bisogno di diesel. I prezzi del petrolio stanno già crollando". Il giorno seguente, il leader statunitense ha criticato aspramente Zelensky, accusandolo di non voler porre fine al conflitto: "Avrebbe potuto risolvere questa guerra innumerevoli volte. E sceglie di non farlo".

Trump ha inoltre attaccato Zelensky per gli attacchi alle raffinerie russe, condotti ignorando i suoi avvertimenti. "Gli avevamo detto: 'Non attaccate le raffinerie, perché questo crea un problema globale'. E lui è andato avanti e le ha attaccate comunque", ha affermato il leader, concludendo con una proposta schietta: "Suggerisco che si dotino di un nuovo leader capace di raggiungere un accordo".

Gli stupidi stupiti (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026

 

Lo stupore delle cancellerie europee perché Trump ri-scarica Zelensky e si accorda con Putin per fare – una volta tanto – gli interessi del suo Paese, cioè per comprare gasolio russo e provare ad abbassare i prezzi, dà l’idea della crassa ignoranza di chi ci sgoverna. Del resto l’Alto rappresentante per la politica estera Ue è Kaja Kallas, la spensierata (in senso etimologico) ex premier estone che l’anno scorso sgranò gli occhi perché la Cina festeggiava gli 80 anni della vittoria nella Seconda guerra mondiale: a lei non risultano i 30 e passa milioni di morti cinesi per sconfiggere una delle tre potenze dell’Asse: il Giappone, alleato con la Germania nazista e l’Italia fascista. Ora questi somari sulla storia almeno quanto sulla logica sono increduli perché gli ucraini (e gli europei al seguito) sono stati sedotti e abbandonati dagli Usa. E pensano che sia un’altra mattana di Trump, che peraltro l’aveva promesso agli elettori (l’unico impegno mantenuto).

In realtà quella di aizzare popoli in giro per il mondo a fare guerre che interessano solo a Washington promettendo eterna fedeltà e darsela a gambe quando le perdono (cioè sempre, dal 1946) è una costante della politica Usa, con qualunque presidente. Per informazioni, chiedere a vietnamiti, coreani, balcanici, afghani, iracheni, siriani, curdi, palestinesi, libici, egiziani e altri popoli delle “primavere arabe”, giù giù fino agli iraniani anti-regime e agli ucraini. Che dovevano entrare nella Nato e nell’Ue (prospettive entrambe tramontate, la seconda non per colpa degli Usa) ed essere sostenuti fino alla fine in una guerra studiata a tavolino a Washington e a Londra. Infatti, finché furono liberi di autodeterminarsi, scelsero sempre presidenti neutrali fra Russia e Nato. Poi qualcuno decise al posto loro che dovevano diventare una minaccia per il mastodontico, armatissimo e suscettibilissimo vicino. Ora Trump fa il Trump: i prezzi dei carburanti, alle stelle per la sua guerra nel Golfo e per l’altrui guerra in Ucraina, minacciano di spappolarlo alle elezioni di Midterm, quindi riapre i rubinetti con Mosca e li sigilla con Kiev (e ci beffa pure sui gasdotti distrutti da Kiev con l’avallo Usa e prossimamente ricostruiti da Trump e Putin). È l’Ue che non fa l’Ue: infatti continua a finanziare e ad armare Zelensky non solo per difendersi (rovinosamente) in patria, ma anche per bombardare le raffinerie e le città russe, con l’unico risultato di far impazzire i prezzi dell’energia per noi europei. Visto che tutto ciò che fa l’Ucraina lo paghiamo noi, il minimo sindacale sarebbe condizionare i nuovi aiuti alla fine dei bombardamenti in Russia. Che colpiscono più noi dei russi. Ma servirebbero governanti un po’ meno dementi di Trump: non dovrebbe essere difficile trovarli, invece è impossibile.

Brasile, il fuoco sulla bandiera Usa accende il duello finale tra Bolsonaro e Lula (VIDEO)

L'immagine è eloquente: il video mostra l'ennesima protesta di piazza in Brasile, dove un gruppo di manifestanti dà fuoco a una bandiera degli Stati Uniti. A San Paolo così come a Belo Horizonte. Il gesto è chiaro: rabbia per le interferenze statunitensi nelle elezioni brasiliane, a ormai pochi giorni dal ballottaggio del 25 ottobre tra Flávio Bolsonaro e Lula.

Le fiamme sulla bandiera a stelle e strisce non sono un simbolo nuovo, ma in questo momento pesano diversamente, perché arrivano mentre il Paese è spaccato in due e mentre il governo brasiliano ha già respinto funzionari statunitensi e denunciato finanziamenti USA a gruppi locali.

Il video non va letto come una semplice sceneggiata a favor di telecamera: è la spia di una campagna elettorale dove la sovranità nazionale è diventata il tema più caldo, e dove bruciare quella bandiera significa dire, senza troppi giri di parole, che il 25 ottobre il Brasile non vuole che nessuno scelga al posto suo.

 
 
 
 
 
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«Sì, l'ho fatto. Con orgoglio»: Varoufakis risponde a Fox News (VIDEO)

Fox News e alcuni media sionisti lo accusano di aver avuto un ruolo nel raduno di sabato scorso dell'Alleanza Globale per la Palestina a Londra. La sua risposta non lascia spazio a fraintendimenti: «Sì, l'ho avuto. Con orgoglio. Un ruolo minuscolo. Vorrei averne avuto uno più grande».

Varoufakis era ad Atene, ma ha voluto comunque inviare un video. Un messaggio che non accarezza le orecchie, come dice lui stesso. Un messaggio scomodo, che non si limita a solidarizzare, ma accusa.

«Se fossimo negli anni '30, avremmo un solo dovere morale: difendere il popolo ebraico dai nazisti. Oggi, abbiamo di nuovo un solo dovere morale: difendere il popolo palestinese da Israele».

Parole che pesano. Parole che smascherano la complicità dei governi, anche quando cercano di applicare piccoli aggiustamenti di facciata. Come nel caso di Andy Burnham che sanziona le esportazioni dai Territori Occupati - afferma Varoufakis - «come se Israele li etichettasse come tali!». Un gesto che non ferma l'embargo, non ferma le armi, non ferma il genocidio. Serve solo a cullare la maggioranza nell'illusione che qualcosa sia cambiato.

E poi i media. Gli stessi che hanno demonizzato Jeremy Corbyn per «insufficiente sostegno al genocidio di Israele», oggi applicano lo stesso manuale contro Zack Polanski e il Partito Verde.

«Ovunque guardiamo vediamo le prove del fallimento del nostro movimento nel scalfire la determinazione di Israele a completare il suo genocidio».

Qui il video del suo intervento:

"Basta con questa storia!" Sahra Wagenknecht smaschera il vassallaggio energetico dell'UE

 

Il suicidio energetico e il vassallaggio dell'Unione Europea sono stati perfettamente sintetizzati nell'ultimo commento sui suoi social da parte di Sahra Wagenknecht, fondatrice del partito BSW. "È proprio una follia totale: il governo degli Stati Uniti sta ora di nuovo importando diesel dalla Russia per abbassare i prezzi della benzina alle stelle per i consumatori americani. Eppure il governo federale continua ad aggrapparsi alla politica di sanzioni insensata, che sta portando la nostra economia alla rovina e sta rendendo i cittadini sempre più poveri. Basta con questa storia!", ha scritto. 

"I prezzi della benzina sono ancora scandalosamente alti. Anche la Germania ha bisogno di un accordo sul diesel con la Russia e di un ritorno generale al petrolio e al gas russi! Senza energia a buon mercato dalla Russia, il declino della nostra industria non potrà essere fermato", ha proseguito. "Anche su questo il Landtag di Magdeburgo voterà mercoledì: in un progetto di legge comune con l'AfD, chiediamo al governo federale di revocare le sanzioni insensate contro la Russia e di impegnarsi per una fine diplomatica della guerra in Ucraina. Sarebbe la prima maggioranza in un parlamento tedesco dall'inizio della guerra per la pace e l'energia a buon mercato – e un forte segnale per un cambio di rotta nella politica energetica!", ha concluso. 

Es ist doch vollkommen verrückt: Die US-Regierung importiert jetzt wieder Diesel aus Russland, um die explodierenden Spritpreise für die amerikanischen Verbraucher zu senken. Doch die Bundesregierung hält immer weiter an der sinnlosen Sanktionspolitik fest, die unsere Wirtschaft in den Ruin treibt und die Bürger immer ärmer macht. Schluss damit! Die Spritpreise sind immer noch unverschämt hoch. Auch Deutschland braucht einen Diesel-Deal mit Russland und eine generelle Rückkehr zu russischem Öl und Gas! Ohne preiswerte Energie aus Russland wird der Niedergang unserer Industrie nicht aufzuhalten sein. Auch darüber wird der Magdeburger Landtag am Mittwoch abstimmen: In einem gemeinsamen Antrag mit der AfD fordern wir die Bundesregierung auf, die sinnlosen Sanktionen gegen Russland aufzuheben und sich für eine diplomatische Beendigung des Ukraine-Kriegs einzusetzen. Das wäre die erste Mehrheit in einem deutschen Parlament seit Kriegsbeginn für Frieden und preiswerte Energie – und ein starkes Signal für einen Kurswechsel in der Energiepolitik!

— Sahra Wagenknecht (@SWagenknecht) October 12, 2026

L'urlo degli studenti francesi smaschera il grande inganno delle cancellerie europee

 

di Domenico Moro

 

Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo.  Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi di 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.

Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e L’Italia.

Il debito non è solo quello pubblico

Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, si sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte a propri debiti (cioè alla sua solvibilità).

La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7% e al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].

Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?

Perché il debito dei paesi avanzati non cala?

La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarsa utilizzazione degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.

Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. Il Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.

Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Mario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, cercando di imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.

Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero. 

Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.

C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari degli Usa. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.

A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.  

 

Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista

Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.

Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.

Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante ne è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.

E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].

Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.

La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.  

Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del 900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.

 

La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini

L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e anche civile.

La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo Usa in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.

Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in Europa, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra.” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli.” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).

Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi prima dello scoppio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.  

Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.

 

Note

[i][i][i] International monetary fund.

[ii] International monetary fund.

[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.

[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.

https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)

[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.

[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.

[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.

[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo occidentale è sempre stato la fine della Russia come stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.

La disumanizzazione è il vero problema

 

di Paolo Arigotti

Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e/o parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.

Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia e/o il richiamare orrendi crimini possa avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che sottolinearne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale, ma sempre stando al piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente, e in taluni casi forse improprio, potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.

Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo. In altri termini, la memoria storica, per essere tale, deve rafforzarsi nel tempo, non indebolirsi, e il pericolo di un affievolimento dovuto all’incapacità di mettere doverosamente in risalto una serie di differenze qualitative, o peggio il continuo paragone (o, se si preferisce, la metafora) con eventi o periodi storici rischia di far degenerare (e strumentalizzare) l’eccezione in polemica quotidiana.

Un secondo punto (e pericolo) che vorremmo riprendere è quello che potremmo qualificare come saturazione emotiva. L’inflazione morale dovuta alla legge dell’assuefazione, che domina la comunicazione politica, rischia di far perdere a un certo termine la forza evocativa che gli è propria, col risultato, anche in questo caso paradossale, di portare nel tempo a una riduzione della capacità (auspicabile) di indignarsi e/o contrastare certi fenomeni, nel momento in cui si presentassero per davvero.

