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Ricevuto — 28 Luglio 2026 Rivista Malamente

Lettera a Carlo Giuliani

21 Luglio 2026 ore 23:10

Di Tomas Rothaus

[da CrimethInc.]

«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»

Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001

Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.

Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.

Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]

Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.

Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:

«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.

Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.

Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.

Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

«Carlo vive – i morti siete voi.»

Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.

Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.

Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»

Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.

Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».

Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:

«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».

Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.

Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.

Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.

Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.

Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.

Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.

Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.

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L’ICE è qui

20 Luglio 2026 ore 14:04

Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.

I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.

Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? [leggi tutto…]

Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.

È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.

Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.

Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎– come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.

Siamo sconvolti di rabbia.

I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita

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Free party contro i data centers

di: admin
1 Luglio 2026 ore 17:01

Racconto di un fine settimana di mobilitazione e di caldo torrido contro il tecnofascismo

pubblicato su lundimatin#526, 30 giugno 2026

Lo scorso fine settimana in Belgio si è tenuta la prima azione di protesta festosa del movimento Code Rouge contro l’installazione dei data centers. Tra un’ondata di perquisizioni avvenuta pochi giorni prima, la canicola e i temporali, gli eventi hanno preso una piega inaspettata. Ecco un breve resoconto frammentario e fotografico sulle lezioni apprese in quel fine settimana.

Data center che spuntano come funghi

In Belgio, questo fine settimana ad Aiseau, vicino a Charleroi, ha preso il via la lotta contro i data centers. I giganti della tecnologia hanno scelto il Belgio come una terra privilegiata per installare i loro data centers. Google, ad esempio, negli ultimi vent’anni ha investito miliardi in data centers nei dintorni di Charleroi, cinque miliardi solo per i prossimi due anni (2026-2027). In un raggio di 40 km, in Vallonia, l’azienda ne conta otto: cinque attualmente attivi, due in costruzione e uno per il quale è stato appena acquistato il terreno. Se la gente vallona è nota per essere cordiale e accogliente verso chiunque, il governo di questa regione riserva invece la propria ospitalità alle grandi aziende che vengono a devastare i suoi territori, ad accaparrarsi le sue risorse, il tutto ovviamente alla ricerca di una qualche possibilità di evasione fiscale. Questo fine settimana un’azione di Code Rouge, in collaborazione con attivisti locali, aveva deciso di occupare un sito in costruzione destinato a un data center di Google. Non è però il resoconto di questa azione che verrà proposto qui, ma solo alcune note significative sulla riconfigurazione delle condizioni di lotta, sulle mutevoli condizioni della guerra in corso per coloro che intendono ancora, nonostante tutto, opporsi all’Impero.

Forse è utile, prima di queste note, spendere qualche parola sui data centers. Potremmo raccogliere statistiche («i data center rappresentano già il 4% del consumo energetico belga, si prevede che raggiungano almeno il 10% nel 2035», ecc.) che ci danno ragione e mettere insieme sufficienti argomenti per invocare l’urgenza di distruggere queste infrastrutture. Questo lavoro di base, consistente nel condividere ciò che per molti è ovvio, per quanto possa essere tedioso, è importante e necessario (soprattutto quando la costruzione dei data centers avviene in un clima di voluta opacità): non tanto per attirare il sostegno dei media (anche se non possiamo permetterci di esentarci dal fetido gioco mediatico) quanto per stringere preziose alleanze che fondano una comunità di lotta. Qui ci risparmieremo questo lavoro, condividendo semplicemente il discorso della Fronde Liégeoise Anti-Militariste (FLAM), uno dei tre discorsi pronunciati all’inizio dell’azione in un accampamento militante allestito ai margini di una cascata: [leggi tutto…]

Cos’è un data center se non l’infrastruttura del disastro per eccellenza? Che cos’è un data center se non l’ultima infrastruttura strategica del capitalismo per garantire il proprio rinnovamento al prezzo di sacrificare più che mai il vivente? Come molti già sanno, l’insediamento dei data center – grandi magazzini che archiviano i dati digitali – si basa su una logica predatoria a ben quattro livelli:

  • predazione della terra, e in particolare dei terreni coltivabili che potremmo utilizzare per nutrirci.
  • predazione delle terre rare, dei minerali necessari per i server dei data centers e, più in generale, per tutte le tecnologie digitali – terre rare di cui l’Europa dispone in quantità molto limitate e che deve procurarsi altrove, in particolare nei paesi del Sud. La digitalizzazione del mondo, la costruzione dei data centers, tutto ciò si basa su una logica neocoloniale e su processi imperialisti di una violenza inaudita. Per comprendere il genocidio in corso in Congo, forse non occorre andare molto oltre. Le tasche in cui infiliamo i nostri smartphone sono macchiate del sangue dei congolesi, proprio come le nostre dita e le nostre voci, rese ottuse quando rivolgono domande a un’intelligenza artificiale.
  • Sfruttamento predatorio dell’acqua per il raffreddamento dei server, in un momento in cui l’acqua sta per diventare un bene raro.
  • Sfruttamento colossale dell’energia… una richiesta a un’intelligenza artificiale comporta un consumo energetico dieci volte superiore a quello di una semplice interrogazione di un motore di ricerca.

Questa logica predatoria è tanto più acuta e letale in quanto i sostenitori dell’Economia costruiscono sempre più data centers e data centers sempre più grandi. Basterebbe la sola dimensione palesemente ecocida e neocoloniale di queste infrastrutture a giustificare la nostra urgenza di impedire con ogni mezzo possibile e inimmaginabile qualsiasi costruzione di data centers. Ma, in quanto collettivo antimilitarista, noi della FLAM vorremmo insistere anche su un’altra dimensione dei data centers. Vorremmo considerarli come infrastrutture chiave non solo della visione societaria promossa da ciò che oggi viene definito “tecnofascismo”, ma anche come infrastrutture chiave delle guerre imperialiste in corso e a venire.

Per cogliere innanzitutto la portata dell’orrore tecnofascista, occorre immergersi nel manifesto pubblicato lo scorso 18 aprile da Palantir: un testo in cui l’azienda presenta chiaramente le sue posizioni suprematiste proclamando, ad esempio, che «alcune culture hanno permesso progressi essenziali; altre rimangono disfunzionali […] si sono rivelate mediocri, se non addirittura regressive e nefaste».

Questa azienda ha appena aperto un ufficio a Bruxelles per stipulare contratti con il Belgio. Palantir fornisce software per favorire il mantenimento dell’ordine autoritario; Palantir ha collaborato al genocidio a Gaza; Palantir è stata inoltre utilizzata come supporto per le retate delle milizie fasciste di Trump; Palantir ha un presidente apertamente maschilista, filosionista e neofascista. Ma il potere funesto di Palantir dipende strettamente dai data centers. Il manifesto di Palantir costituisce infatti «un cambiamento radicale di regime, in cui lo Stato deve essere messo a disposizione di un gruppo capitalista». I nostri cosiddetti “rappresentanti”, i nostri “democraticamente eletti”, intendono vendere se stessi e noi ad attori che manifestano chiaramente le loro ambizioni autoritarie e genocidarie!

Il progetto tecnofascista mira così ad assicurare il controllo autoritario delle popolazioni non solo diffondendo tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale praticamente ovunque nello spazio pubblico, ma anche infiltrando il digitale e l’intelligenza artificiale in ogni angolo della nostra vita quotidiana per conoscere meglio, e quindi controllare meglio, i sudditi del potere. Occorre sottolineare la dinamica totalitaria del progetto tecnofascista, per non parlare dell’impatto deleterio di queste tecnologie sulla nostra salute mentale.

Per quanto riguarda le guerre imperialiste, assistiamo oggi alla sperimentazione di nuove forme di guerra, in cui i robot solcano i campi di battaglia, i droni minacciano dai cieli e numerose armi sono dotate di intelligenza artificiale, ovvero di un’intelligenza che si misura in base alla sua capacità letale. E il governo belga vorrebbe investire un miliardo di euro entro il 2030 per costruire data centers riservati esclusivamente all’esercito. Va da sé che gli investimenti sempre più massicci a favore del complesso militare-industriale avvengono a scapito di altri settori: il nostro antimilitarismo deve essere collegato all’attuale sciopero del settore istruzione e a qualsiasi altro sciopero selvaggio che intenda attaccare il neoliberismo autoritario.

