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Ricevuto — 15 Ottobre 2026 ⏭ Feed RSS di lantidiplomatico.it

Segnali di rivolta sociale nel Mezzogiorno

 

di Alessandro Volpi

 

Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni  ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l'autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale. 

La protesta che attraversa il mondo agricolo e dell'autotrasporto nasce dalla profonda sproporzione tra i prezzi di vendita all'origine e il costo finale del cibo al consumo. Un agricoltore riceve per prodotti di base come grano, latte o ortofrutta compensi inferiori ai costi sostenuti per coltivarli o raccoglierli, mentre sugli scaffali della grande distribuzione i consumatori pagano tariffe moltiplicate di cinque o sei volte. 

Le cause risiedono nei passaggi intermedi della filiera agroalimentare, dove intermediari, piattaforme logistiche e la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono prezzi d'acquisto al ribasso attraverso aste al doppio ribasso e contratti capestro, scaricando sugli agricoltori i rischi di impresa e l'inflazione energetica. 

A questo scenario si intreccia la mobilitazione degli autotrasportatori, in particolare dei piccoli cottimisti e padroncini monoveicolo, strozzati dal recente impennarsi del prezzo del gasolio e dal taglio delle agevolazioni sulle accise. Per un piccolo operatore con pochi tir, un aumento continuo del carburante trasforma ogni viaggio in una perdita netta, non riuscendo a scaricare i maggiori costi sui committenti o sui colossi della logistica, che impongono tariffe fisse e rigide. 

L'esplosione di questa crisi si avverte con particolare violenza al Sud Italia per ragioni strutturali, geografiche e industriali. Il Mezzogiorno sconta un isolamento infrastrutturale gravissimo, una dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma e mercati agricoli storicamente soggetti a speculazioni sulle materie prime importate via mare. 

Inoltre, nel Sud la vertenza si lega a stretto filo alla crisi dell'ex Ilva di Taranto. Le proteste degli operai e dell'indotto siderurgico, sommate ai blocchi degli autotrasportatori, hanno cinto d'assedio snodi nevralgici come la raffineria Eni di Taranto e le principali arterie stradali meridionali. 

L'ex Ilva rappresenta non solo l'ennesimo dramma occupazionale e industriale senza soluzione, ma anche una tessera fondamentale dell'economia locale dove ditte di trasporto dell'indotto vantano crediti non saldati, unendo la rabbia siderurgica a quella della terra e dei trasporti. Ma la rabbia del Mezzogiorno affonda le sue radici in un quadro di sofferenza economica ancora più ampio ed articolato. 

A minare la tenuta sociale del Meridione si aggiungono la drammatica desertificazione bancaria e la contrazione del credito alle piccole imprese, che privano gli imprenditori locali della liquidità necessaria per sopravvivere. 

Parallelamente, il progressivo smantellamento delle misure di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti nell'innovazione tecnologica e nella transizione ecologica generano un senso di abbandono da parte delle istituzioni. 

La persistente disoccupazione giovanile e il conseguente spopolamento demografico impoveriscono il tessuto sociale, lasciando un territorio privo di forza lavoro qualificata e di prospettive. 

A tutto ciò si somma la piaga del lavoro nero e del caporalato, che altera la concorrenza sleale e schiaccia le aziende rispettose delle regole, e il divario nei servizi essenziali come sanità e trasporti locali.

Non è un caso allora che stiano scoppiando rivolte sociali, a cui questa politica sembra incapace di dare rappresentanza; una ribellione sorda e dura che mette in luce l'assenza di democrazia reale in terre dove vota meno del 40% degli aventi diritto, una parte dei quali appartiene direttamente o indirettamente ad un vero e proprio ceto politico,

Maduro respinge le accuse di Washington: «Sono false»

Nicolás Maduro non arretra e respinge tutte le accuse formulate dalla giustizia statunitense. Il legittimo presidente venezuelano in carica e la moglie Cilia Flores sono comparsi il 15 ottobre davanti al giudice Alvin Hellerstein, presso il tribunale federale di New York, per rispondere a nuovi capi d’imputazione relativi alla presunta cospirazione per commettere torture. «Queste sono accuse false contro di me», ha dichiarato Maduro davanti al giudice, ribadendo poi di respingere integralmente l’atto d’accusa. Flores ha affermato a sua volta: «Sono completamente innocente». Le nuove contestazioni, presentate dalla Procura l’8 ottobre, si aggiungono alle precedenti accuse di narcotraffico e possesso di ordigni distruttivi.

La difesa considera questa evoluzione una manovra per mantenere in piedi un procedimento segnato da gravi problemi giuridici. Non è un dettaglio secondario che l’accusa abbia dovuto abbandonare il riferimento al cosiddetto ‘Cartel de los Soles’ come organizzazione diretta da Maduro, una delle principali argomentazioni utilizzate da Washington nella campagna contro Caracas, caduta perché infondata. Il punto centrale resta però la legittimità stessa dell’intero processo. Maduro e Flores sono stati sequestrati il 3 gennaio, durante l’aggressione militare statunitense contro il Venezuela, che ha provocato oltre cento morti tra civili e militari e un numero analogo di feriti. Trasferiti con la forza negli Stati Uniti e detenuti a Brooklyn, contestano la legalità della loro cattura e la competenza dei tribunali statunitensi.

Maduro si è definito un «prigioniero di guerra» e invoca l’immunità spettantegli in quanto capo di Stato in carica. Anche la situazione di Cilia Flores solleva interrogativi. Il giudice Hellerstein ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dai suoi legali, nonostante le preoccupazioni per le sue condizioni di salute, i problemi cardiaci denunciati dalla difesa e una perdita di peso superiore agli undici chilogrammi durante la detenzione. La motivazione del magistrato è un presunto rischio di fuga. A complicare ulteriormente la vicenda sono le contestazioni dei legali sulle restrizioni imposte al finanziamento della difesa da parte del governo venezuelano, considerate una violazione del diritto a un’adeguata assistenza legale. Il processo è stato rinviato al 14 giugno 2027, mentre una nuova udienza è fissata per il 17 dicembre, quando saranno esaminate le richieste della difesa di archiviare il caso.

Nel frattempo, le manifestazioni di solidarietà organizzate davanti al tribunale di Manhattan testimoniano come la vicenda abbia ormai superato i confini di un procedimento penale, diventando una protesta contro la tracotanza dell’imperialismo statunitense. Il caso Maduro-Flores si inserisce nella più ampia offensiva statunitense contro la sovranità della Repubblica Bolivariana.

La guerra culturale degli Usa contro l'Europa

 

di Alessandro Bartoloni 

 

La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche solo pensabile. Questo articolo è frutto della lettura di alcuni testi che hanno trattato direttamente questo tema, come Perché l’occidente odia la Russia di Hauke Ritz, La guerra fredda culturale di Frances Conor Staunders, e Who paied the pipers of western marxism, di Gabriel Rockhill.

Fabbricare il consenso in Europa

Nel secondo dopoguerra, Washington aveva un problema enorme. La sua travolgente superiorità economica non bastava a garantirgli un’egemonia automatica sul piano culturale. L’Europa devastata dal conflitto non guardava all'America come a un faro indiscutibile: i partiti comunisti e socialisti avevano un radicamento di massa, i sindacati erano forti e il marxismo costituiva l'ossatura teorica dei principali intellettuali del continente. Per molti europei, dalle macerie del fascismo non doveva nascere un capitalismo all'americana, ma una società profondamente diversa.

Per la Casa Bianca e per gli apparati di sicurezza statunitensi, questo scenario era una minaccia intollerabile. Se un'intera sponda dell'Atlantico continuava a mettere in discussione il libero mercato, il progetto di dominio globale americano rischiava di crollare sul nascere. La risposta fu immediata e spietata: trasformare la cultura, la ricerca universitaria, il giornalismo e l'arte in vere e proprie prolunghe della propria politica estera.

La CIA e il mercato dell'intelligence intellettuale

L'operazione più plateale di questa ingegneria del consenso fu il Congress for Cultural Freedom (CCF), fondato nel 1950. Sotto l'ipocrita bandiera della "difesa della libertà intellettuale" contro l'autoritarismo sovietico, gli Stati Uniti costruirono una sterminata rete di copertura finanziata in gran segreto dalla CIA. Attraverso fondazioni fantoccio, Washington ha pompato milioni di dollari per finanziare mostre, saggistica, convegni e riviste prestigiose in mezza Europa — come Encounter nel Regno Unito, Preuves in Francia o Tempo presente in Italia.

Il punto centrale non era fare propaganda becera, che avrebbe insospettito chiunque. Il metodo americano è stato ben più raffinato e perverso: cooptare gli intellettuali, stabilire quali temi fossero dignitosi da dibattere e premiare chiunque indirizzasse la propria critica esclusivamente contro Mosca. Quando nel 1967 lo scandalo dei fondi CIA venne a galla, la maschera cadde, ma il danno era ormai fatto. L'America era riuscita a dimostrare che l'egemonia non si impone con i carri armati, ma comprando gli spazi di visibilità e distribuendo prestigio a chi fa il gioco del potere.

L'astrazione come dottrina e la trasformazione della sinistra

Lo stesso meccanismo fu applicato alle arti visive. Prendiamo l'espressionismo astratto di Jackson Pollock: il governo americano e le sue fondazioni sponsorizzarono ed esportarono in tutto il mondo questa pittura priva di contenuti sociali espliciti. Perché? Perché serviva come perfetta arma ideologica. La totale assenza di critica sociale nella pittura astratta veniva sventolata come l'emblema della "libertà occidentale", in contrapposizione al grigio realismo socialista sovietico. L'arte smetteva di contestare la realtà e diventava un manifesto pubblicitario dell'american way of life.

Ma il capolavoro politico degli apparati statunitensi è stato un altro: la domesticazione della sinistra occidentale. Capito che era impossibile eradicare l'aspirazione alla giustizia sociale, gli strateghi di Washington lavorarono per separare la critica sociale dalla contestazione del capitalismo. Si doveva finanziare e promuovere una sinistra "compatibile": una sinistra ferocemente antisovietica che finisse per accettare la proprietà privata e l'impianto liberale come orizzonti unici e insuperabili.

Contemporaneamente, il linguaggio politico venne sistematicamente manipolato. Attraverso un'accorta selezione di concetti filosofici e opere letterarie, il fascismo e il comunismo vennero infilati nello stesso calderone del "totalitarismo". Il risultato ideologico fu perfetto: l'ordine capitalistico e liberale non veniva più percepito come un sistema storicamente ingiusto e pieno di contraddizioni, ma come l'unico baluardo possibile contro la barbarie. Chiunque provasse a mettere in discussione le basi economiche del modello americano veniva automaticamente bollato come complice del totalitarismo.

L'eredità coloniale del pensiero unico

Con il crollo dell'Unione Sovietica, la narrazione occidentale ha decretato la "fine della storia", ma le tecniche di manipolazione culturale affinate dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda non sono affatto andate in pensione. Oggi assistiamo allo stesso identico schema: la complessa realtà geopolitica globale viene costantemente ridotta a un manicheo e infantile scontro morale tra "democrazie" e "autocrazie".

Dietro questa patina etica si nascondono gli stessi identici interessi strategici ed economici di sempre. Ogni paese che rifiuta l'allineamento ai desiderata americani viene squalificato sul piano morale prima ancora che politico, rendendo impossibile qualsiasi analisi seria delle responsabilità e degli imperialismi occidentali.

La vera tragedia della guerra culturale condotta dagli Stati Uniti è che ha finito per sterilizzare il pensiero critico anche a casa nostra. Trasformando la cultura in un’arma di distrazione di massa e in uno strumento di propaganda geopolitica, l'Occidente ha perso la propria autonomia intellettuale. Abbiamo importato le categorie concettuali di Washington, finendo per scambiare la nostra subordinazione culturale per libertà di pensiero.

 

 

Putin parla dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie

 

"La Russia risponderà agli attacchi ucraini contro le sue raffinerie di petrolio e altre infrastrutture energetiche e logistiche". Lo ha affermato giovedì Vladimir Putin, denunciando le azioni del regime di Kiev che vanificano ogni tentativo di cosiddetta tregua energetica mediata recentemente dagli Stati Uniti. 

Prima di dare il via alle aggressioni contro obiettivi energetici e commerciali, a Kiev «avrebbero dovuto pensare alle conseguenze», ha ammonito il leader russo intervenendo giovedì con una dichiarazione ripresa dai media russi dopo i nuovi attacchi ucraini. «Non avrebbero dovuto iniziare», ha proseguito.

«Abbiamo dovuto far fronte alle azioni del nemico contro le nostre piattaforme [di e-commerce], sia Wildberries che Ozon. A proposito, continuano a compiere mosse che, francamente, avremmo dovuto prevedere, ma pensavamo che non gli sarebbero venute in mente. Gli sono venute in mente, e stiamo iniziando a rispondere”, ha sottolineato Putin. “Poi si rivolgono immediatamente ai loro sostenitori per chiedere loro di fermarci. È successo così con gli impianti energetici. Hanno tentato di attaccare nostre raffinerie. Ora hanno colpito alcuni siti. Niente di particolarmente grave, ma, nonostante ciò, vanno avanti», ha proseguito.

Lo stesso vale per le piattaforme di e-commerce, ha spiegato il leader. «Hanno fatto il primo passo. Abbiamo iniziato a rispondere. Ora stanno dando fastidio anche al settore energetico e ad altre infrastrutture, come i centri dati, ecc. Hanno iniziato loro. Non avrebbero dovuto farlo. Prima di compiere quel passo, avrebbero dovuto riflettere adeguatamente sulle conseguenze», ha concluso il presidente russo. 

La rivoluzione della logistica in Cina: 100 miliardi di consegne trainate da droni e Intelligenza Artificiale

 

di Han Xin, Quotidiano del Popolo

Il settore cinese delle consegne espresse sta entrando in una nuova fase di trasformazione e ammodernamento. Nella prima metà del 2026, il comparto ha gestito 100 miliardi di pacchi, registrando un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, mentre il fatturato ha superato i 770 miliardi di yuan (114,82 miliardi di dollari), segnando una crescita del 7,3%. In particolare, per la prima volta in un periodo di sei mesi, la crescita dei ricavi ha superato la crescita dei volumi di spedizione, segnalando un riallineamento strutturale del mercato.

Questa tendenza trova un chiaro riscontro nei recenti resoconti finanziari dei principali corrieri quotati in borsa. SF Express ha registrato un incremento del 9,3% su base annua dell'utile netto (al netto di guadagni e perdite una tantum), mentre YTO Express, Yunda Express e STO Express hanno riportato, nello stesso periodo, una crescita dell'utile netto di pertinenza degli azionisti superiore al 70%.

Poiché la redditività supera costantemente l'espansione dei volumi, la tradizionale strategia del settore, che prevedeva il sacrificio dei margini a favore della quota di mercato, sta lasciando il posto a un modello più sostenibile. Ciò segna una svolta decisiva verso l'efficienza operativa e una crescita basata sul valore.

Ma come si sta concretizzando questa transizione e quali saranno i fattori trainanti della prossima fase di espansione? I principali operatori logistici hanno delineato le proprie strategie di adattamento in risposta a questi interrogativi.

L'innovazione tecnologica è al centro di questa trasformazione. A giugno, JD Logistics – la divisione logistica del colosso dell'e-commerce JD.com – ha avviato la più vasta rete cinese di consegne tramite droni in aree rurali, operante nella contea di Zizhong, nella provincia del Sichuan. Il sistema serve attualmente 131 villaggi amministrativi, recapitando pacchi a comunità montane remote in appena sette minuti.

Presso il centro di smistamento postale di Jianggao, a Guangzhou, nella provincia del Guangdong, gli operatori umani collaborano con otto robot umanoidi lungo le linee di smistamento automatizzate. Queste macchine prelevano, ruotano e posizionano i pacchi con estrema fluidità, raggiungendo una velocità di 800 unità all'ora.

"Una parte significativa della crescita degli utili del settore registrata nella prima metà del 2026 deriva dalla maturazione degli investimenti nelle infrastrutture digitali effettuati negli anni precedenti", ha spiegato Yu Rao, ingegnere senior presso il Centro di Ricerca e Sviluppo dell’Ufficio Postale Statale. L'esperto ha sottolineato come l'intelligenza artificiale sia sempre più integrata nella filiera logistica, con l'adozione capillare di droni e veicoli di consegna autonomi che agiscono da fattori chiave per l'ottimizzazione dei costi e l'efficienza operativa.

Ad esempio, YTO Express ha introdotto una piattaforma di pianificazione dei percorsi basata sull'intelligenza artificiale, capace di analizzare i dati storici delle spedizioni e i costi operativi in ??tempo reale per ottimizzare gli itinerari di consegna. Solo nella prima metà del 2026, il sistema ha permesso all'azienda di ridurre le spese operative di circa 90 milioni di yuan.

Analogamente, ZTO Express ha puntato sull'automazione per l'assistenza clienti. Il suo sistema basato sull'intelligenza artificiale risolve ora autonomamente circa il 90% delle richieste post-vendita dei commercianti e il 70% delle domande dei destinatari, gestendo l'intero processo dall'apertura alla chiusura della pratica. "Oltre il 60% delle problematiche ricorrenti dei clienti viene ormai gestito integralmente dalla nostra piattaforma di servizi intelligente, con una significativa riduzione dei costi di manodopera", ha dichiarato Yang Wen, Chief Technology Officer di ZTO Express.

Anche l'automazione della flotta sta registrando una rapida espansione. Entro la fine di giugno, Yunda Express contava oltre 1.500 veicoli per consegne autonome nella propria rete, un incremento di più di 1.000 unità rispetto all'anno precedente. La standardizzazione delle operazioni autonome su larga scala ha ridotto del 30% i costi di trasporto presso i centri di distribuzione locali.

Nell'intero settore postale e dei corrieri, l'adozione di tecnologie avanzate, tra cui assistenza clienti basata sull'IA, smistamento automatizzato, controlli di sicurezza intelligenti, sorveglianza tramite visione artificiale e ottimizzazione dinamica dei percorsi, sta subendo un'accelerazione. A livello nazionale, il settore impiega attualmente oltre 16.000 veicoli per consegne autonome e più di 400 droni dedicati alla logistica dell'ultimo miglio.