E poi c’è un terzo aspetto, che investe il piano culturale. Insistere nel ricorso o nell’evocazione del pericolo nazifascista (o di altro genere) rischia di ingenerare la convinzione, a nostro parere piuttosto diffusa, che quelle ideologie e quei regimi costituiscano una sorta di dinamica unica, irripetibile, quasi aliena rispetto alla normalità umana. Il che porta a dimenticare che, al di là del tiranno di turno, il vero pericolo era (ed è) costituito dalla possibilità che uomini ordinari partecipino a sistemi di oppressione, violenza e disumanizzazione. Lo scenario più oscuro ed inquietante, che il sociologo Zygmunt Bauman mise in risalto nel suo fondamentale Modernità e Olocausto, nel quale è l’uomo ordinario a trasformarsi in ingranaggio del sistema.

Sarebbe un gravissimo errore trascurare il fatto che la storia, forse per meglio dire quella dei crimini e delle atrocità, non inizia e non termina coi regimi dittatoriali del XX secolo. Basterebbe volgere lo sguardo indietro per individuare crimini di analoga portata, come quelli che caratterizzarono la conquista del continente americano, o quello oceanico. Per non parlare di quelli commessi ai danni delle terre colonizzate dall’uomo bianco, supposto “portatore di civiltà”. Se un parallelismo storico, questo più efficace, volesse essere portato, allora potrebbe scaturire dall’amara constatazione che pur nella diversità dei contesti e delle modalità, la crudeltà organizzata (e talvolta gratuita) non è monopolio di una singola ideologia o di una tale epoca, ma attraversa passato e presente.

Letto in questi termini, il continuo riferimento al nazifascismo (e via dicendo) potrebbe addirittura sortire, sempre per paradosso, un effetto rassicurante. Se il male ha un volto ben identificato, storicamente concluso e universalmente condannato, allora possiamo convincerci che esso appartenga al passato, o che possa essere confinato a un certo contesto. Al contrario, se si arriva alla conclusione che il problema risiede in alcune costanti della natura umana e delle organizzazioni sociali, allora la questione si fa molto più scomoda (e inquietante).

In tal senso, sarebbe forse più utile interrogarsi sui meccanismi ricorrenti che consentono agli esseri umani di trasformarne altri in oggetti. La costante è la disumanizzazione, che spesso precede (e poi giustifica) la violenza. Quasi mai si arriva direttamente all’esclusione sociale o alla repressione, se non passando prima per la fase che divide il mondo in persone pienamente umane e altre considerate inferiori, nemiche, come tali sacrificabili.

Sul punto si innestano alcune riflessioni filosofiche particolarmente efficaci.

Hannah Arendt, parlando del processo a Eichmann ne La banalità del male, mise in evidenza come molte atrocità furono commesse da individui sorprendentemente ordinari, incapaci o non disposti a esercitare un pensiero critico autonomo. Il problema non dipende dall’esistenza di presunti “mostri”, quanto dall'obbedienza cieca e dalla rinuncia al giudizio morale. Tra le citazioni più significative quella secondo cui: “Il più grande male nel mondo è il male commesso da nessuno, cioè da esseri umani che rifiutano di essere persone", evidenziando una certa tendenza umana a deresponsabilizzarsi all'interno di apparati burocratici, politici o ideologici.

Non meno importanti le riflessioni di Primo Levi, che mise in guardia contro l'illusione di una separazione netta tra buoni e cattivi: "La linea che separa il bene dal male non passa fra gli Stati, né fra le classi, né fra i partiti, ma attraverso il cuore di ogni uomo", demistificando la tentazione di gabellare la barbarie come patrimonio esclusivo di una categoria politica o nazionale. O di Tzvetan Todorov, che riflettendo sulle tragedie del Novecento, osservò che: "I barbari non sono gli altri", come dire non un corpo estraneo alla civiltà, bensì una possibilità sempre presente al suo interno.

Infine, ricorreremo alle parole di Aleksandr Solzenicyn: "La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano."

Ragionando sempre in prospettiva comunicativa, e senza nessuna volontà di sminuire la portata e l’efferatezza di tanti (troppi) crimini, forse sarebbe utile smetterla di andare a caccia del novello Hitler, per concentrarsi con maggiore attenzione sullo studio dei meccanismi che in ogni tempo hanno indotto degli esseri umani a non vedere nell’altro un proprio simile, con egual dignità e sentimenti. Perché è in questo punto che possono sempre trovare linfa dinamiche come volontà di dominio, paura, avidità, tribalismo, conformismo, ricerca del capro espiatorio, le stesse che scatenano guerre e altre efferatezze, magari presentate come meccanismi giusti o di difesa.

Una prospettiva meno rassicurante, ma forse più utile, perché sposta l’attenzione dai fantasmi del passato alle responsabilità del presente. E che potrebbe contribuire a porre fine a un’assurda pretesa di superiorità, che non considerando l’altro come vittima, finisce inevitabilmente per fare del portatore il carnefice di turno, oltretutto giustificandolo.

 

"Non mi metteranno a tacere": Ilhan Omar attacca Trump dopo il raid dell'ICE

 

L'abitazione a Washington, D.C., della deputata democratica Ilhan Omar è stata perquisita dall'unità investigativa dell'Homeland Security Investigations (HSI), ramo penale dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE). La notizia è stata confermata da tre fonti a conoscenza dell'inchiesta e da una nota del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

L'operazione si inserisce in un clima di forte tensione politica, preceduta da ripetuti attacchi del presidente Donald Trump e dei suoi alleati legati alla regolarità dei documenti di immigrazione della deputata nata in Somalia.

La reazione di Omar: "Uso politico delle forze dell'ordine"

In risposta al blitz degli agenti federali, la deputata del Minnesota ha denunciato l'azione come un atto di "intimidazione politica" e una "campagna diffamatoria".

Attraverso un messaggio diffuso su X, Omar ha dichiarato:

"Non ci siano dubbi: questo è un tentativo di attaccare gli oppositori politici e di manipolare le forze dell'ordine federali. Per dieci anni, Trump mi ha attaccata con menzogne infondate. Questa è solo l'ultima escalation di una campagna d'intimidazione. Non mi metteranno a tacere."

I dettagli dell'indagine penale

A differenza delle normali operazioni dell'ICE incentrate sui decreti di espulsione, l'indagine è condotta dall'HSI con il supporto diretto del Dipartimento di Giustizia. In una dichiarazione ufficiale, il Dipartimento ha confermato che gli agenti hanno eseguito un regolare mandato di perquisizione nell'ambito di "un'indagine penale federale in corso", incentrata sui documenti d'immigrazione della parlamentare.

Chi è Ilhan Omar e il legame con "The Squad"

Eletta alla Camera dei Rappresentanti nel novembre 2018 come rappresentante dello Stato del Minnesota, Ilhan Omar è stata tra le prime donne musulmane a entrare al Congresso degli Stati Uniti.

Insieme a Rashida Tlaib, Alexandria Ocasio-Cortez e Ayanna Pressley, fa parte del gruppo progressista noto come "The Squad", da sempre al centro di duri scontri verbali con Donald Trump e l'ala conservatrice sui temi dei diritti civili, dell'immigrazione e della politica estera.

Iran, IRCG in allerta: "Nessuna potenza straniera intervenga a Hormuz"

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell'Iran (IRGC) ha ribadito con fermezza che nessuna potenza extraregionale ha il diritto di intervenire, esercitare egemonia o minacciare la sicurezza nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.

In un messaggio ufficiale rilasciato dal comandante in capo dell'IRGC, il generale Ahmad Vahidi, Teheran ha definito la sicurezza del Golfo una questione "endogena e regionale". Vahidi ha descritto la via navigabile come un'arteria fondamentale per il commercio energetico globale e una vera e propria "linea rossa strategica" per la Repubblica Islamica.

Monito ai Paesi occidentali e risposta militare

Il generale Vahidi ha sottolineato che la Marina delle Guardie Rivoluzionarie, in pieno coordinamento con la Marina dell'Esercito iraniano, è pronta a rispondere a qualsiasi "errore di valutazione" o transito non autorizzato nelle acque territoriali e sotto il controllo di Teheran.

Nel frattempo, la situazione sul campo resta estremamente tesa. La Marina dell'IRGC ha confermato di aver colpito una terza superpetroliera nello Stretto di Hormuz. L'imbarcazione, che navigava con il sistema di tracciamento (AIS) disattivato e in violazione delle disposizioni locali, è stata incendiata dopo aver ignorato i ripetuti avvertimenti delle forze iraniane. Si tratta del terzo incidente che coinvolge navi commerciali o petroliere nell'arco di appena 48 ore.

Il calo del traffico marittimo e le condizioni di Teheran

Le limitazioni al transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz hanno portato a un crollo drastico del traffico merci e petrolifero, ridotto ormai a pochissime unità al giorno.

Il governo di Teheran ha subordinato la piena riapertura della rotta strategica al rispetto di precise condizioni politiche ed economiche:

  • La revoca del blocco navale e la cessazione delle azioni militari nella regione;

  • La sospensione delle sanzioni internazionali, in particolare quelle dirette alle esportazioni di greggio iraniano;

  • Lo sblocco dei beni e fondi finanziari iraniani congelati all'estero;

  • Il rispetto del cessate il fuoco su tutti i fronti regionali e il risarcimento dei danni di guerra.

Cisgiordania, Francesca Albanese denuncia: "Da Israele terrorismo quotidiano sui palestinesi"

 

Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha espresso profondo sgomento per il persistere dell'inazione politica di fronte alle aggressioni contro i civili palestinesi in Cisgiordania, affermando che nei fatti "il terrorismo è diventato una realtà quotidiana".

Attraverso un intervento diffuso sulla piattaforma X, la rappresentante delle Nazioni Unite ha richiamato l'attenzione sulle denunce riguardanti le incursioni dei coloni israeliani nei territori occupati, accusati di distruggere uliveti secolari e danneggiare il bestiame locale. Nell'occasione, Albanese ha sollecitato un intervento diretto delle istituzioni internazionali, chiedendo quando l'Unione Europea intenda adottare misure concrete nei confronti di Israele.

I am shocked by the political inertia in the face of what Israelis -settlers and soldiers- are doing in Palestine, where terror has become a daily reality. In the West Bank, torching century old trees and poisoning livestock. When will the EU take action against Apartheid Israel?

— Francesca Albanese, UN Special Rapporteur oPt (@FranceskAlbs) October 12, 2026

Tensioni e controversie sul campo

I riflettori dell'opinione pubblica si sono accesi di recente dopo la diffusione di un video girato nel villaggio di Al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, che ritraeva un individuo mascherato, protetto dai soldati israeliani, mentre somministrava sostanze a un gregge di pecore. Fonti palestinesi locali hanno denunciato l'episodio come una provocazione orchestrata per creare pretesti di occupazione dei terreni agricoli.

Incursioni durante la stagione della raccolta delle olive

La denuncia si inserisce in un quadro di forte escalation coincidenti con l'avvio della stagione della raccolta delle olive, una delle principali fonti di sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi.

Secondo i dati forniti dal Comitato per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti dell'Autorità Nazionale Palestinese, in una sola giornata si sono registrate oltre 18 aggressioni a danno degli agricoltori impegnati nei campi. I raid hanno compreso episodi di percosse, uso di spray al peperoncino, fermi, sequestri di veicoli e raccolti, oltre al danneggiamento sistematico degli alberi. In diversi casi sono stati segnalati il ferimento e il fermo di contadini palestinesi.

