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Ricevuto — 15 Agosto 2026 Vita.it - Ultim'ora

Stefania Pedroni: «Platamona, che mi ha regalato la libertà»

15 Agosto 2026 ore 07:00

Su VITA magazine ne abbiamo elencati cento, ma ognuno di noi ne conserva almeno uno nell’anima. Li abbiamo chiamati “paesi-persona”, sono quei luoghi che mettono al centro l’umano e nelle relazioni custodiscono il loro bene più prezioso. Abbiamo chiesto a una serie di interlocutori di raccontarci ognuno il proprio posto del cuore: ne è uscito un itinerario sentimentale fatto di ecosistemi da proteggere, in cui vivere incontri indelebili e a cui riservare la versione più autentica di sé.

Ci sono luoghi che si scelgono per il paesaggio e altri che custodiscono un’energia speciale, il cui senso si rivela a poco a poco, mentre diventano parte della nostra storia. Per Stefania Pedroni, presidente dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare – Uildm, quel luogo è Platamona, sul litorale di Sassari.

Da molti è considerata la spiaggia più lunga d’Italia. Macchia sarda e pineta in cui immergersi. Qui, nella casa vacanze accessibile gestita dalla sezione sassarese di Uildm, Stefania torna pressoché ogni estate da quel 2021 in cui la scoprì. «Mi sono innamorata di quel luogo per tanti motivi», racconta. «Lì ho scoperto un senso di libertà che non avevo mai provato altrove».

Ci arrivò la prima volta in un momento difficile. Pochi mesi prima era morto Franco, un suo caro amico della Uildm di Torino con cui aveva già condiviso molti viaggi. «Dovevamo partire tutti insieme, ma una diagnosi oncologica arrivata all’improvviso ce lo ha portato via in appena due mesi». All’ultimo momento il gruppo cambiò programma: niente più Marche, ma Platamona.

C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare.
NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA

Ad aspettarli c’era una casa luminosa, accogliente e senza barriere, una spiaggia selvaggia, fresca di colori e profumi, dove entrare in mare è finalmente semplice. Persone di una cooperativa locale pronte ad aiutare con gentilezza e competenza, sistemando gli ausili per entrare in mare, sedie di ogni tipo e modello, con dimestichezza e rapidità. Volontari della Uildm di Sassari calorosi e solari. «Ci si sente circondati da persone che sanno di cosa abbiamo bisogno e si prendono cura di noi», dice Stefania evocando il tempo trascorso tutti insieme a scherzare. L’accessibilità non è un dettaglio organizzativo: è la condizione che permette di vivere una vacanza con leggerezza, liberi di pensare solo alle persone di cui ci si circonda e a coltivare il piacere della relazione. 

Quella prima sera, durante la cena in un ristorantino sulla spiaggia, il cielo si tinse di rosso e viola. «Abbiamo pensato tutti la stessa cosa: era Franco che ci salutava e ci diceva che sarebbe rimasto con noi». 

Quella vacanza segnò anche un altro passaggio importante. «Per la prima volta ero sotto lo stesso tetto con Nicola, un amico di lunga data che poi è diventato il mio compagno. Lì, l’ho visto con occhi diversi». In un periodo segnato dai lutti – era infatti da poco mancata anche la nonna paterna di Stefania – quel viaggio diventò un nuovo inizio. E Platamona un appuntamento fisso. «Ogni anno ho quasi paura di non ritrovare la stessa magia, ma vengo sempre smentita. È la sensazione di libertà che quel luogo riesce a trasmettere. Pace, serenità, bellezza, piacere e leggerezza». Quelle cose che mancano quando si è occupati a gestire mille difficoltà: personali, professionali, logistiche. Che a Platamona non ci sono. 

Ogni anno ho quasi paura di non ritrovare la stessa magia, ma vengo sempre smentita. È la sensazione di libertà che quel luogo riesce a trasmettere. Pace, serenità, bellezza, piacere e leggerezza

Ma la magia, racconta, nasce soprattutto dalle persone. «Ti aprono la casa e ti fanno sentire la benvenuta». Si cucina insieme, si mangia tutti in veranda o all’aperto, ci si racconta con calma. «Lì ritrovo relazioni fatte di lentezza. In una grande città tutto questo manca».

Certo, le escursioni chiamano: Asinara, Pelosa, Porto Torres, una gita in barca… «Abbiamo fatto di tutto» dice, ma il consiglio che darebbe a chi arriva per la prima volta è quello di godersi il momento più semplice. Quello di «entrare in mare, fare una passeggiata sul lungomare, godersi la casa e le persone». Perché il ricordo più prezioso che Stefania porta con sé da Platamona non è un panorama, ma la libertà di vivere il mare e le relazioni senza ostacoli e barriere.

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In apertura, Stefania Pedroni sulla spiaggia di Platamona (SS) insieme al compagno Nicola. Le foto sono state inviate dall’intervistata

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Cinque anni fa il ritorno dei talebani. Istruzione secondaria negata a oltre 2,6 milioni di ragazze

15 Agosto 2026 ore 07:00

Oltre 2,6 milioni di ragazze hanno dovuto lasciare la scuola dopo la secondaria: dal 2001, da quando cioè i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan – era il 15 agosto – l’istruzione superiore è preclusa alle donne

Lo ricorda Unicef, nel quinto anniversario del ritorno dei talebani al potere. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze sia vietato accedere agli studi superiori e universitari.