"Nel corso del 15° Piano Quinquennale (2026-2030), accelereremo l'integrazione di tecnologie all'avanguardia nel settore logistico e svilupperemo nuovi motori di crescita economica", ha affermato Xu Huarong, vicedirettore generale del Dipartimento Politiche e Regolamentazione dell’Ufficio Postale Statale.

Gli indicatori di performance finanziaria evidenziano inoltre un aumento generalizzato del ricavo medio per pacco a partire dall'inizio del 2026.

"Gli sforzi normativi costanti per arginare una concorrenza sui prezzi spietata sono stati determinanti nell'invertire questa tendenza", ha aggiunto Yu. In seguito a un simposio tenutosi nel luglio 2025 e promosso dell’Ufficio Postale Statale, che ha imposto il rispetto delle norme sulla leale concorrenza, le note guerre dei prezzi del settore si sono progressivamente attenuate. Le tariffe medie di consegna sono gradualmente aumentate, consentendo alle aziende di ripristinare margini di profitto soddisfacenti.

Gli analisti del settore rilevano che la tradizionale dipendenza dai picchi di volume generati dall'e-commerce ha raggiunto una fase di stallo. Di conseguenza, diversificare i flussi di ricavi oltre la vendita al dettaglio online è diventato un imperativo strategico fondamentale per i principali corrieri.

Da dove arriverà, dunque, la prossima ondata di crescita? Emergono due direttrici principali:

--Ampliamento degli scenari di servizio

JD Logistics sta andando oltre la semplice consegna di pacchi per offrire soluzioni di supply chain su misura. L'azienda fornisce oggi strategie di fulfillment personalizzate per i produttori di elettrodomestici, nonché servizi integrati di stoccaggio e consegna dell'ultimo miglio per supermercati e rivenditori che gestiscono vendite omnicanale. Nella prima metà del 2026, la sua divisione dedicata alla supply chain integrata ha generato ricavi per 59,4 miliardi di yuan, un incremento del 18,5% su base annua, affermandosi come principale motore di crescita.

Analogamente, SF Express ha introdotto servizi logistici specializzati, tra cui il trasporto dedicato di attrezzature per sport invernali e un servizio di spedizione bagagli porta a porta che consente ai turisti di viaggiare senza ingombri. Intercettando esigenze dei consumatori finora insoddisfatte, l'azienda è riuscita a penetrare segmenti di nicchia come il turismo culturale, le fiere commerciali e il commercio al dettaglio specializzato. Questi servizi differenziati e ad alto valore aggiunto stanno dando vita a quella che i dirigenti definiscono una "seconda curva di crescita".

-- Espansione sui mercati nazionali e globali

A livello internazionale, YTO Express sta ampliando la propria presenza transfrontaliera, lanciando 170 rotte di trasporto aereo merci che coprono gran parte dell'Asia e si estendono fino all'Europa dell'Est. Anche JD Logistics sta espandendo rapidamente la propria rete di magazzini all'estero: attualmente gestisce oltre 200 strutture (inclusi magazzini per la distribuzione diretta) in 26 Paesi e regioni, alimentando una crescita rapida e costante delle proprie attività internazionali.

Sul mercato interno, i corrieri si stanno rivolgendo a mercati meno serviti, situati in aree remote o in centri urbani di fascia inferiore. J&T Express sta penetrando nelle remote province occidentali, in particolare trasformando il centro di distribuzione di Yinchuan (nel Ningxia) in un hub logistico regionale intelligente, al fine di incrementare i volumi di spedizione nelle aree meno sviluppate. Yunda Express sta puntando con decisione sul commercio rurale, istituendo punti di raccolta a livello di villaggio nelle principali zone di produzione agricola e attivando corridoi merci dedicati per intercettare la crescente domanda locale.

Ha sottolineato che, man mano che la concorrenza si sposta verso la creazione di valore, il progresso tecnologico, la qualità dell'esperienza cliente e la diversificazione del mercato saranno i fattori determinanti per i leader del settore di prossima generazione.

"Dopo oltre un decennio di crescita esponenziale trainata dai soli volumi, il settore sta abbandonando il modello di espansione basato sulla velocità a ogni costo a favore di un approccio equilibrato, che attribuisce pari importanza alla qualità del servizio e all'efficienza operativa", ha concluso Yu.

 

Drone di JD Logistics impegnato in una missione di consegna a Kunshan, nella provincia del Jiangsu, nella Cina orientale. (Foto/Yuan Xinyu)

Veicolo per le consegne senza conducente circola per le strade di Yichang, nella provincia cinese centrale dello Hubei. (Foto/Zhang Guorong)

Dipendenti di Yunda Express smistano i pacchi su una linea di smistamento intelligente all'interno di un magazzino a Xinghua, nella provincia del Jiangsu, Cina orientale. (Foto/Zhou Shegen)

 

I numeri della "nuova rivoluzione industriale" della Cina

 

di Jin Sheping, Quotidiano del Popolo

 

A livello globale, un'auto su tre venduta oggi è prodotta in Cina. Dal 2013, le vendite di veicoli a nuova energia in Cina sono aumentate di oltre 930 volte, mentre la loro quota di mercato nel settore automobilistico è cresciuta di oltre 590 volte, dando vita a un'industria emergente in rapida espansione dal valore di migliaia di miliardi di yuan.

Il settore automobilistico è emblematico della più ampia crescita e modernizzazione dell'industria manifatturiera avanzata cinese.

Il valore aggiunto della produzione manifatturiera cinese occupa il primo posto al mondo da 16 anni consecutivi, rappresentando quasi il 30% del totale globale.

Nell'ultimo decennio, il valore aggiunto della produzione nei settori dell'alta tecnologia e della fabbricazione di macchinari e attrezzature è cresciuto a tassi medi annui rispettivamente del 10% e dell'8% circa.

La Cina detiene oggi una posizione di leadership globale in settori quali il fotovoltaico, le telecomunicazioni, l'alta velocità ferroviaria e la cantieristica navale, mentre la robotica, l'intelligenza artificiale e il settore farmaceutico innovativo stanno registrando una rapida accelerazione.

Mentre l'economia cinese si orienta verso una crescita di alta qualità trainata dall'innovazione, la manifattura avanzata è diventata un pilastro fondamentale di questa transizione.

In un contesto di cambiamenti globali senza precedenti e di una nuova ondata di trasformazione industriale, la Cina sta attraversando una fase cruciale di ristrutturazione economica. Per garantire stabilità e sostenibilità a lungo termine, il Paese sta puntando con decisione sull'espansione e sul perfezionamento delle proprie capacità manifatturiere avanzate.

Persino un singolo foglio di lamina d'acciaio ultrasottile esemplifica la raffinatezza dell'evoluzione manifatturiera cinese.

Nella provincia dello Shanxi, una sussidiaria della Taiyuan Iron & Steel (Group) Co., Ltd. produce nastri in acciaio inossidabile di precisione attraverso processi completamente automatizzati: laminazione, pulizia, lucidatura, spianatura, taglio longitudinale e imballaggio. Lo spessore minimo di questi materiali, noti comunemente come "hand-rip steel", è stato ridotto da 0,02 mm a 0,015 mm. Passate con successo dalla fase di ricerca e sviluppo alla produzione commerciale su larga scala, queste leghe di alta gamma sono oggi commercializzate a prezzi paragonabili a quelli dei metalli preziosi.

Per sostenere tale progresso, la Cina punta sui fattori chiave della manifattura "avanzata", superando strategicamente la fase intermedia dell'assemblaggio per catturare maggior valore alle due estremità della filiera di approvvigionamento globale: dall'innovazione e dal design fino al branding e ai servizi.

L'intelligenza sta rimodellando il panorama industriale cinese.

Sfruttando tecnologie digitali all'avanguardia, il Paese ha realizzato oltre 56.000 fabbriche intelligenti di livello base, più di 9.000 di livello avanzato e oltre 500 di livello di eccellenza, sviluppando al contempo 15 fabbriche intelligenti di riferimento. Grazie all'integrazione di intelligenza artificiale di nuova generazione, analisi dei big data e infrastrutture cloud, queste realtà pongono la Cina all'avanguardia nella digitalizzazione industriale globale.

L'innovazione globale nel campo dell'IA sta attraversando una fase di eccezionale dinamismo. Puntando sulla trasformazione intelligente, la Cina ha fatto della produzione intelligente di nuova generazione una priorità strategica, approfondendo l'iniziativa "IA + manifattura" e promuovendo una trasformazione digitale e intelligente capillare in un numero sempre maggiore di settori e imprese.

Anche la sostenibilità riveste un ruolo cruciale per aprire nuove prospettive di crescita.

Lo sviluppo verde è divenuto un tratto distintivo della manifattura avanzata. La Cina conta oggi oltre 8.000 fabbriche "verdi" riconosciute a livello nazionale, mentre settori quali i pannelli solari, le batterie per veicoli elettrici e le tecnologie per il risparmio energetico e la tutela ambientale hanno acquisito un vantaggio competitivo precoce sui mercati emergenti.

Guidata da un fermo impegno per la tutela ambientale, la Cina promuove simultaneamente la transizione ecologica dell'industria, l'innovazione tecnologica e l'ottimizzazione strutturale. Questo approccio integrato sta consolidando progressivamente il vantaggio competitivo del Paese nelle tecnologie pulite e nelle industrie sostenibili.

Nuovi motori di crescita per l'industria vengono sviluppati anche attraverso una crescente integrazione.

L'integrazione intersettoriale rappresenta un altro catalizzatore fondamentale per il progresso industriale. Si pensi, ad esempio, agli occhiali dotati di intelligenza artificiale: essi combinano apprendimento automatico, microsensori e connettività wireless per offrire funzionalità quali traduzione in tempo reale, navigazione e riconoscimento vocale.

Analogamente, il parco Luogang a Hefei (nella provincia dell'Anhui) funge da banco di prova sul campo, ospitando oltre dieci diversi scenari applicativi, dal turismo culturale all'ispezione delle linee ferroviarie ad alta velocità, in cui le tecnologie emergenti possono dimostrare la propria sostenibilità commerciale.

Negli ultimi anni si sono registrati progressi significativi nei settori dell'informatica, dei materiali avanzati e delle biotecnologie. Tali innovazioni stanno convergendo sempre più, dando vita a prodotti altamente integrati ed ecosistemi applicativi poliedrici.

Attraverso un'integrazione strategica, la Cina sta promuovendo legami più stretti tra il comparto manifatturiero avanzato e quello dei servizi moderni. Questa sinergia accelera la commercializzazione di tecnologie e casi d'uso innovativi, accrescendo la creazione di valore lungo l'intera filiera produttiva, stimolando ricadute positive tra i diversi settori e infondendo un dinamismo costante nell'economia nel suo complesso.

L'espansione del settore manifatturiero avanzato richiede un approccio coordinato e sistemico. La Cina sta attuando politiche mirate e quadri istituzionali concepiti per tradurre gli obiettivi strategici in risultati misurabili.

La ricerca di base rimane il fondamento del progresso scientifico e della risoluzione di problemi tecnologici. Consapevole che la manifattura moderna dipende da solide basi scientifiche, la Cina sta perfezionando la propria struttura di ricerca e incrementando i finanziamenti per potenziare la scienza fondamentale e l'innovazione originale.

Parallelamente, il Paese sta intensificando gli sforzi per superare i colli di bottiglia nelle tecnologie critiche e fondamentali. Accelerando la trasformazione dei risultati della ricerca in applicazioni commerciali, la Cina favorisce il passaggio di soluzioni innovative dai laboratori alle linee di produzione e ai mercati di consumo, convertendo così le scoperte scientifiche in concreta produttività economica.

In ultima analisi, il successo di questa trasformazione industriale dipende da milioni di imprese. La sfida consiste nello sprigionare appieno il potenziale creativo e operativo dei diversi attori del mercato.

Per affrontare tale sfida, la Cina sta armonizzando l'efficienza del mercato con l'indirizzo strategico governativo, perfezionando i quadri istituzionali per garantire coerenza tra le politiche fiscali, tributarie, finanziarie, industriali e quelle in ambito scientifico-tecnologico. Risorse di alto valore — tra cui capitali, talenti qualificati e dati — vengono convogliate strategicamente verso la manifattura avanzata. Promuovendo un contesto imprenditoriale orientato al mercato, basato su regole certe e allineato agli standard internazionali, la Cina mira a costruire un ecosistema resiliente e favorevole all'innovazione, capace di sostenere il progresso industriale a lungo termine.

Linee di produzione intelligenti operano in modo efficiente presso un'azienda di componentistica automobilistica a Taicang, nella provincia del Jiangsu, Cina orientale. (Foto/Ji Haixin)

Operai ispezionano i prodotti in un reparto di produzione di fogli di rame di un'azienda di tecnologie per nuovi materiali a Yuncheng, nella provincia dello Shanxi, Cina settentrionale. (Foto/Jiang Hua)

Visitatrice straniera prova degli occhiali dotati di intelligenza artificiale alla World Manufacturing Convention 2026 a Hefei, nella provincia dell'Anhui, Cina orientale. (20 settembre 2026 - Foto/Fang Dongxu)

La guerra invocata in Parlamento (ed esaltata dai media)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

15 ottobre. La vomitevole sceneggiata di un canagliesco “gentlemen agreement”, da parte di individui che, continuando a definirsi “di sinistra” senza aver idea di cosa voglia dire e irridendo a ogni presupposto di classe, applaudono in parlamento all'intervento della presidente del consiglio, fotografa, purtroppo, l'obbrobrio di una “politica” fatta di abbracci e sorrisi “interpartitici” sulla pelle di lavoratori, pensionati, masse popolari. Dimostrando come le apparenti divisioni “politiche” non passino affatto per la salvaguardia degli interessi di classi contrapposte, ma seguano un percorso condiviso al servizio del profitto capitalistico, il furfantesco spettacolo andato in scena al Senato è stato diligentemente esaltato dai media bellicisti che, nel sostegno governativo ai nazigolpisti di Kiev, hanno trovato un'ulteriore occasione, da un lato, per plaudire ai farabutti che invocano più armi alla junta ucraina e, dall'altro, per bacchettare il presidente yankee, sentendosi le spalle coperte dalla “politica” delle buone maniere, ansiosa di mostrare il proprio apprezzamento anche ai fascisti.

Così, anche senza scadere nei miasmi dei torquemadisti pannelliani de Linkiesta, che accusano chi non ha apprezzato «le frasi della premier sull’Ucraina» su un fantomatico «ritorno di un imperialismo di stampo sovietico», qualunque cosa voglia dire, ecco che il signor Alessandro De Angelis, su La Stampa, si lancia in una omelia sul «sostegno a Kiev» che, sostiene, «non è un atto di carità, ma una questione fondamentale di valori, per quel che rappresenta la resistenza di un popolo oppresso, e di sicurezza. Lì si difendono i nostri confini». Giullare euroguerrafondaio, che si genuflette alla fascista di governo lacrimando che «l’Europa che rinuncia a Kiev è declamazione priva di una responsabilità. Significa assecondare il disegno di Trump e di Putin sulla pelle di un popolo che lotta per la libertà». La “libertà” di esser mandato al macello o di fare la fame, schiavizzato da una regime nazigolpista sostenuto da UE e NATO. Quindi, commozione sul Corriere della Sera per le parole della presidente del consiglio, secondo cui sarebbe rischioso il “diesel deal” annunciato da Trump e «il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le bombe continuano a cadere». Come fanno del resto i droni di Kiev che fanno vittime nella regione di Belgorod: ma, su ciò, silenzio; mentre è ineguagliabile il pathos del fogliaccio milanese per il finale, allorché «all’applauso, scrosciante, della maggioranza, si unisce quello di cinque senatori PD». Quale lirismo da parte della signora Monica Guerzoni, nel comunicare ai lettori che gli applausi «arrivano da Calenda, Renzi, Casini, Scalfarotto, Sensi, Rojc, Verini, Zampa, Delrio. Senatori di Azione, tutta Italia Viva e riformisti del Pd». Banditi, strumenti consapevoli di una “politica” baci e abbracci, a far da spalla agli affamatori delle masse.

E mentre in Italia fascisti e pro-fascisti si spellavano le mani, il diretto interessato, Vladimir Zelenskij era a Londra a elemosinare gli aiuti britannici, dichiarandosi “offeso” e tradito personalmente da Trump perché l'esercito ucraino aveva perso l'accesso ai satelliti Starlink, prodotto dalla SpaceX di Elon Musk, ma gestito dal governo statunitense, sollevando dubbi sul sostegno a lungo termine degli Stati Uniti a Kiev. Su Moskovskij Komsomolets, Andrej Jašlavskij racconta che, a Londra, Zelenskij ha accusato Trump di esser passato al nemico e The Guardian commenta che il nazigolpista-capo rischia di danneggiare le relazioni con Washington, già tese a causa dell'accordo sul diesel. Quindi, incontrando Zelenskij, il premier Andy Burnham ha assicurato che il sostegno britannico all'Ucraina sarebbe rimasto invariato e ha anzi promesso di sveltire la consegna di missili leggeri multiruolo britannici. Stando a The Guardian, Musk avrebbe affermato che la decisione di disattivare Starlink non è stata sua: il sistema non è concesso in licenza direttamente a clienti che utilizzano armi e l'esercito ucraino era collegato alla rete Starshield, gestita dal governo USA: «I sistemi Starshield sono di proprietà e controllati dal governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limitazione di velocità o di utilizzo è determinata dall'esercito statunitense e, in ultima analisi, dal presidente», ha detto Musk.

Secondo media USA, in seguito alle dure critiche di Zelenskij al “diesel deal", Pentagono e Dipartimento di Stato hanno avvertito che la condivisione di informazioni di intelligence e la vendita di armi all'Ucraina, finanziate dagli alleati europei, potrebbero cessare. Parlando alla radio americana NPR, lo stesso Zelenskij ha detto che Washington valuta la possibilità di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence a causa degli attacchi ucraini contro impianti energetici russi. Trump, però, ha dichiarato che gli Stati Uniti continuano a condividere informazioni di intelligence con gli ucraini. Dunque?Anche il ministro degli esteri golpista Andrej Sibiga, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Varsavia, ha detto che l'Ucraina continua a ricevere informazioni di intelligence dagli Stati Uniti e l'impossibilità di rilevare minacce missilistiche balistiche sarebbe dovuta alla specifica tipologia di armamenti utilizzati dalla Russia. Il consigliere di Zelenskij, Serghej Beskrestnov ha scritto che SpaceX ha limitato la velocità di Starlink per l'esercito ucraino e ciò ha portato all'interruzione di alcune operazioni pianificate da Kiev. Con fare da gradasso, il solito ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski minaccia Musk: «Ehi, pezzo grosso, usi di nuovo i tuoi prodotti per scopi politici?». Ma è chiaro che Musk non avrebbe fatto una cosa del genere senza l'approvazione di Donald Trump.