Un'escalation in costante aumento

Secondo le rilevazioni dei centri di informazione e delle organizzazioni locali, la pressione militare e dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ha registrato un forte incremento dall'inizio del conflitto a Gaza nell'ottobre 2023, con centinaia di migliaia di controlli, incursioni e restrizioni ai movimenti della popolazione civile.

Esercito libanese e disarmo di Hezbollah: i segreti e le pressioni USA

 

 
Mentre cresce la pressione internazionale per il disarmo di Hezbollah, e Israele continua i suoi attacchi quasi quotidiani contro il Libano mantenendo l'occupazione di posizioni all'interno del territorio libanese, l'esercito libanese si trova ad affrontare un'equazione sempre più complessa. Ci si aspetta che esegua le decisioni delle autorità politiche senza farsi coinvolgere in uno scontro interno, sedendo allo stesso tavolo con gli ufficiali israeliani all'interno del "comitato di coordinamento". Allo stesso tempo, l'esercito dipende fortemente dagli Stati Uniti per armamenti e addestramento, mentre Washington garantisce la superiorità militare qualitativa di Israele.

In questa intervista, un alto ufficiale delle Forze Armate Libanesi (LAF), che ha parlato a condizione di anonimato a The Cradle, delinea i limiti del ruolo dell'istituzione militare nella questione degli armamenti e discute delle tensioni tra il Comandante Generale delle LAF, Rudolphe Haikal, e il Presidente libanese Joseph Aoun. Rivela inoltre la presenza di personale militare statunitense nelle basi di Hamat e Rayak, nonché quella che descrive come una "forza d'assalto" all'interno dell'esercito che, a suo dire, riceve ordini direttamente dagli americani.

Dietro a tutto ciò si cela una domanda che l'ufficiale pone senza mezzi termini: come si può pretendere che un esercito che non controlla il proprio approvvigionamento di armi e i cui soldati guadagnano 300 dollari al mese si assuma la piena responsabilità della difesa del Libano?

The Cradle: Come affronta l'esercito libanese le crescenti richieste e pressioni per il disarmo di Hezbollah? Dove traccia i limiti del suo ruolo in questa questione, tra l'attuazione delle decisioni delle autorità politiche e la preservazione della pace civile e della stabilità interna?

Ufficiale: L'esercito libanese non è l'istituzione che prende la decisione politica sul disarmo di Hezbollah. Si tratta di una questione sovrana e politica, decisa dallo Stato attraverso le sue istituzioni costituzionali. Il ruolo dell'esercito è quello di attuare le decisioni delle autorità legittime nel rispetto della Costituzione e della legge. In altre parole, non è l'esercito a decidere se le armi di Hezbollah verranno disarmate, né quando o come ciò avverrà.

È qui che la questione si complica. L'esercito è tenuto a eseguire qualsiasi ordine gli venga impartito dalle autorità politiche, ma l'istituzione militare considera anche le conseguenze di ogni decisione sul campo, nonché il suo impatto sulla pace civile, sull'unità dell'esercito e sulla stabilità interna. C'è una differenza sostanziale tra prendere una decisione politica e avere la capacità di attuarla sul campo. L'esercito non vuole essere coinvolto in uno scontro interno né essere spinto in un conflitto con una parte della popolazione libanese, poiché una delle sue priorità principali è prevenire i disordini e preservare l'unità dell'istituzione militare stessa.

L'esperienza dell'esercito durante la guerra civile e i danni subiti dall'istituzione in quel periodo hanno reso il tema della sua unità interna particolarmente delicato. Pertanto, qualsiasi decisione di questo tipo richiede un ampio sostegno politico e nazionale, nonché un meccanismo attuabile che non porti a scontri interni. Se viene emessa una decisione politica e all'esercito viene chiesto di imporla con la forza mentre l'attuazione minaccia la pace civile, si tratterebbe di una situazione estremamente pericolosa. Per quanto riguarda specificamente il disarmo di Hezbollah sul territorio libanese, l'esercito non attuerà una decisione delle autorità politiche se non vi è consenso, al fine di salvaguardare l'unità dell'istituzione. Lo Stato può prendere una decisione sulla carta, ma se non sussistono le condizioni politiche necessarie, tale decisione potrebbe rimanere nient'altro che inchiostro su carta.

The Cradle: Il comandante dell'esercito, generale Rudolphe Haikal, prende decisioni unilateralmente all'interno dell'istituzione, con gli ufficiali che seguono le sue indicazioni, oppure le opinioni degli ufficiali superiori hanno un peso nel processo decisionale?

Ufficiale: Se la domanda è se il generale Haikal potrebbe decidere di disarmare Hezbollah, non si tratta di una decisione che spetta al comandante dell'esercito, bensì allo Stato. Per quanto riguarda le opinioni degli ufficiali, esiste ovviamente una struttura di comando militare e una catena di comando. Le decisioni delicate vengono discusse tra gli ufficiali superiori e le valutazioni sono attentamente ponderate: il loro ruolo principale riguarda la tempistica operativa, la valutazione del rischio e la capacità dell'esercito di attuare una decisione.

All'interno dell'istituzione sono presenti diverse correnti politiche. Sebbene tutti gli ufficiali rispondano in ultima analisi al comandante, essi nutrono opinioni proprie. Una questione di tale importanza incide direttamente sulla pace civile, sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità del Paese. Il generale Haikal ha ripetutamente affermato che la tutela della pace civile è una linea rossa non negoziabile.

The Cradle: Data la sua posizione al comando dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal ha dovuto affrontare tentativi da parte delle autorità politiche, in particolare del presidente Joseph Aoun, di minarlo o indebolirlo? Se sì, in che modo?

Ufficiale: Non credo che la questione possa essere semplicemente descritta come un tentativo del presidente Joseph Aoun di minare l'autorità del generale Haikal. Esiste, tuttavia, un chiaro margine di tensione tra considerazioni politiche e militari. In quanto capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, secondo la Costituzione, il presidente ha priorità politiche e di sicurezza, oltre a impegni internazionali. Il comandante dell'esercito, al contrario, è responsabile della valutazione di ciò che l'esercito può effettivamente realizzare sul campo e dei rischi che ciò comporta.

Questa tensione emerge quando vi è la volontà politica di spingere l'esercito verso misure più rapide o delicate, mentre la leadership militare ritiene che l'attuazione richieda condizioni diverse, potrebbe esporre l'esercito a uno scontro interno o minacciarne la coesione. In tali circostanze, il comandante dell'esercito può percepire una pressione sulle proprie decisioni operative.

La tensione tra il comandante e il presidente Aoun è reale, e la minaccia degli americani di rimuovere il comandante dell'esercito ne è la prova. Tuttavia, affermare che Joseph Aoun cerchi deliberatamente di indebolire Haikal o di eludere la sua autorità richiederebbe delle prove concrete — come comunicazioni dirette con gli ufficiali bypassando il comandante o interferenze nelle nomine — che non si sono verificate. Va anche ricordato che fu proprio Joseph Aoun a nominare Rudolphe Haikal comandante dell'esercito.

The Cradle: L'esercito libanese ora si trova nella stessa stanza con gli israeliani. In che misura si sente a suo agio o a disagio in questa situazione? E può darci un'idea di cosa accade all'interno di quella stanza?

Ufficiale: L'esercito libanese non vede di buon occhio questa situazione. La sua presenza nella stessa stanza con gli israeliani non significa che ci sia fiducia tra le due parti, né che esista un rapporto normale. Per l'esercito si tratta di una soluzione imposta per far fronte a una realtà militare e di sicurezza coatta.

Ancora più importante, l'esperienza dell'esercito con la controparte israeliana negli ultimi mesi ha fornito una valutazione molto chiara: è difficile raggiungere intese stabili con gli israeliani o fare affidamento sul loro rispetto degli accordi presi, poiché le violazioni e le operazioni israeliane continuano. L'esercito entra in quella stanza come rappresentante dello Stato libanese per coordinare la sicurezza attraverso il "comitato del meccanismo", non certo considerando gli israeliani un partner di cui fidarsi. Esiste molta diffidenza e la crescente convinzione che raggiungere un accordo con Israele sia una cosa, mentre garantirne l'attuazione sul campo sia tutt'altra storia.

The Cradle: Sappiamo che l'esercito libanese si affida, in parte, a capacità di intelligence e tecniche forniti da paesi occidentali. Ciò solleva preoccupazioni in merito alla sovranità dell'intelligence libanese?

Ufficiale: Questo è certamente motivo di preoccupazione. Qualsiasi istituzione di sicurezza che si affidi a tecnologie di intelligence straniere si trova di fronte a una questione fondamentale sulla sicurezza delle proprie informazioni: a chi appartiene il sistema? Chi può accedere ai dati? Esistono backdoor non note?

Nel caso del Libano, la sensibilità è maggiore a causa della dipendenza dell'esercito dagli aiuti, dalle attrezzature e dall'addestramento occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Occorre però distinguere tra il possesso di sistemi occidentali e l'affermazione che i Paesi sviluppatori possano accedere automaticamente alle informazioni di intelligence dell'esercito. Non credo che sia questo il caso. Ciononostante, la preoccupazione rimane legittima: l'esercito opera in un contesto sensibile, mentre Israele possiede capacità tecniche avanzate e mantiene stretti legami di sicurezza con gli Stati Uniti. Per l'esercito libanese la questione chiave è quindi mantenere il controllo sui propri dati e database sensibili all'interno di sistemi protetti.

The Cradle: Esiste una base militare statunitense in Libano?

Ufficiale: Ufficialmente, non esiste alcuna base militare statunitense dichiarata in Libano. Anche quando è stata sollevata la questione della base aerea di Hamat, il Ministero della Difesa libanese ha esplicitamente negato che si trattasse di una base americana, sottolineando che è un'installazione aerea sotto l'esclusiva autorità dell'esercito libanese.

Ma questa risposta ufficiale non racconta tutta la storia. Gli americani sono infatti presenti alla base aerea di Hamat e alla base aerea di Rayak, dove supervisionano operazioni con droni e sistemi di sorveglianza che coprono l'area di Masnaa. La presenza e l'influenza militare e di sicurezza degli Stati Uniti in Libano sono eccezionali. Sono accompagnate da un altissimo livello di cooperazione: presenza di personale militare americano, esercitazioni congiunte, visite del CENTCOM e squadre di addestramento dislocate presso tutte le unità delle forze speciali.

Esistono inoltre seri interrogativi sui limiti della sovranità libanese: gli aerei militari statunitensi in arrivo in Libano spesso non vengono sottoposti alle normali procedure di controllo applicate ai voli di linea all'aeroporto di Beirut, e anche il nuovo complesso dell'ambasciata statunitense ad Awkar costituisce un enorme complesso fortemente fortificato. In passato si sono verificati episodi in cui personale statunitense armato ha esercitato controlli di sicurezza sul suolo libanese al di fuori del complesso diplomatico, sollevando forti perplessità sui limiti della propria autorità.

The Cradle: Quanti militari statunitensi sono attualmente presenti in Libano?

Ufficiale: Non ho una cifra precisa. L'ultimo dato ufficiale annunciato dalla Casa Bianca nel 2024 era di 99 militari statunitensi. Personalmente credo che oggi il numero sia decisamente più alto.

The Cradle: Come comunica l'ambasciata statunitense con l'esercito libanese? Qual è la natura dei loro canali di comunicazione?

