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Ricevuto — 6 Giugno 2026 Stampa Internazionale

La Germania fuori dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Un ulteriore segnale di crisi?

6 Giugno 2026 ore 14:38

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è l’organo internazionale responsabile del mantenimento della pace e sicurezza nel mondo. Istituito dopo la Seconda guerra mondiale, esso è composto di cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina – e dieci membri non permanenti, eletti ogni due anni.

Fra questi, due seggi sono attribuiti al raggruppamento “Europa Occidentale e Altri” per la quale la Germania ha fino ad ora presentato la sua candidatura, sempre con successo, per sei volte. Il 3 giugno, tuttavia, raggiungendo solo 104 voti, è stata superata da Portogallo (134 voti) e Austria (131 voti). Nonostante questo esito, il ministro Wadephul, dopo essersi congratulato con i vincitori, afferma che la Germania continuerà ad impegnarsi nell’ONU per il mantenimento della pace e multilateralismo. Nello stesso tempo, tale sconfitta porta anche alla necessità di comprendere i motivi di quanto avvenuto. 

La corsa alla candidatura

Nel candidarsi, la Germania non era certo partita con grandi vantaggi. Infatti, se Austria e Portogallo avevano iniziato a organizzarsi in tal senso già, rispettivamente, nel 2011 e il 2013, la Germania le ha raggiunte con un ritardo notevole, nel 2019. Una corsa alla candidatura, dunque, che si è fatta particolarmente intensa in questi ultimi mesi, durante i quali le dichiarazioni del ministro Wadephul – espresse in occasione dei suoi diversi viaggi alle Nazioni Unite – mostrano i punti principali con cui la Germania intendeva proporsi come membro non permanente. 

Con il mottoRispetto – Giustizia – Pace”, la Germania avrebbe posto al centro del suo mandato la prevenzione dei conflitti, la risoluzione della crisi, il clima e la sicurezza. A tali scopi, e in un contesto geopolitico instabile, la Germania era quindi “pronta ad assumersi ancora più responsabilità come voce forte, affidabile e indipendente all’interno delle Nazioni Unite” e agendo non da sola, bensì “assieme ai nostri partner”. 

Assieme agli obbiettivi, si menzionano poi gli elementi di forza che avrebbero sostenuto l’azione della Germania durante il suo mandato. Sia sul lato della credibilità del Paese, delle esperienze finora maturate, e del proprio peso economico, si afferma infatti che la Germania “ha molto da offrire”. Il Paese ha infatti mostrato più volte un “impegno incrollabile” nei confronti della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, come pure nell’utilizzo della diplomazia e del dialogo nella gestione delle controversie; può offrire la sua notevole esperienza accumulata nei diversi mandati precedenti; e ha a disposizione un’ampia rete di ambasciate in tutto il mondo. Sul piano economico, si sottolinea l’importanza della Germania non solo come una fra le maggiori potenze economiche a livello mondiale, ma anche in quanto secondo donatore delle Nazioni Unite – elemento non irrilevante, visto l’attuale stato di crisi finanziaria in cui versa l’ONU, dovuto in larga parte al disimpegno, anche economico, degli Stati Uniti.

Il seggio mancato 

Tuttavia, questo non è bastato a garantire il tanto desiderato seggio nell’unico organismo che – pur notevolmente indebolito dagli sconvolgimenti degli ultimi anni e dai limiti decisionali posti dal diritto di veto dei membri permanenti – prende decisioni di primaria importanza su questioni di pace e sicurezza, e che poi gli stati membri sono obbligati a rispettare. 

Pur nella consapevolezza di essere partiti svantaggiati, prima delle votazioni Wadephul aveva manifestato un certo ottimismo rispetto alla possibilità di raggiungere il quorum di due terzi, fino a constatare la presenza di una “certa simpatia di fondo per la Germania”. Tuttavia, si sbagliava. Ma a stupire è soprattutto la chiarezza e velocità con cui ciò avviene: immediatamente, al primo turno. Stupore che emerge anche dalle dichiarazioni del ministro appena dopo le votazioni, il cui risultato rappresenta un’“amara sconfitta”. 