Per concludere, vorremmo aggiungere un punto. L’orizzonte che si profila davanti a noi, con le guerre, il tecnofascismo, il degrado delle condizioni di vita sulla Terra, può sembrare opprimente e ineluttabile. Ma bisogna ricordare che possiamo sabotare questo orizzonte, modificarne i connotati. Perché le guerre, il tecnofascismo, l’ecocidio, tutto questo si fabbrica a casa nostra, come qui con il data center di Aiseau. È importante quindi radicare la lotta, creare collettivi che vogliano riappropriarsi del proprio territorio. Non possiamo invocare la liberazione della Palestina o del Congo senza liberare i nostri territori dalla macchina da guerra imperialista.

Con la FLAM abbiamo quindi deciso di condurre una guerra contro la guerra che si sta preparando a Liegi e di lanciare la campagna Disarmiamo Liegi. Perché a Liegi c’è un numero impressionante di aziende del settore degli armamenti. Iniziamo questa campagna ora, prendendo di mira Thalès, una delle peggiori aziende del complesso militare-industriale. Thalès ha siti produttivi e numerosi collaboratori di vario genere a Liegi; ha inoltre una partnership con l’Università di Liegi per dotare i razzi di intelligenza artificiale. Due settimane fa, con un blocco determinato, abbiamo impedito al commissario europeo alla Difesa, Andrus Kubilius, di recarsi presso la sede di Thalès e della FN Herstal per firmare dei contratti!

Ovunque ci troviamo, dobbiamo indagare intorno a noi per portare alla luce tutti gli anelli di questo complesso militare-industriale e del tecnofascismo, costituire collettivi di lotta e trovare il modo di agire efficacemente insieme per disarmare i nostri territori e riappropriarcene.

Per tutti questi neofascisti e altri mercanti di morte che hanno deciso di diffondere l’inferno sulla terra vogliamo che, a loro volta, la loro vita diventi un inferno. Questo contrattacco è necessario per poter vivere tutti quei bei momenti collettivi di gioia, di senso ritrovato e di solidarietà, come quello che stiamo vivendo oggi, come ogni volta che ci riuniamo per dare vita a un altro mondo e attaccare il mondo del nemico. Fanculo l’imperialismo e le sue guerre, abbasso il tecnofascismo, Free Palestine, Free Congo, e viva le lotte di liberazione!

Siamo quelle stelle che nel caos…

L’organizzazione di questa azione Code Rouge è stata più che perturbata. Il fatto che abbia avuto luogo non è tanto un miracolo quanto il risultato di una grande determinazione che ha dato vita ad alcuni momenti di grazia.

Due settimane prima di questa azione, che invitava a un’occupazione festosa contro il tecnofascismo, un’ondata di perquisizioni ha colpito Code Rouge in tutto il Belgio: 19 persone perquisite, 6 deferite al giudice istruttore, 2 poste sotto sorveglianza elettronica. Questa ondata è stato il risultato di un coordinamento tra diverse forze di polizia a livello nazionale e ha fatto seguito a un’azione di massa che lo scorso anno aveva preso di mira la Cargill (la più grande azienda agroalimentare del mondo, famigerato colosso americano così potente da plasmare a suo volere le politiche agricole), causando diversi milioni di euro di danni al sito attraverso energici atti di smantellamento. A questa repressione, che mirava anche a destabilizzare Code Rouge prima della sua prossima azione, si è aggiunta l’ondata di caldo. Come affrontare un’azione di massa, un certo conflitto con il braccio armato dello Stato capitalista, come mantenere un’occupazione festosa, magari per diversi giorni, sotto la pressione della polizia e con temperature che possono raggiungere e superare i 40°? I giovani della generazione X verranno a fare un’azione del genere con 40°? Che si tratti di logistica, di assistenza, delle possibilità fisiche di portare avanti questa o quella azione, si sono posti – e continueranno a porsi negli anni a venire – molti problemi un po’ nuovi. Bisogna rifletterci fin da ora, non per allarmare sul cambiamento climatico, ma per prepararci a lottare quando «davanti a noi il Diluvio!». Uno degli effetti concreti dell’ecocidio in corso, il riscaldamento globale, è quindi venuto a sconvolgere ciò che da diversi anni cerca con ogni mezzo di porre un freno d’emergenza a questa catastrofe. Code Rouge (Codice Rosso) pare proprio un nome azzeccato.

L’azione deve tenere conto di questo contesto e, partendo da lì, dotarsi di obiettivi politici comunque pertinenti, anche se l’antagonismo non potrà essere così intenso come nelle ultime edizioni di Code Rouge: 1. sensibilizzare il territorio sulla nocività dell’infrastruttura e consolidare le prime alleanze; 2. volgere il turbamento a nostro vantaggio trasformandolo in uno slancio di gioia.

Dunque, allestiamo un accampamento di protesta a pochi chilometri dal sito, in riva alla cascata, bloccando il ponte attraverso il quale la polizia, visibile a poche centinaia di metri di distanza, potrebbe tentare di irrompere. Fa un caldo torrido, la pelle è umida e il sudore imperla il corpo; gli interventi al microfono ci ridanno vigore, poi ci prendiamo il tempo di rinfrescarci nella cascata. All’inizio della serata smontiamo l’accampamento e diamo il via a una marcia rumorosa e musicale in direzione del sito, attraversando il villaggio, mentre la polizia è all’erta.

Ma all’avvicinarci al luogo della manifestazione, che si trova in riva alla Sambre, deviamo e costeggiamo il corso d’acqua, attraversiamo un ponte per raggiungere l’altra sponda e risaliamo in senso inverso il fiume, sulla cui superficie si spengono gli ultimi riflessi del giorno. Lungo il percorso, una struttura metallica su ruote, equipaggiata con un potente impianto audio, sbuca da una strada perpendicolare per unirsi a noi. Il bolide pompa musica a palla e prende la testa del corteo lungo l’alzaia; i fumogeni avvolgono il corteo di rosso, di nero e di fiamme, e si balla. Ci riversiamo su un’enorme lastra di cemento, appena ridipinta, proprio di fronte al data center. Proiezioni luminose decorano un traliccio elettrico, sul fianco di una collina boscosa, mentre sulla riva del data center vengono proiettate queste poche lettere giganti: «FUCK GAFAM». Intorno all’impianto audio prende forma un villaggio in festa: giradischi per accogliere i nostri DJ ospiti, uno stand RDR, un tavolo per il cibo in arrivo.

Fa caldo, molto caldo: è l’inizio della festa e delle tradizionali chiacchierate notturne, ma all’orizzonte alcuni lampi e grosse nuvole che sembrano avvicinarsi a grandi passi lasciano intuire che tra poco avremo un po’ di refrigerio. Prima si scatena un vento violento, che mette a rischio i gazebo facendoli quasi volare via, poi un acquazzone che, unito al vento impetuoso, ci colpisce come una grandinata. L’impianto audio sputa coraggiosamente e si continua a ballare, fradici, mentre il cielo si squarcia in lungo e in largo: lampi regolari, di dimensioni e geometria notevoli, di un colore a volte sorprendente che tende all’arancione, illuminano la pista da ballo e il data center. Fermo immagine (sublime): ci sono chiaramente due mondi nemici che si fronteggiano, quello dei data centers e quello della dance floor, e se la guerra non è potuta scoppiare in questo fine settimana, se il suo potenziale resta latente, dal rovescio in cui ci troviamo il cielo scatenato ci ricorda la violenza: quella di cui i data centers sono i vettori tecnologici, quella che in un certo senso non potremo fare a meno di rivendicare per smantellare queste infrastrutture e tutti coloro che le difendono.

