Vista elenco

Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Il mito cinese, e la disfatta venezuelana dell’asse delle autocrazie

19 Gennaio 2026 ore 07:05

Per anni il Venezuela ha investito massicciamente in hardware militare di fabbricazione cinese, etichettando con orgoglio le proprie difese come le più moderne del Sud America. Il cuore del progetto di difesa aerea costruito in Cina e poi venduto al regime di Nicolás Maduro era imperniato sui cosiddetti radar anti-stealth, progettati per localizzare e contrastare i cacciabombardieri stealth (invisibili) statunitensi. Era stato immaginato fin dall’inizio come un efficace «scudo cinese» in grado di proteggere il regime di Maduro da un attacco aereo statunitense. Quando, però, all’inizio dell’anno, gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione Absolute Resolve, con la clamorosa cattura del dittatore, la linea difensiva venezuelana è crollata in pochi minuti.

L’azione militare statunitense ha messo in luce la clamorosa discrepanza esistente fra la narrazione cinese sull’efficacia dei propri sistemi di armamento e la realtà sul terreno. Il Venezuela aveva acquisito il sistema radar a lungo raggio JY-27 Wide Mat, di fabbricazione cinese, per proteggersi esattamente da operazioni offensive come quella di inizio gennaio. E sono proprio i radar cinesi i primi asset della difesa venezuelana a essere stati neutralizzati nelle fasi iniziali dell’operazione militare.

Da tempo i media cinese esaltavano i radar JY-27, come veri e propri «cacciatori di velivoli invisibili» in grado di rilevare in anticipo gli spostamenti degli F-22 e degli F-35 a distanze di centinaia di chilometri. La propaganda cinese, accompagnata dalle massicce azioni di disinformazione nei confronti di governi e opinione pubblica occidentale, ha raccontato di traguardi tecnologici inesistenti nel settore militare: il millantato «aggancio» da parte dei radar cinesi dei caccia americani, verso cui poter poi guidare i missili terra-aria, si è rivelato essere una grande illusione.

I velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler hanno saturato l’etere fin dai primi muniti dell’azione militare, accecando i sensori di produzione cinese e nel giro di poche ore. I missili antiradar statunitensi hanno individuato e distrutto tutti i siti radar in territorio venezuelano.La difesa «cinese» non è stata in grado di rilevare neppure un singolo velivolo statunitense. L’accecamento dei sensori venezuelani ha lasciato paralizzata l’intera rete di comando della difesa aerea fornita dalla Cina nella fase iniziale dell’operazione. Un vasto blackout elettrico ha ulteriormente aggravato il caos, interrompendo nodi di comando e controllo e collegamenti dati in tutto il Paese. Il Venezuela disponeva anche dei sistemi missilistici terra-aria forniti dalla Russia (batterie S-300V e Buk-M2), che avrebbero dovuto operare in tandem con i radar cinesi, formando una difesa aerea stratificata. La «formidabile» difesa russo-cinese è stata messa fuori combattimento in pochi minuti determinando così la superiorità aerea statunitense che ha permesso a quasi 150 velivoli di operare indisturbati nel cielo venezuelano. Secondo fonti dell’opposizione venezuelana, oltre il 60% dei siti radar di Caracas erano già fuori servizio a causa della carenza di pezzi di ricambio e di un supporto tecnico «minimo» fornito dalla Repubblica popolare cinese.

Una volta stabilita la superiorità aerea statunitense, le forze terrestri venezuelane equipaggiate con mezzi cinesi non hanno avuto miglior sorte: prive di copertura aerea e di sorveglianza in tempo reale, sono diventate bersagli facili. Molte delle attrezzature militari fornite da Pechino al regime di Maduro si sono rivelate inefficaci: i carri leggeri anfibi VN-16 e i veicoli da combattimento per la fanteria VN-18 della cinese Norinco; i sistemi lanciarazzi multipli SR-5, molto pubblicizzati in Cina; i missili antinave cinesi C-802A non hanno retto l’impatto tecnologico dell’offensiva statunitense e sono stati neutralizzati in poche ore.

