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Il disegno di legge «burocratizza e isola il caregiver »: Cittadinanzattiva chiede modifiche

16 Ottobre 2026 ore 13:10

«Nonostante si tratti di un provvedimento atteso da anni per dare una cornice organica a chi assiste stabilmente una persona cara non autosufficiente, il testo licenziato si traduce in un impianto che burocratizza la fatica del caregiver e lo isola nel suo ruolo, fallendo nel passaggio fondamentale dal mero riconoscimento formale alla garanzia di diritti concreti», è il commento di Cittadinanzattiva al disegno di legge sui caregiver approvato ieri alla Camera.

«Come abbiamo già ampiamente denunciato negli anni scorsi, a partire dal tavolo di lavoro tecnico promosso dalle ministre Locatelli e Calderone e nelle recenti audizioni parlamentari, ribadiamo la nostra contrarietà rispetto ad un testo che non risponde in alcun modo ai bisogni dei caregiver familiari, anzi, contribuisce a generare disuguaglianze e spaccature attraverso la rigida categorizzazione prevista»: a dirlo Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva. «In vista del passaggio del testo al Senato, ne chiediamo pertanto una radicale revisione. Riconoscere chi cura deve significare produrre diritti, tutele e servizi realmente accessibili, senza creare nuove linee di esclusione proprio tra coloro che ogni giorno sostengono una parte essenziale del welfare del nostro Paese».

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER

Delle novità previste dalla normativa sui caregiver e delle questioni ancora aperte, Cittadinanzattiva parlerà martedì 20 ottobre, dalle ore 10.30 alle 12.30, in un appuntamento dello sportello virtuale dedicato: un’occasione per comprendere meglio il contenuto del testo, chiarire i dubbi e ricevere orientamento sui diritti e sulle tutele. Qui il link per prenotarsi

Foto dell’autrice

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Casa Verde, a Bologna apre il primo spazio per “organizzare la speranza” degli adolescenti

16 Ottobre 2026 ore 11:10

A Bologna, nel quartiere San Donato-San Vitale, apre “Casa Verde”: un nuovo spazio educativo per bambini, ragazzi e le loro famiglie, nato all’interno del progetto Link4You, selezionato da Con i Bambini nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Organizziamo la speranza”. È il primo frutto del percorso avviato da Governo e Con i Bambini dopo il cosiddetto “decreto Caivano”, con l’obiettivo di affrontare il disagio minorile attraverso interventi strutturali nei territori più fragili. Con un investimento di 50 milioni di euro, coinvolge 15 città, oltre 40 quartieri periferici e più di 500 organizzazioni, mettendo in rete istituzioni, scuole, famiglie e Terzo settore.

Taglio del nastro

«L’inaugurazione di Casa Verde nel quartiere San Donato-San Vitale, rappresenta molto più dell’apertura di un nuovo centro: è la testimonianza concreta di cosa significa oggi “organizzare la speranza”», ha dichiarato Marco Rossi-Doria, presidente dell’impresa sociale Con i bambini. «In questi anni grazie alle scuole e al lavoro di educatori e educatrici, dell’amministrazione comunale e di tante competenze, abbiamo allargato quello che credo sia il diritto di cittadinanza dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze. Il nostro intento è questo: fare in modo che ci siano più opportunità e che il loro futuro sia fatto di maggiore autonomia e che si sentano cittadini e cittadine a pieno titolo della nostra bella Bologna», ha affermato il sindaco Matteo Lepore, dopo il tradizionale taglio del nastro.

La prima tappa

«Con Organizziamo la speranza vogliamo innovare la prospettiva educativa nei luoghi della povertà in Italia, un Paese in crisi demografica in cui su 9 milioni e 400mila ragazzini, ce ne sono 1 milione e 400mila in povertà assoluta e 2 milioni e 200mila in esclusione sociale», spiega Rossi-Doria. L’iniziativa è nata grazie alla collaborazione tra governo, Terzo settore e privato, in particolare le fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, attraverso il fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. I prossimi passi? «Entro novembre ci saranno inaugurazioni a Firenze e Torino», anticipa Rossi-Doria.