Si balla quindi, per un po’, tra venti e violenti acquazzoni, sotto lampi mozzafiato, free party. Curiosamente, si sentono diverse persone citare il film Sirat come se fossimo una sua nuova scena. Un mondo strano e spesso denigrato, o non apprezzato nel suo giusto valore, quello del free party. Persino tra i rivoluzionari a volte si fatica a riconoscere la politica di cui il free party è portatore: ci si dice che l’energia della festa sarebbe meglio spesa altrove, si prova in fondo un po’ di disprezzo per tutti quei corpi strani che si muovono di notte, occupano luoghi in totale illegalità, si dedicano a rituali inconsueti. Eppure bisogna aver visto, come questo fine settimana (ma anche durante altre azioni politiche infuocate, quest’anno, in Belgio), l’ingegnosità collettiva e gli atti coraggiosi per cercare di innestare in vari modi la festa nell’azione politica, per tenere viva la festa in tempi proto-apocalittici, per offrire uno spazio-tempo di sfogo così gioioso in tempi così cupi.

Non c’è da stupirsi nel vedere come la free sia una vera ossessione per i politici reazionari: incarna infatti una sorta di bug nella gestione normativa del tempo, dello spazio, dei corpi. E più che mai, di fronte a un data center, la presenza della free preannuncia una politica futura: la politica del bug. Quella in cui si cerca di ostacolare la digitalizzazione del mondo attaccandone l’esoscheletro, in cui ci si arrangia nelle intemperie per far vivere momentaneamente una collettività, in cui si improvvisano le proprie tecnologie che da una parte abbelliscono la festa e dall’altra contrattaccano (fasci luminosi sufficientemente potenti possono servire a decorare il luogo della festa ma anche a disturbare il funzionamento dei droni…), in cui la collettività festante sa che la polizia è una minaccia alla quale bisogna saper far fronte, in cui si sperimenta lo sconvolgimento delle normatività del potere. Non ignoriamo i lati oscuri della festa, gli abissi che può aprire sotto i nostri piedi, i circoli viziosi in cui può trascinare le nostre menti allontanandole dall’organizzazione politica. Ma esiste eccome un’organizzazione del tutto politica del party, lontana dai centri culturali alternativi per cool kid, e crediamo fermamente che questa politica della festa sia una componente essenziale di una politica rivoluzionaria.

A un certo punto la pioggia diventa troppo forte, i fulmini troppo minacciosi, bisogna spegnere la corrente e la musica. Il tempo si sospende, l’atmosfera è lunare, piove forte, non si sa più se fa caldo o freddo, se è il caso di andarsene o restare, se si è in preda alla stanchezza o all’estasi. In quel momento arrivano altri festaioli, scoprono una festa messa in pausa dal violento temporale: è il gioco. Poi la pioggia smette, il suono riprende, i fuochi d’artificio esplodono nel cielo, i vari tavoli vengono rimontati e si ricomincia da capo, per tutta la notte. L’estasi ha la meglio sulla stanchezza e si scatena. La polizia, fino all’alba, svolgerà il suo compito: tentare di schedare, infastidire, reprimere, stroncare gli slanci vitali di ribellione, rendersi sempre più odiosa.

In pista

La repressione colpisce, il tempo impazzisce, ma noi non ci arrendiamo. Regoliamo l’offensiva e la ripensiamo in base al contesto, stringiamo alleanze, trasformiamo la festa in una forza, ci concediamo il tempo di una gioia condivisa in attesa del momento in cui bisogna colpire. C’è da temere o da gioire, a seconda della parte che si occupa nella linea del fronte, nel vedere la crescente determinazione a disarmare con ogni mezzo i data centers.

Questo è un invito a unirsi presto alla danza.

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Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale

21 Marzo 2026 ore 06:51

Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026

Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.

Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]

La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]

Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.

A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.

Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.

Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.

Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.

Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.

Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).

Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.

Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.

Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.

Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.

Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]

Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.

Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.

C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.

Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.

In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.

Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.

Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.

La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».

“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.

Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?

Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.

Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?

Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.

Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.

Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?

Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.

Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».


[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.

[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.

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Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

di: admin
26 Dicembre 2025 ore 17:31

La guerra per l’attenzione è una guerra totale
Intervista di Catherine Marin a Yves Marry e Florent Souillot, “Reporterre”, www.reporterre.net

La «guerra per l’attenzione» ci fa passare il nostro tempo davanti agli schermi, scrivono Yves Marry e Florent Souillot. E i GAFAM si arricchiscono. Di fronte a questa “influenza emotiva”, gli autori promuovono spazi di disconnessione.

Yves Marry è stato dipendente di una ONG prima di diventare dirigente dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), che ha co-fondato nel 2018 con Florent Souillot, responsabile del digitale presso le edizioni Gallimard-Flammarion. Hanno scritto insieme La guerra per l’attenzione. Come non perderla, (Edizioni Malamente, 2026; ed. originale: L’échappée, 2022). L’associazione Lève les yeux! e il suo Collettivo per la riconquista dell’attenzione intervengono in particolare nelle scuole, dalla materna alle superiori, per sensibilizzare bambini, ragazzi e genitori sui pericoli sanitari e psichici dell’abuso degli schermi e promuovere momenti di disconnessione.

Reporterre: Con La guerra per l’attenzione avete scritto un libro contro l’espansione incontrollata del digitale in tutti gli ambiti della vita sociale. Da quale esperienza ha tratto ispirazione la vostra analisi?

Yves Marry: Il primo shock emotivo l’ho avuto in Birmania. Lavoravo lì tra il 2014 e il 2018, quando il paese è stato coperto dalla rete 4G. Improvvisamente ho visto tutti i birmani, persone solitamente molto dignitose e rette, chinare il capo per immergersi nei loro smartphone, catturati dalle applicazioni digitali. La straordinaria animazione che fino ad allora riempiva ogni pomeriggio le strade di Yangon, con persone che suonavano la chitarra, altre che chiacchieravano, è svanita molto rapidamente. Le persone non parlavano più tra loro! È stato un vero shock e una grande tristezza… Ho visto l’alienazione stringersi molto rapidamente su menti che ammiravo per la loro maturità e la loro capacità di attenzione sostenuta grazie alla pratica della meditazione buddista. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Serge Latouche. [leggi tutto…]

E poi, viaggiando molto tra il 2014 e il 2017, dal Sud-Est asiatico al Sud America, passando per la Russia, ho potuto constatarlo ovunque: in pochissimo tempo, il mondo intero aveva abbassato la testa!

Florent Souillot: Per me, il fattore scatenante è stato duplice: in primo luogo, è stato condividere con Yves questa sensazione di invasione degli schermi in tutte le relazioni sociali e amicali, un’invasione che ci stava facendo perdere qualcosa. Da qui la creazione dell’associazione Lève les yeux! nel 2018, poi del collettivo.

Inoltre, lavorando nell’editoria come responsabile digitale, al servizio quindi di questo formidabile strumento di sviluppo dell’attenzione che è il libro, mi occupo costantemente della questione dell’equilibrio tra carta e digitale.

Scrivete che questa cattura dell’attenzione è la manifestazione di un nuovo “capitalismo dell’attenzione”. Cosa intende dire con questo?

Yves Marry: Il capitalismo vede i suoi profitti minacciati dalla rarefazione delle risorse naturali: è grazie allo sfruttamento di queste risorse, come l’acqua, il petrolio, ecc., che è stato possibile accumulare profitti giganteschi. Con lo sviluppo tecnico digitale è apparsa una nuova risorsa: l’attenzione umana. Catturando questa risorsa è possibile vendere pubblicità mirata, raccogliere dati personali da rivendere, ecc. È ciò che chiamiamo «capitalismo dell’attenzione», espressione utilizzata per la prima volta da Yves Citton nel 2014.

In che modo l’uso del digitale da parte del capitalismo vi sembra così problematico?

Yves Marry: Il digitale sta determinando un’evoluzione di ordine antropologico nella nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta. Prendiamo ad esempio il caso dei minori di 18 anni. Circa il 90% dei contenuti che guardano su Internet sono pagine di social network, video, videogiochi e serie a volte molto violente, come GTA e Call of Duty, o pornografia. Se i ragazzi sono attratti da questo tipo di contenuti, è innanzitutto perché i progettisti di servizi digitali si rivolgono in primo luogo alle loro emozioni, suscitando paura ed eccitazione per rafforzare il loro potere di attrazione.