Ufficiale: Il rapporto non assomiglia a un normale canale diplomatico convenzionale. Esistono canali di comunicazione diretti e permanenti che collegano l'ambasciatore statunitense, gli addetti militari e l'Ufficio di Cooperazione per la Difesa dell'ambasciata direttamente al CENTCOM.

Gli Stati Uniti sono il principale partner esterno dell'esercito libanese in materia di sicurezza. Forniscono armi, addestrano ufficiali e personale, e finanziano equipaggiamenti, veicoli e sistemi di comunicazione. Nel 2021 le due parti hanno persino concordato un piano quinquennale per rafforzare le capacità dell'esercito. Questo conferisce a Washington una notevole influenza nei confronti dell'istituzione militare libanese, che gli stessi USA definiscono un partner chiave per la sicurezza nella regione.

The Cradle: Gli americani comunicano direttamente con il comandante dell'esercito, il generale Rudolphe Haikal, oppure lo aggirano e trattano con altri ufficiali?

Ufficiale: Il rapporto non passa esclusivamente attraverso il comandante dell'esercito. Esiste un'ampia rete di relazioni dirette tra americani e ufficiali libanesi a diversi livelli, costruita nel corso di molti anni di cooperazione, addestramento e missioni congiunte.

The Cradle: Quali generali dell'esercito libanese sono considerati i più vicini all'ambasciata statunitense?

Ufficiale: La figura di spicco per gli americani al momento è il generale di brigata George Saqr, direttore della pianificazione.

The Cradle: Da dove proviene l'esercito libanese per quanto riguarda armi e attrezzature? Qual è il valore di questo aiuto e che tipo di armi riceve?

Ufficiale: Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti sono stati la principale fonte di armi e attrezzature per l'esercito libanese. Tra il 2006 e il 2018 l'assistenza militare statunitense è ammontata a circa 1,28 miliardi di dollari, raggiungendo complessivamente oltre 3 miliardi negli ultimi vent'anni. I fondi statunitensi vengono assegnati e gestiti direttamente dal Dipartimento della Difesa USA, che provvede al pagamento dei produttori: ciò consente a Washington di esercitare una notevole influenza sul tipo di armi acquistabili.

L'equipaggiamento ricevuto comprende elicotteri Huey II, aerei Cessna, missili Hellfire, proiettili guidati Copperhead, droni di ricognizione, veicoli blindati e motovedette veloci. L'esercito conserva anche una quota di arsenale di provenienza orientale o acquistato da altri Paesi (come razzi Grad acquisiti dalla Serbia nel 2017). Tentativi passati di acquisire armamenti differenti, come un accordo da 3 miliardi financo dall'Arabia Saudita per forniture francesi o donazioni russe di caccia MiG-29, sono stati ostacolati o bloccati dalle pressioni americane.

L'influenza statunitense si estende anche all'uso dell'arma: il principio dell'"utente finale" comporta che ogni fornitura sia soggetta a rigide condizioni d'impiego operative.

The Cradle: Di cosa ha bisogno l'esercito libanese per indirizzare le proprie capacità militari verso il confronto con Israele? Perché non riesce a ottenere questi armamenti?

Ufficiale: Il problema fondamentale è che l'esercito libanese non è stato formato né armato per combattere una guerra convenzionale contro Israele. La maggior parte degli aiuti statunitensi e occidentali si concentra su lotta al terrorismo, controllo delle frontiere e sicurezza interna.

Per diventare una vera forza di deterrenza contro Israele, l'esercito avrebbe bisogno di sistemi di difesa aerea per contrastare aerei e droni, radar di allerta precoce, capacità di guerra elettronica, artiglieria e missili di precisione a lungo raggio. Attualmente l'esercito non dispone di una rete di difesa aerea in grado di negare ai caccia israeliani la libertà d'azione nello spazio aereo libanese.

Le ragioni del mancato raggiungimento di queste capacità sono due:

  1. Motivo finanziario e politico interno: Costruire un esercito convenzionale richiede miliardi di dollari che lo Stato libanese, attualmente in bancarotta, non possiede. Gli stipendi dei soldati aggirano i 300 dollari mensili e le autorità politiche impediscono acquisti di armi da fornitori alternativi agli USA.

  2. Politica estera statunitense: Gli Stati Uniti sono vincolati dalla propria legislazione a garantire il "vantaggio militare qualitativo" di Israele nella regione. Di conseguenza, negano all'esercito libanese forniture di sistemi di difesa aerea o armamenti avanzati che potrebbero minacciare la superiorità israeliana.

The Cradle: Esistono dati che mostrano quanto ha speso la Gran Bretagna a sostegno dell'esercito libanese rispetto agli Stati Uniti?

Ufficiale: Sì. A fronte degli oltre 3 miliardi di dollari forniti dagli Stati Uniti dal 2006, il sostegno britannico è più ridotto ma mirato: circa 180 milioni di sterline dal 2009.

Mentre gli americani si sono concentrati sullo sviluppo di capacità militari generali (aerei, blindati, artiglieria, comunicazioni e addestramento), i britannici si sono focalizzati quasi esclusivamente sulla sicurezza del confine siriano. Londra ha finanziato la creazione dei reggimenti di frontiera terrestri, fornito oltre 300 veicoli Land Rover e contribuito alla costruzione di circa 78 torri di osservazione e postazioni di confine lungo la frontiera con la Siria.

Naza e la trappola del pietismo

 

 

di Roberta Rivolta – Post Facebook

Sono andata a vedere Naza.

Ci sono andata nonostante lo sponsorizzazione del Guardian. Ci sono andata non per i non ricordo quanti minuti di applausi che ha ricevuto alla mostra del cinema di Venezia, ma perché ho letto tanti post entusiasti, post di “filopalestinesi”.

L’unica critica che ho letto – forse per mancanza mia – è stata: “come mai si dà peso a quello che dicono due israeliani quando le stesse cose le stanno dicendo i palestinesi da anni?”

Giusta osservazione.

Ero preparata a vedere/sentire cose già note, ma almeno per una volta ascoltate.

E invece...

ho fatto fatica a restare in sala fino alla fine. E ci sono rimasta solo perché ho sperato – fino all’ultimo, e contro ogni plausibile aspettativa – che prima o poi in qualche modo più o meno rocambolesco venissero smentite le stronzate, non riesco a definirle altrimenti, con cui esordisce.

Ma poi, chiacchierando con altre persone, mi è venuto il dubbio che siano passate inosservate. Già questo è un dato significativo, perché significa che non hanno “sorpreso”, non sono risultate stridenti.

E allora forse è utile metterle nero su bianco.

Il film parte ripescando le notizie false circolate all’indomani del 7 ottobre.

Per esempio, quel numero di morti, calcolato a casaccio ed emanato già il giorno successivo, se non il giorno stesso. Numero di morti poi confermato – guarda caso – dalle autorità israeliane, che però si sono rifiutate di contare le vittime della direttiva Hannibal, la cui attivazione è stata confermata con certezza.

Per esempio, quel “massacro al festival di Nova”, smentito da testimoni oculari che hanno riferito come fosse evidente che i combattenti palestinesi (non solo Hamas, come si ripete per tutto il film, ma di SEI gruppi di resistenza) avessero come obiettivo catturare più prigionieri possibili,, mentre gli elicotteri israeliani sparavano sulla gente.

Per esempio, quell’affermazione di passaggio secondo cui “Hamas usa gli scudi umani” mentre stai dicendo che Israele ammazza intere famiglie per colpire un solo combattente.

Per esempio, la narrazione sulla nascita di Tel Aviv che subdolamente fa solo accenno alla distruzione totale del villaggio di al-Shaykh Muwannis nel 1948, proponendo attraverso le immagini la leggenda sionista della “fioritura nel deserto” di quello che in realtà era un sobborgo ebraico della città di Jaffa.

La partenza del film toglie ogni valore a quella ripetizione ossessiva di un unico dato concreto: Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi.

Nessun commento, nessuna riflessione. Niente di niente.. il vuoto.

Sì, lo sappiamo che Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi. Perché Israele vuole occupare la loro terra.

E non è una reazione al 7 ottobre, come viene esplicitamente affermato, è un piano di espansione territoriale, un genocidio programmato.

E no, non c’è solo Hamas a combattere in Palestina. Sono almeno 6 le fazioni che si sono unite per l’operazione Tufan al-Aqsa.

E non è un caso che invece si nomini solo Hamas, perché Hamas è il partito al governo di Gaza. Hamas è l’Assad dei palestinesi, è il Gheddafi, dei palestinesi.

E non è che stia dicendo niente di sospendente, non miravo a sorprendervi scrivendo queste cose.

Esprimevo solo la mia sorpresa: com’è possibile che un film così sfacciatamente sionista abbia conquistato così tanti cuori?

E poi, non avete avuto un moto di repulsione quando avete visto la telecamere inquadrare impietosamente un padre disperato che cerca i figli tra le macerie?

Non vi ribolle il sangue quando un film così schifosamente sionista si permette di sbattere su milioni di schermi il dolore di un uomo spezzato?

Offrendolo allo sguardo pietoso di milioni di persone?

Quando finirà questo voyerismo sul dolore dei palestinesi? Davvero abbiamo bisogno di vedere la gente in lacrime scavare tra le macerie per solidarizzare con loro?

Non so, chiedo.

Il giorno dopo, per prendere respiro, sono andata a vedere Palestina 36.

Sembra scritto in risposta a Naza. Già dal titolo

1936, quando tutto ebbe inizio. Non il 7 ottobre 2023, ma nel luglio 1936, quando, per la primissinma volta nella storia, una potenza coloniale, attraverso la Commissione Peel, propone illegittimamente la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei. Cioè, in sostanza, la creazione dello stato di Israele.

Annemarie Jacir ci ricorda nel modo più esplicito possibile che Israele non è stata creata dagli ebrei, ma dagli inglesi. E che è stata creata esplicitamente come progetto coloniale dell’Occidente.

Dopo l’umiliazione di Naza, Annemarie Jacir ci ricorda la legittimità e la bellezza della lotta armata.

E allora w la resistenza palestinese e al diavolo il pietismo ipocrita dei sionisti.

 

Era già tutto previsto

 

di Giuseppe Giannini

 

L’annuncio della tregua energetica tra Russia ed Ucraina fatto da Trump ha scombussolato i piani dei guerrafondai europei. Fidarsi del presidente americano non è facile, viste le continue giravolte. E’ capace di tutto. Ripetutamente ha smentito se stesso riguardo alle intese per porre fine a quel conflitto. Lo stesso vale anche per l’Iran, ma lì vi è un altro tipo di pressione, proveniente dalla realtà sionista che, così come condiziona la politica statunitense, oggi, ha compiuto un ulteriore salto anche all’interno dell’Europa. Ingerenze, controlli in nome della cybersicurezza, il Mossad, i militari, e semplici cittadini israeliani che si sentono padroni del mondo. Così l’Europa politica, persa nella guerra per procura degli USA/NATO e impelegata anche sulla questione antisemitismo, pare avviarsi sulla strada del tramonto.

Se fino ad oggi potevamo parlare di irrilevanza, quanto alla sua politica estera, adesso, dopo scelte sconsiderate - voler continuare la guerra a tutti i costi - e con economie, in specie i rifornimenti di gas e petrolio, dipendenti dall’estero, sembrano, almeno nell’immediato, non esservi vie di uscita. D’altro canto, non è che ci fosse bisogno di qualche indovino, era risaputo fin dall’inizio che ciò avrebbe comportato la sudditanza verso gli USA e la dipendenza energetica da Paesi altri, chiudendo gli occhi sui regimi e i diritti umani (vedi l’Egitto). I governi americani, democratici o repubblicani cambia poco, come è nella loro tradizione mirano, unicamente, a dominare il pianeta. Il MAGA trumpiano ribadisce il concetto.

