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Ricevuto ieri — 18 Gennaio 2026

Il mondo che stanno preparando

18 Gennaio 2026 ore 17:12

Le mosse degli Stati Uniti non dovrebbero stupire nessuno: l’imperialismo americano non nasce oggi ma affonda nella vecchia convinzione di sentirsi “eccezionali”, moralmente superiori e chiamati a guidare il mondo. Dietro agli slogan ricivettati dai media sul ritorno della dottrina Monroe si nascondono interessi materiali che conosciamo bene: risorse, mercati, tecnologia, supremazia militare. La crisi in Venezuela è solo l’ennesima tappa di un progetto di avvicinamento allo scontro globale, che non consiste solo nella sequela di conflitti più o meno vicini a casa, da quelli più seguiti nei momenti di maggior clamore, come l’Ucraina o la Palestina, a quelli sempre rimasti sotto traccia, di serie B, ma consiste piuttosto nell’agitare un mercato saturo, stanco, e di ridare fiducia ed entusiasmo ad una economia globale discostando l’attenzione della società prossima all’orlo del precipizio ambientale. Una soluzione facile e trasversale, e la paghiamo noi, ovviamente, non chi decide.

E mentre si bombarda altrove, qui si prepara il terreno: tagli allo stato sociale, paura, patriottismo d’accatto e retorica militarista, perché a qualcuno serve che restiamo l’uno contro l’altro, impauriti, zitti e produttivi. E nel frattempo cosa succede agli altri poveri diavoli come noi in terre di conflitto? Muoiono o fuggono, mentre i soliti pochi continuano ad arricchirsi ed a vivere in un’altra dimensione (economica, fisica e mentale) totalmente distaccati dalla realtà che viviamo noi. A loro non interessa il nostro lavoro, né la nostra salute, né la nostra libertà. Interessa che continuiamo a generare valore. E allora la domanda è semplice: se non noi, chi difenderà ciò che resta del lavoro, della libertà e dell’umanità? Pensiamo davvero che lo farà una classe politica che campa di autoconservazione e che non manca mai di consegnare i nostri soldi e le nostre speranze al miglior offerente? Pensiamo davvero che lo faranno l’indignazione e la frustrazione sfogate sui social? Siamo dentro una fase storica in cui sono saltate le barriere di autodifesa dei popoli. Si sta smantellando ciò che conoscevamo come stato sociale e si sta preparando un assetto economico che considera normale” la guerra, perché la guerra è uno dei pochi motori di profitto che non si inceppa mai. Qui torna utile un pensiero che lastoria ha provato a cancellare: l’anarchismo cresciuto dentro le lotte dei lavoratori, degli sfruttati del secolo scorso, che ci ricorda che il mutuo appoggio non è una fantasia romantica, ma la condizione reale per vivere senza padroni e senza eserciti. Che la solidarietà non è debolezza, ma difesa collettiva. Che la libertà non è concessa dall’alto, ma costruita dal basso o non esiste. Non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che smettano di sentirsi sole, uniti possiamo cambiare questo mondo per renderlo migliore. Perché se non lo facciamo noi, non lo farà nessun altro.

 

FAI – Federazione Anarchica Italiana

Sez. “M. Bakunin” – Jesi

Sez. “F. Ferrer” – Chiaravalle

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Ricevuto prima di ieri

Il movimento ad un punto di svolta. Insurrezione in Iran

16 Gennaio 2026 ore 11:00

Nel momento in cui chiudiamo questo numero di Umanità Nova la situazione in Iran è in evoluzione. In quasi venti giorni il movimento di protesta sorto in Iran a fine dicembre da profonde ragioni sociali, forte dell’esperienza rivoluzionaria delle classi sfruttate e della delegittimazione del potere ierocratico, si è trasformato in un movimento insurrezionale di massa. Giungono notizie di distretti industriali in cui i lavoratori in sciopero hanno preso il controllo degli impianti produttivi, come ad Arak, così come si ha notizie di alcune città su cui il governo avrebbe perso il controllo.

Nonostante la spietata repressione governativa e il black out quasi totale di internet e social media, giungono resoconti, comunicati da gruppi anarchici coinvolti nel movimento di queste settimane.