Questa immersione nel digitale fin dalla più tenera età ha gravi effetti sul loro sviluppo (ritardi linguistici o cognitivi) e, quindi, su scala sociale, conseguenze di ordine antropologico. Cattura l’attenzione, la disposizione a comprendere il mondo, a favore dell’“intrattenimento” e della dipendenza consumistica.

Nel vostro libro descrivete in dettaglio i danni subìti da bambini e ragazzi sovraesposti agli schermi (fino a 14 ore al giorno) da quando la scuola non è più un luogo protetto: disturbi del sonno, obesità, miopia, disturbi autistici, ecc. Il quadro che dipingete è terribile!

Yves Marry: Sì, a noi fa paura. Gli schermi hanno dimostrato la loro nocività per i bambini, dal punto di vista sanitario e cognitivo. Alcuni studi scientifici citati da M. Desmurget in Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) hanno persino dimostrato che, sovraccaricando i loro riflessi, gli schermi hanno effetti deleteri sullo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona del cervello che permette di proiettarsi nel tempo e di costruire progetti.

Al contrario, nessuno studio ha ancora dimostrato il loro interesse pedagogico. Gli schermi connessi hanno un costo economico ed ecologico enorme, ma lo Stato continua ostinatamente a voler dotare tutti i bambini francesi di tablet per l’apprendimento. È davvero incredibile.

L’influenza emotiva vale anche per gli adulti?

Florent Souillot: Assolutamente sì. Guardate come siamo costantemente spinti su Internet a valutare i servizi o le prestazioni ricevute, a mettere “mi piace” o meno, a dare la nostra opinione, preferibilmente negativa perché un’opinione negativa sarà più condivisa di una positiva. Anche sui siti di incontri, non si tratta di riconoscere l’altro, ma di “valutarlo”.

Gli effetti di questa influenza si vedono anche in ambito politico. I social network hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella costituzione dei recenti movimenti sociali, dalla Primavera araba ai Gilet gialli.  Ma il loro contributo è ambivalente, perché impongono una logica di flusso permanente. Tutto è fatto in modo che la parola sia rapida, tagliente, persino violenta, se non altro per il numero massimo di parole consentite in un tweet. E subito una lotta ne sostituisce un’altra: siamo sovrainformati, sovramobilitati da innumerevoli petizioni online… ma senza essere coinvolti in azioni che obbediscano alla logica dell’impegno collettivo basato sul dibattito e sulla concertazione. I presunti vantaggi per le mobilitazioni sono un’illusione. Fuori dal bozzolo digitale, la realtà sfugge.

Nel vostro libro si ha la sensazione che questa «guerra per l’attenzione» sia al centro di una battaglia culturale tra la civiltà digitale, con il suo immaginario di continua crescita e transumanista, e una civiltà ecologica in divenire.

Yves Marry: Sì, ci sembra che questa sarà la questione centrale dei prossimi anni. Vediamo chiaramente le gravi crisi ecologiche che ci attendono, con la rarefazione delle risorse, ecc. Di fronte a questa realtà, il discorso dominante, fortemente diffuso dai media, è tecnosoluzionista e rimanda effettivamente al sogno di un superuomo, di un uomo-macchina potenziato da chip, protesi, schermi, che rassicura, credo, molti esseri umani. Ma ricordiamoci che i propagatori di questo sogno, i miliardari della Silicon Valley, mandano i propri figli nelle scuole Waldorf, istituti costosissimi dove i bambini non hanno schermi prima dei 14 anni, giocano tra gli alberi e sono circondati da molte persone, umane, che si prendono cura di loro…

La propaganda però è forte. Il mito della «crescita verde», con le sue «energie pulite» e le sue «città intelligenti», è lì per alimentare la speranza che saremo in grado di mantenere i nostri livelli di vita e persino di continuare a crescere raggiungendo la neutralità carbonica. Un’enorme farsa, ma che permette ai grandi interessi economici di perpetuarsi, con la convergenza delle lobby del nucleare, delle auto elettriche, delle reti elettriche, ecc.

È quindi necessario opporre a tutto questo una visione di riconciliazione con il vivente capace di entusiasmare. Si tratta di un’aspirazione che, del resto, è profonda nell’essere umano. Dai sondaggi pare che questa utopia ecologista di sobrietà e legame con la natura sia preferita dalla maggioranza delle persone rispetto all’utopia tecnofila.

Florent Souillot: Di fronte a questo tecnosoluzionismo e alle sue mistificazioni, vorrei ricordare che la decrescita è anche una battaglia culturale da combattere: come vivere in modo diverso il rapporto con se stessi, con il vivente, per considerare con più calma il rapporto con una necessaria sobrietà? A questo proposito, insistiamo molto sul fatto che la questione della disconnessione è fondamentale: l’interiorità deve poter essere preservata.

Ciò è tanto più necessario in quanto questa «guerra per l’attenzione» di cui parliamo è una guerra particolare: non è immediatamente visibile. Eppure è una guerra totale: riguarda tutti, ovunque, in tutti i settori dell’esistenza (dall’istruzione alle relazioni amorose, passando per il lavoro) e tutte le classi sociali, soprattutto le più povere. Crea dei “signori della guerra”, i GAFAM, che registrano profitti astronomici, e molte vittime.

Tuttavia, non c’è un dibattito democratico su tali questioni: in che modo il digitale è utile? Dove ne abbiamo bisogno? In che misura? Noi pensiamo invece che questo dibattito debba aver luogo, che sia finalmente giunto il momento che abbia luogo. La nostra speranza è che sia portato avanti dagli ecologisti, dai movimenti per il clima e dai rappresentanti politici, in relazione alle questioni della transizione ecologica e della decrescita. Una ricca tradizione di ecologia politica ci invita a farlo: da Bernard Charbonneau a Jacques Ellul, Ivan Illich, Murray Bookchin… Sì, questa è la speranza del libro: che il concetto di «disconnessione» serva a riconquistare l’attenzione a beneficio di tutti gli esseri viventi.

Quali misure potrebbe proporre l’ecologia politica per favorire questa controcultura dell’attenzione?

Yves Marry: Mi sembra che una delle idee principali potrebbe essere quella di moltiplicare i rifugi di disconnessione nelle città, con una politica urbana che favorisca i luoghi senza schermi, come i giardini collettivi, liberi le strade dagli schermi pubblicitari, ecc. Bisognerebbe anche preservare le scuole elementari dagli schermi e promuovere una politica di prevenzione rivolta a genitori e bambini molto più ambiziosa di quella attuale: niente schermi prima dei 5 anni, come raccomandato dall’OMS, niente smartphone prima dei 15 anni, ecc. E sviluppare un diritto alla protezione dell’attenzione.

Florent Souillot: In inglese, “fare attenzione” si dice “to pay attention”: rende bene l’idea che l’attenzione ha un prezzo. Purtroppo, la lingua francese è più ambivalente (si “presta” attenzione), e quindi spesso si ha l’idea che l’attenzione sia qualcosa che si percepisce, ma che non ha valore. Questa questione semantica è interessante, perché ci porta a interrogarci sul prezzo reale della nostra attenzione, sul fatto che oggi siamo un bersaglio, che siamo trasformati in oggetti, ma che abbiamo anche le chiavi per reagire!

La decrescita, con i suoi luoghi che favoriscono la disconnessione, non appare più solo come una gestione misurata delle risorse naturali, ma come un nuovo orizzonte di realizzazione personale. Quindi proteggere l’attenzione significa anche questo: percepire il nostro valore, il valore della nostra attenzione, e difenderlo.

L’attenzione è la nuova risorsa rara da proteggere
Intervista di Édouard Laugier a Yves Marry e Florent Souillot, “Le nuovel economiste”, www.lenouveleconomiste.fr

È in corso una guerra per conquistare la nostra attenzione. E noi la stiamo perdendo, sostengono Yves Marry e Florent Souillot. I due autori, fondatori dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), mettono in guardia dai numerosi danni causati dal digitale, che ci fa trascorrere la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo. Obesità o disturbi del sonno nei più giovani, isolamento e perdita dei legami sociali, dittatura delle emozioni e isterizzazione del dibattito pubblico e, naturalmente, catastrofe ecologica.