Accanto a ciò, Wadephul mostra consapevolezza dei punti critici della candidatura della Germania: dal ritardo nella presentazione della candidatura, alle questioni internazionali su cui la Germania ha sempre preso una posizione chiara e che “non tutti i membri dell’ONU condividono”. Fa quindi poi riferimento alla campagna fatta dalla Russia contro la Germania – la cui presenza al Consiglio di Sicurezza sarebbe infatti stata scomoda, visto il suo forte sostegno all’Ucraina – ma anche il dovere della Germania di assumere una “responsabilità speciale” nei confronti di Israele rispetto al conflitto in Medio Oriente. 

Questi gli ostacoli principali riconosciuti dal ministro, che afferma successivamente: “abbiamo dovuto combattere con venti contrari, che erano talmente forti, che alla fine non ce l’abbiamo fatta”. Tuttavia, sottolinea chiaramente che, anche senza un seggio all’interno del Consiglio di Sicurezza, la Germania continuerà ad impegnarsi per la pace e la sicurezza a livello globale, e che farà la propria parte nella promozione del multilateralismo: “questo è nel DNA della nostra politica estera e dei nostri interessi”. Adottando poi una prospettiva più nazionale sottolinea che “la voce della Germania nel mondo anche per la sicurezza, libertà e prosperità del nostro Paese si farà sentire, anche senza un seggio al Consiglio di Sicurezza”. 

Relativizzazione del diritto internazionale

Tuttavia, pare che ciò che ha pesato maggiormente in questa sconfitta sia stato l’approccio della Germania rispetto al diritto internazionale e la sua postura poco chiara in politica estera. Soprattutto negli ultimi anni, il Paese avrebbe infatti mostrato una sua “relativizzazione” e l’adozione di standard diversi caso per caso. Nello specifico, si evidenzia che, mentre la condanna alla Russia per l’attacco all’Ucraina è stata immediata, lo stesso non è avvenuto nei confronti di Israele e Stati Uniti. Si rimprovera quindi la riluttanza della Germania nel condannare Israele per le vittime civili causate negli attacchi a Gaza e Libano, come pure l’atteggiamento di Merz rispetto all’attacco di Trump in Iran. Pur di fronte a un caso di violazione del diritto internazionale, infatti, il cancelliere aveva qui parlato di un “dilemma”. Le misure di diritto internazionale fino ad allora utilizzate contro l’Iran erano state infatti inefficaci, di qui, la difficoltà di questa situazione per cui non era il momento di “dare lezioni” ai propri partner e alleati. Similmente, anche di fronte alla cattura del presidente Maduro da parte di Trump, Merz aveva evitato di descriverla in termini di violazione di diritto internazionale. 

Tirando le somme

Quanto è avvenuto porta a riflessioni su più piani. Per quanto riguarda la politica interna,  questa ulteriore sconfitta non giova sicuramente al governo – già in notevoli difficoltà – soprattutto dato che uno degli obiettivi del cancelliere era proprio il rafforzamento del ruolo della Germania nella politica internazionale. Nello specifico, inoltre, a Merz si rimprovera di non essersi mai presentato alle Nazioni Unite, cosa che, ulteriormente, non avrebbe favorito la candidatura della Germania. 

In termini di politica estera, si nota poi un contrasto fra ambizioni e realtà. Mentre infatti negli ultimi anni la Germania ha intrapreso diverse iniziative volte ad aumentare il proprio ruolo a livello internazionale (fra cui l’incremento della spesa militare, l’introduzione del nuovo sistema di leva, la formulazione della prima strategia militare), questa sconfitta mostra quanto, allo stesso tempo, molti Stati non le attribuiscano il ruolo che essa cerca. Inoltre, simili iniziative non possono supplire alle criticità prima menzionate rispetto alla postura mostrata della Germania in merito alle guerre degli ultimi anni. A ciò, inoltre, si aggiunge la preoccupazione di molti governi europei rispetto al piano per il rafforzamento del Bundeswehr. Se la Germania vuole esercitare un peso maggiore a livello internazionale, in linea con i principi esposti nella sua candidatura per il 3 giugno, dovrà dunque mostrare maggiore chiarezza – a parole e fatti – nell’elaborare una politica estera coerente, che dia fiducia agli alleati e credibilità internazionale, risolvendo quindi le criticità recentemente mostrate.Nel frattempo, Merz ha già annunciato un nuovo tentativo di candidatura per il biennio 2035/2036: resta quindi da vedere se le iniziative che la Germania intraprenderà nei prossimi otto anni le consentiranno di raggiungere un esito diverso per questo appuntamento.

