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Divenire flusso

7 Ottobre 2026 ore 08:54

Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.

Speciale a cura di Giulia Moriconi

N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili –, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari.

I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del digitale.

Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti. Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti interamente dentro la temporalità dei social network.

Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del digitale.
D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del suo significato referenziale originario per andare incontro a una riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook “Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa opinion leader politico.

Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri, mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili – In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali violazioni dei diritti umani.

Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019, è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si presenta alla vista.

Questione di fiducia (2016-2019)
Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”, brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali, come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima.

La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la loro profilazione.
Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo: muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice registrazione.

È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare, che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare, l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno della sua mediazione tecnica.

L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato, una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria “rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari.

L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle diverse piattaforme rinchiude i propri utenti.
Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news […] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di reggere.

Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”.

La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici: robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave.

Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare definitivamente la soglia.

Biennio cerniera (2020-2021)
Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan, periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli, laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni di guerra ideologica furiosa.

I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista un senso umano al male del mondo.
L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista un senso umano al male del mondo.

Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico. Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”. “La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il “deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal fuori.

È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19 è giunta l’alba della “società dello streaming”.

Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla mobilitazione globale dei Fridays for Future.
In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy, leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del 2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano “la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance “andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale.

Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti.

Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo.

La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole.
È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018), evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme. Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”.

Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del 2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso: uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare, sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di macchina.

L’immagine senza corpo (2022-2026)
Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il 2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia. Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione, il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo.

D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia. La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”: “non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”.

Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione.
Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta “co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”.

Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali: chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel momento è il modello a essere nutrito.

Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti – un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto inumana.

La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante. Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti, spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore stand-up comedy americana.

Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza passare mai dal reale.
La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica. Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi – proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione. L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate.

A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere.

Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025, Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione politica.

Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli, separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico, grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione, spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di “micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media. “Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale: chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la propria bolla.

Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario.
La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca, apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa.

È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico. Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che ‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave delle nuove culture digitali”.

Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato, dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli “interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task” ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così, ulteriormente, il divario di classe.

L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta di dati mediante la cattura dell’attenzione. 
Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft, le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic, Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati mediante la cattura dell’attenzione.

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Meritocrazia vs comunismo delle qualità

6 Ottobre 2026 ore 08:38

N el mito di Er, che conclude l’ultimo libro – il decimo – della Repubblica di Platone, le anime scelgono il proprio rispettivo modello di vita prima di reincarnarsi, senza soffrire di alcun limite nella decisione, che è solo influenzata dalle abitudini che esse avevano nella vita precedente.

Er è un valoroso soldato morto in battaglia e risuscitato proprio mentre stava per essere messo sulla pira e cremato. Tornato tra i vivi, descrive ciò a cui ha assistito nell’aldilà: si era ritrovato su un prato ove, da una voragine che conduceva fino alle viscere della terra, affluivano le anime che essendosi macchiate di colpe durante la vita terrena avevano dovuto espiarle patendo per migliaia di anni nell’ipogeo. Da una voragine sospesa nell’atmosfera scendevano invece le anime pie e rette, che avevano beneficiato di godimenti celesti e visioni di incredibile bellezza. Dopo sette giorni di permanenza lì, Er e le altre anime si erano incamminati fino a scorgere, dritto come una colonna e avvolto in una luce più pura dell’arcobaleno, un fuso su cui ruotavano otto fusaioli, sostenuto dalle ginocchia di Ananke, la dea della necessità. Vicino a lei sedevano, ciascuna su un trono, le sue tre figlie: Atropo, Cloto e Lachesi, le quali, cantando rispettivamente il futuro, il presente e il passato, accompagnavano con le mani la rotazione del fuso. Un araldo di Lachesi prendeva quindi dalle ginocchia della divinità vari modelli di vita e li deponeva per terra, invitando le anime a sceglierne uno in vista della loro reincarnazione, che sarebbe stata imminente; veniva stabilito a sorte un ordine di scelta, ma i paradigmi di vita proposti erano così tanti che anche le anime rimaste per ultime avrebbero avuto a disposizione una rosa abbastanza ampia.

L’araldo spiegava che la responsabilità della scelta incombeva sulla singola anima e che la scelta stessa sarebbe stata irrevocabile: si trattava di un momento in altre parole fatidico, che dipendeva interamente dalla intelligenza e buona volontà della singola anima. Comunque, come riferisce Er, la maggioranza delle anime sceglieva secondo le abitudini contratte nella vita precedente. Il riferimento alla vita passata può essere interpretato, essendo credenza collettiva che si viva una volta sola, come un richiamo alle abitudini che ci siamo costruiti nel tempo: basta solo accantonarle, in altre parole scrollarsi di dosso la pigrizia, uscire dalla comfort zone, per cogliere le occasioni messe a disposizione e diventare chi si desidera.