Quindi, si interroga Evghenij Umerenkov su Komsomol'skaja Pravda, tutto ciò solleva la domanda principale: cosa vuole dimostrare Zelenskij provocando apertamente Trump e ignorando i suoi appelli a non attaccare le raffinerie russe? Crede forse di poter costringere il Presidente USA ad agire secondo i desideri di Kiev e Bruxelles? La risposta è che Zelenskij ne è convinto, e gli alleati di Kiev in Europa e Canada lo incoraggiano in ogni modo: vedi Meloni, Casini, Scalfarotto, Sensi, Delrio & Co. Così che, ancora Sibiga, da Varsavia, può vantarsi che, nei rapporti con Trump, Kiev «In meno di due anni, siamo passati da “non avete carte” a “non giocate le vostre carte”. Carte vincenti. E ora, a quanto pare, implora Zelenskij: "Non attaccate i miei interessi con le vostre carte"». Sibiga si sente forte degli incoraggiamenti di Sikorski: «L'Ucraina attacca raffinerie e data center, e ottiene risultati» e anche di quelli dell'omologo tedesco Johann Wadephul: «non è il momento di allentare le sanzioni, ma di rafforzarle». È una «questione fondamentale di valori, per quel che rappresenta la resistenza di un popolo oppresso, e di sicurezza. Lì si difendono i nostri confini» fa eco La Stampa: i confini UE-NATO che devono arrivare, come minimo, agli Urali; dopo si vedrà.

La American Thinker avverte che se Zelenskij, con il sostegno degli europei, ignorasse Trump, la UE «potrebbe trovarsi in una pericolosa situazione di confronto con gli USA a causa dei suoi legami con l'Ucraina. Oltre alla sua ossessione di trascinare la Russia in guerra, l'Europa potrebbe trovarsi di fronte a un'efficace alleanza tra Stati Uniti e Russia». L'accordo sul gasolio raggiunto da Trump, scrive la rivista, è più di una semplice transazione commerciale, nonostante i prezzi dei futures sul gasolio siano crollati del 5% durante la notte: ancor più importante, contribuisce a migliorare le relazioni diplomatiche tra Washington e Moskva, in un momento in cui ciò è particolarmente cruciale. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un alleato tra le grandi potenze; troppi ex alleati cercano di sfruttare la situazione in Ucraina per coalizzarsi contro di loro. Ma i “gentlemen” italo-guerrafondai applaudono a una fascista che dubita dell'efficacia del “deal”, «mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le bombe continuano a cadere». Cadono, sì: non da una sola parte del fronte.

E, per lo scorno dei devoti del verbo europeista, “politico” e mediatico, secondo i quali la guerra «fino alla vittoria» di Kiev è l'unica strada per difendere i “valori occidentali”, ecco che una delle più accanite russofobe della Rada ucraina, la deputata Mar'jana Bezuglaja - all'inizio del conflitto, aveva proposto di concedere agli ufficiali ucraini il diritto di giustiziare senza processo i soldati che si rifiutassero di obbedire agli ordini – afferma ora che Trump intende costringere Kiev alla capitolazione entro i prossimi 20 giorni, prima delle elezioni di midterm e, dice, «non mi sorprenderei se, invece di fornirci informazioni sugli attacchi russi, iniziasse a fornirle ai russi».

Un'altra deputata, espulsa a suo tempo dalla frazione “Servo del popolo”, Anna Skorokhod, si spinge a dire – ascoltate, furfanti che applaudite ai fascisti – che mentre il popolo ucraino muore al fronte e soffre la fame nelle retrovie, il regime di Kiev trae profitto dallo spargimento di sangue: «ricevo video orribili che mostrano l'illegalità e il caos degli arruolatori dei distretti militari. Un'anziana è stata spintonata, riportando la frattura di una gamba e di un braccio e una commozione cerebrale. Nessuna responsabilità. Un uomo nudo è stato spinto in un furgone in mezzo alla strada – nessuna responsabilità. Mobilitare una persona con problemi mentali – nessuna responsabilità. Quanto durerà ancora tutto questo?!... Non c'è acqua, non c'è elettricità, non c'è niente... Non abbiamo missili di difesa aerea. Possiamo ringraziare la nostra grande abilità nel litigare con tutti i nostri vicini, a prescindere dal fatto che ci sostengano o meno. Le nostre infrastrutture sono distrutte, abbiamo vittime civili ogni giorno, la nostra industria è distrutta, le nostre attività commerciali sono distrutte... La guerra deve finire. Per alcuni è un grande affare. Ma, se la guerra non finisce, ci aspettano caos e devastazione, nient'altro».

Ma la guerra deve andare avanti, proclamano media, fascisti e pro-fascisti. E anche nipoti di nazisti teutonici; così, il ministro della guerra Boris Pistorius ha esortato i tedeschi a non avere paura della guerra, dato che questa paura, dice, viene alimentata appositamente in Germania: «La paura della guerra viene alimentata deliberatamente con l'aiuto di Putin e AfD». Ora, osserva il vice direttore di Moskovskij Komsomolets, Vadim Poegli, nelle due guerre mondiali sono morti quasi dieci milioni di tedeschi: non è forse sufficiente per temere la guerra? È davvero necessario coinvolgere Putin? Ma, Pistorius ha elogiato lo stato della Bundeswehr, attribuendole un voto di otto su dieci. A suo dire, sebbene parte della società tedesca non comprenda ancora la portata del riarmo, la cosa principale è che la Russia sia a conoscenza del rafforzamento delle forze armate tedesche; e ne abbia paura, par di capire. Ogni famiglia russa ricorda la terribile guerra, dice Poegli, durante la quale i tedeschi uccisero il doppio dei nostri civili rispetto ai nostri soldati. Ma oggi vediamo come la Germania, quale membro della NATO, si sia nuovamente avvicinata ai confini della Russia. E abbia iniziato a sostenere il regime di Kiev politicamente, finanziariamente, diplomaticamente e attraverso l'informazione: un regime che non fa mistero del suo amore per la Wehrmacht e le SS e ne adotta apertamente i simboli. E ora il ministro della difesa tedesco invita i tedeschi a non temere la guerra. La Germania si sente forte e si sta preparando di nuovo alla guerra.

A quanto pare, Pistorius è in discreta compagnia: la criminale alleanza di un tempo sta riemergendo tra le canaglie belliciste, al di qua e al di là delle Alpi, eredi di due regimi massacratori di decine di milioni di persone, affiancate oggi da nullità “politiche” reazionarie ed esaltate da furfanti di media avvezzi da sempre a genuflettersi agli imperi degli stermini.

La guerra sporca di Meta contro Lula: algoritmi truccati e censura per favorire l'estrema destra


di Fabrizio Verde

Mentre in Europa si continua a cianciare di ingerenze e propaganda russa senza presentare alcuna prova, come ha fatto Andy Burnham riguardo il referendum sulla Brexit venendo sconfessato da MI5 e l’ex premier Boris Johnson, ci sono ingerenze provate e reali effettuate da USA e vassalli, ma che alle nostre latitudini vengono ignorate volutamente. 

Basta spostare lo sguardo verso il Sud America per trovare l’implementazione concreta di tali manovre. In Brasile, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha dovuto ordinare al suo partito di denunciare ufficialmente la società Meta (Facebook, WhatsApp e Instagram) davanti all'Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Le accuse non sono teorie del complotto, ma anomalie digitali documentate. La campagna di Lula ha rilevato una vera e propria discriminazione algoritmica sui social network. I contenuti legati al presidente e ai suoi alleati subiscono restrizioni inspiegabili, mentre i post di Flavio Bolsonaro e dei suoi fiancheggiatori godono di una distribuzione artificiale e sproporzionata. 

Il caso più eclatante riguarda il deputato Nikolas Ferreira (Partito Liberale). Pur avendo circa 22 milioni di follower su Instagram, i suoi video raggiungono regolarmente i 40 milioni di visualizzazioni, superando celebrità di calibro mondiale. I legali di Lula hanno fatto notare come un suo video abbia totalizzato oltre 56 milioni di visualizzazioni su Instagram, fermandosi a meno di 400 mila su TikTok, una discrepanza che ha costretto la campagna a rivolgersi al Tribunale Superiore Elettorale per chiedere trasparenza. A questo si aggiunge il comportamento della Meta AI su WhatsApp, che si rifiuta di generare immagini di campagna per Lula citando restrizioni della legge elettorale, ma accetta tranquillamente le stesse richieste per Bolsonaro.

Dietro questa cortina di fumo digitale si muove una rete transnazionale che ha un nome e un cognome: Fernando Cerimedo. Il consulente argentino, figura chiave nelle strategie digitali dell'estrema destra latinoamericana, è attualmente in carcere a La Paz, in Bolivia. Le indagini boliviane hanno smantellato una sua "bot farm" e scoperto una rete di corruzione, riciclaggio di denaro e un tentato femminicidio ai danni della sua ex compagna, Nadia Beller. 

È proprio dalle rivelazioni della Beller che emerge il legame diretto tra le manipolazioni elettorali in Brasile e i piani alti della tecnologia globale. L'ex partner di Cerimedo ha raccontato come l'uomo vantasse un accesso privilegiato e diretto ai vertici di Meta. 

"Quello che hanno fatto con Meta è da manuale. Hanno ottimi contatti... mi ha manifestato più di tre volte che aveva relazioni molto buone con Meta e poteva far cancellare o ripristinare qualsiasi pagina", ha raccontato la Beller. 

Secondo la sua testimonianza, la riduzione della visibilità dei contenuti progressisti in Brasile non è un errore tecnico, ma una strategia precisa. "Non ho il minimo dubbio che il suo gruppo sia intervenuto per togliergli visibilità", ha affermato, riferendosi alle limitazioni subite da Lula. Cerimedo, che ha ammesso pubblicamente di usare troll generati dall'intelligenza artificiale per manipolare gli algoritmi, non agiva da solo. 

La sua rete di contatti lo lega a doppio filo all'entourage di Donald Trump. Le foto lo ritraggono insieme a Donald Trump Jr., al magnate del petrolio Tim Dunn e a Brad Parscale, il guru digitale che ha guidato le campagne del tycoon. Cerimedo si presentava come il rappresentante latinoamericano delle società di Parscale, integrando l'analisi dell'opinione pubblica in tempo reale con l'esecuzione pratica delle campagne di guerra sporca. 

Come ha analizzato la giornalista Emilia Trabucco, non siamo di fronte al semplice marketing elettorale di un tempo. Le milizie digitali, le società di sicurezza private e i vecchi apparati di intelligence si sono fusi con le nuove capacità di manipolazione algoritmica. "La possibilità di influenzare un'elezione non richiede la modifica fisica di un'urna; può operare molto prima, sulle condizioni materiali in cui milioni di persone ricevono informazioni, identificano le minacce, formano le proprie preferenze e, in definitiva, decidono", ha spiegato Trabucco.

La cosa più inquietante di questa vicenda è la protezione istituzionale di cui godono questi operatori. Quando la giustizia boliviana ha iniziato a fare sul serio, arrestando Cerimedo e sequestrando le sue infrastrutture, il governo degli Stati Uniti è intervenuto per coprire le spalle al proprio alleato. Il Dipartimento di Stato ha sanzionato il procuratore generale boliviano Roger Mariaca e la giudice che aveva firmato l'ordine di cattura, accusandoli di corruzione e legami con il narcotraffico senza presentare alcuna prova. Il regime boliviano guidato da Rodrigo Paz ha poi tratto in arresto Roger Mariaca, il quale ha denunciato pericoli per la sua stessa vita nel centro di detenzione dove è stato rinchiuso.

"Mentre tutto questo viene indagato, il governo di Donald Trump revoca il visto al Procuratore Generale della Bolivia e lo accusa di narcotraffico senza presentare, fino a questo momento, alcuna denuncia o prova", ha denunciato la Beller, sottolineando come le sanzioni USA servano a proteggere una struttura politica internazionale legata a loschi affari nel settore energetico e minerario boliviano.

Quello a cui stiamo assistendo è l'implementazione della Dottrina Monroe 2.0. Non c'è più bisogno di inviare truppe o finanziare colpi di Stato tradizionali. Basta controllare gli algoritmi, inondare la rete di disinformazione e proteggere le proprie milizie digitali per portare al potere élite neoliberiste asservite a Washington. Il risultato finale è sempre lo stesso: smantellare la sovranità dei popoli, cancellare le politiche sociali e saccheggiare le risorse naturali del continente, lasciando dietro di sé solo macerie sociali e regimi che di democratico non hanno nulla.

 

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Settore cinese delle consegne espresse si orienta verso una crescita di qualità superiore

 

di Han Xin, Quotidiano del Popolo

Il settore cinese delle consegne espresse sta entrando in una nuova fase di trasformazione e ammodernamento. Nella prima metà del 2026, il comparto ha gestito 100 miliardi di pacchi, registrando un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, mentre il fatturato ha superato i 770 miliardi di yuan (114,82 miliardi di dollari), segnando una crescita del 7,3%. In particolare, per la prima volta in un periodo di sei mesi, la crescita dei ricavi ha superato la crescita dei volumi di spedizione, segnalando un riallineamento strutturale del mercato.

Questa tendenza trova un chiaro riscontro nei recenti resoconti finanziari dei principali corrieri quotati in borsa. SF Express ha registrato un incremento del 9,3% su base annua dell'utile netto (al netto di guadagni e perdite una tantum), mentre YTO Express, Yunda Express e STO Express hanno riportato, nello stesso periodo, una crescita dell'utile netto di pertinenza degli azionisti superiore al 70%.

Poiché la redditività supera costantemente l'espansione dei volumi, la tradizionale strategia del settore, che prevedeva il sacrificio dei margini a favore della quota di mercato, sta lasciando il posto a un modello più sostenibile. Ciò segna una svolta decisiva verso l'efficienza operativa e una crescita basata sul valore.

Ma come si sta concretizzando questa transizione e quali saranno i fattori trainanti della prossima fase di espansione? I principali operatori logistici hanno delineato le proprie strategie di adattamento in risposta a questi interrogativi.

L'innovazione tecnologica è al centro di questa trasformazione. A giugno, JD Logistics – la divisione logistica del colosso dell'e-commerce JD.com – ha avviato la più vasta rete cinese di consegne tramite droni in aree rurali, operante nella contea di Zizhong, nella provincia del Sichuan. Il sistema serve attualmente 131 villaggi amministrativi, recapitando pacchi a comunità montane remote in appena sette minuti.

Presso il centro di smistamento postale di Jianggao, a Guangzhou, nella provincia del Guangdong, gli operatori umani collaborano con otto robot umanoidi lungo le linee di smistamento automatizzate. Queste macchine prelevano, ruotano e posizionano i pacchi con estrema fluidità, raggiungendo una velocità di 800 unità all'ora.

"Una parte significativa della crescita degli utili del settore registrata nella prima metà del 2026 deriva dalla maturazione degli investimenti nelle infrastrutture digitali effettuati negli anni precedenti", ha spiegato Yu Rao, ingegnere senior presso il Centro di Ricerca e Sviluppo dell’Ufficio Postale Statale. L'esperto ha sottolineato come l'intelligenza artificiale sia sempre più integrata nella filiera logistica, con l'adozione capillare di droni e veicoli di consegna autonomi che agiscono da fattori chiave per l'ottimizzazione dei costi e l'efficienza operativa.

Ad esempio, YTO Express ha introdotto una piattaforma di pianificazione dei percorsi basata sull'intelligenza artificiale, capace di analizzare i dati storici delle spedizioni e i costi operativi in ??tempo reale per ottimizzare gli itinerari di consegna. Solo nella prima metà del 2026, il sistema ha permesso all'azienda di ridurre le spese operative di circa 90 milioni di yuan.

Analogamente, ZTO Express ha puntato sull'automazione per l'assistenza clienti. Il suo sistema basato sull'intelligenza artificiale risolve ora autonomamente circa il 90% delle richieste post-vendita dei commercianti e il 70% delle domande dei destinatari, gestendo l'intero processo dall'apertura alla chiusura della pratica. "Oltre il 60% delle problematiche ricorrenti dei clienti viene ormai gestito integralmente dalla nostra piattaforma di servizi intelligente, con una significativa riduzione dei costi di manodopera", ha dichiarato Yang Wen, Chief Technology Officer di ZTO Express.

Anche l'automazione della flotta sta registrando una rapida espansione. Entro la fine di giugno, Yunda Express contava oltre 1.500 veicoli per consegne autonome nella propria rete, un incremento di più di 1.000 unità rispetto all'anno precedente. La standardizzazione delle operazioni autonome su larga scala ha ridotto del 30% i costi di trasporto presso i centri di distribuzione locali.

Nell'intero settore postale e dei corrieri, l'adozione di tecnologie avanzate, tra cui assistenza clienti basata sull'IA, smistamento automatizzato, controlli di sicurezza intelligenti, sorveglianza tramite visione artificiale e ottimizzazione dinamica dei percorsi, sta subendo un'accelerazione. A livello nazionale, il settore impiega attualmente oltre 16.000 veicoli per consegne autonome e più di 400 droni dedicati alla logistica dell'ultimo miglio.

"Nel corso del 15° Piano Quinquennale (2026-2030), accelereremo l'integrazione di tecnologie all'avanguardia nel settore logistico e svilupperemo nuovi motori di crescita economica", ha affermato Xu Huarong, vicedirettore generale del Dipartimento Politiche e Regolamentazione dell’Ufficio Postale Statale.

Gli indicatori di performance finanziaria evidenziano inoltre un aumento generalizzato del ricavo medio per pacco a partire dall'inizio del 2026.

"Gli sforzi normativi costanti per arginare una concorrenza sui prezzi spietata sono stati determinanti nell'invertire questa tendenza", ha aggiunto Yu. In seguito a un simposio tenutosi nel luglio 2025 e promosso dell’Ufficio Postale Statale, che ha imposto il rispetto delle norme sulla leale concorrenza, le note guerre dei prezzi del settore si sono progressivamente attenuate. Le tariffe medie di consegna sono gradualmente aumentate, consentendo alle aziende di ripristinare margini di profitto soddisfacenti.