L’iniziativa Organizziamo la speranza è nata con l’obiettivo di intervenire in 15 aree socio-educative strategiche del Paese, in quelle periferie e contesti a maggior rischio di vulnerabilità sociale ed economica dove è urgente rafforzare l’infrastruttura sociale dedicata a bambini e ragazzi. «Puntiamo ad attivare risorse e a costruire alleanze educative capaci di generare un impatto duraturo sulle vite dei bambini e degli adolescenti e sul territorio. Casa Verde e il progetto Link4You interpretano esattamente questo spirito. Non siamo davanti a un semplice erogatore di servizi o a uno spazio calato dall’alto, ma a un vero e proprio hub di prossimità, uno spazio “ponte” tra la scuola e il territorio, tra il contesto formale e quello informale», ha sottolineato Rossi-Doria. La Casa Verde di Bologna, ha avuto un finanziamento di 2,5 milioni di euro e «nasce in uno spazio bellissimo dove c’è già un’alleanza forte tra scuola, Terzo settore e tutte le forze del quartiere».

Bisogni e risposte

La casa si trova in località Croce del Biacco, una zona multi-etnica e caratterizzata da grandi agglomerati di case popolari: è adiacente al polo scolastico Livio Tempesta e vicina alla scuola dell’infanzia Paola Marchetti, che anche il nido. Insiste quindi in un luogo che ogni giorno è punto di passaggio e di incontro per moltissimi genitori, bambini e adolescenti del quartiere.

Ambra Gardinali, direttrice generale di Open Group, ha ricordato che «bambine e bambini crescono bene quando intorno a loro c’è una comunità: la scuola, la famiglia, chi fa sport, chi legge, chi abita nello stesso quartiere. Casa Verde serve a questo. Per questo Link4You mette in rete scuola, Comune, Terzo Settore e abitanti, e per questo vogliamo che famiglie, ragazze e ragazzi decidano con noi cosa succede qui dentro. Il nostro impegno è che Casa Verde resti del quartiere anche dopo i prossimi quattro anni».

La scuola è presenza ed elemento strategico della rete che si sta tessendo. Per quanto riguarda le problematiche più diffuse nel rione, la preside delle elementari Livio Tempesta, Federica Roux, spiega: «Qui non c’è una grandissima dispersione scolastica. Questo è un territorio con tantissime culture diverse perché ci sono provenienze dall’Est Europa, dal Nord Africa, dal Bangladesh, dal Pakistan e quindi viviamo in questo melting pot. Per i bambini il problema non c’è perché i bambini si frequentano e crescono insieme, con i genitori si fa un po’ più fatica ad amalgamarli. La cosa più importante, oggi, è dare supporto alla genitorialità». Sarà una delle possibilità offerte dalla Casa Verde, a cui si aggiungeranno laboratori, sportelli informativi e attività creative. Lo spazio sarà aperto dal martedì al venerdì, dalle 10 alle 18. A coordinare il progetto, che sarà attivo per i prossimi quattro anni, c’è la cooperativa sociale Open Group, insieme a 18 partner del territorio, con la collaborazione attiva del Comune di Bologna e della scuola primaria Livio Tempesta.

Gli spazi e le attività

Accessibile a tutti, la casa è costituita da un open space illuminato da grandi finestre e cinque sale disposte su due piani: la sala lettura, la sala movimento, la sala multimedia, la sala sportelli e quella della psicomotricità.

Qui incontriamo alcuni rappresentanti delle associazioni che la animeranno. La prima stanza è dedicata ai libri, con una serie di volumi colorati selezionati dall’associazione culturale Hamelin. Divisi per età divisi per età, ma coprendo tutta la fascia dagli 0 ai 10-11 anni, si trovano fumetti, graphic novel, prime letture, storie da ridere e da paura, albi illustrati, libri tattili e musicali. «Faremo letture ai bambini delle scuole e poi con il 2027 partiranno dei laboratori per i più grandi di lettura, di fumetto e artistici», spiega  Federica Rampazzo.  Ma ci saranno anche corsi dedicati al movimento: «Proporremo dei corsi base di danze africane, per i bimbi dai 4 ai 9 anni», spiega la presidente Aics, Alice Favi. «Poi ci sarà un corso di autodifesa per ragazze dai 14 ai 18 anni e un corso di scacchi, disciplina riconosciuta dal Coni: sia gioco libero per chi già ha un po’ di competenze, sia corsi per principianti».