 A discapito degli altri popoli (Venezuela, Iran, Cuba, ma anche la Groenlandia e gli europei, appunto) e dei suoi stessi cittadini, vittime del suprematismo, di una società interna sempre più preda della psicosi collettiva, dove le armi sostituiscono la ragione, e dove il tecnofascismo è un dato di fatto. Trump, cerca di tutelare gli interessi corporativi dei suoi amici: i giganti dell’high-tech che, da Peter Thiel a Elon Musk, sono tra i fautori del post-umanesimo. Della transizione, anche in altri mondi, verso una realtà dove la selezione viene operata dal darwinismo sociale, per il quale, chi non si allinea viene fatto fuori e relegato in luoghi di contenzione predisposti per lo scopo (migranti, working poor, organizzazioni antifasciste). E per assicurare il potere di questa élite la questione energetica diventa fondamentale, perché i big data e tutte le recenti innovazioni legate all’intelligenza artificiale consumano un quantitativo enorme di risorse.

 Delle conseguenze ambientali - inquinamento, desertificazione dei luoghi e conseguenti indotte migrazioni, fenomeni meteorologici estremi - poco importa, per chi è riconosciuto come negazionista climatico, e che molti proseliti fa in Europa tra i sostenitori del nuovo nucleare, le cui tecnologie non saranno disponibili prima di qualche decennio. In tanti, depauperati dalla scelleratezza di Ursula von der Leyen & co., se la prendono con le politiche green, senza rendersi conto che, a causa del conflitto ucraino sono state riviste.

La riconversione alle fonti fossili, addirittura il ritorno del carbone, c’ha fatto tornare indietro di parecchi decenni, mettendo a rischio la tenuta ambientale, economica e sociale. Quindi, per fare il gioco degli americani portiamo avanti una pericolosa guerra, senza preoccuparci delle conseguenze. Tutti coloro che quattro anni fa sollevavano criticità, evidenziando come lo sconfinamento ad Est e le promesse all’Ucraina di entrare a far parte del circolo occidentale UE/NATO, cercando di ridimensionare l’influenza russa nell’area, si sarebbe tradotta nella dipendenza dal gas e dalle armi americane, sono stati definiti putiniani. Adesso, anche il mondo liberal, sembra far finta di notare che i costi umani, sociali ed economici sono enormi. Se lo scopo degli USA è quello di contrastare, in tutte le sedi, la potenza della Cina, che pure, a differenza loro, ribadisce la necessità del multilateralismo, e dopo aver appurato che, militarmente è impossibile fronteggiare la Russia, a meno che non si voglia una guerra nucleare, allora bisogna sacrificare qualcuno: l’Europa, e non semplicemente la UE.

Perché le ripercussioni riguarderanno la ridefinizione delle future alleanze tra Stati sempre più isolati e dipendenti dal mercato di guerra (commerciale e militare). Nei Paesi interessati dagli scontri armati sono migliaia le vittime, e i civili vivono nel terrore. Il Vecchio Continente è preda del caos interessato tra aggressioni geopolitiche (far fuori l’Europa e parlare direttamente tra grandi potenze) e il ritorno dei nazionalismi. Le responsabilità chiamano in causa tanto la Commissione europea quanto l’arrivismo politico di partiti trasversali, che per un po' di delega di potere stanno sacrificando il futuro dei loro popoli. E’ ancora possibile salvarci? Se tutto è stato programmato da tempo, cercando solo il momento adatto per intervenire militarmente, ciò non impedisce di provare altre soluzioni. Ad esempio dire di no alla NATO, e cercare il dialogo e soluzioni negoziali in autonomia dagli Stati Uniti. E’ una questione di coscienza, morale, civile e di classe. Dubito che le leadership europee ne siano capaci.

Stipendi fermi e carovita: 1 famiglia su 3 riduce il cibo, il 44% taglia l'abbigliamento

 

Negli ultimi due anni la spesa media mensile delle famiglie italiane è rimasta sostanzialmente invariata. Rimangono invece marcate le differenze territoriali tra Nord e Mezzogiorno, così come il divario di consumo tra nuclei italiani e stranieri, con questi ultimi che registrano consumi inferiori di quasi il 38%.

I dati confermano i ritardi del Sud in termini di salari e potere d'acquisto, evidenziando disuguaglianze sociali ed economiche destinate ad accentuarsi nei periodi di forte inflazione, aggravate dalla lenta dinamica di adeguamento salariale basata sull'indice IPCA.

Come cambia il carrello della spesa

Le abitudini di consumo degli italiani sono cambiate proficuamente rispetto a vent'anni fa. La composizione del carrello della spesa si è modificata sia per ragioni di prevenzione sanitaria, sia e soprattutto per vincoli di bilancio familiare.

Con l'aumento di quasi il 4% per i beni alimentari di prima necessità, i prodotti freschi e di qualità continuano a subire contrazioni: il pesce fresco è diventato un lusso per molte famiglie, che virano sempre più verso tagli di carne meno costosi o prodotti essenziali, riducendo l'acquisto di bevande ed extra.

I costi fissi che soffocano i bilanci: casa e trasporti

Se i generi alimentari hanno registrato incrementi più contenuti, lo stesso non si può dire per le spese obbligate. Le voci legate all'abitazione — tra locazioni, utenze di acqua, luce e gas —, i Trasporti (+10,6%) e i beni per la cura della persona continuano ad assorbire la fetta maggiore delle entrate.

Di conseguenza, le famiglie a basso reddito e quelle del Mezzogiorno si concentrano esclusivamente sui bisogni primari, riducendo drasticamente le spese discrezionali o rimandabili:

  • Vestiario e calzature: contrazione degli acquisti vicina al 45%.

  • Vacanze e viaggi: soggiorni più brevi e fuori dall'alta stagione.

  • Cura della persona: rinuncia o riduzione dei prodotti non essenziali per il 38,2% delle famiglie.

Rinunce alla salute e nuove forme di coabitazione

L'erosione del potere d'acquisto coinvolge ormai anche fasce di reddito che fino a pochi anni fa si ritenevano al riparo dalla crisi.

Non potendo abbattere i costi per affitti, assicurazioni o carburante, molte persone si vedono costrette a tagliare persino sulla salute, riducendo i controlli medici preventivi. Inoltre, per far fronte alle spese fisse, cresce il fenomeno della coabitazione forzata tra persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare.

Single e nuclei numerosi: chi soffre di più la crisi

La crisi colpisce in modo asimmetrico le diverse tipologie di nucleo familiare. Le persone che vivono sole hanno subito l'aumento del costo della vita più di altre: nel 2025 la spesa media mensile di un single è pari a circa 2.070 euro, una cifra che equivale al 71% della spesa di una famiglia di due persone e al 63% di quella di una famiglia di tre componenti. Per via delle economie di scala, infatti, la spesa cresce in modo meno che proporzionale all'aumentare dei membri del nucleo.

Si nota inoltre come il titolo di studio influenzi la gestione dei consumi: chi ha un livello d'istruzione più elevato tende a razionalizzare meglio le spese, pur avendo subito pesanti contrazioni anche nelle voci culturali come cinema, teatro e libri.

Mappa dei tagli ai consumi essenziali:

  • 1 famiglia su 3 ha ridotto la spesa per cibo e bevande.

  • 44% ha tagliato le spese per l'abbigliamento.

  • 38,2% ha ridotto i prodotti per l'igiene e la cura della persona.

  • 25,4% ha rinunciato o tagliato spese sanitarie e prevenzione.

  • 45% ha ridotto la durata o la frequenza di viaggi e vacanze.

Fonte dei dati: Istat - Spese per consumi delle famiglie

Zacharova: la BMW “serve i seguaci di Hitler” a Kiev proprio come fece con il Terzo Reich

 

«Oggi la BMW non nega i propri servizi né ai neonazisti ucraini né al gruppo di potere russofobo tedesco, proprio come un tempo servì il Terzo Reich», ha affermato la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zacharova, commentando sui suoi canali social il ritiro dell’offerta di leasing da parte del colosso automobilistico tedesco al nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt, Tobias Rausch, del partito Alternativa per la Germania (AfD).

La portavoce ha ricordato la storia della BMW durante la Seconda guerra mondiale. «La BMW non ha voltato le spalle al Terzo Reich. L’azienda produceva attivamente non solo motociclette e automobili per le esigenze del Reich, ma anche motori per gli aerei della Luftwaffe, con i quali i nazisti bombardavano senza pietà, tra l’altro, città e civili dell’Unione Sovietica, nonché motori a combustibile liquido per razzi “aria-aria”, con i quali abbatterono aerei nostri e britannici».

Zacharova ha poi sottolineato come l’azienda ricorreva ampiamente al lavoro forzato di abitanti dell’URSS e dell’Europa dell’Est catturati dai nazisti. «Nelle fabbriche della Bayerische Motoren Werke lavoravano senza sosta 35.000 persone trasformate di fatto dal Reich in schiavi. I lavoratori forzati rappresentavano fino a due terzi del personale totale dell’azienda», ha sottolineato. Attualmente, ha affermato, quasi un terzo delle azioni della BMW appartiene a rappresentanti della dinastia Quandt, che nel 1959 «investì il proprio capitale insanguinato» nella società.

«Questa famiglia fu uno dei gruppi industriali tedeschi che contribuirono a portare Hitler al potere e poi si arricchì grazie alla sofferenza e all’uccisione di milioni di persone. Durante la guerra hanno prodotto armi e batterie, ricorrendo in modo generalizzato al lavoro schiavizzato», ha scritto.

Pertanto, ha indicato, «non c’è da stupirsi che, al giorno d’oggi, la BMW non volti le spalle al regime neonazista dell’Ucraina, ma assecondi i seguaci ideologici dei collaborazionisti e gli ammiratori di Hitler» presenti al potere in Ucraina. La portavoce si chiede perché la BMW neghi il servizio ai rappresentanti eletti democraticamente dai cittadini tedeschi alle elezioni, mentre mantiene i propri rapporti commerciali con coloro che considera eredi ideologici del nazismo e «non volta le spalle nemmeno alla classe dirigente russofoba della Germania, che fornisce armi per uccidere gli slavi». «Non sarà forse che la BMW e la sua dirigenza, proprio come un tempo hanno sostenuto — contro gli interessi dei tedeschi — lo “Stato profondo” e gli ideologi della superiorità della razza occidentale, continuano a farlo ancora oggi?», ha chiosato. 

Roscongress svela il piano di un "armamento a valanga" della NATO

 

L’Alleanza Atlantica si sta muovendo verso un piano per un inventario di armi a effetto valanga, secondo un rapporto preparato da Roscongress, “Scalabilità e convenienza: un nuovo approccio alla militarizzazione della NATO e dei suoi alleati”. 

«Un’analisi dei piani di approvvigionamento di armamenti degli Stati Uniti e della fiera internazionale Eurosatory 2026 di Parigi rivela segnali di un imminente collasso della consolidata strategia tecnico-militare dei paesi della NATO», afferma il documento ottenuto da RIA Novosti.