Gli analisti del settore rilevano che la tradizionale dipendenza dai picchi di volume generati dall'e-commerce ha raggiunto una fase di stallo. Di conseguenza, diversificare i flussi di ricavi oltre la vendita al dettaglio online è diventato un imperativo strategico fondamentale per i principali corrieri.

Da dove arriverà, dunque, la prossima ondata di crescita? Emergono due direttrici principali:

--Ampliamento degli scenari di servizio

JD Logistics sta andando oltre la semplice consegna di pacchi per offrire soluzioni di supply chain su misura. L'azienda fornisce oggi strategie di fulfillment personalizzate per i produttori di elettrodomestici, nonché servizi integrati di stoccaggio e consegna dell'ultimo miglio per supermercati e rivenditori che gestiscono vendite omnicanale. Nella prima metà del 2026, la sua divisione dedicata alla supply chain integrata ha generato ricavi per 59,4 miliardi di yuan, un incremento del 18,5% su base annua, affermandosi come principale motore di crescita.

Analogamente, SF Express ha introdotto servizi logistici specializzati, tra cui il trasporto dedicato di attrezzature per sport invernali e un servizio di spedizione bagagli porta a porta che consente ai turisti di viaggiare senza ingombri. Intercettando esigenze dei consumatori finora insoddisfatte, l'azienda è riuscita a penetrare segmenti di nicchia come il turismo culturale, le fiere commerciali e il commercio al dettaglio specializzato. Questi servizi differenziati e ad alto valore aggiunto stanno dando vita a quella che i dirigenti definiscono una "seconda curva di crescita".

-- Espansione sui mercati nazionali e globali

A livello internazionale, YTO Express sta ampliando la propria presenza transfrontaliera, lanciando 170 rotte di trasporto aereo merci che coprono gran parte dell'Asia e si estendono fino all'Europa dell'Est. Anche JD Logistics sta espandendo rapidamente la propria rete di magazzini all'estero: attualmente gestisce oltre 200 strutture (inclusi magazzini per la distribuzione diretta) in 26 Paesi e regioni, alimentando una crescita rapida e costante delle proprie attività internazionali.

Sul mercato interno, i corrieri si stanno rivolgendo a mercati meno serviti, situati in aree remote o in centri urbani di fascia inferiore. J&T Express sta penetrando nelle remote province occidentali, in particolare trasformando il centro di distribuzione di Yinchuan (nel Ningxia) in un hub logistico regionale intelligente, al fine di incrementare i volumi di spedizione nelle aree meno sviluppate. Yunda Express sta puntando con decisione sul commercio rurale, istituendo punti di raccolta a livello di villaggio nelle principali zone di produzione agricola e attivando corridoi merci dedicati per intercettare la crescente domanda locale.

Ha sottolineato che, man mano che la concorrenza si sposta verso la creazione di valore, il progresso tecnologico, la qualità dell'esperienza cliente e la diversificazione del mercato saranno i fattori determinanti per i leader del settore di prossima generazione.

"Dopo oltre un decennio di crescita esponenziale trainata dai soli volumi, il settore sta abbandonando il modello di espansione basato sulla velocità a ogni costo a favore di un approccio equilibrato, che attribuisce pari importanza alla qualità del servizio e all'efficienza operativa", ha concluso Yu.

 

Drone di JD Logistics impegnato in una missione di consegna a Kunshan, nella provincia del Jiangsu, nella Cina orientale. (Foto/Yuan Xinyu)

Veicolo per le consegne senza conducente circola per le strade di Yichang, nella provincia cinese centrale dello Hubei. (Foto/Zhang Guorong)

Dipendenti di Yunda Express smistano i pacchi su una linea di smistamento intelligente all'interno di un magazzino a Xinghua, nella provincia del Jiangsu, Cina orientale. (Foto/Zhou Shegen)

 

La Cina continua a rafforzare ed espandere la manifattura avanzata

 

di Jin Sheping, Quotidiano del Popolo

A livello globale, un'auto su tre venduta oggi è prodotta in Cina. Dal 2013, le vendite di veicoli a nuova energia in Cina sono aumentate di oltre 930 volte, mentre la loro quota di mercato nel settore automobilistico è cresciuta di oltre 590 volte, dando vita a un'industria emergente in rapida espansione dal valore di migliaia di miliardi di yuan.

Il settore automobilistico è emblematico della più ampia crescita e modernizzazione dell'industria manifatturiera avanzata cinese.

Il valore aggiunto della produzione manifatturiera cinese occupa il primo posto al mondo da 16 anni consecutivi, rappresentando quasi il 30% del totale globale.

Nell'ultimo decennio, il valore aggiunto della produzione nei settori dell'alta tecnologia e della fabbricazione di macchinari e attrezzature è cresciuto a tassi medi annui rispettivamente del 10% e dell'8% circa.

La Cina detiene oggi una posizione di leadership globale in settori quali il fotovoltaico, le telecomunicazioni, l'alta velocità ferroviaria e la cantieristica navale, mentre la robotica, l'intelligenza artificiale e il settore farmaceutico innovativo stanno registrando una rapida accelerazione.

Mentre l'economia cinese si orienta verso una crescita di alta qualità trainata dall'innovazione, la manifattura avanzata è diventata un pilastro fondamentale di questa transizione.

In un contesto di cambiamenti globali senza precedenti e di una nuova ondata di trasformazione industriale, la Cina sta attraversando una fase cruciale di ristrutturazione economica. Per garantire stabilità e sostenibilità a lungo termine, il Paese sta puntando con decisione sull'espansione e sul perfezionamento delle proprie capacità manifatturiere avanzate.

Persino un singolo foglio di lamina d'acciaio ultrasottile esemplifica la raffinatezza dell'evoluzione manifatturiera cinese.

Nella provincia dello Shanxi, una sussidiaria della Taiyuan Iron & Steel (Group) Co., Ltd. produce nastri in acciaio inossidabile di precisione attraverso processi completamente automatizzati: laminazione, pulizia, lucidatura, spianatura, taglio longitudinale e imballaggio. Lo spessore minimo di questi materiali, noti comunemente come "hand-rip steel", è stato ridotto da 0,02 mm a 0,015 mm. Passate con successo dalla fase di ricerca e sviluppo alla produzione commerciale su larga scala, queste leghe di alta gamma sono oggi commercializzate a prezzi paragonabili a quelli dei metalli preziosi.

Per sostenere tale progresso, la Cina punta sui fattori chiave della manifattura "avanzata", superando strategicamente la fase intermedia dell'assemblaggio per catturare maggior valore alle due estremità della filiera di approvvigionamento globale: dall'innovazione e dal design fino al branding e ai servizi.

L'intelligenza sta rimodellando il panorama industriale cinese.

Sfruttando tecnologie digitali all'avanguardia, il Paese ha realizzato oltre 56.000 fabbriche intelligenti di livello base, più di 9.000 di livello avanzato e oltre 500 di livello di eccellenza, sviluppando al contempo 15 fabbriche intelligenti di riferimento. Grazie all'integrazione di intelligenza artificiale di nuova generazione, analisi dei big data e infrastrutture cloud, queste realtà pongono la Cina all'avanguardia nella digitalizzazione industriale globale.

L'innovazione globale nel campo dell'IA sta attraversando una fase di eccezionale dinamismo. Puntando sulla trasformazione intelligente, la Cina ha fatto della produzione intelligente di nuova generazione una priorità strategica, approfondendo l'iniziativa "IA + manifattura" e promuovendo una trasformazione digitale e intelligente capillare in un numero sempre maggiore di settori e imprese.

Anche la sostenibilità riveste un ruolo cruciale per aprire nuove prospettive di crescita.

Lo sviluppo verde è divenuto un tratto distintivo della manifattura avanzata. La Cina conta oggi oltre 8.000 fabbriche "verdi" riconosciute a livello nazionale, mentre settori quali i pannelli solari, le batterie per veicoli elettrici e le tecnologie per il risparmio energetico e la tutela ambientale hanno acquisito un vantaggio competitivo precoce sui mercati emergenti.

Guidata da un fermo impegno per la tutela ambientale, la Cina promuove simultaneamente la transizione ecologica dell'industria, l'innovazione tecnologica e l'ottimizzazione strutturale. Questo approccio integrato sta consolidando progressivamente il vantaggio competitivo del Paese nelle tecnologie pulite e nelle industrie sostenibili.

Nuovi motori di crescita per l'industria vengono sviluppati anche attraverso una crescente integrazione.

L'integrazione intersettoriale rappresenta un altro catalizzatore fondamentale per il progresso industriale. Si pensi, ad esempio, agli occhiali dotati di intelligenza artificiale: essi combinano apprendimento automatico, microsensori e connettività wireless per offrire funzionalità quali traduzione in tempo reale, navigazione e riconoscimento vocale.

Analogamente, il parco Luogang a Hefei (nella provincia dell'Anhui) funge da banco di prova sul campo, ospitando oltre dieci diversi scenari applicativi, dal turismo culturale all'ispezione delle linee ferroviarie ad alta velocità, in cui le tecnologie emergenti possono dimostrare la propria sostenibilità commerciale.

Negli ultimi anni si sono registrati progressi significativi nei settori dell'informatica, dei materiali avanzati e delle biotecnologie. Tali innovazioni stanno convergendo sempre più, dando vita a prodotti altamente integrati ed ecosistemi applicativi poliedrici.

Attraverso un'integrazione strategica, la Cina sta promuovendo legami più stretti tra il comparto manifatturiero avanzato e quello dei servizi moderni. Questa sinergia accelera la commercializzazione di tecnologie e casi d'uso innovativi, accrescendo la creazione di valore lungo l'intera filiera produttiva, stimolando ricadute positive tra i diversi settori e infondendo un dinamismo costante nell'economia nel suo complesso.

L'espansione del settore manifatturiero avanzato richiede un approccio coordinato e sistemico. La Cina sta attuando politiche mirate e quadri istituzionali concepiti per tradurre gli obiettivi strategici in risultati misurabili.

La ricerca di base rimane il fondamento del progresso scientifico e della risoluzione di problemi tecnologici. Consapevole che la manifattura moderna dipende da solide basi scientifiche, la Cina sta perfezionando la propria struttura di ricerca e incrementando i finanziamenti per potenziare la scienza fondamentale e l'innovazione originale.

Parallelamente, il Paese sta intensificando gli sforzi per superare i colli di bottiglia nelle tecnologie critiche e fondamentali. Accelerando la trasformazione dei risultati della ricerca in applicazioni commerciali, la Cina favorisce il passaggio di soluzioni innovative dai laboratori alle linee di produzione e ai mercati di consumo, convertendo così le scoperte scientifiche in concreta produttività economica.

In ultima analisi, il successo di questa trasformazione industriale dipende da milioni di imprese. La sfida consiste nello sprigionare appieno il potenziale creativo e operativo dei diversi attori del mercato.

Per affrontare tale sfida, la Cina sta armonizzando l'efficienza del mercato con l'indirizzo strategico governativo, perfezionando i quadri istituzionali per garantire coerenza tra le politiche fiscali, tributarie, finanziarie, industriali e quelle in ambito scientifico-tecnologico. Risorse di alto valore — tra cui capitali, talenti qualificati e dati — vengono convogliate strategicamente verso la manifattura avanzata. Promuovendo un contesto imprenditoriale orientato al mercato, basato su regole certe e allineato agli standard internazionali, la Cina mira a costruire un ecosistema resiliente e favorevole all'innovazione, capace di sostenere il progresso industriale a lungo termine.

Linee di produzione intelligenti operano in modo efficiente presso un'azienda di componentistica automobilistica a Taicang, nella provincia del Jiangsu, Cina orientale. (Foto/Ji Haixin)

Operai ispezionano i prodotti in un reparto di produzione di fogli di rame di un'azienda di tecnologie per nuovi materiali a Yuncheng, nella provincia dello Shanxi, Cina settentrionale. (Foto/Jiang Hua)

Visitatrice straniera prova degli occhiali dotati di intelligenza artificiale alla World Manufacturing Convention 2026 a Hefei, nella provincia dell'Anhui, Cina orientale. (20 settembre 2026 - Foto/Fang Dongxu)

Brasile, addio al regime 6x1: una vittoria storica per la classe lavoratrice

A cinque mesi da un voto storico alla Camera dei Deputati, il Senato brasiliano ha approvato - in due tornate di voto questo mercoledì - l'abolizione del regime lavorativo "6×1" (sei giorni di lavoro seguiti da un giorno di riposo). Tale modifica, una richiesta di lunga data da parte di sindacati e movimenti di base, è stata sostenuta dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

L'eliminazione del sistema "6×1" - che introduce un giorno di riposo settimanale aggiuntivo e riduce l'orario di lavoro settimanale da 44 a 40 ore, senza alcuna decurtazione salariale - ha rappresentato una promessa elettorale fondamentale e una priorità assoluta per Lula nel corso del suo attuale mandato. L'approvazione giunge a soli 11 giorni dal ballottaggio del 25 ottobre, nel quale il leader progressista punta alla rielezione contro il candidato dell'estrema destra neoliberista Flavio Bolsonaro.

VITÓRIA DA CLASSE TRABALHADORA! ???????????????????????? https://t.co/CKsclKo1lr

— PT Brasil (@ptbrasil) October 15, 2026

«Abbiamo lottato, discusso e fatto pressione affinché il Congresso votasse quest'anno per porre fine al regime "6x1". Ma è stata la voce del popolo a guidarmi, consentendoci - tutti insieme - di ottenere più tempo per il riposo, per stare con i nostri figli e con le persone che amiamo», ha dichiarato il presidente nel suo primo commento su X.

Una volta entrato in vigore, il provvedimento stabilirà una settimana lavorativa di 40 ore - articolata in cinque giorni di lavoro e due di riposo - senza alcuna riduzione della retribuzione. L'attuazione avverrà in modo graduale per consentire alle imprese di adattarsi: il limite scenderà a 42 ore nel giro di due mesi, per poi arrivare a 40 ore entro un anno.

Dopo il voto, lo schieramento progressista ha intonato il coro «Ole, ole, ola, Lula, Lula», riconoscendo il ruolo guida del presidente nel sostenere questa misura. Secondo i sindacati, circa 22 milioni di lavoratori beneficeranno di una riduzione del proprio orario di lavoro.

Bolsonaro, esponente dell’estrema destra neoliberista - che si era opposto al cambiamento nell’ambito di un programma incentrato su misure impopolari, tagli alla spesa sociale, smantellamento dello Stato e privatizzazioni - è stato costretto a modificare la propria posizione a causa delle pressioni elettorali. Pur non essendo presente in aula, il candidato alla presidenza per il Partito Liberale (PL) ha espresso il proprio voto da remoto, mentre si trovava a Porto Alegre per alcuni eventi della campagna elettorale.

I senatori progressisti hanno sottolineato l’opportunismo di Bolsonaro e la "volubilità delle convinzioni" dimostrata dal candidato del PL, avvertendo che, in caso di elezione, egli potrebbe tornare ai suoi piani originari.

Thomas Sankara, la rivoluzione spezzata e l'eredità del femminismo


di Geraldina Colotti

 

Ogni 15 ottobre i popoli ricordano l'omicidio di Thomas Sankara. Sulla figura del rivoluzionario panafricanista — il leader della Rivoluzione d'Agosto in Alto Volta, ribattezzato Burkina Faso ("Il Paese degli Uomini Integri") nel 1984 — è stato scritto moltissimo, spesso riducendo la sua traiettoria a un'icona pop della sinistra terzomondista: il "presidente antimperialista in bicicletta", il militare austero che rifiutava i privilegi, l'oratore brillante capace di sfidare i capi di Stato occidentali sui palchi dell'ONU e dell'OUA. Questa narrazione agiografica e puramente eticheggiante rischia tuttavia di sterilizzare la portata marxista e strategica della sua prassi politica, trasformando un rivoluzionario radicale in un simbolo inoffensivo da maglietta.

Sankara non fu un "moralista" capitato alla guida dello Stato per un accidente sentimentale, ma un quadro militare e politico che comprese lucidamente come la decolonizzazione formale concessa dalle metropoli francesi fosse una mistificazione neocoloniale: una transizione in cui la bandiera e l'inno cambiavano, ma il saccheggio delle risorse, il cappio del debito estero e la subordinazione economica rimanevano intatti. La specificità originale del sankarismo risiede nell'aver attaccato simultaneamente tre pilastri dell'oppressione strutturale: la dipendenza imperialista, con il rifiuto frontale del debito pubblico internazionale, definito uno «strumento neocoloniale di riconquista e di assassinio economico dei popoli»; la struttura di classe interna e la rendita burocratica, attraverso la demolizione dei privilegi della borghesia di Stato parassitaria, nutrita dai fondi della cooperazione francese e distaccata dai bisogni materiali delle masse contadine; e l'oppressione patriarcale.

È su quest'ultimo punto, sul terreno della liberazione delle donne, che la Rivoluzione d'Agosto (1983–1987) ha espresso la sua rottura più radicale e teoricamente avanzata rispetto a quasi tutte le altre esperienze rivoluzionarie africane del Novecento. Sankara non concepiva l'emancipazione femminile in chiave assistenziale o come una concessione giuridica calata dall'alto della democrazia borghese; la analizzava attraverso le categorie del materialismo storico in questi termini: «La rivoluzione e la liberazione delle donne vanno a braccetto. Non parliamo dell'emancipazione della donna come di un atto di carità o di un'ondata di compassione umana, ma come di una necessità fondamentale per il trionfo della rivoluzione stessa. Le donne portano il peso della doppia oppressione: quella dell'imperialismo e quella del maschio all'interno della famiglia e della società».

Sotto la guida del Consiglio Nazionale della Rivoluzione (CNR), il governo sankarista varò una serie di riforme materiali d'urto che scardinarono secoli di dominazione patriarcale e feudale mettendo al bando le istituzioni oppressive. Vennero proibite per legge le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati e i riscatti della sposa (lobolo), strumenti di mercificazione del corpo della donna. Soprattutto, però, si cominciò col favorire l'indipendenza economica delle donne mediante il varo della riforma agraria e il controllo della terra. Per la prima volta nella storia del paese, alle contadine vennero intestati i titoli di proprietà della terra e garantito l'accesso diretto ai crediti agricoli e alle attrezzature meccaniche collettive, per sottrarle alla sottomissione economica dei capifamiglia e dei patriarchi locali.