Il mito può facilmente essere interpretato come una metafora della meritocrazia: al pari delle anime, anche noi scegliamo la nostra vita, così che ci meritiamo quello che poi otteniamo in sorte. I modelli di vita offerti dall’araldo sono il corrispettivo delle pari opportunità sancite da leggi, regolamentazioni e interventi pubblici; e come le anime svantaggiate dal sorteggio godono comunque di un’abbondante libertà di scelta, così chi è svantaggiato economicamente può beneficiare di un’elevata mobilità sociale. Ma è davvero così?

Si potrebbe interpretare il mito di Er come una metafora della meritocrazia: se siamo liberi di scegliere la nostra vita, ci meritiamo quello che otteniamo in sorte. Ma è davvero così?
Come sostiene Francesco Codello in L’illusione meritocratica (2024), la concezione sottostante alla meritocrazia è che ogni essere umano “è padrone del proprio destino”. In effetti, gli otto fusaioli simboleggiano le stelle fisse, la luna, il Sole e i pianeti conosciuti ai tempi degli antichi Greci, così che il fuso di Ananke può essere interpretato come il destino del cosmo, interamente determinato dagli dei. All’individuo spetta invece il privilegio di sfuggire alla necessità che governa la natura e di divenire artefice della propria sorte. Le disuguaglianze sociali che si sviluppano una volta garantite le pari opportunità dipendono esclusivamente dalla responsabilità dei singoli. A costoro non resta altro che coltivare talenti e abilità affinché vengano valutati: come nota Diego Giannone in Lessico del neoliberalismo. Le parole del nemico (2024), proprio la valutazione implica una misurazione quantitativa, cioè la traduzione in un linguaggio tecnico-scientifico, delle qualità individuali, che diventano così comparabili. La comparazione, consentendo di giudicare gli individui e ripartirli in classi di vincenti e perdenti, è il presupposto della loro competizione e conflittualità.

Gli sforzi profusi da ciascuno per allenare il proprio talento e vedere riconosciuto il proprio merito si inscrivono in un processo di individuazione, cioè un processo nel corso del quale il singolo si forma attraverso delle prove; queste ultime costituiscono delle porte di accesso alla realtà, nel senso che, esperendole, l’individuo distingue tra sé, gli altri e il mondo e si costruisce un’immagine del mondo su cui fare affidamento. Ebbene, una persona che non abbia fatto altro che competere con gli altri per il successo facilmente si figurerà una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni non tra persone ma tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e Stato, tra candidati e valutazione –, in cui le seconde dominano sulle prime. La meritocrazia assurge così a dispositivo di individuazione, cioè di formazione e costruzione dell’individuo.

Chi si sottopone a questo dispositivo finisce, dopo un’estenuante contesa, per collocarsi in un ordine economico-sociale ben gerarchizzato, in cui il posto che ciascuno occupa è quello che si è meritato: nulla di più né nulla di meno è dovuto. La meritocrazia contribuisce così allo sviluppo di un tipo di personalità che non riconosce obblighi reciproci tra gli appartenenti alle differenti classi sociali. Eppure, la continua messa alla prova che essa prospetta riesce ad allettare non solo i vincenti, che evidentemente ci guadagnano, ma anche i perdenti, indotti a credere di poter un giorno evolvere in vittoriosi.

Contro questo modello, nel saggio Filosofia dell’amicizia (2021) Adriano Bertollini argomenta che il principale dispositivo di individuazione tramite cui le persone danno forma a sé stesse è invece l’amicizia, in quanto accidentata da prove che consentono a ciascun amico di prendere coscienza dei propri limiti e tracciare il confine tra sé stesso e il mondo; le prove cui gli amici sono sottoposti alimentano inoltre una fiducia reciproca, in virtù della quale ciascuno sa che l’altro può contare, in caso di bisogno, sulle sue qualità. 

Una persona che non abbia fatto altro che competere con gli altri facilmente si figurerà una società abitata da monadi-concorrenti e informata da relazioni tra persone e cose – cioè tra lavoratori e capitale, tra cittadino e Stato –, in cui le seconde dominano sulle prime.
Nelle relazioni amicali, così come in quelle cooperative e solidali (il comitato di quartiere, il gruppo di volontariato ecc.), siamo costantemente messi alla prova perché non smettiamo mai di “lavorare sulle regole che strutturano la vita condivisa; quella vita vissuta insieme porta alla modificazione di tratti idiosincratici individuali”, cioè delle qualità, e al loro mescolamento: scambiamo, trasmettiamo e apprendiamo qualità gli uni dagli altri. Inoltre, l’amicizia e le relazioni cooperative e solidali in genere permettono di vivere la conflittualità che l’incontro con il mondo porta con sé – per esempio, proprio l’attrito con il meritocratico mondo del lavoro – come un “fattore unificante”, un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad agire di concerto” e così creare o rafforzare un legame. Viceversa, la meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive isole, ciascuno impegnato a coltivare il proprio talento.