Yves Marry e Florent Souillot mostrano come il nostro tempo cerebrale disponibile sia diventato il nuovo oro grigio delle multinazionali digitali. Propongono quindi soluzioni politiche concrete per riconquistare collettivamente la nostra attenzione. Una di queste è un’azione piuttosto semplice: disconnettersi. Trascorrere una serata o un fine settimana senza smartphone… bastava solo pensarci. Non è poi così stupido, e infatti perfino alcune aziende stanno iniziando a imporre ai propri dipendenti dei periodi di disconnessione. Allora, quando vedremo l’avvertenza: «l’uso eccessivo degli schermi nuoce gravemente alla salute»?

Édouard Laugier: Gli schermi sono ovunque. In media sette schermi per famiglia. I tempi di utilizzo sono impressionanti: 10 ore per gli adulti e fino a 13 ore e mezza per i giovani tra i 16 e i 24 anni! A leggere il vostro libro, gli usi principali riguardano soprattutto l’intrattenimento. Le coppie diventano mute, i genitori assenti. Come siamo arrivati a questo punto?

Florent Souillot: L’arrivo massiccio degli smartphone negli ultimi dieci anni e poi la crisi sanitaria sono stati fattori di accelerazione nell’aumento massiccio del tempo trascorso davanti allo schermo. E questo è solo l’inizio, ci attende l’imminente esplosione del numero di oggetti connessi promessa dalle industrie digitali. Se Internet prometteva trasparenza e condivisione, gli ultimi anni hanno visto trionfare la mercificazione e il controllo, con logiche ormai difficili da comprendere per i cittadini e servizi basati su algoritmi controllati solo da pochi grandi attori egemonici. Siamo passati dall’era dei baroni del petrolio e della predazione delle risorse naturali a una nuova fase del capitalismo in cui è il nostro cervello a essere preso di mira e sfruttato senza regole: il capitalismo dell’attenzione.

È un’epoca caratterizzata dall’estrema concentrazione della ricchezza mondiale e del potere nelle mani di poche aziende, i famosi GAFAM, che mantengono la loro redditività tecnologica grazie ai dati raccolti, al tempo trascorso davanti allo schermo e al coinvolgimento degli utenti.

Quali sono i principali danni di questa dipendenza generalizzata?

Yves Marry: Sono molteplici! Quasi ogni settimana, un nuovo studio dimostra le drammatiche conseguenze della nostra sovraesposizione agli schermi… Per riassumere, riteniamo che ci sia un’urgenza nei confronti dei più giovani, che sono i più vulnerabili: ritardi nel linguaggio, calo della concentrazione, della memoria, dell’intelligenza, del sonno, aumento dell’obesità, dell’aggressività, del malessere. La loro salute fisica e mentale è realmente e fortemente compromessa, non si può più negarlo.

Inoltre, più in generale, c’è l’isolamento in quello che Alain Damasio chiama il «bozzolo tecnologico», un calo dell’empatia, un aumento del narcisismo, una difficoltà ad ascoltare l’altro, a mobilitare la razionalità piuttosto che l’emozione, e quindi un’isterizzazione del dibattito pubblico che rappresenta una seria minaccia per le nostre democrazie.

Infine, pensiamo che questa era del “tutto digitale” sia una catastrofe ecologica: estrazione di terre rare, uso massiccio e crescente di elettricità, raffreddamento dei centri dati, riciclaggio inadeguato… Il costo energetico è enorme, come hanno dimostrato moltissimi studi.

Eppure gli schermi ci facilitano la vita, ci rendono più autonomi…

Yves Marry: Bisognerebbe chiedere al 40% delle persone che non riescono più ad accedere ai propri diritti – essenzialmente a causa della “dematerializzazione” – se sono d’accordo… E allo stesso modo a tutti coloro che non possono più fare a meno del proprio smartphone per cose semplici come orientarsi, discutere, scambiare opinioni, contemplare un paesaggio. Siamo diventati dipendenti da questi strumenti in misura preoccupante.

Senza dubbio è necessario mettersi d’accordo sul termine autonomia. Per essere autonomi, è necessaria una distanza critica, che risiede nella corteccia prefrontale, e che si va esaurendo nell’era dello zapping permanente, quando l’attenzione “riflessiva” prende il sopravvento sull’attenzione profonda. La tecnologia digitale ci offre dei servizi, accelera i processi e, in alcuni casi, può aumentare l’efficienza delle procedure. Una piccola parte di noi, spesso i più integrati socialmente, è agile e abile con i propri schermi, il che dà un’illusione di fluidità e facilità. Ma, fondamentalmente, rendendoci sempre più dipendenti da strumenti che non comprendiamo, rinchiudendoci in un comfort astratto, i nostri schermi ci fanno perdere la nostra forza vitale (tatto, vista, olfatto, senso dell’orientamento, empatia, ecc.): portano all’alienazione, che è l’opposto dell’autonomia.

Il vostro libro mette in luce una guerra per conquistare l’attenzione, il «nuovo oro grigio», ovvero la disponibilità del nostro cervello. Scrivete che «l’estrazione dell’attenzione è diventata la pietra angolare dello sviluppo dei GAFAM». In che modo queste multinazionali ci rendono dipendenti?

Florent Souillot: La captologia (nuova scienza il cui nome deriva da “computers as persuasive technology”) mette in atto i metodi di manipolazione offerti dalla tecnologia. Ponendola al centro della loro strategia industriale, i GAFAM e i loro satelliti impiegano team composti da ricercatori in scienze cognitive e sviluppatori il cui obiettivo è quello di progettare servizi in grado di colpire i punti deboli del nostro cervello (i “bias cognitivi”) stimolando o inibendo i nostri diversi regimi di attenzione. La sfida è quella di rendere questi servizi indispensabili e abituali, anche a costo di creare bisogni dal nulla.

Le tecniche possono essere piuttosto grossolane, ma il più delle volte sono nascoste (si parla allora di dark patterns). Si pensi allo scroll infinito sorretto da ricompense casuali su Facebook e Instagram, alla gratificazione sociale costante sui social network, ai cicli di feedback sempre più rapidi, ecc. Tutti questi esempi fanno parte dello stesso sforzo per attirare l’utente e fidelizzarlo nel tempo, garantendo enormi profitti tecnologici.

Dati, velocità, potenza di calcolo: i captologi fanno di tutto per aumentare il nostro tempo davanti allo schermo, il nostro coinvolgimento, per raccogliere i nostri dati e prevedere i nostri comportamenti. E dal momento in cui agiamo su queste piattaforme, collaboriamo a questo sistema. In concreto, ciò significa che alcune delle aziende più ricche del pianeta possono ora, grazie alla captologia, influenzare in tempo reale le azioni di miliardi di esseri umani.

L’economia dell’attenzione è il motore del capitalismo digitale. Tuttavia, stiamo assistendo a una ripresa del controllo politico. Sembra che si stia delineando un percorso verso una prospettiva più responsabile. Si tratta di una svolta o di un miraggio?

Florent Souillot: Una svolta è in atto, ma è ancora troppo timida. Da un lato, infatti, c’è la presa di coscienza ecologica, con la constatazione condivisa della finitezza delle nostre risorse e dei rischi di perpetuare un modello di crescita mortale per il nostro pianeta e per gli esseri umani. D’altra parte, c’è una presa di coscienza da parte dei regolatori, degli insegnanti, dei genitori e dei cittadini: non passa giorno senza che nuove testimonianze e studi informino sui danni causati dagli schermi. Ciò che manca ora sono azioni politiche forti volte alla disconnessione e alla regolamentazione.

È necessario proteggere i più esposti, i più giovani e i più vulnerabili. Bisogna proteggere la scuola, che non deve diventare la testa di ponte della digitalizzazione, ma restare uno spazio preservato dalla mercificazione del mondo, in grado di formare cittadini informati e attivi. Bisogna smettere di correre avanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici e lasciare la scelta ai cittadini. Bisogna rafforzare il diritto alla disconnessione dei lavoratori, delle famiglie, degli insegnanti. Ne va delle nostre libertà e dei nostri figli, del nostro modello di società e del nostro futuro comune. Infine, dobbiamo reimparare a discutere serenamente di queste questioni.