Esplosione al porto di Constanța: implicazioni strategiche per la Romania e il sistemaDanubio-Mar Nero

Alle 10:28 ore locali di venerdì 5 giugno 2026, si è registrata un’esplosione all’ormeggio 78 del porto di Costanţa, in Romania, dove non si registrano morti o feriti. Circa tre ore e mezza dopo si sono registrate altre tre esplosioni: una nella stessa zona e due nei pressi del confine con l’Ucraina, sul versante di Kyiv. Su X, il Presidente della Repubblica rumena, Nicuşor Dan, ha affermato che l’evento è conseguenza della vicinanza del Paese al teatro di guerra in Ucraina rimanendo prudente nelle dichiarazioni. L’Ispettorato Generale per le situazioni di emergenza ha proceduto con un piano di evacuazione dei cittadini che ha coinvolto oltre un migliaio di persone, limitando l’accesso alla zona per permettere lo sviluppo di indagini approfondite.

A livello internazionale, le reazioni sono state molteplici. Le istituzioni europee hanno espresso vicinanza a Bucarest condividendo le affermazioni di Dan riguardo l’accaduto. La Russia, tramite un comunicato della propria ambasciata a Bucarest, ha additato l’Ucraina come responsabile dell’esplosione accusandola di terrorismo. L’autorità navale di Kyiv si sono messe in contatto con quelle rumene, chiarendo che i droni impiegati avevano lo scopo di pattugliare l’area ma che, a causa delle operazioni di jamming del Cremlino, ne era stato perso il controllo per poi autodetonarsi. La ricostruzione è stata confermata dal Ministero della Difesa, Radu Miruță, lamentando il fatto che Kyiv non abbia avvisato tempestivamente le autorità locali. L’autorità navale ucraina smentisce tale ricostruzione, affermando di aver informato la Romania in tempo utile e sottolineando come la messa in sicurezza dell’area sia stata possibile grazie alla cooperazione tra i due Paesi, evitando così vittime. 

L’episodio di Constanța evidenzia ancora una volta la vulnerabilità della Romania nel contesto del fronte orientale, dove il Mar Nero assume un’importanza strategica crescente. L’evento non può essere letto come un episodio isolato ma si inserisce in un quadro di sicurezza fluvio-marittima ed energetica, in cui infrastrutture critiche e rotte strategiche tendono a sovrapporsi nello stesso spazio operativo. L’area dell’esplosione è avvenuta nello stesso settore del Mar Nero in cui ricadono le infrastrutture energetiche offshore rumene tra cui il progetto Neptun Deep il più grande piano di estrazione di gas naturale dell’Ue la cui entrata in funzione è prevista nel 2027.

Da Galaţi a Constanța passando per il Danubio

La dinamica dell’evento richiama immediatamente alla memoria quanto accaduto il 28 maggio scorso a Galaţi. Infatti, in quel caso, un drone attribuito a Mosca si è schiantato contro un appartamento provocando un incendio e due feriti. Tuttavia, l’esplosione di Galați appare come un episodio più serio e riconducibile a un effetto collaterale di un bombardamento russo rivolto ai porti ucraini sul Danubio. Al contempo, l’operazione rientra nell’ambito di una più ampia dinamica di pressione strategica, motivo per cui in quel momento Bucarest ha valutato l’attivazione dell’articolo 4 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Di contro, quanto accaduto il 5 giugno, è stato causato dal jamming, una tecnica cyber che sfrutta segnali satellitari falsi per deviare i velivoli. Tale dinamica rende l’episodio più assimilabile agli incidenti accaduti nei cieli delle Repubbliche Baltiche negli ultimi tre mesi, sebbene il loro impatto sia stato materialmente modesto.