Maria Grazia Bazzicalupo e Marco Rampello, rispettivamente presidente e socio dell’associazione Arte Lego e socio, annunciano che è in arrivo anche una scuola di circo: «All’interno di Casa Verde, ci sarà il “Circo sottosopra”, dedicato a preadolescenti e adolescenti, dai 10 e ai 14-15 anni. Ma se arriva un bambino di 9 anni non sarà un problema», spiegano. Tra le attività in arrivo, la giocoleria, l’acrobatica aerea e a terra, l’equilibrismo, la clowneire – «perché è molto importante ridere di se stessi» – ma soprattutto «ci occuperemo di creare un gruppo, per stare insieme all’insegna del circo», spiega Rampello. Per i bambini dai 2 ai 6 anni accompagnati dai genitori invece partirà il progetto “Semini”, con giochi motori e attività creative.

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Oratori, doposcuola  e campi estivi inclusivi,  la carica dei 33mila

16 Ottobre 2026 ore 10:20

Il mio posto nel mondo affronta una questione fondamentale: fare in modo che le opportunità educative siano accessibili a tutti, indipendentemente dalla condizione economica, sociale o personale e dal luogo in cui si vive. La Fondazione Crt di Torino ha sostenuto nel 2026, in Piemonte e Valle d’Aosta, 65 centri estivi, 60 doposcuola e 7 pre-scuola, con un impegno economico di 3,5 milioni di euro e oltre 33mila bambini e ragazzi raggiunti. Un progetto che agisce contemporaneamente su più dimensioni: riduce le barriere economiche all’accesso, sostiene l’inclusione di bambini e ragazzi con disabilità permette di ampliare la capacità di accoglienza dei servizi e ne rafforza la qualità educativa.

Il progetto

A San Germano Vercellese (Vc), il sostegno si è tradotto in un co-finanziamento di 15mila euro per il centro estivo della parrocchia con 60 bambini. Antonella Bissolino Vergano, responsabile dell’oratorio: «Il sostegno ci ha consentito di ampliare le attività laboratoriali, introducendo pet therapy, arte e fotografia, psicomotricità, matematica di Singapore, teatro e danza. In un contesto caratterizzato da forte povertà economica e sociale, abbiamo potuto inserire sei bambini con disabilità con educatori professionali. Un bambino con autismo, mai inserito prima in un centro estivo, in un pomeriggio dedicato alla musica, ha preso il microfono per cantare». Il progetto ha coinvolto anche adolescenti come animatori del centro estivo, promuovendo responsabilità e partecipazione.

Filantropi Fondazione casa regge centro estivo Fond Crt
Giovanissimi di Borgo d’Ale (Vc) al centro estivo di Casa Regge

La Fondazione Casa Regge, che dal 2021 propone trattamenti riabilitativi ed educativi specialistici per bambini con disabilità intellettiva o difficoltà comunicative e relazionali a Borgo d’Ale (Vc), ha ricevuto un contributo per il progetto Estate inclusiva – Il mio posto tra gli altri. «Ci siamo resi conto di una forte esigenza delle famiglie, di un luogo davvero inclusivo per il periodo estivo», spiega il dg Gianluca Averono. «Da qui è nata l’idea di partire dai bisogni e dalle fragilità per costruire un’esperienza capace di essere divertente e ricca di occasioni di apprendimento. Grazie al supporto abbiamo potuto realizzare il progetto al Santuario della Beata Vergine del Trompone, uno spazio grande, sicuro e accessibile, con numerose aule e ampi spazi nel verde, ideale per accogliere bambini con esigenze diverse». Il centro ha accolto fino a 180 bambini (6-16 anni) degli oratori del territorio. 

