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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Anche i compagni di Youssef sono vittime indirette dell’omicidio: ora una riparazione psicologica

19 Gennaio 2026 ore 13:08

di Melania Scali*

Il recente omicidio di un giovane a La Spezia da parte di un compagno di scuola lascia sgomenta l’opinione pubblica e alza il tono delle reazioni politico-istituzionali, prospettando inasprimenti delle pene e la necessità di irrigidire i sistemi di controllo nei contesti di vita dei ragazzi, come la scuola.

Dare risposte adeguate non può che avere come presupposto l’adozione di strumenti di comprensione dei fenomeni, riferimenti teorico-scientifici ancorati a prassi metodologico-operative consolidate ed efficaci. Altrimenti il rischio è che, passato l’impatto emotivo di questo drammatico omicidio, si ritorni nel nostro Paese a una mancata visione complessiva sulla devianza minorile e sulle strategie di intervento preventive e responsabilizzanti.

Chiedersi come mai un ragazzo uccida un suo coetaneo implica innanzitutto una considerazione preliminare, ovvero che nella maggior parte dei casi gli adolescenti che commettono questo tipo di reati non presentano un disturbo psicopatologico. I fattori e i rischi che generano la violenza tra coetanei, infatti, non sono né lineari né unidirezionali, ma presentano piuttosto un carattere interattivo e agiscono attraverso forme di reciprocità circolari, che si modificano non solo in relazione ai diversi contesti d’azione e ai sistemi di appartenenza, ma anche nel tempo, costruendosi cioè in modo processuale.

Allora, cosa chiedersi da un punto di vista psicologico per comprendere le motivazioni di un gesto di tale portata? Per esempio, qual è stata la capacità di questo ragazzo di prevedere le conseguenze delle proprie azioni: parrebbe che avesse con sé un coltello e, dunque, cosa immaginava potesse accadere qualora l’avesse utilizzato? A quale rappresentazione di sé e dei rapporti interpersonali rimanda il portare con sé un oggetto teso a offendere? I due ragazzi frequentavano la stessa scuola, si conoscevano; quale rappresentazione aveva l’autore di questo terribile reato del ragazzo ucciso? Se, come riportato da alcuni organi di informazione, la motivazione fosse legata a una ragazza, quali rappresentazioni dei rapporti sentimentali e dell’idea della donna emergono? Quale gestione della frustrazione psico-relazionale caratterizza questo ragazzo?

Ma ci sono anche altri adolescenti, ossia i ragazzi che frequentano quella scuola. Adolescenti vittime indirette di un gesto così tragicamente violento. Il loro contesto di vita quotidiana, la scuola, è stato violato da un’azione violenta, traumatica, irreversibile. Questo delitto ha anche loro come vittime: gli studenti che vi hanno assistito e l’intera comunità scolastica. Un luogo di vita quotidiano dove i ragazzi, oltre alle competenze di apprendimento nozionistico, esercitano abilità relazionali, emotive e gruppali.

Un contesto che è stato ferito profondamente e che necessita di una riparazione psicologica, emotiva e relazionale, nella quale la partecipazione attiva di tutti (ragazzi, insegnanti, operatori scolastici, familiari) sia orientata da interventi specialistici, tesi da una parte ad attenuare gli effetti traumatici e, dall’altra, a promuovere una responsabilizzazione dell’autore del reato, nel quadro delle decisioni giudiziarie che riguarderanno il reo.

Allargando lo sguardo, per restituire senso all’accaduto è necessario che gli episodi si traducano in scelte precise e coerenti da parte delle diverse istituzioni coinvolte, ovvero: interventi di aggiornamento scientifico sul tema; formazione degli adulti che rappresentano i principali contesti di osservazione di questi ragazzi (genitori, insegnanti, figure significative della comunità, gli stessi adolescenti, ecc.); nuove esperienze di socializzazione e condivisione tra pari che “allenino” anche le capacità empatiche tra coetanei.

Le norme penali in vigore sono tra le più moderne ed efficaci per il contenimento della recidiva in adolescenza. “Militarizzare” l’ambiente scolastico, come si invoca in questi giorni — ad esempio attraverso l’installazione di metal detector nelle scuole — significa dunque non avere piena consapevolezza delle motivazioni che sottendono gli agiti adolescenziali, per quanto gravi e drammatici. Ma, soprattutto, significa sprecare un’ulteriore occasione per agire in modo concreto e incisivo sul terreno della prevenzione, l’unico vero argine ai comportamenti devianti dei ragazzi.

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Consigliera Ordine degli Psicologi del Lazio

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