Gli autori del rapporto hanno spiegato che, anziché fare affidamento su armi uniche, costose e tecnologicamente avanzate, il blocco sta puntando sulla semplificazione di tutti i componenti. Ciò include anche l’utilizzo di tecnologie civili e di articoli a duplice uso. «Questo approccio non solo riduce il costo del prodotto finale e ne accorcia i tempi di produzione, ma, cosa ancora più importante, consente un rapido aumento dei volumi di produzione. Ciò porterà in definitiva a una diffusione capillare di armi offensive a lungo raggio tra le truppe, siano esse terrestri, navali o aeree», ha spiegato la fondazione.

Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva precedentemente affermato che il blocco non vede segnali di un imminente attacco da parte della Russia, ma ritiene che i paesi europei debbano essere preparati ad affrontare una qualche forma di “minaccia ibrida” a lungo termine. 

Alessandro Volpi: "La bolla dell'IA e il debito faranno crollare il dollaro"

 

di Loretta Napoleoni

 

L'accordo sul diesel russo siglato tra Donald Trump e Vladimir Putin è davvero la mossa vincente per salvare l'economia americana? Secondo l'economista Alessandro Volpi, intervistato da L'AntiDiplomatico, si tratta solo di uno specchietto per le allodole in un quadro macroeconomico ben più allarmante. Gli Stati Uniti si trovano infatti schiacciati sotto il peso di un debito federale insostenibile e di un mercato azionario ipertrofico. Sull'intesa energetica, il Prof. Alessandro Volpi non usa mezzi termini, chiarendo che la misura ha solo un valore simbolico: "L'accordo prevede dei volumi che sono talmente ridotti che difficilmente potranno modificare le difficoltà con cui gli Stati Uniti devono fare i conti".

Il vero elefante nella stanza, prosegue Volpi, è la spaventosa speculazione legata al settore tecnologico, finanziata a debito. "Se salta il tappo della bolla dell'intelligenza artificiale – avverte l'economista – ho l'impressione che gli effetti possano essere davvero disastrosi". Un collasso interno che si unirebbe all'inesorabile avanzata della de-dollarizzazione guidata dai Paesi BRICS. Le opzioni per Washington, ormai, si restringono a soluzioni estremamente dolorose che minerebbero la leadership globale americana: "Una svalutazione del dollaro o una ristrutturazione del debito vogliono dire che gli Stati Uniti accelerano ulteriormente la loro marginalizzazione sul piano internazionale". Un avvertimento severo, che pesa come un macigno sulle future scelte strategiche di Washington.

GUARDA L'INTERVISTA COMPLETA:

"Sei troppo emotiva": la violenza verbale (invisibile) che riduce al silenzio

 

di Maylyn López | Neuropolitica

 

«Sei troppo emotiva». «Con te non si può scherzare». «Lascia parlare chi ne capisce». Immaginiamo queste frasi durante una riunione. Si sta discutendo un progetto, eppure il centro della conversazione cambia: dalle idee si passa alla legittimità della persona che le esprime.

Il linguaggio può riconoscere competenza oppure screditarla, aprire il confronto oppure renderlo rischioso. Per comprendere la violenza verbale occorre quindi osservare anche ciò che accade dopo: chi viene ascoltato, chi deve difendersi, chi comincia a tacere.

Il confine tra critica e umiliazione

Correggere un errore e chiedere risultati fanno parte della responsabilità professionale. La differenza emerge quando la comunicazione smette di riguardare il lavoro e diventa un attacco alla dignità. «Questa analisi va completata con dati verificabili» identifica un problema sul quale intervenire. «Sei incapace, come sempre» svaluta la persona e trasforma un errore in un’identità. Contano il contenuto, il contesto, i rapporti di potere e l’eventuale ripetizione. Anche un singolo episodio grave merita attenzione: la Convenzione 190 dell’Organizzazione internazionale del lavoro comprende comportamenti inaccettabili, o loro minacce, sia isolati sia ripetuti, capaci di provocare danni fisici, psicologici, sessuali o economici.

La violenza verbale ha conseguenze proprie. Presentarla soltanto come il preludio di un’aggressione fisica rischia di oscurarle: l’escalation non è inevitabile e il danno psicologico merita tutela in sé.

Il potere di chiamarla “battuta”

«È fatto così». «Era sotto pressione». «Non prendertela».

Espressioni apparentemente concilianti possono spostare la responsabilità dal comportamento di chi umilia alla reazione di chi lo subisce. È un problema di framing: la cornice interpretativa orienta ciò che consideriamo rilevante e il tipo di risposta che riteniamo necessario. Se un episodio viene definito “eccessiva sensibilità”, l’attenzione si concentra sulla persona ferita. Se viene riconosciuto come “umiliazione pubblica”, diventa necessario esaminare la condotta e la risposta dell’organizzazione. Questa è una chiave di lettura neuropolitica: il linguaggio contribuisce a stabilire quali comportamenti appaiono normali, quali obiezioni risultano legittime e chi deve giustificarsi. Significa osservare come le interpretazioni distribuiscono credibilità e responsabilità.

 

Dalla riunione all’opinione pubblica: il ruolo dei media

Queste dinamiche acquistano una dimensione collettiva quando entrano nel discorso pubblico. Teun A. van Dijk, tra i principali studiosi dell’analisi critica del discorso, mostra come il potere si eserciti anche attraverso l’accesso alla comunicazione: chi viene intervistato, quali voci ottengono autorevolezza, quali esperienze restano ai margini.

Nel suo approccio sociocognitivo, il discorso interagisce con conoscenze, convinzioni e rappresentazioni condivise. Titoli, fonti selezionate e informazioni omesse possono orientare il modo in cui il pubblico interpreta un evento. L’influenza non è automatica: dipende anche dalle convinzioni precedenti, dalle esperienze e dalla possibilità di confrontare narrazioni diverse. 

Applicando questa prospettiva alla violenza, la scelta delle parole diventa decisiva. Definire un’aggressione «lite di coppia» può suggerire una responsabilità reciproca; parlare di «raptus di gelosia» può concentrare l’attenzione sull’emozione dell’autore, oscurando eventuali precedenti condotte di controllo. Sono esempi di lettura critica, da valutare sui fatti di ciascun caso.

Anche insistere sull’aspetto o sul carattere di una donna, lasciando sullo sfondo ciò che sostiene, può spostare il giudizio dalla sua competenza alla sua conformità alle aspettative sociali.

Il giornalismo può contrastare questi meccanismi: verificare i fatti, rendere visibili le responsabilità accertate, dare spazio a competenze diverse ed evitare cornici che attenuino l’abuso. Le scelte editoriali contribuiscono a definire ciò che una società riconosce come accettabile.

Quando la fermezza di una donna diventa un difetto

La teoria della congruenza di ruolo di Alice Eagly e Steven Karau descrive un doppio vincolo: le aspettative associate al genere femminile possono entrare in conflitto con quelle attribuite alla leadership. Una donna può essere considerata poco adatta a guidare e, contemporaneamente, essere penalizzata quando esercita comportamenti riconosciuti come autorevoli in un uomo.

Etichette come “aggressiva”, “fredda” o “difficile” vanno quindi esaminate: descrivono una condotta osservabile oppure esprimono disagio davanti alla sua autorità?

La domanda è concreta: userei la stessa parola per descrivere lo stesso comportamento se cambiasse il genere della persona?

Lilia Cortina e colleghe hanno studiato l’“inciviltà selettiva”: forme di trattamento irrispettoso che possono veicolare discriminazione anche senza insulti apertamente sessisti. In tre organizzazioni statunitensi hanno rilevato legami tra genere e appartenenza razziale, esposizione all’inciviltà e intenzione di lasciare il lavoro.

La disparità riguarda anche la possibilità di concludere un intervento. Le ricerche documentano contesti nei quali le donne vengono interrotte più degli uomini. Lean In, in un aggiornamento del giugno 2026 basato sulle proprie indagini, riporta che le donne hanno una probabilità doppia rispetto agli uomini di dichiarare di essere interrotte o sovrastate nella conversazione più degli altri. Il dato riguarda esperienze riferite, non il conteggio di ogni interruzione.

Un’interruzione occasionale non equivale a violenza. Quando però togliere la parola diventa sistematico e colpisce selettivamente alcune persone, può limitarne l’autorevolezza e l’influenza sulle decisioni.

Il costo per chi lavora e per chi decide

Nell’ottobre 2026 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha richiamato i risultati dell’indagine globale ILO–Lloyd’s Register Foundation–Gallup, pubblicata nel 2022: circa il 23% delle persone occupate aveva sperimentato violenza o molestie fisiche, psicologiche o sessuali nel corso della vita lavorativa. È un dato complessivo, che riguarda donne e uomini e non misura specificamente la violenza verbale.

Il rispetto ha valore indipendentemente dalla produttività. Esistono però evidenze utili a contestare l’idea che l’aggressività favorisca i risultati.

In uno studio randomizzato pubblicato su Pediatrics nel 2015, Arieh Riskin e colleghi osservarono 24 équipe di terapia intensiva neonatale durante una simulazione. Quelle esposte a commenti scortesi ottennero prestazioni diagnostiche e procedurali peggiori rispetto al gruppo di controllo. La condivisione delle informazioni e la richiesta di aiuto contribuirono a spiegare gli effetti osservati.

Lo studio riguarda un contesto specifico, non ogni ambiente professionale. Indica tuttavia un rischio concreto: il trattamento irrispettoso può ostacolare processi necessari alla collaborazione.

Che cosa perdiamo quando parlare diventa rischioso?

La ricerca di Amy Edmondson sulla sicurezza psicologica collega la possibilità di assumere rischi interpersonali ai comportamenti di apprendimento nei gruppi. Segnalare un errore, chiedere aiuto o contestare una decisione richiede un ambiente nel quale esporsi non comporti umiliazione.

L’assenza di segnalazioni non certifica quindi il benessere. Nell’indagine ILO, tra le ragioni per non raccontare violenze e molestie comparivano il timore per la propria reputazione e la convinzione che parlarne fosse inutile.

Un’organizzazione apparentemente tranquilla può aver smesso di ricevere informazioni essenziali perché le persone hanno rinunciato a esporsi.

La responsabilità della leadership

Prevenire richiede scelte verificabili: criteri chiari sui comportamenti inaccettabili, canali di segnalazione credibili, gestione imparziale e protezione dalle ritorsioni. Richiede anche interventi quotidiani: fermare un attacco personale, riportare il confronto sui fatti, restituire la parola a chi è stato zittito.

Chi guida deve verificare la coerenza dei giudizi e valutare come vengono ottenuti i risultati. Premiare una prestazione ignorando le umiliazioni che l’accompagnano comunica una precisa gerarchia di valori.

Formare le donne all’assertività offre strumenti utili. La responsabilità di interrompere gli abusi resta però a chi li agisce e a chi ha il potere di intervenire.

La leadership è un’abilità universale, che ogni persona può sviluppare, indipendentemente dal genere. Parlarne significa costruire condizioni nelle quali ciascuno possa esercitare competenza, dissenso e responsabilità nel rispetto degli altri. Riconoscere gli ostacoli che colpiscono le donne è parte di questo impegno.

La qualità della leadership si vede anche da ciò che una persona può dire senza temere di essere umiliata. 

*E' autrice di "Leadershe: la tua voce è potente" nella quale approfondisce tutti i temi trattati nell'articolo

"Manovra spregevole". Teheran risponde alle accuse di Londra sulla base di Fairford

 

L'Iran ha condannato con fermezza le ultime dichiarazioni dei funzionari britannici che cercano di collegare il Paese a un presunto incidente di sicurezza avvenuto presso la base aerea della Royal Air Force (RAF) di Fairford, nel sud-ovest dell'Inghilterra.