Venne loro garantita la parità nell'accesso all'apparato statale e militare. Il governo promosse l'inserimento massiccio delle donne nei ranghi della pubblica amministrazione, nella magistratura e nelle milizie popolari di autodifesa, rompendo il monopolio maschile della forza armata e della direzione politica. Altro importante passo fu la socializzazione del lavoro domestico. Attraversando la critica radicale della divisione sessuale del lavoro, la rivoluzione promosse la creazione di mense popolari, asili nido collettivi e mercati comunitari per alleggerire il carico di lavoro riproduttivo che gravava esclusivamente sulle spalle delle donne nei villaggi e nelle periferie urbane.

Questo programma non fu indolore: urtò violentemente contro le resistenze della gerontocrazia rurale, dei capi tradizionali e della piccola borghesia maschilista urbana, dimostrando che la trasformazione dei rapporti sociali di genere richiede la coercizione rivoluzionaria contro i vecchi rapporti di produzione e di costume.

La forza dirompente del sankarismo non si esaurì nei confini del Burkina Faso, ma si inserì in una fitta rete di solidarietà e alleanze internazionali che sfidavano direttamente il blocco imperialista occidentale. Negli anni Ottanta, mentre il continente africano subiva l'imposizione brutale dei Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS) dettati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, Sankara cercò di saldare un blocco regionale e transcontinentale di resistenza.

Sul piano internazionale, il riferimento strategico e fraterno più forte fu stabilito con Cuba. Sankara vedeva nella Rivoluzione cubana — e nella figura di Fidel Castro — non solo un modello di emancipazione antimperialista capace di resistere all'assedio di Washington, ma un alleato concreto. Sotto la sua presidenza, delegazioni burkinabé di alto livello si recarono ripetutamente a L'Avana, stringendo accordi di cooperazione medica, educativa e tecnica. L'Avana inviò in Burkina Faso medici, insegnanti e volontari per supportare le grandi campagne di alfabetizzazione di massa e le vaccinazioni pediatriche nazionali, mentre i militanti dei comitati rivoluzionari burkinabé venivano formati anche alla luce dell'esperienza dei Comitati di Difesa della Rivoluzione cubani.

Questa proiezione internazionalista portò Sankara a tessere legami profondi con i movimenti di liberazione dell'epoca: dalla lotta contro l'apartheid in Sudafrica — ove denunciò senza mezzi termini la complicità dei governi occidentali con il regime di Pretoria — ai movimenti progressisti dell'America Latina e dei Caraibi. L'apice di questa sfida globale si registrò nel famosissimo discorso pronunciato all'ONU nell'ottobre del 1984, in cui Sankara propose la creazione di un fronte unito dei paesi debitori del Terzo Mondo per rifiutare collettivamente il pagamento del debito estero, denunciandolo come un meccanismo finanziario di saccheggio ereditato direttamente dal colonialismo. Questa linea politica autonoma, che rifiutava la subordinazione sia verso il blocco occidentale che verso quello sovietico, isolò il Burkina Faso rispetto ai regimi africani allineati alla Françafrique, ma infiammò le coscienze delle masse popolari di tutto il continente.

Un programma così profondamente sovversivo nei confronti degli equilibri del capitale transnazionale e del neocolonialismo francese non poteva essere tollerato. Gli stessi apparati diplomatici statunitensi e francesi vedevano nel Burkina Faso un pericoloso focolaio da estirpare sul nascere.

La reazione dell'imperialismo francese — guidato all'epoca dagli apparati di François Mitterrand e coordinato sul terreno regionale dai regimi fantoccio della Costa d'Avorio di Félix Houphouët-Boigny e del Togo — si avvalse della quintessenza della controrivoluzione: il tradimento interno. Il 15 ottobre 1987, un sanguinoso colpo di Stato militare pose fine alla vita di Thomas Sankara e di dodici suoi compagni, trucidati nel Consiglio dei Ministri a Ouagadougou.

A guidare materialmente il commando assassino fu Blaise Compaoré, compagno d'armi di Sankara, braccio destro e co-fondatore della rivoluzione, corrotto e manovrato dai servizi segreti francesi e ivoriani. Con l'instaurazione del regime ventennale di Blaise Compaoré, il Burkina Faso fu immediatamente ricondotto nell'alveo della sottomissione neocoloniale: le nazionalizzazioni vennero revocate, le privatizzazioni selvagge saccheggiate e la memoria di Sankara bandita dallo spazio pubblico, ridotta al silenzio da un regime terrorista interno.

Se il colpo di Stato mirava a cancellare fisicamente Thomas Sankara, la controrivoluzione si accanì metodicamente anche contro la sua famiglia, inaugurando un calvario di persecuzioni, minacce di morte e violenze psicologiche volto a spezzare qualsiasi continuità politica. Subito dopo l'assassinio, la moglie di Sankara, Mariam Sankara, insieme ai loro due figli piccoli (Philippe e Auguste), fu costretta a fuggire precipitosamente dal Burkina Faso per sfuggire ai sicari del nuovo regime. Iniziò così un durissimo esilio politico durato oltre vent'anni, trascorso principalmente in Francia. Sotto la costante sorveglianza dei servizi segreti e protetta solo dalla solidarietà dei comitati internazionali e della sinistra militante europea, Mariam non si piegò mai al ricatto del silenzio.

Per decenni, la battaglia di Mariam Sankara si è mossa su un doppio binario. Innanzitutto su quello della battaglia legale e la richiesta di giustizia. Nel 1997, alla scadenza dei termini di prescrizione formale previsti dalla legge locale, Mariam depositò la prima denuncia formale presso i tribunali di Ouagadougou per l'assassinio del marito e la falsificazione del certificato di morte (che i medici del regime avevano falsamente compilato attribuendo il decesso a "cause naturali"). Di fronte ai sistematici insabbiamenti della magistratura asservita a Compaoré, la sua azione legale si è estesa alle istanze internazionali, fino a portare il caso davanti al Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Parallelamente, Mariam si è dedicata alla custodia della memoria militante. È diventata il simbolo vivente della resistenza delle donne africane contro l'impunità dei dittatori sostenuti dall'Occidente, viaggiando instancabilmente e trasformando la richiesta di verità per Sankara in una piattaforma politica globale di lotta antimperialista.

Molto attive a livello pubblico anche due delle sorelle di Sankara, Blandine e Odile, altrettanto perseguitate. La prima, attivista per la sovranità alimentare e per i diritti delle donne, è fondatrice e coordinatrice dell'associazione Yelemani (Cambiamento), impegnata nel promuovere l'emancipazione economica e sociale delle donne rurali. La seconda, una nota attrice, regista teatrale e figura di spicco del panorama culturale africano, promuove la memoria storica della rivoluzione burkinabé attraverso il teatro e le arti visive.

La tenace resistenza di fronte alla persecuzione subita dalla famiglia Sankara ha trovato un primo, storico momento di catarsi politica e giudiziaria grazie alle lotte popolari che hanno attraversato il Burkina Faso nel XXI secolo. Nell'ottobre del 2014, una gigantesca sollevazione popolare di massa — alimentata direttamente dalla memoria storica e dai richiami ideologici all'eredità di Thomas Sankara — ha travolto il regime ventisettenne di Blaise Compaoré, costringendolo alla fuga in Costa d'Avorio. La caduta del dittatore ha finalmente aperto i varchi istituzionali per una revisione radicale dei fascicoli giudiziari.

Tra il 2021 e il 2022, a Ouagadougou si è celebrato lo storico processo per l'assassinio di Thomas Sankara, un evento che ha visto la stessa Mariam Sankara ritornare in patria per assistere al processo dei colpevoli. Il tribunale militare ha emesso condanne all'ergastolo in absentia per lo stesso Blaise Compaoré e per i principali gerarchi del complotto del 1987, infliggendo un colpo simbolico devastante alla cultura dell'impunità neocoloniale.

Oggi, nel contesto geopolitico contemporaneo del Sahel, l'eredità di Thomas Sankara è tornata prepotentemente al centro del dibattito e della prassi politica. L'intera regione si trova al crocevia di una crisi profonda, segnata dal fallimento storico delle politiche di sicurezza neocoloniali (come la presenza militare francese, formalmente espulsa da diversi Stati dell'area), dall'espansione devastante del terrorismo jihadista e dalla ricerca disperata di una nuova sovranità statale e alimentare da parte delle nuove giunte militari e dei movimenti popolari del Burkina Faso, del Mali e del Niger.

In questo scenario complesso, segnato da tensioni imperialiste inedite, la figura di Sankara — invocata continuamente nelle piazze, nei discorsi ufficiali e nelle rivendicazioni antimperialiste — rappresenta molto più di un monumento del passato: è il parametro teorico e materiale attraverso cui misurare la giustizia sociale, la liberazione delle donne e la fine definitiva del saccheggio delle risorse africane. La parabola di Thomas Sankara, custodita e rilanciata dalla resistenza di Mariam e dal sacrificio dei suoi compagni, rimane la dimostrazione irrefrenabile che l'emancipazione dei popoli africani non si ottiene mendicando la carità dei dominatori, ma spezzando le catene del capitale con la forza organizzata delle masse. 

Nord Stream, il processo di Amburgo mette la Germania con le spalle al muro

 

Ad Amburgo è iniziato un processo che pesa come un macigno sulla coscienza europea. Sul banco degli imputati siede Serhii Kuznetsov, cittadino ucraino, accusato di aver coordinato operativamente quella che è stata definita la più grande operazione di sabotaggio internazionale della storia moderna. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: Berlino processa un cittadino di quel Paese che la stessa Germania continua a finanziare e armare senza sosta da anni. L'accusa parla chiaro, indicando il regime di Kiev come mandante, ma la verità processuale rischia di trasformarsi in un vero e proprio terremoto politico.

I giornalisti investigativi Oliver Schröm e Ulrich Thiele, autori del volume "Die Sprengung", hanno ricostruito una trama che ha dell'incredibile. Dietro l'attacco non ci sarebbe la mano diretta del presidente Volodymyr Zelensky. I veri registi, secondo le loro fonti, sono figure come l'ex capo dell'intelligence militare ucraina Wassyl Burba e l'ex agente Roman Cherwinsky. Uomini che oggi non nascondono una certa fierezza per l'operazione compiuta. A dare il via libera sarebbe stato l'allora comandante in capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, oggi ambasciatore a Londra con ambizioni politiche che puntano alla presidenza. Questo dettaglio apre un baratro giuridico: se il capo militare approva un'azione del genere, agisce per conto dello Stato o di testa propria?

L'esecuzione materiale rasenta il grottesco. Mancando personale militare specializzato, i mandanti reclutarono sommozzatori civili. Un'operazione definita dagli stessi autori un vero "Harakiri", costellata di errori madornali. Dna lasciato sulla barca, autovelox che hanno immortalato i sospettati, passaporti falsificati male e un dettaglio quasi surreale: uno degli indagati ha trascorso le vacanze in Italia usando il proprio nome reale. Eppure, l'attacco è riuscito. Schröm non usa mezzi termini nel definire questi uomini "i figli della CIA", ricordando come l'intelligence statunitense abbia contribuito a ricostruire i servizi segreti militari ucraini dopo il 2014. L'agenzia statunitense sapeva. I suoi agenti sul campo non solo non ostacolarono il piano, ma accennarono a un possibile sostegno finanziario. Solo quando anche i servizi olandesi fiutarono la pista, la CIA avvisò Berlino per proteggere le proprie fonti, senza però mai ordinare esplicitamente di fermarsi.

Il governo tedesco si trova ora in un vicolo cieco. Ammettere il coinvolgimento dello Stato ucraino darebbe ragione a Mosca, che da tempo dipinge il regime di Kiev come una minaccia per la sicurezza continentale. Insabbiare i risultati delle indagini significherebbe però tradire i principi cardine dello stato di diritto e della trasparenza giudiziaria che vengono tanto sbandierati in Germania e nella UE. Mentre Berlino tenta di restare in equilibrio su questo filo, il malcontento interno monta. Il Landtag della Sassonia-Anhalt ha recentemente approvato una mozione, spinta da AfD e BSW, per bloccare le forniture di armi e i finanziamenti a Kiev. Milioni di cittadini tedeschi guardano a questa iniziativa come a una necessaria svolta di pace, stanchi di finanziare altri Stati a scapito della propria stabilità.

Le critiche non risparmiano nemmeno l'ex cancelliere Olaf Scholz, accusato di nno aver fatto quanto nelle sue possibilità per difendere l’infrastruttura strategica tedesca.

La frattura si allarga anche a livello europeo. La Polonia, che ha sempre visto Nord Stream come un errore geopolitico a prescindere dall'attentato, ha rifiutato l'estradizione di un sospettato verso la Germania, valutando l'azione in un'ottica di guerra totalmente diversa. Si tratta di un conflitto aperto e senza precedenti tra due membri dell'Unione Europea. 

Se il tribunale di Amburgo dovesse stabilire che dietro l'esplosione c'erano apparati statali ucraini, il sostegno dell'opinione pubblica europea al regime neonazista di Kiev potrebbe incrinarsi irreparabilmente. La politica tedesca dovrà presto scegliere se guardare in faccia i danni inferti alla propria sicurezza energetica e alla competitività delle proprie imprese, o continuare a chiudere un occhio, rischiando però un crollo definitivo dei consensi della coalizione al governo. 

 

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“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

"Tradimento del diritto internazionale": Hamas condanna la nuova ambasciata colombiana a Gerusalemme

 

Attraverso un comunicato ufficiale, Hamas ha espresso la sua ferma condanna per la decisione del nuovo governo colombiano di aprire un'ambasciata a Gerusalemme. Nella nota, l'organizzazione definisce la scelta una palese violazione delle risoluzioni ONU e un'inversione di rotta rispetto alla politica estera del precedente presidente Gustavo Petro, il quale aveva interrotto i rapporti diplomatici con Israele. Hamas invita la Colombia a ritrattare immediatamente la decisione, riaffermando lo status di Gerusalemme come territorio occupato.

“Condanniamo con la massima fermezza la decisione del governo colombiano di aprire un'ambasciata nella Gerusalemme occupata, considerandola una flagrante violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e una palese violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, le quali respingono qualsiasi alterazione dello status giuridico di Gerusalemme, e riaffermiamo che Gerusalemme è un territorio palestinese occupato”, si legge nella nota.

Secondo il movimento di resistenza palestinese, “il fatto che il nuovo governo colombiano faccia marcia indietro rispetto alle onorevoli posizioni assunte dall'ex presidente colombiano Gustavo Petro — che aveva interrotto i legami con l'entità sionista per il crimine di genocidio commesso a Gaza — rappresenta un chiaro posizionamento di parte e una scommessa perdente nei confronti di un'entità criminale sempre più isolata a livello mondiale.”

Infine, ha chiesto “al governo colombiano di ritrattare immediatamente questa decisione ingiusta e di non procedere con questa mossa, la quale costituisce una violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e un diniego della giustizia della sua causa, nonché del suo diritto all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale.”

 

Il filosofo Ercolani: "Siamo una società nicciana, in una lotta di classe col monopolio dell'IA"


Il Professor Paolo Ercolani insegna Filosofia all'Università di Urbino, cura editoriali su diverse testate, ha scritto saggi dedicati all'analisi sociale, alla critica politica, alla "questione" femminile, al nostro rapporto con il Divino. Ma soprattutto ha dedicato anni allo studio di Nietzsche, un filosofo molto controverso, spesso banalizzato, pericoloso quanto incompreso. Il suo ultimo saggio su questa figura si intitola "Nietzsche l'iperboreo. Dal Superuomo a Elon Musk". 
Siamo quindi partiti da un commento al "Melonellum" e siamo arrivati alla Volontà di Potenza. 

Abbiamo chiesto al professor Ercolani un commento circa la legge elettorale più discussa e discutibile di sempre - e ce ne vuole!- per i suoi elementi di anticostituzionalità denunciati da diversi giuristi ed esperti di Diritto.
Ercolani ci ha spiegato come siamo arrivati a questo stato di cose sul piano socio-politico e perché a suo avviso il 1975 è l'anno cruciale del passaggio dalla nostra democrazia (sempre mediata e imperfetta) e quella che lui chiama "dementocrazia". E ancora Intelligenza Artificiale e lotta di classe nella dimensione virtuale...tutto nella video intervista di "Preferivo Scrivere".

 

L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa

 

di Moon of Alabama

L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. La falsa élite che attualmente governa in molti Paesi europei e nell'Unione Europea a Bruxelles è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Sfortunatamente per loro i cittadini su cui governano non hanno alcun interesse al riguardo e i leader stanno quindi conducendo una massiccia campagna propagandistica per far cambiare loro idea. Stanno seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump accusò la Russia di avervi interferito. Da allora le accuse contro la Russia di interferire nelle elezioni altrove sono state ripetute innumerevoli volte e la tesi dei bot russi che esercitano un'influenza russa viene tirata in ballo ogni volta che degli outsider populisti riescono a vincere.

Un'altra accusa è che la Russia stia conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. Questo meme risale alla falsa affermazione del giornalista Mark Galeotti che nel 2014 sostenne l'esistenza di una dottrina Gerasimov dal nome del più alto generale russo che stava portando la Russia a condurre guerre non lineari o ibride. Ci sono voluti quattro anni a Galeotti durante i quali la sua tesi aveva ottenuto un enorme seguito per ritrattare le sue affermazioni.

"Con mio immenso rammarico, ho creato io questo termine, che da allora ha acquisito una vita propria e distruttiva, incedendo goffamente nel mondo per diffondere paura e avversione al suo passaggio. Gerasimov stava in realtà parlando di come il Cremlino interpreta quanto accaduto durante le rivolte della Primavera Araba, le rivoluzioni colorate contro i regimi filo-moscoviti nei Paesi vicini alla Russia e, a tempo debito, la rivolta di Maidan in Ucraina. I russi credono sinceramente, per quanto a torto, che non si sia trattato di genuine proteste contro governi brutali e corrotti, bensì di cambi di regime orchestrati a Washington, o meglio, a Langley."

Non c'è mai stata e non c'è alcuna guerra ibrida russa. C'è invece una forte campagna occidentale volta ad addossare alla Russia la colpa di qualsiasi cosa.