La condizione di isolamento derivante dalla competizione meritocratica ci impedisce di percepire la comunità che siamo ed è dunque alla base del crollo di istanze e azioni organizzate collettive: se infatti imputiamo il nostro successo esclusivamente alla nostra condotta meritoria e addebitiamo l’insuccesso degli altri unicamente al loro modo di essere e di agire, fatichiamo a metterci nei loro panni e, se incespichiamo in questo esercizio, figuriamoci se riusciamo a sentirci parte di una comunità.

Per superare questa impasse Paolo Godani – nel saggio La vita comune (2016) – suggerisce di recuperare la capacità di percepire le qualità comuni a noi e agli altri, che tra l’altro non sono poche in una società massificata come la nostra. La sua proposta muove da Aristotele, secondo cui le qualità sono i tratti distintivi dei personaggi della commedia, ma anche le loro caratteristiche individuali, cioè esclusive: costituiscono in pratica attributi trans-individuali, che oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli uni con gli altri. Così gli individui possono essere equiparati a sostrati indeterminati sui quali gravitano determinate qualità, che sì li caratterizzano, ma intanto hanno natura comune. Anche per Honoré de Balzac e Molière le qualità consistevano in elementi comuni e ricorrenti, la cui aggregazione, materializzandosi di persona in persona, dava luogo non tanto a un individuo, quanto a un tipo.

Balzac, in particolare, nella prefazione a La commedia umana (1842-48), dichiarava esplicitamente che il suo intento era quello di ritrarre l’“umanità di una certa epoca attraverso la presentazione di personae, cioè di maschere, ruoli e funzioni”, come chiosa Godani in Il corpo e il cosmo. Per una archeologia della persona (2021). Il romanziere francese aveva tratto l’idea della sua sterminata opera – oltre centotrenta scritti tra romanzi, racconti e saggi – da un’analogia tra il genere animale e quello umano: come l’animale prende la sua forma peculiare dall’ambiente in cui si sviluppa, così l’essere umano si differenzia a seconda dell’ambiente in cui svolge la sua attività. La formazione dell’essere umano è però più complessa, perché le sue abitudini, il suo linguaggio, le cose concrete della sua vita (dall’abbigliamento all’abitazione fino al cibo) sono storicamente determinate, mutando di civiltà in civiltà: l’uomo e la donna sono il prodotto non solo della natura ma anche della società.

Le relazioni cooperative e solidali permettono di vivere la conflittualità come un’“occasione affinché una pluralità di persone possano trovarsi ad agire di concerto”. Viceversa, la meritocrazia ci relega nelle nostre rispettive isole, ciascuno impegnato a coltivare il proprio talento.
Questa difficoltà non pare scoraggiare Balzac, tanto conscio della dimensione del suo progetto da avere calcolato che le figure salienti dell’epoca che ha scelto di rappresentare ammontano a due o tremila esemplari, tutti bisognosi di gallerie espositive in cui essere inquadrati; non senza compiaciuta ironia il romanziere francese nota di aver dovuto fare cento volte ciò che Samuel Richardson – autore del romanzo epistolare Clarissa (1747-48), la cui eponima protagonista si distingueva per purezza e virtù – aveva fatto una volta sola. Comunque, l’approccio tassonomico di Balzac investe non solo gli esseri umani, ma anche gli eventi principali della vita, a dimostrazione del fatto che non esistono solo qualità comuni, ma anche situazioni tipiche, che ricorrono durante ogni esistenza. Se presentiamo o comunque sviluppiamo qualità comuni non dipende forse dall’affrontare situazioni universali, da cui nessuno va esente?

Quanto a Molière, nella prefazione a Tartuffe ou l’Imposteur raccontava di avere apportato correzioni all’opera e di averla fatta approvare da principi e ministri perché una buona fetta di pubblico, sentendosi rappresentata dai ben poco virtuosi personaggi messi in scena, l’avevano presa di mira. Quelle stesse persone che si erano riconosciute nei personaggi potevano senz’altro identificarsi l’una con l’altra e così riconoscere di possedere qualità, anzi vizi, comuni. Potenzialmente chiunque può essere l’impostore, l’avaro o il malato immaginario: così le vite personali di questi personaggi si convertono, assumono il significato di vite comuni.

La filosofia di Godani ci conduce a concepirci come dei mimi, così da mantenere quella giusta distanza da noi stessi che ci permette di giocare e ridere di ciò che siamo, e quindi di riconoscere che il proprio sé non è altro che un carattere comune, incarnabile da chiunque altro, proprio come l’impostore, l’avaro o il malato immaginario di Molière. Questa rinnovata percezione – osserva il filosofo in La vita comune – ci libera “dal fardello depressivo dell’unicità individuale”, consentendoci di vivere la nostra vita come l’espressione casuale e contingente della vita di tutti.