Per uscire da questa alienazione tecnologica, auspicate una «politica dell’attenzione». Quali sono i suoi grandi principi guida?

Yves Marry: A problema politico, risposta politica. Desideriamo che la protezione dell’attenzione diventi un nuovo pilastro del progetto di transizione ecologica. L’attenzione è una nuova risorsa rara da proteggere. Proponiamo che siano garantiti tempi e spazi di disconnessione, proponiamo dei “divieti”, anche se la parola fa paura: niente tablet per i bambini di età inferiore ai 3 anni, niente smartphone almeno prima dei 12 anni, per esempio. Desideriamo anche una maggiore prevenzione e, naturalmente, il ricorso a dibattiti democratici sulle scelte tecnologiche, il che sarebbe già un notevole passo avanti. Questa politica potrebbe articolarsi attorno a un nuovo «diritto alla protezione dell’attenzione», mobilitabile per opporsi agli schermi pubblicitari nelle strade, agli schermi nelle scuole, alla pubblicità mirata, alle tecniche di manipolazione delle applicazioni digitali…

Tra poche settimane, i francesi eleggeranno il loro presidente. È già possibile misurare l’impatto politico che questa economia dell’attenzione ha sul nostro sistema democratico?

Florent Souillot: Costretti a immergersi nella guerra per l’attenzione, i nostri rappresentanti politici diventano a loro volta influencer, concentrati sulle nostre emozioni piuttosto che sulla nostra ragione. Tutto porta a credere che le elezioni di aprile (2022) saranno, da questo punto di vista, peggiori delle precedenti. L’ascesa di Éric Zemmour, Donald Trump, Matteo Salvini o Jair Bolsonaro, illustra perfettamente il potere dell’emozione in questa nuova agorà. Il fascismo esisteva prima di Twitter, ma la struttura del dibattito digitale, che favorisce lo scontro netto, gli mette le ali di fronte a tutti i difensori della ragione.

Ma non fraintendiamo: l’obiettivo dei GAFAM è quello di venderci il comfort di una vita individualizzata e digitalizzata, alimentata da immagini, una forma di sicurezza che solo loro sarebbero in grado di offrirci in un momento di pericoli sociali e climatici. In sostanza, l’esatto contrario della democrazia e delle sue lentezze istituzionali, della collettività e delle sofferenze da condividere, di una comunità morale ed empatica.

Perché i giganti del web vogliono renderci dipendenti dagli schermi
Intervista di Agathe Perrier a Yves Marry, “Marcelle”, www.marcelle.media.

L’attenzione è l’oro del XXI secolo. Come per il petrolio, le grandi aziende vogliono accaparrarsela. A cominciare dai GAFAM, i giganti del digitale che spendono miliardi per tenerci incollati ai nostri schermi. Un fenomeno pericoloso, che Yves Marry e Florent Souillot analizzano nel loro libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla.

I due autori descrivono le conseguenze di una società travolta dal «rullo compressore digitale». Lungi dall’essere un semplice saggio, le sue pagine contengono anche consigli per disconnettersi e, soprattutto, proposte politiche. Perché, come per molte battaglie, il cambiamento non dipende solo dalle azioni individuali, ma anche da un’indispensabile azione politica.

Agathe Perrier: Da dove è nata l’idea di dedicare un libro alla sovraesposizione agli schermi?

Yves Marry: Dalla nostra esperienza sul campo. Per quanto mi riguarda, è stata in Birmania, dove ho vissuto per quattro anni a partire dal 2014. Quando sono arrivato, non c’era Internet per strada, né smartphone. Io che venivo dalla Francia e ne avevo conosciuto lo sviluppo, mi ero riabituato a una vita senza. Mi sono immerso in questa cultura molto sorridente, con persone premurose. Ogni sera suonavo la chitarra sotto casa mia con i miei vicini! Quando la rete internet si è diffusa nel paese, tutti si sono dotati di uno smartphone. Ho letteralmente visto le persone abbassare lo sguardo. Non suonavamo più musica insieme, perché ognuno era davanti al proprio schermo. È stato uno shock. Anche Florent ha vissuto la stessa esperienza in Francia. Abbiamo quindi creato la nostra associazione, Lève les yeux!, per fare educazione popolare, in particolare tra i bambini, per prevenire gli effetti dell’eccessiva esposizione agli schermi e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questo ci ha portato a scrivere questo libro.

Nel libro si trovano sia constatazioni che soluzioni…

Sì. Nel libro si fanno delle constatazioni, piuttosto dure bisogna ammetterlo, su tutti i problemi legati alla dipendenza dal digitale. Obesità, disturbi del sonno e della concentrazione, isolamento, senza contare la messa in pericolo dei legami sociali e del dibattito democratico e l’accelerazione della catastrofe ecologica. L’elenco non è ovviamente esaustivo. Ci siamo basati su ciò che vediamo noi stessi sul campo e che è descritto in molti studi.

Analizza in particolare l’economia dell’attenzione. Come funziona? Come genera denaro? Quali tecniche vengono utilizzate per renderci dipendenti? Perché dietro c’è un vero e proprio progetto economico e politico, ideato dai grandi capi della Silicon Valley: Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Infine, facciamo proposte concrete affinché questo libro non sia solo un saggio. Spieghiamo in particolare come la protezione dell’attenzione possa integrarsi in un progetto di transizione ecologica.

Lei parla di «guerra» dell’attenzione. È un termine forte…

È un po’ violento, è vero, ma è giustificato. Bisogna essere consapevoli che è in corso una vera e propria battaglia per attirare la nostra attenzione. Miliardi di euro vengono spesi per catturarla, in primo luogo da coloro che controllano le grandi aziende digitali. Ovviamente i GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – ma anche tutti gli attori della lobby digitale. Hanno un grande potere economico e una grande capacità di influenza. Nel loro discorso, la crescita e la transizione ecologica passeranno attraverso il digitale. E hanno tutto l’interesse a perpetuare questa idea. Sostengono che guadagneremo in efficienza energetica, che l’intelligenza artificiale ci consentirà di essere più performanti, efficienti…

Non è così, secondo lei?

Nel libro dimostriamo che si tratta di chiacchiere. I piccoli guadagni in termini di efficienza pesano meno degli effetti contrari, del costo dello stoccaggio dei dati, dell’enorme quantità di oggetti da produrre… Il digitale rappresenta già oggi tra il 3% e il 4% dei gas serra. Con il 5G, l’esplosione degli oggetti connessi, la banda larga – tra le altre cose – la stima salirebbe almeno al 10% entro venti anni. Per non parlare dei rifiuti elettronici di cui non sappiamo cosa fare, e delle terre rare che vanno estratte. Dal punto di vista ecologico, non è sostenibile.

Considerando quanto il digitale occupi un posto centrale nella nostra vita quotidiana, non abbiamo forse già perso questa guerra?

Molti lo pensano, compresi coloro che sono impegnati nella nostra causa. Ci sono motivi per crederlo, basta guardare come è stata gestita la crisi del Covid. Le uniche soluzioni immaginate sono state quelle di accelerare con il digitale. C’è una spinta evidente, che viene chiamata «rullo compressore digitale». Il governo e le istituzioni europee sono convinti dai discorsi di questa industria. Per loro, il digitale è LA soluzione per preservare la crescita.

Ci sono comunque motivi per rimanere ottimisti?

In effetti ci sono motivi per pensare che la guerra non sia persa. Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme presa di coscienza ecologica. In particolare tra i giovani, che sono il futuro. E soprattutto in tutto il mondo. I discorsi di propaganda industriale incontrano sempre più resistenza. Se il numero di menti critiche aumenta, se i politici assumono posizioni ambiziose, si può davvero agire.

Questo intervento politico appare indispensabile…

Esattamente. In La guerra dell’attenzione cerchiamo proprio di spiegare che, parallelamente alla prevenzione sul campo, c’è una battaglia politica da combattere. Sensibilizzare le persone ad essere più autonome e ad avere una maggiore distanza critica non è sufficiente, anche se i comportamenti individuali sono importanti. Ciò che fa la differenza sono le soluzioni collettive, come del resto nella lotta contro il cambiamento climatico.