L’intervista ad Anna Maria Poggi

«I centri estivi, i doposcuola e i pre-scuola rappresentano una risposta a un bisogno rilevante delle famiglie, specie di quelle più fragili: un bisogno a oggi non soddisfatto a sufficienza». Per la presidente di Fondazione Crt Anna Maria Poggi è questo il senso più profondo di un progetto come Il mio posto nel mondo, che punta a colmare le disuguaglianze in termini di possibilità educative offerte a bambini e ragazzi. «Crediamo sia fondamentale mettere in campo interventi capaci di tenere insieme politiche e strumenti diversi, costruendo intorno alle famiglie una rete di opportunità».

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Anna Maria Poggi, presidente di Fondazione Crt

L’iniziativa sposa la visione filantropica della terza fondazione bancaria d’Italia, da sempre in dialogo e connessa ai territori. «Da 35 anni lavoriamo in modo capillare a fianco di istituzioni, enti del Terzo settore, associazioni e comunità locali, anche nei centri più piccoli e nelle aree interne», dice la presidente. «È un approccio che si traduce in strumenti e iniziative diversi: dal sostegno ai Comuni per la salvaguardia e la cura del territorio fino ai progetti che rafforzano la capacità delle comunità di costruire e mantenere un’offerta culturale diffusa e accessibile».

Un progetto nato dall’ascolto

Il mio posto nel mondo nasce dall’ascolto. «Durante il lockdown, il confronto con le associazioni impegnate quotidianamente con giovani e periferie ci fece comprendere che, accanto alla necessità degli strumenti digitali per la didattica a distanza, esisteva un bisogno altrettanto forte di accompagnamento personale nello studio. Terminata quella fase, lo stesso ascolto ha fatto emergere altre priorità: la risocializzazione e il rafforzamento educativo. Per noi il territorio non è semplicemente il luogo in cui arrivano le risorse della Fondazione: è il luogo dal quale partono conoscenze, bisogni, competenze e soluzioni. Vogliamo valorizzare le comunità, sostenere ciò che già esiste, rafforzare le organizzazioni che lavorano quotidianamente con le persone. È questa la filantropia che vogliamo praticare: radicata nei territori, capillare nella presenza, costruita con le comunità e capace di rafforzarne nel tempo autonomia, competenze e capacità di iniziativa».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

A San Germano Vercellese, il sostegno si è tradotto in un cofinanziamento per il centro estivo della parrocchia. «Il nostro contributo ha consentito non soltanto di agevolare economicamente la partecipazione delle famiglie, ma anche di accogliere bambini con disabilità e arricchire il programma con teatro, danza, pet therapy e altre attività educative inclusive». E così, intorno alle attività si creano collaborazioni, competenze e relazioni che rimangono sul territorio: «È questo che ci interessa particolarmente: un progetto capace di generare valore non soltanto per i singoli beneficiari, ma per l’intera comunità nella quale si realizza».

La prima volta al mare

C’è un episodio che per Poggi racchiude uno degli obiettivi più importanti del progetto: offrire a bambini e ragazzi occasioni che altrimenti potrebbero non avere. «Nella prima edizione, alcuni partecipanti provenienti dai quartieri più fragili di Torino, grazie a una gita organizzata nell’ambito delle attività estive, hanno visto il mare per la prima volta».

E poi c’è l’impatto, che non può prescindere dalla fiducia. «La Fondazione individua obiettivi e priorità, ma riconosce agli enti una flessibilità concreta nell’utilizzo delle risorse. È una scelta che nasce dalla consapevolezza che non esiste una soluzione identica per tutti i territori e che chi lavora ogni giorno con bambini, ragazzi e famiglie possiede una conoscenza essenziale per costruire interventi efficaci».

Fiducia non significa rinunciare alla valutazione. «Non ci interessa soltanto sapere quanti bambini hanno frequentato un centro estivo o quante attività sono state realizzate. Vogliamo comprendere se abbiamo contribuito a ridurre una barriera economica, a includere un ragazzo con disabilità, a offrire nuove opportunità educative, a sostenere una famiglia o a rafforzare una comunità. A questo proposito, abbiamo condotto un monitoraggio sui centri estivi nel 2024 e uno sul doposcuola nel 2025, e continuiamo a tenere alta l’attenzione sugli esiti dei nostri interventi».