L’esplosione avvenuta al porto di Constanța rivela un teatro della drone warfare meno mainstream ma altrettanto rilevante ossia il corridoio Danubio-Mar Nero. Dal 2022 ad oggi, la Russia è ricorsa a droni navali in due occasioni: l’attacco al ponte Zakota sull’estuario del fiume Dnestr il 10 febbraio 2023 e quello alla nave ucraina Simferopol sul ramo Chilia del Danubio il 28 agosto 2025Questi due episodi avevano mostrato la necessità di rafforzare la difesa del corridoio attraverso la cooperazione con i partner europei e, in special modo, l’Ucraina. Specialmente dopo il 2022 ma anche dopo l’annessione della Crimea del 2014, Bucarest ha cercato di elevare il Danubio–Mar Nero a priorità strategica presso le istituzioni atlantiche temendo gli effetti destabilizzanti dell’influenza di Mosca nella vicina Moldova e la presenza di un conflitto vicino ai suoi confini.

Una possibile minaccia futura per il progetto “Neptun Deep”?

In tale contesto, il Mar Nero rappresenta uno spazio di competizione strategica tra attori regionali e internazionali che si è ulteriormente inasprita con l’avvio del progetto Neptun Deep da parte della Romania. La rilevanza energetica di questa operazione ha infatti contribuito ad accrescere il valore strategico dell’area, rendendola un ulteriore terreno di confronto verso la Russia. Il progetto è destinato a modificare significativamente gli equilibri energetici della regione. Situato nel settore romeno del Mar Nero, a profondità comprese tra i 100 e i 1.700 metri, il giacimento contiene circa 100 miliardi di metri cubi di gas naturaleconfigurandosi come una delle più consistenti riserve energetiche dell’Ue. L’avvio della produzione, previsto per il 2027, consentirebbe alla Romania di affermarsi come principale produttore di gas naturale dell’Ue. Tali elementi contribuiscono ad alimentare una narrazione secondo cui la Russia potrebbe percepire il progetto Neptun Deep come una potenziale minaccia ai propri interessi energetici. La crescente rilevanza strategica della Romania nel Mar Nero è stata recentemente riconosciuta anche dalla NATO.

Il 19 marzo 2026, il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, ha sottolineato come Bucarest stia assumendo un ruolo sempre più centrale nella sicurezza del fianco orientale, definendola di fatto un punto di riferimento per la presenza dell’Alleanza nella regione del Mar Nero. In tale contesto, la NATO ha annunciato il rafforzamento dell’operazione Eastern Sentry, avviata nel 2025 in risposta alle incursioni di droni russi nello spazio aereo romeno. In questo scenario, una particolare attenzione è rivolta al progetto Neptun Deep, le infrastrutture offshore del giacimento collocate nella zona economica esclusiva romena. Sebbene ricadano sotto la giurisdizione economica della Romania, esse non beneficiano automaticamente delle garanzie di difesa collettiva previste dall’Articolo 5 della NATO per il territorio degli Stati membri, configurando così una potenziale vulnerabilità nel contesto della sicurezza del Mar Nero.

Un eventuale attacco contro piattaforme o condotte potrebbe generare ritardi nei lavori, aumentare i costi assicurativi e scoraggiare gli investimenti, con possibili ripercussioni sui piani europei di diversificazione energetica e riduzione della dipendenza dalle forniture russe. L’incremento dell’autonomia energetica europea e la prospettiva di una progressiva riduzione della dipendenza dal gas russo rappresentano, de factofattori suscettibili di incidere sugli equilibri della regione. Sebbene gli attacchi non abbiano colpito direttamente infrastrutture legate al progetto, sollevano tuttavia interrogativi riguardo il possibile legame, seppur indiretto, tra la crescente rilevanza di Neptun Deep e il persistente interesse russo nell’area.