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Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

di: admin
26 Dicembre 2025 ore 17:21

Affogare il cellulare, distruggere gli schermi
Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.

Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.

Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.

Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]

Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…

“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.

Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!

I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.

Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!

Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.

Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.

Ed Tech o Ad Tech
Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch

La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.

È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.

Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.

Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.

Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.

HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.

L'articolo Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026). proviene da Rivista Malamente.

Maledette zanzare

di: admin
25 Ottobre 2025 ore 22:46

Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”

Di Luigi

Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) QUI IL PDF

La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari.

Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]

Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?

Chinino e DDT

Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.

Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.

Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.

Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria.[2]

Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Plo GGB di Terni
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni

Hybris

Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza.

È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.

I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione.

Gene drive

Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.

Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione.

Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.

Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7]

Imprevedibilità

Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8]

E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?

C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]

Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]

Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso.

Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi.

Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]

Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi.

Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]

In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]

Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.


[1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>.

[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096.

[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.

[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.

[5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.

[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245;  Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.

[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.

[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.

[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.

[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.

[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.

[12] <https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>.

[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307

[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo.

[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.

[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.

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Occupazione al polo Volponi dell’Università di Urbino

di: admin
17 Ottobre 2025 ore 10:19

Le studentesse e gli studenti di Urbino si sono mobilitati contro un governo complice del genocidio, che rivendica oggi una pace fittizia, che sarà un nuovo inferno per i palestinesi.

La mobilitazione di lunedì 13, con grande partecipazione studentesca e cittadina, è terminata nell’occupazione dell’aula cinema del complesso Volponi di Urbino.

Data la posizione avanzata del nostro Ateneo rispetto alla situazione in Palestina – esplicitata dalla “Dichiarazione del Senato Accademico dell’Università di Urbino Carlo Bo sulla guerra in Palestina” – abbiamo ritenuto necessario portare alla luce alcune contraddizioni, tra cui le collaborazioni con le industrie belliche sul territorio (Benelli Armi) e con le multinazionali, come Coca-Cola HBC ITALIA, promotrici dell’occupazione e del genocidio del popolo palestinese.

Le nostre richieste, oltre alla cessazione di tali rapporti, comprendono l’istituzione di uno spazio di discussione politica, dove tutti gli studenti e le studentesse possano informarsi e organizzarsi e l’introduzione di insegnamenti decoloniali da parte dei docenti che sentono la necessità fare informazione sulla questione palestinese.

L’occupazione è continuata il giorno seguente.

Abbiamo ottenuto un primo colloquio nell’aula occupata con il Rettore dell’Università e siamo tutt’ora in trattativa.

SCARICA QUI IL DOCUMENTO CON LE RIVENDICAZIONI DELL’ASSEMBLEA DI OCCUPAZIONE

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One Piece è arrivato al porto

di: luigi
11 Ottobre 2025 ore 12:04

Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025)

di Redazione

Da qualche settimana la bandiera di One Piece sventola anche ad Ancona. Uno degli effetti più miracolosi delle formidabili manifestazioni per la Palestina nel capoluogo della nostra regione è stata l’apparizione della Generazione Z, finalmente nei cortei. Quando qualche migliaio di persone hanno travolto la ridicola linea di contenimento della digos e sono entrate nel porto commerciale di Ancona, la bandiera del pirata manga sventolava senza pensieri.

Le ultime settimane di settembre e poi lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione ardente di Roma il giorno dopo, hanno visto un’accelerazione di eventi, idee ed emozioni come non si vedeva da un po’. Il genocidio palestinese ha evidentemente raggiunto un livello di tale intollerabilità da alterare degli equilibri sociali che sembravano congelati.

Il 22 settembre, in solidarietà con l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, più di 8.000 persone hanno occupato il porto di Ancona con un corteo e un presidio fisso, partecipando a due iniziative diverse che sono risultate complementari nonostante le differenze e la difficile comunicazione tra gli organizzatori, il Coordinamento Marche per la Palestina e i Centri sociali delle Marche. A distanza di meno di dieci giorni, quando la Flotilla di solidarietà con Gaza è stata sequestrata dai corsari israeliani, l’Italia è stata svegliata dal primo vero sciopero generale dopo vent’anni di torpore. Anche ad Ancona si è data la convergenza seppure difficoltosa di sindacalismo di base, CGIL e movimento per la Palestina.

Il 3 ottobre i manifestanti e le manifestanti, determinati e indisciplinati, sono riusciti con la loro pressione a entrare fin dentro il porto commerciale e a bloccare per ore le attività di carico e scarico di una mega nave della compagnia MSC. Lo stesso è accaduto ai traghetti in arrivo e in partenza. Alla fine della giornata un corteo spontaneo ha bloccato uno degli snodi più importanti del capoluogo e ha fronteggiato la polizia in assetto antisommossa che sbarrava l’accesso alla stazione ferroviaria. Proprio in quel momento si sono palesati al grido di “Palestina libera!” i fantasmagorici maranza, l’incubo di Piantedosi da quando Ramy è stato ammazzato a Milano da una volante dei carabinieri. Il tappo non è saltato, almeno per ora, ma sono nate delle amicizie e qualche complicità.

Durante queste giornate, e anche in quelle con minore partecipazione ma grande energia, abbiamo visto persone che pensavamo scomparse, la generazione sotto i trent’anni: determinata, curiosa, aperta. Ci sono stati incontri e si è riaperto un senso inedito di possibilità di cambiamento. Una posizione etica, contro un mondo insopportabile ha riaperto la possibilità di criticare tutto il resto, le condizioni materiali della miseria capitalista, la crisi ecologica, l’autoritarismo del fascismo degli algoritmi. Eppure i rapporti di forza sono ancora molto sfavorevoli. La minaccia di una guerra in Europa aumenta di livello e la Palestina viene maltrattata sempre di più nonostante una crescente solidarietà globale dal basso. L’intervento diplomatico di Trump per il cessate il fuoco a Gaza ha tanto il sapore di una grande operazione globale di contro-insurrezione preventiva, sulle spalle di una resistenza palestinese stremata e tradita dagli stati arabi.

Ci riempie il cuore il sorriso dei bambini e delle bambine di Gaza che forse per un po’ vivranno senza il suono delle bombe. Ma sappiamo che quella storia non finisce qui. Quello che abbiamo visto nascere è un movimento incredibile e necessario, quanto fragile e minacciato da tanti pericoli. Dobbiamo averne cura. Come rivista continuiamo a offrire uno spazio di crescita, confronto e critica a chi non si accontenta del presente e non vuole chiudersi in identità settarie ed escludenti.

Su questo numero continuiamo quindi ad approfondire i temi che ci stanno a cuore, per non rinunciare a formarci, per affinare capacità critica, creatività politica e culturale. Le pagine si aprono e si chiudono con due spazi anarchici di parola e cooperazione: il Bologna Anarchist Book Fair e l’intervista con il sempreverde Tomás Ibáñez, anarchico spagnolo di grande esperienza ed etica. Quel che c’è in mezzo ve lo lasciamo scoprire. Infine, lanciamo un saluto al Raduno intergalattico di Genuino Clandestino, ospitato a metà ottobre dalla CIURMA a Urbino: mercato contadino, festa, discussioni, convivialità… ne parleremo diffusamente sul prossimo numero.

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È morto Goffredo Fofi

12 Luglio 2025 ore 16:39

La infosfera di quello che resta della sinistra in Italia esplode di necrologi, coccodrilli e ricordi.

Anche noi facciamo la nostra parte, ma per favore non metteteci nelle macerie della “sinistra che fu”, posizione stantia che non ci appartiene. Salutiamo il maestro Fofi come la redazione di un piccolo progetto di critica sociale anticapitalista e anarchica di provincia, di cui Goffredo aveva stima.

Immaginiamo che se potesse vedere questa proliferazione di parole sul suo conto, Goffredo sarebbe sarcastico come era suo modo, o addirittura manderebbe qualcuno affanculo come era solito fare con il sorriso sulla faccia e agiterebbe quel bastone malfermo che ultimamente sembrava più pronto a scagliare in testa al prossimo piuttosto che a usare per reggersi.