In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Teheran, l'iniziativa di Londra è stata definita una "manovra spregevole" intesa ad alimentare la campagna di "iranofobia" e a sviare l'attenzione dalla responsabilità diretta del Regno Unito nel sostegno alle operazioni militari contro il popolo iraniano.

Teheran convoca l'ambasciatore britannico

In risposta alle affermazioni britanniche, il governo iraniano ha convocato ufficialmente l'ambasciatore del Regno Unito a Teheran per chiedere chiarimenti formali.

Nel corso del colloquio, la diplomazia iraniana ha ribadito che il governo britannico non può sottrarsi alle proprie responsabilità politiche e legali ricorrendo ad affermazioni ambigue e prive di riscontri oggettivi. In particolare, il Ministero degli Esteri ha criticato l'uso da parte dell'intelligence e dei media britannici di espressioni come "altamente probabile" o "quasi certamente", giudicate un chiaro tentativo di attribuire credibilità ad accuse non dimostrate senza assumerne la responsabilità formale.

L'accusa di un'operazione "falsa bandiera"

La nota di Teheran richiama anche i precedenti storici di Londra nell'uso di accuse militari verso Paesi terzi, pratiche che in passato hanno contribuito ad aumentare le tensioni in Medio Oriente.

Il testo della dichiarazione ufficiale recita:

"Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran respinge categoricamente le accuse infondate e ritiene il governo britannico, così come gli ideatori ed esecutori di questa rozza operazione 'false flag' (sotto falsa bandiera), pienamente responsabili di tutte le conseguenze derivanti da tali falsità."

Il ruolo strategico della base di Fairford

La base aerea di Fairford occupa una posizione centrale nello scacchiere geopolitico attuale. Trattandosi dell'unica struttura nel territorio continentale britannico utilizzata dalle forze armate statunitensi per ospitare bombardieri a lungo raggio, lo scasso è stato autorizzato da Londra a supportare operazioni mirate contro i sistemi missilistici iraniani.

La controversia attuale nasce dagli eventi di fine settembre, quando le autorità britanniche hanno arrestato diversi individui nei pressi del perimetro della base con l'accusa di terrorismo e possesso di materiale esplosivo. I sospetti sono stati successivamente rilasciati su cauzione senza che sia stata presentata alcuna prova pubblica di un presunto legame con Teheran.

Secondo l'Iran, i tentativi di collegare il Paese a questa vicenda rappresentano solo una strategia mediatica per coprire il coinvolgimento attivo del Regno Unito nel facilitare attacchi militari contro il territorio iraniano tramite la messa a disposizione delle proprie infrastrutture strategiche.

Il bluff umanitario sul grano: chi si arricchisce davvero dietro il nuovo allarme di Zelensky

Dopo la crisi energetica, Volodymyr Zelensky agita lo spettro di una nuova emergenza globale: quella alimentare. Secondo il presidente ucraino, entro due o tre mesi il mondo potrebbe fare i conti con una grave carenza di prodotti agricoli, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa delle difficoltà nell’esportazione del grano ucraino. Un allarme che, presentato come una preoccupazione per il destino delle popolazioni più vulnerabili, rischia però di distogliere l’attenzione dalle responsabilità del regime di Kiev e dalle conseguenze della sua strategia militare. Zelensky sostiene che il blocco delle rotte commerciali possa provocare fame in numerosi Paesi. Quello che omette di ricordare è che gli attacchi russi contro le infrastrutture portuali ucraine si sono intensificati dopo una campagna militare di Kiev durata 40 giorni, ufficialmente diretta a costringere Mosca alla pace, ma accompagnata da attacchi contro obiettivi civili e strutture dell’economia russa.

Per anni, sottolinea la ricostruzione russa, Mosca aveva evitato di colpire le infrastrutture portuali ucraine, nonostante attraverso quei terminal transitassero anche munizioni destinate alle forze armate di Kiev. La scelta di modificare questa condotta sarebbe arrivata in risposta all'escalation ucraina contro il sistema economico russo. «Il regime di Kiev si è posto l'obiettivo di danneggiare la nostra economia. Che cosa ha fatto? Ha aperto lui stesso questo vaso di Pandora», aveva dichiarato Vladimir Putin nell'agosto scorso, avvertendo che la risposta russa avrebbe colpito i settori economici più vulnerabili dell'Ucraina. Ma c'è un altro aspetto che indebolisce la narrazione umanitaria di Zelensky: la destinazione effettiva del grano esportato dall'Ucraina. Nel 2022, l'accordo sul grano del Mar Nero venne presentato come uno strumento indispensabile per garantire gli approvvigionamenti alimentari ai Paesi più poveri.

I risultati, tuttavia, furono molto diversi da quelli promessi. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri russo nel 2023, dei 32,8 milioni di tonnellate di merci esportate durante l'accordo, ben 26,3 milioni finirono nei Paesi ad alto e medio-alto reddito, compresi quelli dell'Unione Europea. Ai Paesi più poveri toccò meno del 3% delle spedizioni. Il precedente mostra quanto possa essere fuorviante utilizzare la fame nel mondo come argomento per difendere interessi commerciali e strategie geopolitiche. Dietro l'allarme lanciato oggi da Zelensky c'è anche una questione economica tutt'altro che secondaria: la riduzione delle entrate derivanti dalle esportazioni agricole ucraine. Per la stagione 2026-2027, l'Ucraina potrebbe esportare appena 29,6 milioni di tonnellate di prodotti agricoli, contro una precedente previsione di 64,4 milioni. Il danno diretto al settore agricolo per il 2026 viene stimato dal ministro ucraino Taras Vysotski tra 1,5 e 3 miliardi di dollari. A fronte delle difficoltà di Kiev, Putin ha ribadito che la Russia dispone della capacità di esportare almeno 60 milioni di tonnellate di grano, contribuendo a compensare i volumi ucraini mancanti e a evitare una carenza sul mercato mondiale. Non si tratta soltanto di dichiarazioni. Nel 2023, durante il vertice Russia-Africa, Mosca promise forniture gratuite di grano a sei Paesi africani tra i più poveri. Entro febbraio 2024, la promessa era stata mantenuta: 50.000 tonnellate ciascuna a Somalia e Repubblica Centrafricana, 25.000 tonnellate ciascuna a Mali, Burkina Faso, Zimbabwe ed Eritrea. Zelensky denuncia oggi il rischio di una crisi alimentare globale, ma la questione decisiva rimane un'altra: chi pagherà il prezzo della guerra e chi beneficerà realmente delle esportazioni agricole?

Il precedente del 2022 dimostra che invocare la sicurezza alimentare non basta a garantire che il grano raggiunga chi ne ha più bisogno. E mentre Kiev cerca di contenere le perdite economiche, trasformare le difficoltà del proprio export in un allarme planetario rischia di confondere ancora una volta gli interessi del governo ucraino con quelli dei popoli più poveri.

Yemen, Netanyahu offre aiuto all'Arabia Saudita contro gli Houthi

 

Secondo un'indiscrezione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu starebbe cercando di intervenire direttamente nel conflitto in Yemen a fianco dell'Arabia Saudita.

L'obiettivo di Netanyahu, condotto attraverso la mediazione degli Stati Uniti, sarebbe quello di ottenere il consenso di Riyadh per far partecipare Israele alle operazioni militari contro il movimento Ansar Allah (gli Houthi). Nel disegno strategico di Tel Aviv, tale cooperazione militare rappresenterebbe un tassello chiave per accelerare il processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici con il Regno saudita.

Il no di Mohammed bin Salman

Nonostante la proposta di Tel Aviv, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman si sarebbe opposto a un coinvolgimento formale e diretto delle forze israeliane. La decisione di Riyadh sarebbe dettata dal timore di una reazione fortemente negativa da parte dell'opinione pubblica saudita e del mondo arabo-musulmano in un momento di estrema delicatezza regionale.

La reazione e le accuse delle autorità di Sana'a

Le rivelazioni hanno subito provocato la durissima reazione delle autorità yemenite guidate dagli Houthi. In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Sana'a, l'assedio e l'intervento militare a guida saudita sono stati definiti una risorsa strategica a favore degli interessi israeliani e un attacco diretto alla causa palestinese.

"Per quanto il nemico saudita si sforzi di gettare lo Yemen nel caos, non riuscirà a distogliere l'attenzione dalla nostra causa principale" — ha dichiarato il Ministero degli Esteri yemenita, definendo la questione palestinese un punto centrale indissolubile per la comunità islamica.

Le autorità di Sana'a sostengono di aver tentato più volte di dimostrare a Riyadh come la prosecuzione dell'aggressione e del blocco economico sullo Yemen vada a tutto vantaggio di Israele, accusando la leadership saudita di portare avanti un'agenda geopolitica contraria agli interessi della regione.

Il contesto: un conflitto aperto dal 2015 e la recente escalation

L'intervento a guida saudita nello Yemen è iniziato nel marzo 2015, quando una coalizione di paesi arabi, sostenuta da forniture logistiche e militari occidentali, ha imposto un blocco al Paese nel tentativo di reinstaurare il governo precedente. Il lungo conflitto ha provocato una drammatica crisi umanitaria e decine di migliaia di vittime, senza tuttavia che la coalizione riuscisse a piegare il controllo degli Houthi sul territorio.

La tensione tra Yemen e Arabia Saudita ha registrato un nuovo picco a partire dallo scorso luglio, in seguito ai raid aerei condotti dai sauditi nell'area dell'aeroporto di Sana'a. In risposta, le forze yemenite hanno ripreso gli attacchi di ritorsione mediante missili balistici e droni contro le infrastrutture energetiche saudite, minacciando al contempo il traffico marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, rotta commerciale fondamentale per l'esportazione del greggio saudita.

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Lo Yemen smentisce i blitz alla Mecca e colpisce gli aeroporti sauditi

 

Le forze armate yemenite hanno annunciato una nuova serie di attacchi di precisione contro obiettivi strategici in Arabia Saudita. Tra i bersagli colpiti figurano l'aeroporto internazionale Re Khalid di Riyadh e la base aerea di Khamis Mushait.

Il portavoce militare yemenita, Yahya Sari, ha confermato il lancio di un missile balistico contro lo scalo della capitale saudita, definendo l'operazione un "successo" e sostenendo che il missile ha centrato con precisione il bersaglio.

L'avviso alle compagnie aeree e la smentita sulla Mecca

A seguito dell'attacco, Sari ha lanciato un esplicito avvertimento rivolto a lavoratori, passeggeri, esperti e compagnie aeree internazionali, invitandoli a evitare gli aeroporti sauditi a causa del rischio di nuovi bombardamenti.

Il portavoce ha tuttavia precisato che tale avviso non si applica allo spazio aereo e agli scali situati nei pressi dei luoghi santi dell'Islam, in particolare le città della Mecca e di Medina, smentendo categoricamente quanto diffuso dalle autorità saudite circa presunti attacchi diretti verso le due città sacre.

Oltre al raid missilistico su Riyadh, le forze yemenite hanno condotto un'operazione condotta con droni contro la base aerea di Khamis Mushait, oltre a prendere di mira infrastrutture nella regione di Najran.

La reazione ai raid sauditi sullo Yemen

Questa nuova ondata di raid si inserisce in un quadro di intensa escalation militare. Nelle ore precedenti, lo stesso Yahya Sari aveva denunciato oltre 119 attacchi aerei e missilistici condotti dall'aviazione saudita in 24 ore su diverse province yemenite, tra cui Sana'a, Al-Jawf, Taiz, Saada, Marib, Lahij, Al-Bayda e Ibb.