"Negli ultimi tempi, non passa giorno in Europa senza che qualche allarme droni, incendio o blackout venga attribuito alla Russia. Ci viene detto che questi incidenti fanno tutti parte di una spietata guerra ibrida che la Russia sta conducendo contro l'Europa, una guerra che include incursioni di droni, violazioni dello spazio aereo, sabotaggi, incendi dolosi, cyberattacchi e altro ancora. Ci viene detto che ciò include complotti per collocare dispositivi incendiari a bordo di aerei cargo DHL, far saltare in aria binari ferroviari in Polonia e dare alle fiamme magazzini e centri commerciali in tutta Europa, oltre ad atti di sabotaggio contro le aziende della difesa e l'industria bellica in Europa e attacchi alle infrastrutture critiche europee, ma anche, apparentemente, l'invio di agenti segreti a defecare nei bagni dei deputati finlandesi. Ci viene anche detto che tali attacchi hanno iniziato a verificarsi poco dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022 e si sono intensificati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Secondo Kaja Kallas, l'Europa si trova ad affrontare una rapida proliferazione di attacchi di sabotaggio e violazioni dello spazio aereo."

Non c'è tuttavia alcuna prova che uno solo dei presunti incidenti abbia qualcosa a che fare con la Russia. Una guerra ibrida però esiste ma è quella condotta dall'élite occidentale contro il proprio popolo.

"In ultima analisi, un esame serio della narrazione sulla guerra ibrida russa non può che condurre a un'unica e inquietante conclusione. Una guerra ibrida viene effettivamente condotta contro l'Europa, ma viene condotta dallo stesso establishment UE-NATO contro la propria popolazione. Gli europei sono sottoposti a una prolungata campagna di guerra cognitiva o psicologica finalizzata a condizionarli a credere che l'Europa sia sotto attacco da parte della Russia e che questi attacchi ibridi siano il preludio a ostilità convenzionali, un'affermazione per la quale, nel complesso, ci sono scarse o nulle prove. Ciò a cui i fatti puntano, in realtà, è una deliberata campagna di ingigantimento della minaccia in cui governi, organi di informazione e think tank finanziati dalla difesa hanno colluso per instillare un permanente senso di paura nella popolazione, attraverso una copertura martellante di incidenti, attacchi, sabotaggi e campagne che, nella maggior parte dei casi, semplicemente non esistono."

Ieri Andy Burnham il Primo Ministro non eletto della Gran Bretagna ha incolpato la Russia per l'esito del voto britannico sulla Brexit.

"Il Primo Ministro Andy Burnham ha scatenato la bufera in Gran Bretagna lunedì con la sua affermazione secondo cui la Russia avrebbe cercato di interferire nel voto sulla Brexit del 2016 che ha portato il Paese fuori dall'Unione Europea, rompendo con i precedenti premier che avevano dichiarato come non vi fosse alcuna prova di un'ingerenza di Mosca."

Vi era stata un'approfondita indagine parlamentare sull'ipotizzata influenza russa nel referendum sulla Brexit la quale non aveva riscontrato nulla. Burnham ora sostiene senza alcuna prova tale ingerenza perché vuole annullare l'uscita della Gran Bretagna dall'UE.

"Solo poche settimane fa, nel suo primo discorso al congresso da leader laburista, Burnham è diventato il primo premier ad aprire la porta al rientro nell'Unione Europea. Poco dopo, ha suggerito che il programma del suo partito per le prossime elezioni potrebbe includere un referendum proprio su questa questione."

L'argomentazione non detta di Burnham è che se la Russia ha influenzato il referendum sulla Brexit il risultato è illegittimo e deve essere annullato. Si tratta di una tesi falsa tanto quanto le accuse dello stesso Burnham secondo cui l'Iran sarebbe dietro ad alcuni contrabbandieri di carburante arrestati vicino a un aeroporto militare in Gran Bretagna e poi rilasciati su cauzione.

La propaganda sulla non esistente guerra ibrida che la Russia starebbe conducendo contro l'Europa ha raggiunto un nuovo picco ieri. L'Ucraina aveva appena bombardato diversi data center in Russia utilizzati da Yandex l'equivalente russo di Google. Yandex come Google Bing e altri scansiona costantemente internet per aggiornare il proprio indice di ricerca. Le statistiche sul traffico internet globale fornite da Cloudflare e da altri operatori hanno mostrato che a seguito dell'attacco ucraino l'attività del web crawler di Yandex è crollata. I media anti russi hanno immediatamente approfittato di questo fatto per sostenere che la famigerata influenza russa fosse improvvisamente crollata.

"I bot del Cremlino sono scomparsi? Dopo i raid sui data center di Yandex, il traffico automatizzato è crollato di quasi 250 volte. Gli utenti dei social media hanno rapidamente notato un'interessante coincidenza: con il calo del traffico, anche i bot filo-cremlino sono sembrati diventare meno attivi. Questi account inondano le sezioni commenti, fomentano conflitti e creano l'illusione di un ampio sostegno pubblico."

L'eurodeputato ceco Tomáš Zdechovský non ha saputo resistere dal lanciare una frecciata al partito di estrema destra tedesco Alternative für Deutschland.

"Tanto parlare di patriottismo tedesco e poi la connessione con la Russia cade."

Diversi altri politici europei hanno fatto affermazioni simili. Il calo del traffico di Yandex avrebbe secondo loro ridotto anche il sostegno online a vari partiti e cause sgradite tra cui il partito tedesco AfD e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Nonostante non vi fosse alcuna prova a supporto di tali affermazioni i media mainstream in Germania Francia e altrove ci si sono tuffati a capofitto. Sono bastate poche ore perché venissero smentiti e svergognati.

"Vi presento la fonte della gigantesca fake news che è stata sdoganata in totale impunità da queste persone che si definiscono giornalisti, e che si sono appena rese di nuovo spettacolarmente ridicole. Le Parisien, BFM, Ouest France, TV5 Monde, oltre a Caroline Fourest, hanno rilanciato una falsa statistica proveniente da un fasullo grafico generato dall'IA che sosteneva di mostrare un calo del 56% dell'attività dell'AfD sui social media a seguito dei raid sui server di Yandex. Questo sedicente grafico, pubblicato da un parlamentare europeo del partito di Ursula von der Leyen, non indicava né che tipo di dati venissero misurati, né la fonte di tali dati, né come fossero stati aggregati; non includeva alcuna nota esplicativa sulla metodologia; e pretendeva di misurare il traffico fino al 15 ottobre 2026, ovvero nel futuro. Chiunque abbia più di due neuroni funzionanti non avrebbe mai preso sul serio un falso così rozzo. Ma apparentemente ai nostri giornalisti manca anche questo requisito minimo. Per quanto riguarda l'attività pro-Trump, si tratta di un filo-democratico americano che ha letteralmente detto: «Ho la sensazione che ci siano meno bot». Tutto qui. Nessuna fonte, nessun dato, nessun documento falso. È fondamentalmente la sua sensazione di pancia a parlare. E come se non bastasse, questi giornalisti hanno anche del tutto travisato una vera pubblicazione di Cloudflare, la quale mostrava che la maggior parte dei web crawler di Yandex era scomparsa a seguito dell'attacco ai server. I crawler sono i bot utilizzati dai motori di ricerca per scansionare e indicizzare le pagine web. Non hanno alcun legame con i bot che diffondono messaggi sui social media. Questo è il livello di affidabilità con cui questi giornalisti gestiscono le informazioni e eppure hanno l'arroganza di salire in cattedra."

Quei giornalisti naturalmente non sono altro che compiacenti accoliti che diffondono qualsiasi sciocchezza anti russa i loro leader vogliano che producano. Non si curano dei fatti né della morale e la loro unica missione è spingere l'opinione pubblica verso una nuova guerra in Europa.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

Petrolio disponibile, perché i prezzi del carburante sono ancora alti?

 

di Kamran Yeganegi - The Cradle

Entro il 7 ottobre, alcuni comandanti di petroliere che attraversavano lo Stretto di Hormuz arrivavano a guadagnare l'equivalente di 100.000 dollari al mese, con bonus fino a 50.000 dollari per ogni singolo viaggio. L'assicurazione contro i rischi di guerra per una superpetroliera poteva raggiungere i 20 milioni di dollari per una sola traversata nel Golfo Persico.

Per gli armatori non si trattava più di ordinarie spese di navigazione. Mesi di attacchi avevano trasformato uno dei corridoi energetici più trafficati al mondo in una scommessa commerciale estremamente onerosa. Le petroliere potevano ancora transitare, ma ogni viaggio comportava un carico finanziario di gran lunga superiore alle condizioni pre-belliche.

Il prezzo del transito

Queste cifre hanno messo a nudo una contraddizione al cuore del mercato energetico. Le esportazioni di greggio dal Medio Oriente avevano iniziato a riprendersi, eppure le forniture di carburante rimanevano scarse e i prezzi ostinatamente elevati.

Le esportazioni di greggio da parte dei produttori del Golfo, escluso l'Iran, sono tornate ad almeno 16,5 milioni di barili al giorno a settembre, eguagliando i livelli pre-bellici, con alcune spedizioni giornaliere che li hanno persino superati. Tuttavia, il riaccendersi degli attacchi alle petroliere all'inizio di ottobre ha gettato ombre sulla durata di tale ripresa.

Se si muove più petrolio, perché i consumatori continuano a pagare così tanto il carburante?

I prezzi del greggio e dei carburanti al dettaglio mostrano l'impatto disomogeneo dello shock. Il greggio Brent ha chiuso a 72,48 dollari al barile il 27 febbraio 2026 ed è salito a 104,72 dollari il 9 ottobre, con un incremento di circa il 44,5%. Nello stesso periodo, il prezzo medio del diesel al dettaglio negli Stati Uniti è salito da 3,81 dollari al gallone a fine febbraio a 6,20 dollari il 5 ottobre, con un aumento di quasi il 63%.

Il greggio ha ritracciato dai picchi toccati durante il conflitto, ma i consumatori hanno visto ben pochi benefici. Le cifre riflettono sia l'aumento dei prezzi del greggio rispetto ai livelli pre-bellici, sia la pressione supplementare sui carburanti dovuta alla ridotta capacità di raffinazione, alle scorte esaurite e ai costi di trasporto. Il confronto sul Brent utilizza i prezzi di chiusura dei futures, mentre i dati sul diesel rappresentano le medie settimanali dei distributori statunitensi, motivo per cui le due serie non si muovono in perfetto parallelo.

La risposta sta nel percorso che separa un giacimento petrolifero dalla pompa di benzina. La guerra ha scompaginato la navigazione, la raffinazione, lo stoccaggio e la distribuzione, generando carenze e costi che la sola ripresa delle esportazioni di greggio non è in grado di risolvere.

Il collo di bottiglia della raffinazione

Il petrolio greggio e i carburanti raffinati operano in mercati strettamente interconnessi ma distinti. Una volta estratto, il greggio deve raggiungere una raffineria capace di lavorarne le specifiche caratteristiche. Il diesel, la benzina e il cherosene per aviazione così ottenuti richiedono poi depositi di stoccaggio, navi cisterne per prodotti raffinati, oleodotti e reti di distribuzione. Un'interruzione in un qualsiasi punto di questa catena può limitare le consegne anche in presenza di un'ampia disponibilità di greggio.

Il Medio Oriente occupa una posizione centrale in questo sistema. L'Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti hanno investito ingenti risorse in grandi complessi di raffinazione, trasformando il Golfo in un principale esportatore di prodotti petroliferi oltre che di greggio.

Questi impianti dipendono da sofisticate unità di lavorazione e da infrastrutture interconnesse. Ripristinare le consegne di greggio non può compensare i macchinari danneggiati, la capacità di lavorazione non disponibile o i terminal d'esportazione bloccati.

Il Rapporto sul mercato petrolifero di settembre dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) ha evidenziato che le esportazioni del Golfo di prodotti raffinati e gas di petrolio liquefatto sono rimaste inferiori di 3,7 milioni di barili al giorno, ossia quasi il 60%, rispetto ai livelli di febbraio.

La contrazione è stata particolarmente severa per il diesel e il gasolio. Le esportazioni nette dal Golfo sono state in media di soli 390.000 barili al giorno ad agosto, poco più di un quarto del livello pre-bellico.

Le interruzioni della raffinazione in Russia hanno aggravato la carenza. Complessivamente, il Golfo e la Russia hanno esportato ad agosto circa 1,6 milioni di barili di diesel e gasolio al giorno in meno rispetto a febbraio.

Ciò aiuta a spiegare l'allargamento del crack spread, ovvero la differenza tra il prezzo di mercato di un prodotto raffinato e il suo benchmark di petrolio greggio.

I crack spread di diesel e cherosene per aviazione sono aumentati nettamente mentre i raffinatori faticavano a soddisfare la domanda di distillati medi. Secondo i dati della U.S. Energy Information Administration (EIA), i crack spread medi dei distillati e del cherosene nel terzo trimestre del 2026 erano quasi il triplo rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Crack spread elevati non si traducono automaticamente in equivalenti profitti per le raffinerie; i costi operativi e di capitale continuano a pesare. Tuttavia, essi rivelano l'insolito ed elevato valore di mercato dei prodotti raffinati diventati rari.

Le carenze di diesel comportano conseguenze particolarmente ampie. Camion, aziende agricole, miniere e impianti industriali dipendono da questo carburante, consentendo ai prezzi più alti di propagarsi attraverso i costi di trasporto merci, i costi di produzione e i beni di consumo.

Un calo dei benchmark del greggio potrebbe quindi portare un sollievo limitato finché le forniture di diesel rimarranno ristrette.

Le navi da guerra non possono fissare i tassi assicurativi

Lo Stretto di Hormuz aggiunge un ulteriore livello di costo. Le operazioni navali possono proteggere determinate spedizioni, ma la marina mercantile dipende da assicuratori, armatori e commercianti che valutano se un viaggio valga il rischio.

I premi per i rischi di guerra sono saliti alle stelle. A luglio, Marcus Baker, responsabile globale del settore marittimo, merci e logistica presso Marsh, ha affermato che i premi aggiuntivi per le navi in transito a Hormuz erano saliti a circa il 7,5–10% del valore dello scafo, rispetto a circa l'1–3% di poche settimane prima. Le tariffe variano a seconda della nave e del viaggio; le quotazioni di ottobre, comprese tra il 6 e il 10%, dimostrano che i costi sono rimasti proibitivi.

La geopolitica delle assicurazioni marittime è diventata centrale per le conseguenze economiche del conflitto. Gli assicuratori marittimi influenzano quali rotte rimangono commercialmente sostenibili fissando il prezzo del rischio. Una nave può essere legalmente autorizzata a salpare e trovarsi comunque di fronte a costi assicurativi che rendono il viaggio antieconomico.

Le superpetroliere (VLCC) possono talvolta assorbire un'assicurazione costosa grazie a noli eccezionalmente elevati. Le navi cisterna più piccole impiegate per i prodotti raffinati puliti hanno invece meno margine per ammortizzare tali costi.

La società di brokeraggio marittimo BRS ha spiegato questa disparità a giugno, notando che le navi cisterna per prodotti raffinati di dimensioni minori erano state scoraggiate dal crossare Hormuz perché "i premi assicurativi non vengono assorbiti così facilmente".

Una ripresa del traffico di petroliere di greggio può quindi coesistere con severe restrizioni sulle spedizioni di diesel e benzina.

La crisi ha messo a nudo i limiti economici della strategia di sicurezza marittima di Washington. La protezione navale statunitense può facilitare alcuni transiti, ma le navi da guerra non possono dettare i tassi assicurativi né ripristinare la fiducia degli armatori.

La capacità dell'Iran di minacciare la navigazione attorno a Hormuz è diventata uno strumento di leva geopolitica. Esercitare pressione sulla percezione del rischio marittimo può alterare i noli, le decisioni assicurative e le rotte commerciali senza la necessità di una chiusura fisica e permanente dello stretto.

Gli esportatori del Golfo e i loro clienti asiatici dipendono entrambi da un passaggio accessibile attraverso Hormuz. L'aumento dei costi di trasporto e assicurativi costringe gli esportatori ad assorbire spese maggiori o a scaricarle sugli acquirenti, mentre gli importatori asiatici devono fare i conti con forniture di carburante più ridotte e consegne più care.

Questa vulnerabilità interconnessa rende Hormuz un'arena di competizione geopolitica particolarmente determinante.

La deviazione ha un prezzo

Le compagnie di navigazione si sono adattate ricorrendo a rotte più lunghe, trasferimenti da nave a nave e corridoi di esportazione alternativi. Tali misure hanno consentito di mantenere in movimento una parte del petrolio, ma assorbono una maggiore capacità della flotta.

Nell'economia marittima, le tonnellate-miglio misurano il volume del carico moltiplicato per la distanza percorsa. Rotte più lunghe aumentano il lavoro di trasporto richiesto anche quando sul mercato giunge un numero inferiore di barili.

Jacob Balslev Meldgaard, CEO dell'operatore di petroliere Torm, ha descritto questo cambiamento ad agosto: "Si sono mossi meno barili, ma hanno viaggiato per distanze significativamente maggiori".

Come ha spiegato Meldgaard nello stesso rapporto: "L'estensione di un singolo viaggio di oltre 30 giorni rimuove di fatto una nave dal mercato per un ulteriore mese".

Viaggi più lunghi tengono bloccate navi che altrimenti sarebbero disponibili per nuovi carichi. Il risultato è un'ulteriore pressione sui noli e sul costo del carburante consegnato.

Oleodotti, terminal e rotte marittime alternative aiutano gli esportatori a mantenere le operazioni durante le crisi geopolitiche, ma richiedono investimenti aggiuntivi e comportano costi logistici e di trasporto supplementari.

L'oleodotto Est-Ovest dell'Arabia Saudita, che collega la regione petrolifera orientale con il porto di Yanbu sul Mar Rosso, illustra sia il valore sia la vulnerabilità di tali alternative.

The Cradle ha ricostruito come l'attacco di settembre alle sue stazioni di pompaggio abbia ritardato i caricamenti anche dopo il riavvio della linea. Aggirare Hormuz richiede comunque stazioni di pompaggio funzionanti, capacità nei terminal, navi e un proseguimento sicuro della navigazione attraverso il Mar Rosso.

La capacità di spostare un barile lungo un'altra rotta preserva l'offerta. Ma quello stesso barile potrebbe finire per costare notevolmente di più una volta giunto a destinazione.