Ma accanto al flop delle forniture belliche cinesi che hanno reso sempre meno credibile la capacità di Pechino di proporsi come fornitore di armamenti «alternativo» all’Occidente, la breve azione militare statunitense e la cattura di Maduro hanno rappresentato un duro colpo geopolitico e militare all’intero asse delle autocrazie. Il Venezuela di Hugo Chávez e Maduro da oltre vent’anni rappresentava il vero pilastro latino-americano del sempre più assertivo network delle dittature. Una delegazione di alto livello cinese era a Caracas per incontrare Maduro nella notte del blitz americano e la Repubblica popolar cinese, accanto alle forniture belliche, importava oltre l’80% del greggio venezuelano con l’acquisizione di 764.000 dei 921.000 barili di petrolio che ogni giorno venivano prodotti nel Paese. Il meccanismo cinese, fissato fin dai tempi di Chávez, era quello dei loans for oil: ingenti prestiti, valutati in oltre 60 miliardi di dollari fra il 2010 e il 2025, garantiti dalle future esportazioni di petrolio.

L’accordo con la Russia era il secondo pilastro della politica estera della repubblica boliviana del Venezuela: nel maggio del 2025 il patto strategico fra i due paesi era stato rinnovato con un rafforzamento della cooperazione in settori chiave come energia, difesa, tecnologia, commercio e sicurezza. Mosca ha spesso usato Caracas per le sue spericolate operazioni diplomatiche, come accaduto dopo la breve guerra Georgia del 2008, quando l’azione militare russa fece nascere dal territorio georgiano le due auto proclamate repubbliche dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, prontamente (e unicamente) riconosciute da Caracas.

Infine, l’Iran per il quale Caracas rappresentava un luogo sicuro per una molteplicità di attività covert dal riciclaggio, al narcotraffico, al commercio di armamenti, alle forniture di petrolio, alla condivisione di intelligence. Senza dimenticare la pluralità di rapporti fra il Venezuela e la rete dei proxy di Teheran, a cominciare da Hezbollah, fortemente radicato nel Paese con campi di addestramento e numerose azioni di fund-raising illegale.

L'articolo Il mito cinese, e la disfatta venezuelana dell’asse delle autocrazie proviene da Linkiesta.it.

Ricevuto prima di ieri

Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

15 Gennaio 2026 ore 15:00

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

L'articolo Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo proviene da .

PDVSA confirma que negocia con EEUU, tras el anuncio de Trump sobre la entrega de «entre 30 y 50 millones de barriles»

7 Gennaio 2026 ore 21:33

La estatal Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA) confirmó este miércoles que mantiene negociaciones con Estados Unidos para concretar la venta de “volúmenes de petróleo”. El anuncio ocurre horas más tarde del anuncio del presidente norteamericano Donald Trump sobre un acuerdo con el gobierno venezolano para la entrega de entre 30 y 50 millones de barriles de petróleo a Estados Unidos.

“Este proceso se desarrolla bajo esquemas similares a los vigentes con empresas internacionales, como Chevron, y está basado en una transacción estrictamente comercial, con criterios de legalidad, transparencia y beneficio para ambas partes», señaló la empresa en un comunicado difundido en sus redes sociales.

Las conversaciones se desarrollan en medio de la flexibilización de ciertas sanciones y buscan definir las condiciones para el envío de crudo venezolano al mercado estadounidense después de años de restricciones.

Las nuevas políticas sobre la comercialización del petróleo venezolano, que implicarían desviar cargamentos que originalmente tenían como destino China, transcurren tras el operativo militar que secuestró en Caracas a Nicolás Maduro y derivó en la asunción de la presidencia interina por Delcy Rodríguez.

El anuncio de Trump, realizado a través de la red social Truth Social, implica que el crudo será vendido a precio de mercado y que los fondos obtenidos estarán bajo control de su administración, con el compromiso de destinarlos a iniciativas que beneficien tanto a la población venezolana como a los intereses de Washington.

“Ese dinero será controlado por mí, como presidente de Estados Unidos, para asegurar que se utilice en beneficio de los pueblos de Venezuela y Estados Unidos”, afirmó Trump en su declaración.

Por su parte, el secretario de Energía de Estados Unidos, Chris Wright, en la conferencia de energía de Goldman Sachs manifestó: “Vamos a comercializar el crudo que sale de Venezuela, primero este petróleo almacenado que estaba represado, y luego, indefinidamente, de aquí en adelante, venderemos la producción que salga de Venezuela en el mercado. Estados Unidos será el proveedor de diluyente que tendrá que bajar allá para permitir esa producción. Vamos a hacer que eso vuelva a fluir. Y a medida que avancemos con el gobierno, habilitaremos la importación de repuestos, equipos y servicios, para evitar que la industria colapse, estabilizar la producción y luego, lo más rápido posible, empezar a verla crecer nuevamente. Y por supuesto, a largo plazo, crear las condiciones para que las grandes empresas estadounidenses, que estuvieron allí antes —quizás no lo estaban, pero quieren ir—, regresen nuevamente”.

❌