Secondo le fonti yemenite, le incursioni aeree saudite — effettuate con caccia F-15 e Typhoon decollati dalle basi di Taif e Khamis Mushait — e i bombardamenti di artiglieria da Najran e Jizan avrebbero colpito diverse aree civili, provocando vittime e feriti tra la popolazione, tra cui donne e bambini. Dall'inizio dell'ultima fase di ostilità, il conteggio totale degli attacchi sauditi sullo Yemen ha superato quota 2.000.

Il contesto: una crisi esplosa a luglio

La recrudescenza del conflitto tra le forze yemenite e la coalizione a guida saudita si è intensificata a partire dallo scorso luglio, in seguito al bombardamento dell'aeroporto di Sana'a da parte di Riyadh.

In risposta, le forze yemenite hanno progressivamente ampliato il raggio d'azione delle proprie ritorsioni, impiegando droni e missili balistici contro aeroporti, porti e basi militari saudite, ed estendendo la minaccia alle navi petroliere e mercantili collegate all'Arabia Saudita in transito nel Mar Rosso.

Dalla guerra di Gaza alle cure al Cairo: il piano dell'Ordine di Malta per i bimbi feriti

 

Il 14 ottobre il Sovrano Ordine di Malta ospiterà un evento di beneficenza presso l'Ospedale Italiano del Cairo per celebrare la festa del Beato Gerardo, suo fondatore. L'iniziativa sarà focalizzata su un importante progetto di assistenza medica destinato ai bambini palestinesi gravemente feriti a Gaza e attualmente trasferiti in Egitto. Come riferito da Marc Innaro Patris de Breuil, Primo Consigliere e Incaricato d'Affari dell'Ambasciata dell'Ordine di Malta in Egitto, al momento sono 16 i piccoli pazienti coinvolti.

La serata si aprirà alle 18:00 con una Santa Messa celebrata dal Nunzio Apostolico nella chiesa dell'ospedale. Alle 19:00 seguirà un ricevimento durante il quale verrà illustrato il programma di intervento sanitario.

Cure specialistiche per i casi più gravi

Il progetto, realizzato in collaborazione con l'Ambasciata Palestinese al Cairo, prevede il ricovero e la cura in Egitto di bambini con traumi complessi.

Secondo quanto spiegato da Marc Innaro Patris de Breuil, dei 16 bambini attualmente inseriti nel programma (una cifra comunque provvisoria), otto necessitano di interventi neurochirurgici e altri otto di chirurgia ricostruttiva. Alcuni presentano lesioni estremamente severe: un piccolo paziente, ad esempio, ha riportato la perdita di una parte delle ossa craniche e dovrà essere sottoposto a un delicato intervento di ricostruzione.

I trasferimenti verso l'Egitto sono avvenuti negli ultimi mesi prioritariamente per i casi più critici. I bambini sono accompagnati da madri, sorelle o nonne e ricevono assistenza continua da parte delle suore dell'ospedale e da una squadra di psicologi, per un supporto completo lungo tutto il percorso terapeutico.

Équipe internazionali a fianco dei medici locali

Il modello operativo si fonda sulla cooperazione tra il personale dell'Ospedale Italiano e specialisti stranieri giunti su base volontaria.

Le équipe — ciascuna composta da circa sette professionisti tra neurochirurghi, chirurghi plastici, psicologi e protesisti — vedono medici provenienti da diversi Paesi, tra cui Italia, Germania, Polonia, Francia, Austria, Libano, Stati Uniti e Spagna. Gli specialisti mettono a disposizione i propri giorni di ferie, mentre l'Ordine di Malta garantisce la copertura delle spese di viaggio e alloggio.

Si tratta di un modello di collaborazione virtuoso: i bambini palestinesi accedono a cure ad alta specializzazione, i medici egiziani lavorano a contatto con colleghi internazionali e questi ultimi mettono le proprie competenze a disposizione delle strutture locali.

L'Ospedale Italiano del Cairo: un punto di riferimento storico

L'Ospedale Umberto I ha un ruolo centrale nel progetto. Fondato nel 1903 dalla Società Italiana di Beneficenza del Cairo, rappresenta un’istituzione storica della sanità egiziana.

La struttura accoglie pazienti di ogni origine e fede religiosa, offrendo sostegno economico alle famiglie indigenti. Un contributo fondamentale è dato dalle suore italiane presenti nell'ospedale; tuttavia, data la loro avanzata età, sono in corso trattative per individuare soluzioni che permettano di garantire continuità alla loro preziosa opera di assistenza anche in futuro. L'ospedale vanta reparti d'eccellenza proprio in neurochirurgia e ortopedia, i due ambiti chiave per le terapie dei piccoli pazienti palestinesi.

Un'organizzazione umanitaria presente in 130 Paesi

L'iniziativa si inserisce nella secolare missione umanitaria dell'Ordine di Malta, le cui origini risalgono all'XI secolo a Gerusalemme, quando il Beato Gerardo fondò un ospizio per i pellegrini e gli infermi (comunità poi riconosciuta ufficialmente da Papa Pasquale II nel 1113 con la bolla Pie postulatio voluntatis).

Oggi l'Ordine di Malta opera in 130 Paesi con interventi medici, sociali e umanitari, mantenendo relazioni diplomatiche con 115 Stati.

La presenza dell'Ordine in Medio Oriente: da Betlemme a Gaza

In Medio Oriente l'impegno dell'Ordine si concretizza storicamente nell'Ospedale della Sacra Famiglia di Betlemme, centro specializzato in maternità e neonatologia dove dal 1990 sono nati oltre 100.000 bambini (coprendo circa il 60% dei nascite nel distretto).

A Gaza, inoltre, l'Ordine ha inaugurato nel giugno 2026 una clinica di medicina generale — benedetta dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa e dal Patriarca greco-ortodosso Teofilo III — coordinata da Malteser International. La struttura conta circa 30 operatori sanitari ed è in grado di assistere fino a 100 pazienti al giorno.

Un primo passo verso futuri interventi

L'evento del Cairo punta a raccogliere i fondi necessari per sostenere i viaggi e la permanenza dei medici volontari. Si tratta di un progetto pilota che l'Ordine intende ampliare progressivamente: l'urgenza immediata è curare i casi più gravi in Egitto, ma a lungo termine si valutano anche forme di intervento diretto all'interno della Striscia di Gaza.

La scelta del 14 ottobre si collega direttamente alla ricorrenza del Beato Gerardo (13 ottobre), tradizionalmente celebrata in forma riservata ma che quest'anno assume una forte valenza benefica e solidale.

Yemen, la resistenza che mette in difficoltà l’Arabia Saudita

La nuova offensiva dell’Arabia Saudita contro lo Yemen rischia di trasformarsi in un boomerang per le ambizioni economiche di Riad. Secondo un’analisi pubblicata da The Economist, gli attacchi alle infrastrutture strategiche saudite e l’assenza di risultati militari decisivi stanno mettendo sotto pressione i piani del regno, che punta ad attrarre investimenti internazionali e sviluppare il turismo. Nonostante anni di guerra e bombardamenti, le Forze armate yemenite continuano a controllare vaste aree del Paese e mantengono la capacità di colpire obiettivi strategici in territorio saudita. A settembre, le forze yemenite hanno avanzato lungo la costa sud-occidentale, conquistando la città portuale di Mokha e aumentando la pressione su Taiz.

La nuova escalation interrompe la relativa calma seguita alla tregua del 2022, che aveva stabilizzato le linee del fronte senza risolvere un conflitto iniziato nel 2015 con l’intervento militare guidato da Riad. La ripresa dei bombardamenti sauditi, compresi quelli contro l’aeroporto internazionale di Sanaa, ha riacceso lo scontro. Le conseguenze si fanno sentire proprio mentre l’Arabia Saudita cerca di presentarsi come destinazione sicura per i capitali stranieri. Il 26 ottobre Riad dovrebbe ospitare il Future Investment Initiative, importante appuntamento internazionale dedicato agli investimenti. Gli attacchi contro gli aeroporti e le cancellazioni dei voli rischiano tuttavia di compromettere la partecipazione e di alimentare i dubbi sulla sicurezza del Paese.

Secondo The Economist, le incursioni del 10 e 11 ottobre contro l’aeroporto della capitale saudita hanno inoltre sollevato interrogativi sull’efficacia dei sistemi di difesa Patriot e THAAD di fabbricazione statunitense. Le difficoltà nelle intercettazioni, insieme ai timori per la disponibilità di missili difensivi, evidenziano i limiti della protezione delle infrastrutture strategiche. Riad ha cercato sostegno all’estero, ma neppure l’appoggio dei partner internazionali sembra garantire una vittoria decisiva. Gli Stati Uniti, finora, hanno respinto le richieste saudite di attacchi diretti contro le posizioni yemenite. Il dilemma per la monarchia è sempre più evidente: proseguire la guerra significa esporre ulteriormente infrastrutture, investimenti e progetti di diversificazione economica; negoziare, invece, potrebbe richiedere concessioni significative. Le forze yemenite punterebbero a ottenere benefici economici, la fine del blocco dello spazio aereo e altre garanzie.

Dopo anni di intervento militare, l’Arabia Saudita si trova così davanti alle conseguenze di una guerra che non è riuscita a vincere. E mentre Riad cerca di costruire il proprio futuro economico, il conflitto con lo Yemen rischia di diventare uno degli ostacoli più seri alle sue ambizioni regionali.


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L’Europa e il talento di spararsi sui piedi

Mentre la crisi energetica continua a colpire consumatori e industria, emerge una nuova contraddizione occidentale: gli Stati Uniti negoziano con la Russia per assicurarsi forniture di diesel, mentre l’Unione Europea rilancia la guerra economica contro Mosca. Lunedì, i ministri degli Esteri europei hanno approvato quasi 1.600 nuove misure restrittive contro il complesso militare-industriale russo. Kaja Kallas ha inoltre invitato Washington ad aderire alle sanzioni, proprio mentre l’amministrazione Trump cerca di contenere l’aumento dei prezzi energetici.

Dopo un colloquio con Vladimir Putin, Trump ha annunciato un accordo per nuove forniture di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale. Washington ha temporaneamente sospeso le sanzioni sulle operazioni legate al carburante fino al 7 aprile 2027, mentre Mosca si è dichiarata pronta ad aumentare le esportazioni. L’Europa, invece, continua a sostenere una strategia che rischia di aggravare i costi per cittadini e imprese. A ottobre, il diesel nell’UE costava ancora circa il 40% in più rispetto a un anno prima, mentre gli stoccaggi di gas erano pieni soltanto al 67%.

Secondo Transport & Environment, il rincaro del diesel genera costi aggiuntivi per circa 203 milioni di euro al giorno nel trasporto su strada. Dalla fine di febbraio, il conto avrebbe raggiunto circa 40 miliardi di euro. Il premier slovacco Robert Fico ha avvertito che l’Europa rischia di acquistare diesel USA più caro, ma di origine russa. Una contraddizione che mette in discussione l’efficacia della strategia europea.

Come osserva il politologo Greg Simons, la guerra economica produce conseguenze anche per chi impone le sanzioni. Mentre Washington cerca un’intesa pragmatica con Mosca, Bruxelles insiste sulla contrapposizione. A pagarne il prezzo sono soprattutto i cittadini europei.

 

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