Le riserve comprano tempo

I governi hanno attinto alle riserve petrolifere di emergenza per contenere lo shock, compreso un ulteriore rilascio da parte del G7 annunciato all'inizio di ottobre. Tali interventi possono sostenere l'offerta per un certo periodo, ma le scorte di greggio non possono sostituire le infrastrutture di raffinazione danneggiate.

Le scorte di greggio e quelle di prodotti raffinati rispondono a esigenze diverse. Le riserve di greggio devono comunque passare attraverso raffinerie idonee prima di diventare diesel o benzina. Le scorte di prodotti raffinati possono invece raggiungere i consumatori più direttamente, a condizione che i trasporti e la distribuzione rimangano operativi.

Le valutazioni dell'AIE di settembre indicano che le scorte globali osservate di petrolio sono diminuite di 507 milioni di barili tra febbraio e agosto 2026. Ricostituire tali scorte genererà una domanda aggiuntiva di greggio e prodotti petroliferi mentre i consumi correnti proseguono.

L'amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha avvertito all'inizio di ottobre che la ricostituzione delle scorte globali, unitamente al soddisfacimento della domanda, potrebbe richiedere fino a due anni dal momento della riapertura completa di Hormuz.

Il prezzo alla pompa mostra quanto poco respiro sia arrivato finora.

Nonostante le misure di emergenza, all'inizio di ottobre il diesel si manteneva ben al di sopra del prezzo pre-bellico. L'indagine settimanale dell'EIA ha fissato la media nazionale statunitense a 6,199 dollari al gallone il 5 ottobre, in calo rispetto al picco di 6,529 dollari di fine settembre, ma ancora circa il 63% al di sopra della rilevazione del 23 febbraio.

Le riserve strategiche possono attenuare lo shock. Riparare le raffinerie, ricostituire le scorte e ripristinare la sicurezza delle rotte marittime richiederà molto più tempo.

Il costo di una ripartenza lenta

Anche se i combattimenti attorno allo Stretto di Hormuz cessassero immediatamente, le raffinerie danneggiate dovrebbero comunque affrontare vincoli tecnici e operativi. Le riparazioni dei macchinari, la sostituzione dei componenti, i requisiti dei catalizzatori e le procedure di riavvio in sicurezza non sempre possono essere completati rapidamente.

La ripresa della produzione dovrebbe soddisfare la domanda corrente di carburante e contemporaneamente ricostituire le scorte commerciali esaurite. L'offerta aggiuntiva di prodotti potrebbe quindi essere assorbita prima che un reale sollievo raggiunga i mercati al dettaglio.

Il trasporto marittimo presenta un problema analogo. Gli assicuratori e gli operatori necessitano di prove concrete di una sicurezza duratura prima di rivedere le proprie valutazioni del rischio e le condizioni commerciali.

A giugno, Marcus Baker di Marsh ha spiegato che gli assicuratori avrebbero preteso "un prolungato periodo senza ulteriori tentativi o attacchi riusciti contro la marina mercantile" prima di poter applicare riduzioni significative e generalizzate dei costi assicurativi.

Con la capacità di raffinazione limitata, le scorte di carburante ridotte al lumicino e i costi di spedizione ancora elevati, un calo consistente dei prezzi del carburante rimane improbabile nel breve termine, anche se le esportazioni di greggio dovessero continuare a riprendersi.

La protezione militare può riaprire le rotte di navigazione, ma il prezzo pagato dai consumatori è determinato da un sistema industriale e commerciale che risponde a pressioni differenti e opera con tempi diversi.

Le petroliere di greggio potranno anche tornare ad attraversare Hormuz, ma i soli volumi di spedizione non bastano a misurare la crisi dei carburanti. Finché le raffinerie non riacquisteranno capacità, le scorte non saranno ricostituite e i premi per i rischi di guerra non si saranno attenuati, i consumatori continueranno a pagare per le interruzioni che persistono anche dopo che il petrolio riprende a scorrere.

 

 

(Traduzione de l'Antidiplomatico)

 

I soldati israeliani raccontano i crimini di guerra commessi a Gaza

 

Secondo quanto riportato da Elis Gjevori in un articolo per Middle East Eye, il settimanale tedesco Der Spiegel ha pubblicato le testimonianze dirette di dieci soldati e riservisti israeliani. I militari hanno descritto in dettaglio come le truppe abbiano ucciso civili palestinesi disarmati nella Striscia di Gaza, catalogandoli sistematicamente come terroristi dopo la loro morte.

Nelle testimonianze raccolte dal media tedesco, i soldati hanno riferito episodi di crimini di guerra commessi durante le operazioni militari a Gaza, tra cui l'eliminazione di civili privi di armi e la distruzione sistematica di interi quartieri per impedire ai residenti di farvi ritorno.

La testimonianza di David: il ruolo dell'estremismo ideologico

David, un riservista di fanteria impegnato in diverse missioni nella Striscia di Gaza centrale e a Khan Younis, ha riferito a Der Spiegel che la sua unita ha ucciso molti uomini disarmati. Un ufficiale di alto rango gli disse espressamente che la popolazione locale doveva essere punita e che bisognava far capire che l'esercito stava sottraendo loro terra, spingendoli sempre piu indietro.

Il riservista ha spiegato che, sebbene inizialmente tali azioni venissero compiute anche da soldati laici, con il prosieguo del conflitto sono subentrati elementi appartenenti a correnti estremiste e messianiche. Molti militari consideravano gli omicidi un vero e proprio dovere religioso, riprendendo gli appelli a cancellare la presenza palestinese gia espressi da esponenti della destra di governo come i ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir. I soldati ricevevano spesso l'ordine di sparare a vista contro gli uomini in eta militare per ucciderli.

Le direttive di ingaggio e la politica della terra bruciata

Yuval Green, un riservista che ha prestato servizio nella cinquantacinquesima Brigata Paracadutisti a Khan Younis tra la fine di novembre 2023 e gennaio 2024, ha ricordato ordini categorici volti a non mostrare alcuna pieta. Green ha spiegato che i comandanti mantenevano una linea deliberatamente ambigua su chi potesse essere colpito, creando un contesto operativo che consentiva l'uccisione di civili senza alcuna giustificazione.

Un altro riservista, Yaakov, che ha trascorso duecentocinquanta giorni nella Striscia di Gaza centrale, ha descritto una vera e propria politica della terra bruciata ideata per fare in modo che ai palestinesi non rimanesse alcun luogo in cui tornare. Yaakov ha raccontato che in oltre ottanta giorni la sua brigata ha ucciso tra le centosessanta e le centosettanta persone, di cui solo una sospettata di impugnare un'arma. Nonostante cio, tutti i deceduti venivano registrati come terroristi. In un altro caso, i soldati hanno classificato come terroristi alcuni civili che si stavano rinfrescando in spiaggia, aprendo il fuoco contro di loro.

Il caso dell'ospedale Nasser e la pratica dell'incriminazione post mortem

Nel suo reportage per Middle East Eye, Elis Gjevori evidenzia anche la testimonianza di Tal, un riservista che ha descritto quanto accaduto in seguito all'attacco contro l'ospedale Nasser di Khan Younis del venticinque agosto duemilaventicinque, in cui sono morte ventidue persone, tra cui cinque giornalisti.

Tal ha spiegato che, quando qualcuno viene ucciso o ferito, il primo tentativo dell'esercito e sempre quello di collegarlo ad Hamas per presentare una giustificazione accettabile all'opinione pubblica mondiale. All'interno dell'esercito, i soldati definivano questo processo incriminazione post mortem.

 

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Trump lancia un duro avvertimento all'Europa: "Viene divorata viva"

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad rivolgere un duro avvertimento all'Europa nell'ambito della sua strategia sulle tariffe commerciali, affermando che il continente rischia di trovarsi in forte difficoltà.

"Quando impongo una tariffa del cento per cento, guardate cosa succede in Europa. Non applicano tariffe e vengono divorati vivi", ha dichiarato il presidente statunitense nel corso di un intervento pubblico tenutosi mercoledì.

L'appello a un cambio di rotta economico

L'inquilino della Casa Bianca ha proseguito sostenendo che i Paesi europei farebbero meglio ad agire con rapidità, ipotizzando che in caso contrario l'assetto del continente potrebbe subire trasformazioni profonde. Ha inoltre osservato che già oggi l'Europa appare molto diversa rispetto a tempi recenti.

Contestualmente, il presidente ha rivendicato i risultati conseguiti dall'economia americana, definendo gli Stati Uniti più forti che mai e sottolineando la crescita delle entrate finanziarie per il Paese.

CNN: Gli USA potrebbero usare la "madre di tutte le bombe" contro l'Iran

 

Le forze armate statunitensi hanno elaborato nuovi piani d'attacco contro l'Iran che includono l'impiego della GBU-43/B MOAB, nota come la "madre di tutte le bombe". L'indiscrezione emerge in un contesto segnato dal blocco dei negoziati e da crescenti pressioni per porre fine al conflitto.

Secondo fonti statunitensi citate dalla CNN, l'ordigno non nucleare più potente dell'arsenale americano verrebbe impiegato per colpire le infrastrutture energetiche e i siti nucleari iraniani, qualora il presidente Donald Trump desse l'ordine di riprendere le ostilità.

Una fonte ha ipotizzato che gli attacchi potrebbero avvenire "prima del ritiro degli Stati Uniti dall'area di responsabilità del CENTCOM". Ciò suggerisce l'intenzione dell'amministrazione di condurre una serie di bombardamenti decisivi, dichiarare vittoria e procedere a un rapido disimpegno delle truppe sul campo.

Un'arma psicologica per sbloccare i negoziati

Permangono tuttavia forti dubbi sull'effettiva efficacia della MOAB contro i complessi nucleari e i bunker sotterranei fortificati dell'Iran. Come sottolineato da una fonte esperta, la bomba "non è progettata come una testata a penetrazione profonda". Il suo eventuale impiego avrebbe quindi un valore prevalentemente psicologico, mirato a destabilizzare l'avversario e a sbloccare lo status quo negoziale.

La MOAB è una bomba ad alto esplosivo lanciata da velivoli cargo che detona prima dell'impatto con il suolo, generando una devastante onda d'urto in tutte le direzioni. Già nel 2003, durante le fasi finali dei test nell'ambito della guerra in Iraq, i vertici militari la definirono uno strumento pensato primariamente per le "operazioni psicologiche".

Retorica aggressiva e calcoli elettorali

Di fronte allo stallo diplomatico, Trump ha più volte evocato l'impiego della forza militare contro Teheran. In un'intervista rilasciata alla rivista Time e pubblicata il 1° ottobre, il presidente ha sostenuto la necessità di "annientare l'Iran", definendolo l'unico modo per restituire stabilità allo scenario globale.

Negli ultimi giorni, Trump è tornato ad avvertire la Repubblica Islamica minacciando di impartirle "una bella lezione". Ciononostante, la settimana scorsa ha dichiarato che Washington non ha intenzione di sferrare un attacco imminente, almeno non prima delle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Tale affermazione appare in netto contrasto con le notizie trapelate poco prima, secondo cui la Casa Bianca avrebbe chiesto al Pentagono di preparare diverse opzioni militari contro obiettivi iraniani da attuare proprio prima del voto, con l'obiettivo di mostrare progressi strategici e calmierare il prezzo del carburante.

La replica di Teheran

Nel frattempo, l'Iran ha rivendicato un forte potenziamento bellico. Il 6 ottobre, il generale di brigata Reza Talei-Nik, portavoce del Ministero della Difesa iraniano, ha dichiarato che negli ultimi sette mesi la capacità produttiva di armi ed equipaggiamenti militari è aumentata di 2,5 volte rispetto al periodo precedente all'esplosione del conflitto scatenato da USA e Israele a fine febbraio.

Il portavoce ha infine ammonito che qualsiasi ulteriore aggressione o minaccia incontrerà una "risposta decisa", destinata a tradursi in "sconfitte ancora più clamorose" per gli avversari.

 

Lo Yemen rivendica abbattimento jet saudita Typhoon

 

Le forze armate yemenite hanno annunciato di aver abbattuto un aereo da combattimento Eurofighter Typhoon dell'aeronautica saudita nello spazio aereo della provincia di Sa'da, impiegando un missile terra-aria.

Secondo quanto dichiarato mercoledì sera dal portavoce militare, il generale di brigata Yahya Saree, il velivolo saudita — decollato dalla base aerea di Ta'if — è stato colpito in pieno ed è precipitato nella zona.

Attacchi balistici su Riad e sulle truppe saudite

In una seconda nota, il generale Saree ha riferito che le forze yemenite hanno sferrato un attacco contro l'aeroporto internazionale Re Khalid di Riad utilizzando un missile balistico, sostenendo che l'impatto sia stato "preciso e diretto".

Inoltre, il comunicato menziona un'ulteriore operazione condotta con tre missili balistici contro varie concentrazioni di truppe saudite nelle aree di Ras al-Ara e Al-Mudarabah. "Grazie a Dio, gli impatti sono stati accurati e hanno causato un elevato numero di morti e feriti, oltre alla distruzione di diversi veicoli militari", ha aggiunto il portavoce.

Raid su vasta scala contro i siti strategici di Aramco

Mercoledì mattina, l'esercito yemenite ha rivendicato un'operazione militare ad alto impatto contro le infrastrutture della compagnia petrolifera statale Saudi Aramco a Dhahran (nella Provincia Orientale), una raffineria Aramco e nuovamente l'aeroporto Re Khalid nella capitale Riad.

L'attacco di ritorsione avrebbe provocato vasti incendi presso le strutture di Saudi Aramco. Le forze yemenite hanno rivendicato la responsabilità degli attacchi, preannunciando ulteriori azioni militari all'interno del territorio saudita.

Le origini della ritorsione: bombardamenti e blocco navale

La nuova fiammata del conflitto fa seguito ai bombardamenti condotti dall'Arabia Saudita a luglio contro l'aeroporto di Sana'a, che avevano innescato la reazione yemenita contro basi, porti, scali aeroportuali e petroliere nel Mar Rosso.

Il 20 luglio, le autorità yemenite avevano annunciato un'intensificazione delle operazioni militari in risposta al sostegno fornito da Riad al governo con sede ad Aden, imponendo a loro volta un blocco navale all'Arabia Saudita in risposta all'embargo subito dallo Yemen sin dal marzo 2015.

Qalibaf: Teheran pronta a combattere per imporre le proprie condizioni

 

Il presidente del Parlamento iraniano ha dichiarato che Teheran è pronta a combattere con tutte le sue forze per costringere il nemico ad accettare le richieste del Paese.

Combattiamo e negoziamo, combattiamo con tutte le nostre forze e aumentiamo la nostra prontezza quando necessario, ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf in un intervento televisivo trasmesso mercoledì, riferendosi al conflitto in corso con gli Stati Uniti.

Il funzionario iraniano ha spiegato che l'Iran combatterà finché non costringerà il nemico ad accettare le richieste della nazione, oppure a prendere atto della sconfitta. Ha tuttavia chiarito che questa linea non implica la volontà di condurre una guerra a tempo indeterminato o di trascinare le trattative senza una fine.

Deterrenza militare, economica e strategica

Il nostro obiettivo è generare una deterrenza reale attraverso il nostro rafforzamento e imprimere questa consapevolezza nella mente del nemico, affinché nessuno osi attaccarci. Chiunque coltivi questo proposito dovrebbe guardare alle esperienze passate e comprendere che non può combattere l'Iran, ha aggiunto Qalibaf inviando un avvertimento diretto agli avversari.

In questo scenario, il rappresentante iraniano ha sottolineato che la deterrenza non può limitarsi al solo ambito militare, pur confermato dalla capacità del Paese di far rispettare il cessate il fuoco e dalle prestazioni dei sistemi di difesa aerea. Deve invece estendersi al fronte della Resistenza, al controllo dello Stretto di Hormuz, alla coesione nazionale e alla tenuta dell'economia.

Accuse di violazione degli accordi a Washington

Qalibaf ha accusato gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni assunti e di aver infranto la parola data, sostenendo che Washington deve essere punita e deve modificare il proprio atteggiamento. Deve comprendere che è indispensabile raggiungere un'intesa con il popolo iraniano e accettarne le legittime rivendicazioni, ha proseguito.

Rispondendo alle preoccupazioni dell'opinione pubblica iraniana circa la possibilità che la diplomazia possa sventare nuove aggressioni, Qalibaf ha precisato che nessun accordo, da solo, può bastare a scongiurare futuri attacchi. Per questo motivo la linea strategica di Teheran punta a coniugare la prontezza militare con l'azione diplomatica per costruire una deterrenza duratura.

L'evoluzione del conflitto nell'area

Il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l'Iran, a cui Teheran ha risposto colpendo obiettivi israeliani nei territori occupati e installazioni statunitensi nella regione.

A giugno, Teheran e Washington avevano siglato un memorandum d'intesa finalizzato ad allentare la pressione, ma gli Stati Uniti hanno successivamente violato l'intesa conducendo bombardamenti aerei, imponendo un blocco navale e cercando di ridurre la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz attraverso la creazione di un corridoio marittimo a ridosso della costa dell'Oman.

A seguito di tali azioni, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e l'esercito regolare iraniano hanno ripreso i lanci di missili e i raid con droni contro le postazioni americane nell'area.

 

Tagli al welfare, nuove tasse e riarmo: cosa si nasconde dietro i conti di Giorgetti

 

di Stefano Macera e Federico Giusti

Era scontato che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio validasse le previsioni del DPFP (Documento Programmatico di Finanza Pubblica): nel redigerlo,  il ministro Giorgetti si è avvalso della collaborazione di fior di esperti. Tuttavia, può essere istruttivo leggere attentamente il documento relativo all’audizione della Presidenza Upb in Commissione bilancio. Tra le righe, e talvolta anche in modo esplicito, vi emergono non poche criticità.

Del resto, il contesto in cui è stato varato il Documento è tra i più preoccupanti. Disastrosa sotto ogni aspetto, la politica estera trumpiana produce pure il rincaro del gas e del petrolio. Le ostilità e il freno ai transiti nello Stretto di Hormuz stanno generando una forte pressione sugli equilibri finanziari e sui prezzi (con conseguenze non indifferenti a livello di consumi).