Pubblichiamo qui un articolo di Zaher Baher del Kurdish-Speaking Anarchist Forum (KAF) membro dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche, un forum che riunisce compagnx di lingua curda che vivono in gran parte in esilio. Già a pochi giorni dall’inizio delle proteste Zaher scriveva in un articolo “La società iraniana ha caratteristiche specifiche che danno forma a queste rivolte. Un’ampia porzione della popolazione è giovane e in larga parte disoccupata. Il paese è stato governato per più di quattro decadi da un regime clericale dittatoriale. Allo stesso tempo, c’è una classe lavoratrice cosciente e con esperienza di lotta in molti settori, in particolare nell’industria del petrolio e del gas. Decadi di repressione e di fallimento delle organizzazioni politiche hanno lasciato la popolazione profondamente disillusa ma anche ricca di esperienza”. Questo articolo, redatto il 09/01/2026, dà il senso della portata del movimento in corso che si trova in un momento cruciale, offrendo una chiave di lettura sui possibili sviluppi futuri.

Ciò che sta accadendo oggi è la continuazione di rivolte precedenti, incluse le proteste studentesche del 1999 e 2003, il Movimento Verde del 2009-2010, le proteste generalizzate e gli scioperi del 2018-2019, le proteste per l’aumento del costo dei carburanti del 2019-2020, e il Movimento Donna, Vita, Libertà del 2022-2023.

Secondo fonti informate le manifestazioni si sono diffuse ad oltre 150 città e 600 paesi in tutte le 31 province dell’Iran durante gli ultimi 12 giorni, incluse le province occidentali di Ilam, Kermanshah e Lorestan. Viene riportato che molte aree urbane, tra cui la città di Abadan, non sarebbero più sotto il controllo del governo e sarebbero nelle mani del popolo.

La protesta che è iniziata il 27 dicembre è stata accesa dal brusco declino della valuta nazionale. Questo sviluppo ha reso più difficile per il governo affrontare le preoccupazioni sollevate dai cittadini e dai manifestanti. Inoltre, il governo ha annunciato la fine del tasso di cambio agevolato per gli importatori, una decisione che ha già causato un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari.

Ieri sera, giovedì, le proteste si sono estese alle principali città, come Teheran e Mashhad, raggiungendo i distretti settentrionali e molte altre città e paesi. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Allo stesso tempo, nella maggior parte delle principali città e paesi del Kurdistan, i residenti hanno indetto uno sciopero e negozi, scuole, ospedali, uffici comunali, servizi pubblici e altre istituzioni sono stati chiusi mentre la gente si radunava all’esterno. Sebbene le autorità abbiano bloccato l’accesso a internet, foto e video della folla e della repressione della polizia sui manifestanti sono comunque riusciti a raggiungere i social media.

Fortunatamente, la rivolta non è guidata da alcun partito politico e non ha una leadership centrale. Sebbene Reza Pahlavi [per i monarchici iraniani erede della dinastia degli scià deposta nel 1979] abbia cercato di allinearsi ad essa inviando messaggi e rilasciando dichiarazioni dall’estero, egli non detiene una posizione forte all’interno dell’Iran. La maggior parte dei suoi collaboratori e sostenitori risiede in Europa, Canada, Stati Uniti e altri paesi.

Quello che è successo ieri sera ha dato un forte impulso alle manifestazioni e alle speranze della gente, portando la rivolta in una fase delicata e difficile. È questo il momento in cui si decideranno i prossimi passi di questo movimento, che non può rimanere così com’è adesso. O continuerà con più forza, attirando più partecipanti da altre città e paesi, oppure potrebbe andare verso una calma temporanea. Non descriverò mai questo movimento come un fallimento, perché non può essere sconfitto se le persone coinvolte ora, o quelle che verranno dopo di loro, continueranno la lotta e metteranno a frutto la preziosa esperienza acquisita. Allo stesso tempo, alcune delle loro richieste stanno trovando risposta e, in un certo senso, il movimento ha scosso il regime e creato una frattura significativa che potrebbe portare al suo crollo con un altro forte shock. Questa è la natura delle rivolte e delle rivoluzioni.

Non dimentichiamo che il popolo sta resistendo a un regime oppressivo che non mostra alcuna pietà o compassione nei confronti del popolo iraniano, mentre nella provincia meridionale di Fars e in altre zone coraggiosi manifestanti hanno abbattuto la statua di Qassem Suleimani, ex comandante della Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie, considerato dai sostenitori del governo un eroe nazionale. Era stato descritto come una figura chiave nello sviluppo interno dell’Iran, nonché nella direzione dell’assistenza e di varie forme di sostegno ai gruppi armati alleati in altri paesi.