Conclusione


Al di là della dinamica dell’episodio, Constanța conferma la progressiva estensione degli effetti del conflitto ucraino nello spazio fluvio-marittimo del Mar Nero e del Danubio. Bucarest si conferma strutturalmente vulnerabile per effetto della configurazione dello spazio strategico in cui è collocato: integrato nelle istituzioni euro-atlantiche ma esposto alle vulnerabilità dei teatri geografici limitrofi. La sovrapposizione tra infrastrutture civili, rotte logistiche e asset energetici offshore contribuisce a rendere l’area particolarmente sensibile, soprattutto in relazione allo sviluppo di progetti strategici come Neptun Deep. L’evento conferma la crescente centralità del Mar Nero nel quadro di sicurezza euro-atlantico.

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Un mondo vivibile è possibile, il problema sono i miliardari

6 Giugno 2026 ore 00:10

Il futuro è sempre visto come una condanna già scritta: più caldo, più disuguaglianza, più lavoro, più ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi; un pianeta sempre più difficile da abitare e una società sempre più difficile da tenere insieme. Ma il Global Justice Report del World Inequality Lab ribalta questa narrazione.

Secondo il rapporto, un mondo più uguale e ancora vivibile è materialmente possibile, l’umanità potrebbe aumentare il tenore di vita, ridurre le disuguaglianze e mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi entro la fine del secolo. La felicità di una società non si misura soltanto con il PIL, si misura con il tempo libero, la salute, l’istruzione, la sicurezza economica e la qualità dell’ambiente in cui si vive. Una buona vita può richiedere meno consumo materiale e più servizi essenziali, meno estrazione e meno spreco.

Il rapporto indica una riduzione drastica dell’orario di lavoro, fino a circa 1.000 ore l’anno, l’equivalente di una settimana di due giorni e mezzo; chiede di spostare gli investimenti dai settori più pesanti, come industria e miniere, verso istruzione e sanità, attività che consumano molta meno energia e molti meno materiali; prevede anche una riduzione del consumo di carne rossa, tra i fattori legati alla deforestazione e alla distruzione degli ecosistemi.

Secondo il rapporto i redditi dell’89% della popolazione mondiale raddoppierebbero entro il 2100. La quota di ricchezza detenuta dai miliardari, oggi pari a circa il 6% della ricchezza globale, scenderebbe allo 0,05%. Il 50% più povero dell’umanità passerebbe invece dal 2% al 30% della ricchezza globale. Per finanziare questa trasformazione, il rapporto immagina un Fondo globale per la giustizia, alimentato da una forte tassazione dei patrimoni più grandi e da una nuova architettura finanziaria internazionale. Le risorse servirebbero a sostenere la transizione energetica, la sanità, l’istruzione e l’adattamento climatico, soprattutto nei Paesi del Sud globale.

Thomas Piketty, tra i coordinatori del progetto, sostiene che la strada attuale porta verso più combustibili fossili, più ricchezza concentrata, più rabbia sociale e più instabilità politica. Il rapporto usa una parola quasi dimenticata nell’economia contemporanea: “sufficienza”.  Significa vivere bene senza trasformare ogni bisogno in consumo e ogni consumo in distruzione.

Il rapporto mette insieme crisi climatica e disuguaglianza. Una transizione ecologica pagata dai lavoratori fallisce, una politica sociale che ignora i limiti del pianeta fallisce, lq giustizia climatica funziona quando diventa anche giustizia economica.

Un mondo vivibile dunque è possibile, serve decidere per chi vogliamo costruirlo, per l’umanità o per quello 0,001% che oggi concentra una quota enorme della ricchezza globale, parliamo di meno di 60.000 persone, una élite capace di possedere tre volte la ricchezza della metà più povera del pianeta, in cima a questa piramide ci sono nomi noti, Elon Musk, Larry Page, Larry Ellison, Sergey Brin, Jeff Bezos, Michael Dell, Mark Zuckerberg, Jensen Huang, Bernard Arnault e Warren Buffett.

Secondo il rapporto, la quota di ricchezza globale detenuta dai miliardari dovrebbe scendere dal 6% allo 0,05%, mentre il 50% più povero dell’umanità dovrebbe salire dal 2% al 30%. In mezzo c’è la scelta politica del secolo, lasciare che la crisi climatica venga pagata da chi ha meno, oppure usare la ricchezza accumulata in cima alla piramide per finanziare sanità, istruzione, transizione energetica e una vita più libera dal lavoro inutile.

A noi la scelta.

 

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