Nell’immagine in apertura i ragazzi di Borgo d’Ale (Vc) al centro estivo di Fondazione Casa Regge, progetto sostenuto da Fondazione Crt – tutte immagini da Ufficio stampa

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Dopo le aggressioni. Come si lavora con i ragazzi che sbagliano?

16 Ottobre 2026 ore 09:26

«La prima reazione di tutti è quella di cercare una punizione esemplare e di colpevolizzare i genitori perché, in questi casi, è facile dare la colpa alle madri e ai padri e cercare una pena esemplare per i ragazzi». Sono le parole di Luigi Maccaro, vicepresidente della Fondazione Exodus don Antonio Mazzi e già presidente della cooperativa Exodus Cassino, a commento delle aggressioni da parte dei due ragazzi di 16 e 17 anni che, a bordo di una minicar nera riconosciuta dall’adesivo di un cobra rosso, hanno aggredito diverse persone, ammettendo i reati.

«Dalla nostra esperienza, sia nel nostro centro sia con le scuole che ci coinvolgono per gli studenti che prendono le sospensioni disciplinari, prima di fare un progetto la cosa più importante è incontrare i ragazzi e i genitori. Il primo obiettivo è il fatto che i giovani prendano consapevolezza del danno che hanno fatto, del dolore che provano le vittime e i loro familiari».

Scarsa empatia con le vittime causata dall’abitudine all’uso dei social

«Noi non ci siamo mai occupati di episodi così violenti, come i danneggiamenti personali», sottolinea Maccaro. Nelle aggressioni ad opera dei due giovani del quartiere Monteverde e Testaccio, sono state ferite delle persone, la più grave è l’attore Davide Iacopini, operato due volte all’ospedale San Camillo e ancora in prognosi riservata. «Ma anche i danneggiamenti alle cose coinvolgono, in qualche modo, le persone. Quello che abbiamo visto è che i ragazzi hanno uno scarso livello di empatia con le vittime, con chi ha subito il danno. Abbiamo l’impressione che questo scarso livello di empatia faccia il paio con l’abitudine all’uso dei social, che ti fa vedere la vita, la morte e qualunque cosa consentendo di mantenere la distanza a causa dello schermo», continua Maccaro.

Spostare l’attenzione dalla punizione all’educazione

Dopo aver fatto loro prendere consapevolezza del danno fatto, della sofferenza provocata, «bisogna conoscere i ragazzi, occorre capire che storia personale hanno. Sempre più spesso sono figli di famiglie del tutto normali, ordinarie. Uno dei due ragazzi del recente fatto di cronaca è figlio di un carabiniere, penso che abbia respirato in casa il rispetto della legalità». Poi però intervengono tanti fattori, «che hanno a che fare con le amicizie, con il contesto nel quale si cresce, magari con le sfide che vengono lanciate sui social». Maccaro sottolinea che «incontrare i ragazzi, capire qual è il loro modo di vivere aiuta a definire degli obiettivi e a spostare l’attenzione dal tema della punizione al tema del progetto educativo individuale. Bisogna stabilire degli obiettivi, che possono essere sia individuali che di gruppo».

I ragazzi che commettono questi reati hanno uno scarso livello di empatia con le vittime, con chi ha subito il danno. Questo scarso livello di empatia fa il paio con l’abitudine all’uso dei social

Luigi Maccaro, vicepresidente della Fondazione Exodus

Passare dal danneggiare al prendersi cura

Da 36 anni Exodus Cassino ha una comunità residenziale per ragazzi che hanno problemi di dipendenza e un centro diurno. All’esterno lavora nelle scuole con progetti di prevenzione alla dispersione scolastica e di prevenzione al disagio giovanile. Ogni anno segue 100-150 ragazzi con progetti educativi individualizzati. «In questo momento, per esempio, stiamo accompagnando un gruppo di adolescenti coinvolti nel danneggiamento di un bene pubblico. Con loro abbiamo avviato “Riparare”, un percorso educativo che ha un obiettivo preciso: aiutarli a riconoscere la gravità di ciò che hanno fatto, affrontarne le conseguenze e costruire comportamenti diversi», spiega Maccaro. Si sviluppa nell’arco di circa sei mesi. Una parte del percorso è condivisa da tutto il gruppo, ma ciascun ragazzo viene accompagnato attraverso un progetto educativo individuale. «Il filo conduttore è passare dal danneggiare al prendersi cura».