Riconoscere l’esistenza di una vita comune significa disperdere il peso della propria in quelle degli altri, ai quali siamo apparentati dalle qualità condivise e i quali presentano qualità che potremmo o avremmo potuto incarnare anche noi e viceversa. Questa rinnovata sensibilità consente di accantonare quell’atteggiamento, figlio del romanticismo, che accorda priorità alla vita interiore e importanza a eventi e avvenimenti solo se espressione di una personalità; come sostiene Godani in La vita comune, permette, soprattutto, di “destituire fin dall’inizio e assolutamente la logica della colpa”, del disvalore conseguente al fallimento, così come quella del successo, del premio riconnesso alla buona riuscita, in tal modo sconfessando entrambe le facce del Giano bifronte meritocratico.

Secondo Aristotele le qualità costituiscono attributi trans-individuali, che oltrepassano i singoli collegandoli, cioè legandoli gli uni con gli altri.
La meritocrazia infatti riduce l’essenza della natura umana, “in sé perfettamente comune, a proprietà di un individuo”, che assurge così a padrone e unico responsabile di sé; pertanto, essa è un dispositivo, oltre che di individuazione, colpevolizzante, poiché isola le persone e narra le forche caudine del mercato neoliberale del lavoro come imprese in cui la buona riuscita dipende esclusivamente dalla profusione dell’impegno personale e dal dispiegamento delle capacità acquisite, del talento allenato.

Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto che a un’altra. Questa presa di coscienza passa attraverso quelle prove che, dando simultaneamente forma a noi e agli altri, ci permettono di scoprire e far scoprire le qualità altrui e nostre e favoriscono l’unione in un corpo collettivo dalle qualità comuni.

Per esempio, aderire a un gruppo di acquisto solidale implica riconoscere l’esistenza di qualità comuni a noi e agli altri, grazie alle quali possiamo accontentarci tutti di una rosa di prodotti più ristretta di quella offerta dalla grande distribuzione organizzata: quest’ultima si fonda sul presupposto del consumatore-arbitro assoluto, le cui determinazioni, singolari e uniche, non sono compatibili con quelle altrui se non per puro caso. Lo stesso si può dire di tutte quelle forme di spontaneismo dal basso in cui ci organizziamo per godere di rappresentazioni artistiche o discutere di questioni concrete e urgenti: per esempio, è il nostro interesse personale che ci spinge a vedere l’ultimo film di Ken Loach o ci fa indignare per la delibera comunale che dispone la chiusura pomeridiana della biblioteca, ma sono le nostre comuni qualità che ci permettono di dibattere del film dopo averlo fatto proiettare al cineforum di quartiere o di delineare una strategia collettiva per opporci alla restrizione del comune; diversamente, ci limiteremmo ad andare al cinema o a delegare fin dall’inizio la contesa a un avvocato.

Ancora, creare gruppi di studio per esami universitari o concorsi pubblici significa riconoscere che siamo soggetti al medesimo destino e dunque alle stesse paure: le nostre comuni qualità – l’abilità di assorbire i concetti, rielaborarli e iscriverli in un più grande quadro di senso compiuto, per poi ripeterli ad altri – ci consentono di fornirci reciproco aiuto e, in un certo qual modo, di deindividualizzarci, cioè di assumere una razionalità collettiva – una mentalità di squadra – di fronte a un’occasione di valutazione del merito atta a metterci l’uno contro l’altro. Questi esempi ci mostrano come le qualità comuni agli esseri umani forniscano di continuo occasioni per dispiegare la potenza di costruire strade e sentieri da seguire assieme, svicolando dalla solitudine imposta dal mercato del lavoro e dalla sua meritocrazia.

Pensiamo ora a quando ci stupiamo di una persona ordinariamente di successo che incappa in un madornale scivolone o restiamo sorpresi da un’altra, abitualmente poco brillante, che compie una prodezza: passata l’incredulità, tendiamo a giudicare negativamente la condotta del primo, a evidenziarne il demerito, e di converso a esaltare il secondo, ad attribuirgli del merito. Non dovremmo forse riconoscere che la caduta del primo e la rivincita del secondo sono da imputare alla comunanza delle qualità, che alle volte trasmigrano dall’uno all’altro? Le qualità, soprattutto quelle linguistico-relazionali sviluppate nel lavoro di squadra e nella vita in società, sono molto sensibili allo stato psichico ed emozionale della persona e dunque, anche se acquisite a seguito di una lunga e consolidata esperienza, possono rivelarsi volatili.