Noi l’abbiamo conosciuto meglio quando ha iniziato a sostenere il nostro progetto, nel 2018, e abbiamo avuto anche il piacere di ospitarlo a Senigallia per un incontro che si intitolava: “Nonostante la scuola”. Lo chiamiamo maestro perché ha sempre, fino all’ultimo, svolto un ruolo di supporto e sostegno alle giovani generazioni e ai processi di creazione collettiva di strumenti culturali e artistici. Questo è il suo grande merito e il suo grande metodo, che siamo contenti di aver potuto conoscere.

Non ci appartiene invece il rimpianto per il ruolo degli intellettuali nei bei tempi passati, la nostalgia per l’egemonia di sinistra nel campo della cultura e delle arti, ormai perduta. Gli intellettuali e gli artisti non sono eroi né geni, ma figli e figlie del proprio tempo e delle lotte che ogni generazione è capace di esprimere.

Quando questa Italia imbruttita e invecchiata tornerà ad ardere di rabbia e di dignità, anche le parole e i gesti cominceranno a essere belli e pieni di significato.

Adesso possiamo solo salutare il glorioso passato di una cultura che non c’è più, mentre si allontana come un iceberg dalla banchisa in questa torrida estate.

Ciao Goffredo, hai ragione, non ci stiamo capendo un cazzo.

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Pubblichiamo qui l’articolo su Goffredo scritto da Massimo Raffaeli (appena uscito per “il manifesto”), anche in ricordo di quella serata di qualche anno fa, passata insieme ai tavoli del ristorante Bice, a Senigallia, dopo l’incontro “Nonostante la scuola”.

“Quella vana e però instancabile ricerca della verità delle cose”

di Massimo Raffaeli – il manifesto

Pensare a cos’abbia rappresentato per almeno due generazioni la figura di Goffredo Fofi è lo stesso che ritrovarselo davanti all’improvviso, sorridente, affettuosamente pungente nel suo socratico deambulare e intanto parlare, sempre partecipe, entusiasta anche nel dissenso, elegante di una sua speciale eleganza necessariamente delabré. Insomma Goffredo era Goffredo senza altri possibili aggettivi mentre la sua immagine poteva ricordare d’acchito un antico fraticello umbro (forse frate Leone, «pecorella di Dio») di quelli che stanno nei “Fioretti” e poi in “Francesco giullare di Dio” dell’amatissimo Rossellini ma rammentava anche un militante di base che abbia la voce arrochita in ore di assemblee, riunioni e discussioni dove peraltro Fofi prodigava il tesoro di una memoria sterminata (una anagrafe coi nomi di tutta quanta la letteratura, il cinema, la politica) la quale riaffiorava a cadenza in aneddoti all’improvviso trasformati in apologhi e parabole morali e politiche.

Perché Fofi ha scritto tanto e però da intellettuale naturaliter cristiano (una sua stella fissa è stata Aldo Capitini) ha sempre creduto che la verità della letteratura, pari a quella del cinema o di qualunque altra espressione artistica, stesse in ultima istanza fuori della letteratura, ovvero che se presa in sé stessa, o ridotta appena a sé stessa, la letteratura non fosse altro che una stolta o ambigua decorazione. Viceversa, per usare le parole di Franco Fortini (altro suo riferimento cruciale e insieme controverso), voleva che essa diventasse «cibo di molti» e cioè si traducesse o se non altro alludesse a un ethos, a una coerenza tra il dire e il fare, a una allegoria indirizzata, nella consapevolezza di mancarla ogni volta, verso la ricerca di una propria verità.

Prima e più che un critico (che da giovane, sfogliando le annate di Quaderni Piacentini o Ombre Rosse, poteva sembrare intransigente e persino efferato), Fofi era divenuto uno sparring degli scrittori, un vero e proprio compagno di via. E qui basta scorrere uno dei tanti libri il cui titolo è forse il più rivelatore nella sua insolenza, “Le nozze coi fichi secchi. Storie di un’altra Italia” (L’ancora del mediterraneo 1999), per ritrovare la costellazione dove accanto ai maestri secolari di una sinistra libertaria e fieramente antistalinista (Silone, Camus, Victor Serge, Nicola Chiaromonte) compaiono fisionomie dei grandi outsider con cui Fofi è entrato in contatto e a volte in intersezione, da Raniero Panzieri, il fondatore di Quaderni Rossi, all’economista Manlio Rossi-Doria, allo scrittore e meridionalista Danilo Dolci e a Danilo Montaldi, l’autore delle stupende “Autobiografie della leggera”, pioniere della ricerca sul campo e della storia orale che molto lo influenzò nella stesura del primo libro, un’opera pionieristica che sarebbe riduttivo definire di sola sociologia, “L’immigrazione meridionale a Torino”, edita da Feltrinelli nel 1964 (dal 2009 è nel catalogo di Aragno) dopo che Einaudi l’aveva rifiutata, per non avere grane con la Fiat e La Stampa, licenziando in tronco i redattori Panzieri e Renato Solmi che l’avevano sostenuto.

Ma c’è un altro libro che rappresenta, per così dire, il canone fofiano ed è “Scrittori per un secolo. I narratori, i poeti, i saggisti italiani del ’900” (Linea d’ombra, 1993) costruito sulle immagini fotografiche di Giovanni Giovannetti. Il centro pulsante è, in funzione anti-ermetica e più generalmente anti-accademica, la poesia di Saba, così calda di vita e fraterna al lettore, mentre le diramazioni vanno verso una letteratura di figure laterali e presunti minori che in realtà si scoprono maggiori, da Emilio Lussu (l’autore di “Un anno sull’altipiano”) al sempre poco rammentato Piero Jahier, da Alberto Savinio a Fausta Cialente, da un poligrafo geniale quale Luigi Bartolini, a Noventa, Carlo Levi, Brancati, Bilenchi, Volponi, Flaiano.

Solo delle nuove avanguardie e del Gruppo 63 non v’è traccia perché Fofi diffidava in genere delle costruzioni intellettualistiche e, in particolare, delle opere uscite dal Gruppo 63 che riteneva così à la page da trasformarsi subito in esercitazioni accademiche. L’epicentro della seconda metà del secolo per lui è invece Elsa Morante su cui non ha mai smesso di scrivere e di interrogarsi, facendo del libro più amato “Il mondo salvato dai ragazzini” (data topica d’uscita: 1968), una bibbia personale all’insegna della libera inventiva da basso che contesti il potere (politico, economico, militare, accademico) sempre esercitato dall’alto.

E non è un caso che Fofi, maestro elementare, umbro che si sentiva in cuor suo napoletano e cittadino del Sud universale, si sia sempre interessato alla pedagogia antiautoritaria e a figure come don Milani e Paulo Freire. Né va mai dimenticato il suo impegno di talent scout appassionato e molto generoso, pure se dolcemente assillante come sanno esserlo solo i frati questuanti: in Italia non si vedeva un simile esempio di fervore organizzativo dai tempi di Elio Vittorini, leggendario promotore di riviste e di collane editoriali. Al riguardo, è sufficiente scorrere il sommario dei periodici che Fofi ha fondato (da Ombre Rosse e Linea d’ombra alle più recenti Lo Straniero e Gli asini) per constatare l’infinità degli autori ospitati e, talvolta, da lui direttamente promossi: per stare ai soli narratori fra gli altri vi compaiono Gianni Celati, Giorgio Pressburger, Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Luca Doninelli, Giorgio van Straten, Stefano Benni, Alessandro Baricco, Maurizio Maggiani, Roberto Saviano e Lorenzo Pavolini.

Fra i titoli del suo diorama bibliografico spicca un libro-intervista che ben testimonia del talento prodigato in un’eterna ricerca di sé e dei propri compagni di via, “La vocazione minoritaria” (a cura di Oreste Pivetta. Laterza, 2009) dove Goffredo Fofi, involontariamente, scrive non soltanto il suo testamento ma anche il proprio autoritratto etico-politico.

L'articolo È morto Goffredo Fofi proviene da Rivista Malamente.

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