L’approvazione immediata del gruppo e dei like

Nel progetto “Riparare” sono coinvolte anche le famiglie, con incontri con i genitori, colloqui e momenti di confronto tra genitori e figli. «Un tema che abbiamo riscontrato incontrando i genitori è che molti dicevano: “Non voglio dire che mio figlio sia meglio degli altri, però se se si potessero separare sarebbe meglio”. L’idea sottostante è che se mio figlio se non fosse stato insieme ad altri ragazzi, non avrebbe fatto quello che ha fatto. Però quei fatti avvengono proprio quando c’è il gruppo, non perché “gli altri” siano “più cattivi”. Il fatto è che il gruppo dà un’approvazione immediata. E qui entrano in gioco anche i social: anche il like è una gratificazione immediata», continua Maccaro. «La presenza dei coetanei mentre si combina il danno, dà un’approvazione e una gratificazione immediate alle quali i ragazzi ormai sono “antropologicamente” abituati».

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Un lavoro individuale e di gruppo

Che fare allora? «Bisogna fare con questi ragazzi un lavoro individuale che parte dalla storia personale, ma noi proponiamo anche un lavoro con il gruppo dei coetanei che hanno commesso insieme a loro i reati. Questo è importante perché si può passare dallo stare insieme per fare danni allo stare insieme per fare cose positive. Si può cercare la gratificazione del gruppo dentro un’esperienza positiva, provando a ribaltare la modalità di accesso alla gratificazione».

Un intervento educativo parallelo con i genitori

Maccaro continua dicendo che «le famiglie vivono un senso di frustrazione importante, soprattutto laddove non ci sono condizioni di disagio e di marginalità. Quella condizione di frustrazione spesso si trasforma in un atteggiamento esclusivamente punitivo e mortificante. Purtroppo i genitori tendono a concentrarsi su questo aspetto, che poi li porta a fare interventi sbagliati coi figli. Invece, è importante fare anche il gruppo coi genitori, aiutarli a venire fuori da questa condizione, da questo senso di fallimento e provare a costruire un intervento educativo parallelo».

Da un lato «l’ente del Terzo settore o di altro tipo si occupa di fare il progetto educativo con i ragazzi, dall’altro si educa a quello che i ragazzi fanno dentro casa, con un percorso con i genitori, che devono essere orientati al raggiungimento di obiettivi educativi e non semplicemente alla punizione. I ragazzi devono avere delle regole più stringenti, una supervisione e un controllo un po’ più importanti. In alcune famiglie si è portati a delegare, a dare fiducia, non che questo sia sbagliato», puntualizza, «però il lavoro con le famiglie è fondamentale perché i ragazzi non abbiano dei messaggi contrastanti».

La non capacità di regolazione degli impulsi

I due ragazzi di Roma hanno ammesso di aver colpito le persone “per noia”: «La motivazione dei ragazzi è semplicistica, anche perché probabilmente non hanno ancora piena consapevolezza di ciò che hanno fatto. I ragazzi a quell’età ancora non hanno maturato una capacità di regolazione degli impulsi, non pensano alle conseguenze». Maccaro continua: «A volte un’eccessiva preoccupazione da parte dei genitori nei confronti dei bisogni dei figli li espone molto meno a maturare la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Spesso i genitori evitano ai figli le sofferenze e le preoccupazioni, li proteggono anche dall’emozione negativa del voto insufficiente a scuola, ciò sposta sempre più in avanti la maturazione dei ragazzi. A un certo punto arrivano a un’età in cui si trovano senza genitori che coprono loro le spalle e sbattono il muso contro la durezza della vita».

Foto di Rathish Gandhi su Unsplash

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