In una fase così turbolenta, siamo abituati a leggere previsioni di andamento dell’economia seguite dalla proposta di correttivi di varia natura. Alcuni dei quali (si veda il tentativo di contenere l’inflazione alzando i tassi di interesse) rischiano di acuire la crisi in atto.

Tuttavia, da più parti si cerca di infondere ottimismo, riferendo di un andamento positivo del mercato del lavoro. Al riguardo, molto utilizzati sono i dati contenuti nel Rapporto Annuale dell’INPS. In esso, però, non è riportato solo l’aumento delle assunzioni, ma emergono diverse anomalie. A cominciare dal numero eccessivo delle partite Iva rispetto agli altri paesi a capitalismo avanzato.

Quanti, tra i lavoratori autonomi, sono in realtà lavoratori dipendenti mascherati, per giunta vincolati a una condizione fortemente precaria? Ma il discorso sulle problematicità andrebbe ulteriormente allargato. E’ vero, nel 2025 gli assicurati INPS hanno raggiunto un picco storico di 27,2 milioni, con un aumento di 244.000 lavoratori rispetto al 2024 e di ben 1,7 milioni rispetto al 2019.

Ma qual è la dinamica che ha portato alla creazione dei nuovi posti di lavoro? Urge una verifica su quanti siano derivati dai tagli fiscali alle imprese, ossia dalla scelta governativa di far gravare sullo Stato l’onere dell’incremento delle buste paga. Sempre stando ai dati, nel 2025 i lavoratori dipendenti hanno superato quota 21 milioni. Più in particolare, la percentuale dei lavoratori under 34 è cresciuta del 12,4%, la presenza femminile è aumentata del 7,8%, quella dei lavoratori extra-UE ha avuto un incremento del 35,5% (in pratica, un dipendente su sette è straniero). Gli over 55, poi, sono passati da 6 a 7,6 milioni. Ora, se l’apporto degli immigrati all’economia è rilevante i loro salari rimangono comunque inferiori a quelli degli autoctoni.

Invero, sia il DPFP sia l’INPS riferiscono di una crescita salariale moderata o di stipendi bassi e insufficienti a fronteggiare l’aumento dei prezzi. Però non fanno i conti con una delle principali cause della erosione del potere d’acquist: gli aumenti retributivi derivanti da molti rinnovi contrattuali presentano come parametro di riferimento l’IPCA-NEI, un indice dei prezzi al consumo che non considera i prezzi dei beni energetici importati.

 

Inoltre, leggendo il rapporto INPS scopriamo come l’aumento dell’occupazione avvenga nei servizi ma non nella manifattura e nei settori ad alto valore aggiunto  (meccanica avanzata, biomedicale, energie rinnovabili ecc.) che più evidenziano il carattere dinamico di un’economia.

 Insomma, a leggere i dati con cognizione di causa, affiorano contraddizioni che sarebbe grave non affrontare in tempi brevi o medi. E’ vero: se la manifattura non cresce, in prospettiva il fabbisogno di energia potrebbe risultare più contenuto. Ma ciò a costo della perdita di numerosi posti di lavoro e anche, per chi ragiona in termini capitalistici, di una minor competitività del sistema economico nostrano.

Di più, a voler elencare tutti i problemi – spesso di natura strutturale – si rischia di non finirla più. Si pensi alla mancata crescita della domanda, che conferma un’erosione del potere d’acquisto inarrestabile e in atto da troppo tempo.

Per non dire della crescita quasi irrisoria dell’economia nei prossimi due anni da considerare non come dato momentano ma frutto di una tendenza di fondo. i cui caratteri più estremi, negli ultimi tempi, sono stati resi meno visibili dall’effetto PNRR, svanito il quale, per l’economia italiana non mancheranno i dolori che poi si ripercuoteranno in misura maggiore sui ceti bassi o medio-bassi.

Insomma, questo è il contesto in cui ha agito Giorgetti. Si dirà che è uno dei pochi elementi non scarsi dell’Esecutivo Meloni, ma ciò non toglie che, sin qui, da parte sua , al pari delle forze politiche della maggioranza, non vi sia stato alcun impegno ad affrontare i problemi strutturali. Anzi, nella manovra vi è una novità che rinvia all’odierno clima elettorale e  strizza l’occhio a una parte della tradizionale base sociale del centrodestra. Ossia, la clamorosa estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra i 50001 e i 60000 euro[1].

Insomma, siamo di fronte a un ulteriore attacco al principio della progressività fiscale, inevitabilmente foriero di un inasprimento delle diseguaglianze che già segnano il belpaese. Si tratta di un’ipotesi scellerata, alla quale va contrapposta la logica inversa. Ovvero l’introduzione, sul modello degli anni ’70, di più scaglioni di reddito, con l’obiettivo di far pagare meno tasse a chi percepisce redditi inferiori a 50 mila e di aumentarle progressivamente per chi supera questo limite. Certo, oggi la destra e la sinistra “riformista” (incluse alcune forze sindacali) potrebbero liquidare tale proposta come sovversiva. Senza troppo ardire, anzi ribadendo una verità storica, la potremmo collegare a una saggezza democristiana.

Un’altra sgradevole novità è rappresentata dal aumento delle spese militari. Certo, l’incremento non coincide con quello richiesto dalla Nato ma rimane assai significativo. E alcune delle sue conseguenze – ovviamente non quelle che rimandano alla militarizzazione della intera società -  sono messe a fuoco proprio dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, secondo cui “Le maggiori spese militari programmate dal governo nel prossimo biennio imporranno all’italia (...) interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti”, ossia tagli, e “misure compensative”[2], quindi nuove tasse.

 Ma l’UPB si preoccupa anche di altro. Infatti, da un lato parla di conti pubblici in linea con i dettami Ue, ma dall’altro esprime preoccupazioni in merito alla prossima manovra. Rispetto alla quale, il DPFP “fornisce informazioni limitate”, nel senso che non indica “l’entità degli interventi lordi né le relative coperture”[3]. Il fatto che non siano riportate “le voci di entrata e di spesa né le componenti di spesa netta”, a detta dell’Ufficio rende difficile valutare “la qualità della manovra e la sostenibilità degli impegni nel medio periodo nonché la coerenza degli obiettivi con le regole di Bilancio”[4].

Ora, è evidente che le valutazioni di questo organismo muovano da principi diversi dai nostri, nonché dalla ossessione per compatibilità che riteniamo superate.

Di fronte a tanta opacità governativa, però, è impossibile non preoccuparsi. Non vorremmo che, per far quadrare i conti, l’abile Giorgetti e i suoi collaboratori ricorrano ai mezzi di sempre ossia infliggendoci qualche nuova privatizzazione o il contenimento forzato della spesa pubblica sotto forma di riduzione del Welfare.

[1] Si ricorda che  nel sistema vigente, in vigore dal 2024, essa riguarda i redditi compresi tra i 28001 e i 50000 euro. Oltre tale cifra, subentra l’aliquota del 43%.

[2] Carlo Di Foggia, L’Upb: “Il riarmo imporrà tagli e tasse”. E il recupero dei salari si è già fermato, Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026.

[3] Audizione nell’ambito dell’esame del DPFP 2026, in https://www.upbilancio.it/it/audizione-nellambito-dellesame-del-dpfp-2026/.

[4] Ibidem.

Tassare gli algoritmi per salvare la società: perché il modello post-lavorista è l'unica via d'uscita

 

di Michele Blanco

La civiltà occidentale sta attraversando una transizione che non ammette regressioni nostalgiche né correttivi congiunturali. Si tratta di un processo di decomposizione strutturale che sta smantellando le idee portanti della modernità novecentesca, a partire dal collasso del suo indicatore più intimo: la demografia.

L’inversione biologica tra saldi vivi e saldi morti — inaugurata dal modello scandinavo degli anni Settanta e oggi estesa per osmosi fino alla Cina — ha determinato un invecchiamento ipertrofico della popolazione. Questo fenomeno drena la spesa pubblica verso il welfare geriatrico, contrae la produttività marginale del lavoro e spegne l'entropia giovanile, intesa come forza storica di contestazione e rottura dei modelli di conformismo sociale.

In questo quadro di asfissia biologica si inserisce la faglia geostorica con l'Africa subsahariana, dove la disparità dei profili anagrafici e l'inversione delle masse critiche configureranno un'attrazione magnetica inevitabile, riducendo l'Europa ad appena l'11% della popolazione globale entro il 2050.

La crisi del modello economico e la trappola dell'iper-consumismo

Sul piano economico, l'Occidente sconta gli esiti della globalizzazione neoliberale avviata negli anni Ottanta, in cui la totale autonomizzazione della sfera finanziaria rispetto ai cicli della produzione materiale ha generato una plutocrazia oligarchica strutturalmente ostile a qualsiasi riconfigurazione del sistema, polarizzando la ricchezza a livelli pre-moderni.

Contemporaneamente, il modello basato sull'obsolescenza programmata e sull'iper-consumismo ha esaurito la sua spinta propulsiva: la saturazione della domanda dimostra che l'offerta non trova più sbocchi reali. L'avvento della transizione digitale ha agito per via sostitutiva, cannibalizzando il vecchio mondo materiale e distruggendo i meccanismi tradizionali di redistribuzione del reddito.

Questa crisi da sovrapproduzione cozza con la violenta destabilizzazione ecologica causata dall'estensione dei modelli estrattivi a una massa globale di oltre otto miliardi di individui. Nel frattempo, la democrazia liberale formale si svuota di sovranità, riducendosi a un simulacro procedurale incapace di governare le spinte sistemiche.

In questo vuoto, il deficit di alfabetizzazione sistemica della popolazione civile rappresenta il pericolo più immediato: una massa sociale stritolata da dinamiche macroeconomiche di cui ignora le cause è fatalmente esposta a regressioni scioviniste e populismi reazionari, col rischio di convertire una fisiologica decadenza in un collasso catastrofico qualora si tenti di opporre la forza militare alla logica del riassestamento globale.

Dall'efficienza produttiva all'Otium radicale

L'unica strategia adattativa per preservare la civiltà risiede in una mutazione epistemologica radicale che smantelli l'assioma fondamentale della modernità: il nesso indissolubile tra sapere, lavoro e valore economico.

Con l'evoluzione dell'intelligenza artificiale e dell'automazione algoritmica — che non si limitano più a sostituire la forza muscolare, ma colonizzano le funzioni cognitive superiori come la sintesi, la programmazione e la diagnosi a costi marginali azzerati —, la conoscenza umana finalizzata alla produzione materiale diviene obsoleta, superata con efficienza dalle macchine.

L'essere umano, espropriato del suo ruolo di produttore di conoscenza funzionale, è costretto a transitare dal negotium del tempo occupato all'otium radicale nell'accezione classica e contemplativa: un tempo liberato dal bisogno in cui la conoscenza cessa di essere un mezzo per l'accumulazione di capitale e torna a essere un fine in sé.

Questa transizione implica un salto quantico rispetto all'alienazione marxiana tradizionale: l'individuo rischia oggi di essere alienato dalle sue stesse facoltà cognitive e di perdere il senso dell'efficacia personale se l'algoritmo calcola e decide meglio di lui. La scommessa della conoscenza non produttiva diventa quindi l'unico baluardo terapeutico contro l'atrofia intellettuale e il nichilismo da automazione. Studiare la storia, la filosofia o la fisica teorica non per addestrare un modello o per riempire una casella nel mercato del lavoro, ma per il puro godimento della scoperta, permette di riscattare la cultura dalla sua riduzione aziendale a mera competenza.

L'evoluzione dell'IA dimostra inoltre che può esserci computazione pura senza coscienza, rompendo il monopolio umano sul pensiero logico-razionale e ridefinendo la nostra specie non più come l'animale che calcola meglio, bensì come l'essere che abita fenomenologicamente il significato, prova stupore ermeneutico ed è trasformato dall'atto stesso del conoscere.

Il paradigma post-lavorista e la sfida al Neo-Tecnofeudalismo

Da ciò deriva una conclusione logica e squisitamente politica: dal momento che l'automazione riduce drasticamente la domanda di forza lavoro umana e la biosfera impone di frenare l'impatto ambientale, occorre ridurre progressivamente la giornata lavorativa, sostenendo le forme di vita attraverso la redistribuzione automatica della ricchezza prodotta dagli algoritmi.

Questa radicale transizione post-lavorista impone tuttavia una profonda de-aziendalizzazione del sistema educativo contemporaneo, il quale opera ancora come una filiera di subfornitura del mercato occupazionale attraverso la certificazione di competenze iperspecialistiche e procedurali destinate a un'immediata obsolescenza. La scuola e l'università devono invece abbandonare l'addestramento performativo e la logica aziendalista dei test standardizzati per rifondarsi attorno all'ermeneutica della complessità, al pensiero critico e alla resistenza cognitiva, trasformando il tempo dell'apprendimento in uno spazio di fioritura intellettuale disaccoppiato dall'utilitarismo economico.

Sul piano macroeconomico, l'introduzione di un Reddito Universale di Base (UBI) finanziato attraverso una tassazione del capitale algoritmico e la creazione di Fondi Sovrani Pubblici — alimentati dalle partecipazioni azionarie dello Stato nelle imprese automatizzate — si configura come l'unico possibile stabilizzatore sistemico in grado di scongiurare il collasso della domanda aggregata in un capitalismo privo di salariati.

L'attuazione di tale modello si scontra inevitabilmente con la feroce resistenza politica delle nuove élite finanziarie e dei proprietari delle infrastrutture digitali, i quali attuano il ricatto della fuga dei capitali, la cattura ideologica dei decisori politici e la retorica della filantropia privata per difendere le proprie ingiuste rendite estrattive.

Per disarmare questo neo-tecnofeudalismo, il potere pubblico deve utilizzare leve geoeconomiche transnazionali, condizionando l'accesso ai mercati di consumo occidentali al rispetto delle regole del Fondo Sovrano, dichiarando l'infrastruttura dei dati collettivi un assoluto bene comune demaniale soggetto a royalty e promuovendo una solida alleanza sovranazionale.

Se la società non democratizza il sapere parallelamente alla redistribuzione automatica delle risorse, si genererà una distopia a due velocità: una tecnocrazia plutocratica deterrà la proprietà dei codici, mentre una massa subalterna precognitiva verrà confinata in un intrattenimento algoritmico passivo. La drastica contrazione del tempo di lavoro per investire nella cultura non è un lusso intellettuale, ma l'infrastruttura di sopravvivenza indispensabile per formare una cittadinanza dotata di un'elevata alfabetizzazione della complessità: l'unica massa critica in grado di comprendere le cause profonde del presente, negoziare coscientemente il proprio futuro ed evitare che l'architettura algoritmica si trasformi in un panopticon totalitario invisibile.

Riarmo contro la Russia o l'UE sarà "mera attrazione turistica" – ministro degli Esteri polacco

 

"L’Europa rischia di diventare poco più di un’attrazione turistica a meno che non potenzi drasticamente le proprie capacità militari". A dichiararlo è il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, il quale, intervenendo martedì al Forum sulla sicurezza di Varsavia, ha sostenuto che l’Europa deve tradurre il proprio potere economico in forza militare per evitare di essere messa da parte mentre Stati Uniti, Cina e Russia competono per l’influenza globale. «La posta in gioco non è se saremo occupati», riferendosi alle speculazioni su un’invasione russa, che Mosca ha liquidato come assurdità. La questione principale, secondo Sikorski, è lo «status dell’Europa nella divisione globale del potere».

«Il triumvirato che divide il mondo in sfere d’influenza» sarà composto da Stati Uniti, Cina e Russia, mentre l’Europa fungerà da «fornitrice di dati e attrazioni turistiche», oppure l’Europa sarà il «terzo pilastro» del gruppo al posto della Russia, ha proseguito.

Sikorski ha invocato una posizione militare più assertiva nei confronti della Russia, compresa la creazione di un esercito europeo "che la Russia non oserebbe mai attaccare". Il ministro degli Esteri polacco ha inoltre respinto l’idea di restituire i beni sovrani russi congelati, dichiarando che Mosca li recupererà «solo passando sui nostri cadaveri». Si tratta di circa 300 miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa congelati dai paesi occidentali dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. L’UE ha già iniziato a convogliare i proventi generati da tali beni a Kiev, ma si è fermata prima di confiscare il capitale, a causa di preoccupazioni di natura legale e finanziaria. Il Belgio – che ospita Euroclear, la stanza di compensazione che detiene la maggior parte dei beni congelati nell’UE – si è opposto alla confisca totale. I funzionari avvertono che una tale mossa potrebbe minare la fiducia nel sistema finanziario europeo e inviare «un segnale molto negativo agli altri paesi del mondo» che detengono beni nell’UE.

Le antenne Starlink, utilizzate dalle truppe di Kiev, in fiamme in Bulgaria (VIDEO)

 

Una «struttura segreta» nei pressi di Sofia, in Bulgaria, dove sono situate le antenne di SpaceX destinate al collegamento con i satelliti Starlink — che «vengono utilizzati attivamente nella guerra in Ucraina» — è stata incendiata intenzionalmente. Lo riporta la stampa bulgara citando il deputato nazionale Ivaylo Mirchev.

In rete sono apparse immagini dell’incendio.

????????#BREAKING: Two masked men reportedly set fire to 11 of the 17 antennas linked to SpaceX’s Starlink satellite network at a site near Sofia, Bulgaria. https://t.co/TRf7xmASdN

— WAR (@warsurv) October 14, 2026

La stampa bulgara sottolinea che due uomini mascherati hanno dato fuoco a 11 delle 17 antenne. Il primo ministro bulgaro, Rumen Radev, si è rifiutato di rivelare dettagli sull’incidente. «C’è un’indagine in corso che si sta svolgendo in modo estremamente intenso. Esorto il direttore della SANS [Agenzia statale per la sicurezza nazionale della Bulgaria] a non rivelare dettagli per il momento”, ha affermato, assicurando che il risultato “è questione di pochissimo tempo”.

Da parte sua, il ministro dell’Interno, Ivan Demerdzhiev, ha aggiunto che sono state rafforzate le misure di sicurezza in tali strutture. L'attacco emerge proprio lo stesso giorno in cui Sergei Beskrestnov, consigliere di Volodymyr Zelenskyi, ha dichiarato che SpaceX ha imposto la notte precedente un limite di velocità ai terminali Starlink dell’Esercito ucraino. Beskrestnov ha sottolineato che le Forze Armate ucraine non sono state informate di tale limite, il che ha causato l’interruzione di diverse missioni.

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