Se si riconosce che le qualità comuni concorrono tutte alla riproduzione del genere umano e che dunque costituiscono patrimonio universale, allora non può esservi spazio per il merito, inteso come lode dovuta a una qualità piuttosto che a un’altra.
Quanto alle qualità più rare, dovremmo considerarle, anziché un merito, “una casualità, una varietà espressiva”, come le definisce Francesco Codello in L’illusione meritocratica. Non è un caso che nel mito di Er le vite tra cui le anime possono scegliere si trovino presso Lachesi, cioè presso il passato: l’insieme delle qualità costituisce un tessuto comune al genere umano e dunque preesistente al singolo che ne è la contingente estrinsecazione.

È interessante riflettere su come nel mito alcune anime scelgano una vita opposta a quella in precedenza condotta: Epeo, pugile che partecipò alla guerra di Troia, vuole divenire una donna operaia, mentre Odisseo un tipo ozioso e appartato, che non soffre seccature. Questi personaggi sembrano stufi delle qualità individuali che li hanno distinti e grazie alle quali si sono assicurati (non senza fatiche, ma è la meritocrazia che le esige) tanti onori: preferiscono appropriarsi di qualità più comuni e ricorrenti, meno illustri. Nel nostro mondo meritocratico le qualità meglio remunerate o più apprezzate costano tanti sacrifici che, se potessimo tornare indietro, forse non ripeteremmo.

Non possiamo reincarnarci in altri corpi ma possiamo mettere le nostre qualità più rare, quindi socialmente più preziose, al servizio degli altri e lasciare che loro facciano lo stesso per noi, un po’ come accade con le banche del tempo, iniziative territoriali tramite cui i membri si scambiano servizi e, quindi, mettono le proprie qualità al servizio degli altri e al contempo ricevono benefici dalle qualità altrui. Chi svolge un servizio ottiene infatti un credito di ore corrispondente al tempo impiegato, a prescindere dalle qualità messe in campo, e può spendere questo credito per richiedere servizi a qualsiasi altro iscritto. Il principio che informa questo esperimento di socialità solidale è semplice: metto le mie qualità più ricercate (saper fornire assistenza legale su questioni burocratiche come la tassa sui rifiuti) a disposizione degli altri e a loro mi rivolgerò quando avrò bisogno di qualità che non possiedo (so come si esce dai labirinti burocratici, ma non so far addormentare il mio bambino). In tal modo si vive concretamente una vita comune, in cui le qualità di ciascuno vengono socializzate.

L’araldo di Lachesi sottolinea pure che la virtù non ha padrone: ciò non dovrebbe voler dire che anche le qualità più ambite o più benefiche appartengono alla comunità umana e dunque devono intendersi poste al suo servizio? Se non riusciamo più a immaginare un comunismo dei mezzi di produzione, possiamo provare a pensarne uno delle qualità.

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Il coraggio come medicina

5 Ottobre 2026 ore 07:40

“L a sete non si placa masticando un pezzo di pane. Si vince bevendo”. È con questa immagine che la psicologa dello sviluppo Daniela Lucangeli si è rivolta, durante l’incontro “Empatia e coraggio. Superare l’ansia insieme” a La fiera delle parole di Padova, a chi le chiedeva come si potesse combattere l’ansia. Se cerchiamo di convincerci razionalmente a non avere paura, suggeriva, agiamo sul piano sbagliato. Se la paura nasce come un’esperienza emotiva, è attraverso un’altra esperienza che possiamo trasformarla.

Nonostante sia un’idea intuitiva, per molto tempo la psicologia scientifica si è occupata soprattutto di altre domande: come nasce la paura? Quali circuiti cerebrali la generano? Perché in alcune persone diventa ansia cronica, fobia, panico? Molto meno spazio è stato dedicato a un interrogativo complementare: che cosa succede quando una persona, pur continuando ad avere paura, decide di vivere comunque ciò che teme? Se la paura è un’emozione, il coraggio non può essere semplicemente la sua assenza. Nessuno definirebbe coraggioso chi attraversa un precipizio senza rendersi conto del pericolo.

Cos’è, davvero, il coraggio
Per secoli questa è sembrata una questione più adatta alla filosofia che ai laboratori. Aristotele collocava il coraggio tra le virtù morali, a metà strada fra la codardia e la temerarietà. Il coraggioso, scriveva nell’Etica Nicomachea (libro III), è chi riconosce il pericolo senza lasciarsene dominare. Solo negli ultimi decenni gli psicologi hanno iniziato a trattare il coraggio come un fenomeno osservabile. Stanley Rachman, uno dei maggiori studiosi dei disturbi d’ansia, propose di definirlo, in termini strettamente comportamentali, come l’atto di avvicinarsi a qualcosa che suscita paura.