Un’aula scolastica offre molto più che l’apprendimento. Dà a una giovane una voce e la possibilità di realizzare appieno il proprio potenziale. Inoltre, costituisce uno scudo contro il lavoro minorile, i matrimoni precoci, la violenza e gli abusi. Quando le scuole hanno chiuso, quella protezione è venuta meno

Catherine Russel, Unicef

«Cinque anni possono sembrare pochi nella storia di un Paese, ma rappresentano un periodo determinante nella vita di una ragazza», ha affermato Catherine Russell, direttrice generale dell’Unicef. 

«Un’aula scolastica offre molto più che l’apprendimento. Dà a una giovane una voce e la possibilità di realizzare appieno il proprio potenziale. Inoltre, costituisce uno scudo contro il lavoro minorile, i matrimoni precoci, la violenza e gli abusi. Quando le scuole hanno chiuso, quella protezione è venuta meno, proprio nel momento in cui le ragazze ne avevano più bisogno», aggiunge.

Le ragazze che non frequentano la scuola, ricorda Unicef, sono esposte a maggiori rischi in termini di protezione, tra cui il lavoro minorile, gli abusi, i matrimoni precoci e la violenza di genere. 

Tali rischi aumentano con la povertà delle famiglie e gli sfollamenti, fenomeni entrambi molto diffusi in Afghanistan. Dal 2023, oltre 2,7 milioni di persone sono tornate dall’Iran e dal Pakistan; il 60% di loro sono bambini e giovani.

20 mila insegnanti donne a rischio

Le ripercussioni vanno oltre le ragazze direttamente colpite. Un’analisi dell’Unicef pubblicata nell’aprile 2026, dal titolo “Il costo dell’inazione sull’istruzione delle ragazze e sulla partecipazione delle donne alla forza lavoro in Afghanistan”, ha rilevato che il Paese rischia di perdere fino a 20mila insegnanti donne e 5.400 operatrici sanitarie entro il 2030.

Il numero di insegnanti donne nell’istruzione di base è già diminuito di oltre il 9%, passando da quasi 73mila nel 2022 a circa 66mila nel 2024. 

La rappresentanza femminile nella pubblica amministrazione è scesa dal 21 % al 17,7 % tra il 2023 e il 2025.

La stessa analisi stima che le restrizioni all’istruzione delle ragazze e all’occupazione delle donne costino all’Afghanistan 84 milioni di dollari USA all’anno in termini di perdita di produzione economica, con perdite che si aggravano ogni anno in cui le restrizioni permangono. 

Le conseguenze si ripercuotono anche sulla generazione successiva. Con l’aumentare della percentuale di madri prive di istruzione, aumentano anche i rischi di basso peso alla nascita, vaccinazioni insufficienti e ritardi nella crescita tra i loro figli, aggiungendo ulteriore pressione a un sistema sanitario già sotto pressione.

Sostegno all’istruzione, oltre le restrizioni

Nonostante le restrizioni, l’Unicef continua a sostenere l’istruzione in Afghanistan. Nel 2025, oltre 3,7 milioni di bambini delle scuole pubbliche hanno ricevuto sostegno educativo di emergenza, 442mila bambini hanno partecipato a programmi di apprendimento basati sulla comunità – il 66% dei quali erano bambine – e sono state costruite o ristrutturate 232 scuole.

«L’Unicef esorta le autorità di fatto a revocare le restrizioni all’istruzione e a consentire a tutte le ragazze e le donne di tornare immediatamente a scuola e all’università», ha affermato Russell, facendo eco all’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite a revocare la sospensione dell’istruzione femminile in Afghanistan. 

«L’Unicef e i nostri partner sono pronti a sostenere la riapertura delle scuole affinché ogni ragazza possa tornare in sicurezza. Un Paese non può prosperare quando metà dei suoi giovani viene ostacolata. Il futuro dell’Afghanistan è fuori dalle aule, in attesa di poter rientrare».

Apartheid di genere, crimine contro l’umanità

Attenzione e impegno verso un paese lasciato nelle mani dei talebani sono richiesti anche da Fondazione Pangea. «Di quel 15 agosto ricordiamo tutto: l’ansia, la paura, le decisioni difficili da prendere in poco tempo», racconta il presidente, Luca Lo Presti.

Nell’emergenza di quei giorni abbiamo dapprima bruciato i documenti di lavoro, chiuso l’ufficio di Kabul ed evacuato il personale

Luca Lo Presti, Fondazione Pangea

«La priorità è stata fin da subito proteggere le attiviste e le beneficiarie che per vent’anni hanno collaborato con noi in Afghanistan. Nell’emergenza di quei giorni abbiamo dapprima bruciato i documenti di lavoro, chiuso l’ufficio di Kabul ed evacuato il personale. In una seconda fase la preoccupazione è stata invece quella di non lasciare il Paese, di continuare a lavorare accanto alle donne, alle bambine e ai bambini», aggiunge.

Chiediamo il riconoscimento dell’apartheid di genere come un crimine conto l’umanità, al pari di quello etnico avvenuto in Sudafrica

Simona Lanzoni, Fondazione Pangea

Oggi, «nel paese è in atto un vero e proprio “apartheid di genere», afferma la vice presidente di Fondazione Pangea, Simona Lanzoni.

«Per le donne la situazione precipita di giorno in giorno: non possono andare a scuola, fare sport, semplicemente curarsi in autonomia o andare in giro da sole, cantare, parlare in pubblico, affacciarsi a una finestra e recarsi in ospedale se non sono accompagnate da un uomo, sia esso il marito, il fratello o addirittura il figlio maschio piccolo», ricorda Lanzoni.

«Per questo come Fondazione Pangea ci siamo fatte portavoce in Italia del riconoscimento dell’apartheid di genere come un crimine conto l’umanità, al pari di quello etnico avvenuto in Sudafrica», conclude.

Foto Pixabay

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