L’idea è stata poi messa alla prova in laboratorio. In uno degli studi sperimentali più significativi relativamente a questo argomento, gli psicologi Peter Norton e Brandon Weiss misero alla prova il coraggio di alcuni partecipanti, tutti aracnofobici, chiedendo loro di avvicinare progressivamente la mano a quattro tarantole imbalsamate. Pur provando livelli simili di paura, le persone mostravano comportamenti diversi: alcune evitavano di avvicinarsi, altre riuscivano a spingersi più vicino all’oggetto temuto. Era un cambiamento di prospettiva importante. Significava che paura e coraggio non sono gli estremi della stessa linea, come caldo e freddo, ma che possono coesistere. Anzi, il secondo esiste soltanto in presenza della prima.

Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un abuso sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto il secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio.
Non tutti gli studiosi concordano su questa definizione. La psicologa Cynthia Pury distingue oggi due modi diversi di intendere il coraggio. Il primo, quello della psicologia sperimentale, si limita a osservare il comportamento: se una persona affronta ciò che teme, sta manifestando coraggio, indipendentemente dal motivo. Il secondo conserva invece un’eredità filosofica: affinché si possa parlare davvero di coraggio, non è sufficiente affrontare un rischio, occorre farlo per qualcosa che valga quel rischio.

Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un abuso sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto il secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio. Le neuroscienze, almeno per ora, riescono a studiare molto meglio il primo che il secondo. Possono osservare come il cervello si sposta dall’evitamento all’avvicinamento, ma fanno molta più fatica a misurare il significato che attribuiamo a quella scelta. Ed è proprio qui che la domanda diventa ancora più interessante: quando il cervello smette di leggere una situazione come qualcosa da cui fuggire e inizia a considerarla qualcosa che vale la pena affrontare?

Il dialogo tra allarme e valutazione
Per gran parte del Novecento, la paura è stata intesa come una reazione quasi automatica. Compare una minaccia, il cervello la riconosce e mette in moto risposte che aumentano le probabilità di sopravvivere: il battito accelera, i muscoli si tendono, l’attenzione si restringe a un solo oggetto e il corpo si prepara alla fuga o al combattimento. Era un modello sostenuto da decenni di ricerca sull’amigdala, una piccola struttura situata in profondità nel cervello che attribuisce un significato specifico agli stimoli esterni.

Gran parte di ciò che sappiamo su questo circuito si deve al neuroscienziato Joseph LeDoux. A partire dagli anni Ottanta, i suoi esperimenti hanno mostrato che l’amigdala è fondamentale per apprendere la paura. Se uno stimolo neutro viene associato ripetutamente a un evento spiacevole, il cervello lo tratterà come un segnale di pericolo. È un meccanismo straordinariamente efficiente, che permette di imparare dall’esperienza e che a volte si attiva anche quando il pericolo non c’è più. Nel suo libro Anxious: Using the Brain to Understand and Treat Fear and Anxiety (2015), LeDoux ha proposto di chiamare questi sistemi survival circuits (circuiti di sopravvivenza): meccanismi evolutivi per rilevare minacce e organizzare risposte difensive.

La domanda che negli ultimi anni ha iniziato ad animare il dibattito nelle neuroscienze è, però, diversa: una volta che l’allarme è scattato, che cosa rende possibile fare comunque un passo avanti?

Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel mettere a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia prefrontale non elimina la paura ma la integra con altre informazioni.
La risposta non risiede in un singolo “centro del coraggio”. Le neuroscienze moderne parlano piuttosto di reti: sistemi di aree che dialogano continuamente tra loro, influenzandosi a vicenda. Fra queste reti, un ruolo centrale spetta alla corteccia prefrontale, la regione anteriore del cervello coinvolta nella pianificazione, nella valutazione delle conseguenze e nella regolazione delle emozioni. Se l’amigdala segnala l’urgenza del pericolo, la corteccia prefrontale contribuisce a contestualizzarlo. Non spegne l’allarme, si chiede se sia ancora necessario.

Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel mettere a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia non elimina la paura ma la integra con altre informazioni. Confronta il segnale di allarme con il contesto e con le esperienze passate, aiutandoci a distinguere fra un cane aggressivo e quello del vicino che incontriamo ogni mattina. Allo stesso modo, ci permette di riconoscere che parlare in pubblico può esporci al giudizio degli altri, ma che quel giudizio non rappresenta una minaccia per la nostra sopravvivenza.

Questo dialogo continuo fra allarme e valutazione è emerso in una serie di esperimenti condotti allo Stanford Wu Tsai Neurosciences Institute. Studiando il comportamento dei topi di fronte a una minaccia simulata (l’ombra di un predatore proiettata sopra la gabbia), i ricercatori hanno individuato un circuito che coinvolge il talamo della linea mediana ventrale (ventral Midline Thalamus, vMT), una struttura fondamentale nel mettere in comunicazione diverse aree cerebrali.

Il talamo viene spesso descritto come una centrale di smistamento delle informazioni sensoriali, ma il suo ruolo pare essere più sofisticato. Le informazioni sulla minaccia vengono distribuite contemporaneamente verso l’amigdala e verso la corteccia prefrontale mediale, due sistemi che tendono a orientare il comportamento in direzioni diverse. Da una parte l’urgenza di proteggersi, dall’altra la possibilità di valutare se quella minaccia richieda davvero una fuga immediata.

Fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di elaborazione, uno spazio brevissimo, ma sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in modo opposto davanti alla stessa situazione.
Lungi dal dimostrare che il coraggio “si trova” nel talamo, lo studio mostra qualcosa di più interessante: fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di elaborazione, un circuito in cui il cervello pesa informazioni diverse prima di scegliere come comportarsi. È uno spazio minuscolo, che si misura in frazioni di secondo, ma è sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in modo opposto davanti alla stessa situazione, o perché la stessa persona riesca ad affrontare con relativa tranquillità qualcosa che prima la paralizzava. Il coraggio è il risultato di una negoziazione continua fra sistemi cerebrali con priorità differenti in cui l’allarme emotivo non ha più l’ultima parola.

Il cervello non cancella, aggiorna
Se il coraggio nasce da un dialogo fra circuiti cerebrali, questo dialogo può cambiare. Possiamo allenare il cervello a non considerare minaccioso ciò che oggi ci paralizza. La risposta più convincente arriva dalla terapia dell’esposizione, uno dei pilastri della terapia cognitivo-comportamentale, che prevede di avvicinarsi progressivamente e in modo controllato allo stimolo che provoca ansia.

L’intuizione risale agli anni Cinquanta. Lo psicologo Orval Hobart Mowrer mostrò come l’evitamento, pur offrendo un sollievo immediato, finisca per mantenere e rafforzare la paura. Su questo principio, lo psichiatra Joseph Wolpe sviluppò la terapia dell’esposizione, mostrando che affrontare gradualmente ciò che temiamo permette di costruire un nuovo apprendimento. Ogni volta che scappiamo da ciò che ci spaventa, infatti, il cervello registra che è stato l’evitamento a proteggerci, non che quella situazione fosse in realtà innocua. È un meccanismo perfettamente adattivo dal punto di vista evolutivo, ma spesso disfunzionale nella vita quotidiana: più evitiamo, più cresce il numero delle situazioni che impariamo a temere.

L’esposizione funziona perché interrompe questo circolo vizioso. Per decenni si è parlato di “estinzione della paura”, come se il cervello cancellasse il ricordo della minaccia. Oggi sappiamo che non è così. Uno degli esperimenti che hanno cambiato questa prospettiva è stato pubblicato sulla rivista Neuron da Elizabeth Phelps, Joseph LeDoux e colleghi della New York University. Ai partecipanti veniva insegnato ad associare un’immagine neutra a una lieve scossa elettrica. Bastavano poche ripetizioni perché quell’immagine provocasse una risposta di paura. Successivamente la stessa immagine veniva mostrata molte altre volte, ma senza alcuna scossa.

Non si tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura non descrive più fedelmente la realtà. Il cervello cambia soprattutto quando l’esperienza contraddice le sue aspettative.
I ricercatori osservarono che, mentre diminuiva l’attività dell’amigdala, aumentava quella della corteccia prefrontale ventromediale, l’area coinvolta nella regolazione delle emozioni. Il cervello non stava eliminando il vecchio apprendimento, ne stava costruendo uno nuovo, capace di competere con il precedente. È una distinzione che cambia il modo di pensare il coraggio: non si tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura non descrive più fedelmente la realtà.

Le neuroscienze parlano infatti sempre più spesso di inhibitory learning (apprendimento inibitorio). Ogni esposizione riuscita aggiunge una prova contro le previsioni catastrofiche del cervello. Quando le conseguenze temute non si verificano, il cervello acquisisce un’informazione nuova: è possibile attraversare quella situazione senza che accada ciò che aveva previsto.

È il meccanismo osservato anche da Andrea Reinecke e dai suoi collaboratori dell’Università di Oxford. In uno studio pubblicato su Translational Psychiatry, i ricercatori hanno seguito pazienti con disturbo di panico sottoposti a quattro sedute settimanali di terapia dell’esposizione. I risultati erano sorprendenti per la rapidità: dopo appena quattro sedute, il 71% dei pazienti trattati raggiungeva livelli sintomatologici da persona non ansiosa. Le immagini di risonanza magnetica funzionale mostravano una netta diminuzione dell’iperattivazione dell’amigdala e di specifiche aree della corteccia prefrontale, in particolare le regioni dorsomediale e dorsolaterale, coinvolte nel monitoraggio della minaccia, senza implicare una riduzione dell’attività prefrontale nel suo insieme. Visto da questa prospettiva, il coraggio somiglia sempre più a un processo di aggiornamento che dipende dall’esperienza.

La scuola e il cervello predittivo
Quando Daniela Lucangeli sostiene che l’ansia non possa essere combattuta soltanto con la ragione, ma vada bilanciata attraverso esperienze emotive di segno opposto, sta traducendo in linguaggio pedagogico un’idea centrale della psicologia dell’apprendimento: il cervello cambia soprattutto quando l’esperienza contraddice le sue aspettative.

Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li anticipa. Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con la realtà.
Uno studente che entra in classe convinto che ogni interrogazione sarà un’umiliazione e ogni errore una prova della propria incapacità sta formulando una previsione che tenderà ad autoalimentarsi. Se evita di esporsi e rinuncia prima ancora di provare, non raccoglierà mai le informazioni necessarie per correggerla.

Questa dinamica viene descritta oggi attraverso il paradigma del predictive brain (il cervello predittivo), sviluppato fra gli altri da Karl Friston e Lisa Feldman Barrett. Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li anticipa. Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con la realtà. Imparare significa, in larga misura, aggiornare queste previsioni quando si rivelano sbagliate. Anche la paura funziona così. Se il cervello prevede che parlare in pubblico porterà al rifiuto, ogni occasione evitata confermerà quella previsione. Quando invece l’esperienza mostra che il giudizio degli altri è meno catastrofico del previsto, il modello interno comincia a modificarsi.

La scuola, in questo senso, può essere un laboratorio di apprendimento predittivo. Un ambiente in cui l’errore viene sistematicamente punito o ridicolizzato tende a rafforzare le aspettative di minaccia. Al contrario, un contesto in cui l’errore viene trattato come parte del processo di apprendimento moltiplica le occasioni in cui il cervello può generare un “errore di previsione positivo” e aggiornare i propri schemi.

È questo il senso profondo della metafora di Lucangeli. La sete non si placa mangiando pane perché il corpo ha bisogno di un’esperienza diversa. Allo stesso modo, il cervello necessita di vivere, più volte, esperienze sufficientemente sicure da spingerlo a rivedere le proprie aspettative, sfruttando la plasticità, ovvero la capacità del sistema nervoso di modificare le proprie connessioni in risposta all’esperienza.

Il coraggio come spazio di libertà
Se nell’Etica Nicomachea Aristotele descriveva il coraggio come una virtù dell’equilibrio, molti secoli dopo il filosofo esistenzialista Søren Kierkegaard ha spostato l’attenzione più in profondità. La paura, scriveva in Il concetto dell’angoscia (1844), ha quasi sempre un oggetto: un animale, una malattia, un esame. L’angoscia, invece, è la “vertigine della libertà”, il disagio che accompagna ogni possibilità e l’incertezza stessa.

Possiamo osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si rivela innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la minaccia coincide con l’incertezza stessa.
Questa distinzione non è lontana da quella utilizzata oggi dalla psicologia clinica. Le paure specifiche hanno un bersaglio identificabile e possono essere affrontate con l’esposizione graduale. L’ansia generalizzata, invece, non si concentra su una minaccia ben definita. Chi ne soffre vive nella costante anticipazione che qualcosa possa andare storto (anticipazione apprensiva). È una differenza che aiuta a capire i limiti attuali delle neuroscienze. Possiamo osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si rivela innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la minaccia coincide con l’incertezza stessa.

Forse è per questo che il coraggio continua a interessare tanto gli scienziati quanto i filosofi. Per gli uni è un insieme di processi neurobiologici che possono essere osservati e modificati. Per gli altri è una qualità dell’esperienza umana, inseparabile dalle ragioni per cui scegliamo di affrontare un rischio. Le neuroscienze possono spiegare come il cervello renda possibile un atto di coraggio, ma difficilmente potranno dire perché, in una determinata situazione, qualcuno ritenga che quel gesto valga la pena.

Le evidenze accumulate raccontano che la paura è la condizione di esistenza del coraggio. Il cervello sembra funzionare così: non elimina il ricordo del pericolo, ma impara ad affiancargli un’altra informazione: questa volta posso restare, posso resistere. Ogni esposizione riuscita, ogni passo compiuto nonostante il desiderio di tornare indietro aggiunge una piccola correzione alle previsioni con cui interpretiamo il mondo.

Dopo alcuni tentativi, ciò che sembrava impossibile diventa soltanto difficile, poi impegnativo, infine normale. Il cervello non impara che una paura è affrontabile perché qualcuno glielo spiega: lo impara attraversandola. Il coraggio è, allora, il nome che diamo al momento in cui l’esperienza riesce, lentamente, a convincere il cervello che il futuro non deve per forza assomigliare al passato.

L'articolo Il coraggio come medicina proviene da Il Tascabile.

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