D’altra parte, il regime comprende che le persone che hanno scosso le fondamenta del suo potere potrebbero alla fine rovesciarlo, quindi ricorre a ogni tattica possibile, compresi l’inganno e la repressione, nel tentativo di sopravvivere. Secondo l’ONG Iran Human Rights (IHR), con sede in Norvegia, giovedì il bilancio delle vittime ha raggiunto quota 45, con oltre 200 feriti e più di 2.400 persone arrestate.

C’è un altro punto da considerare: l’attuale rivolta non è così ampia come il movimento Donna, Vita, Libertà o il Movimento Verde del 2009-2010. È vero che entrambi questi movimenti, in particolare Donna, Vita, Libertà, hanno compiuto passi da gigante. Hanno indebolito in una certa misura la presa delle autorità, hanno dato loro una lezione importante e hanno restituito coraggio e fiducia al popolo iraniano. Ancora più importante, hanno gettato le basi per ciò che sta accadendo ora. La differenza tra allora e adesso è che l’Iran è diventato significativamente più debole dopo il recente conflitto di dodici giorni con Israele, e la popolazione ha acquisito maggiore esperienza nella mobilitazione e nell’adattamento delle proprie tattiche contro la polizia, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie.

È impossibile prevedere con certezza se questa rivolta si fermerà a questo punto o porterà alla caduta del regime iraniano. Tuttavia, si può affermare che se il popolo iraniano cercherà solo di cambiare le persone al potere, sostituendo questo regime con un altro, l’oppressione, le difficoltà, la mancanza di libertà e la fame vissute negli ultimi quarantasette anni sotto il governo dei mullah e dei governi precedenti non avranno fine.

Speriamo che il popolo iraniano scelga una strada che non si limiti a sostituire questo regime con un altro, ma che gli consenta invece di assumere il controllo dei propri affari e delle proprie vite, libero da autorità sia centralizzate che decentralizzate. Che possa giungere alla convinzione che la vera libertà per tutti esiste al di fuori del potere del governo e dello Stato e che, se non tutti sono liberi, la libertà degli individui o di qualsiasi comunità non può essere pienamente realizzata.

Zaher Baher

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Corsa verso l’abisso. L’uccisione di Renee Good: il volto del trumpismo

16 Gennaio 2026 ore 09:00

Un fischio, poi un altro e un altro ancora: l’ICE è arrivata. Poi arriva la lunga esplosione: fiuuuuuuuu! L’ICE ha preso qualcuno.

Questi sono i codici che i gruppi di pronto intervento a sostegno degli immigrati stanno usando per avvisare i loro vicini e colleghi quando viene avvistata l’ICE e quest’ultima rapisce qualcuno.

Gli agenti federali sono armati in modo militare. Contro di loro, la gente comune ha fischietti, coraggio sconfinato e l’acronimo S.A.L.U.T.E. per le informazioni da raccogliere: le dimensioni (Size) degli schieramenti di agenti federali, le azioni (Actions) che stanno intraprendendo, la posizione (Location) specifica, le uniformi che indossano, il tempo e l’equipaggiamento, o il tipo di armi.

Durante i corsi di formazione organizzati in tutto il Paese, i soccorritori simulano come dimostrare solidarietà agli immigrati e superare la paura per sfidare il terrore. L’attivismo dal basso e l’azione diretta hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia popolare degli Stati Uniti, una storia di lotte che hanno portato all’abolizione della schiavitù, assicurato la libertà di organizzazione sindacale e conquistato libertà civili.

La trentasettenne Renee Nicole Good era una paladina della solidarietà e della lotta per la libertà. Come moltissimi altri statunitensi provenienti da ogni ceto sociale, fungeva da occhi e orecchie dei suoi vicini latini e somali, avvisandoli della presenza dell’ICE e di altri agenti federali.

Good, madre di tre figli, faceva parte di un gruppo informale di pronto intervento, ICE Watch, composto dai genitori della scuola paritaria frequentata da suo figlio. “È stata addestrata su come comportarsi con questi agenti dell’ICE: cosa fare, cosa non fare, è un addestramento molto approfondito”, ha detto un genitore al New York Post, un tabloid conservatore che ha cercato di dare un’immagine negativa del suo attivismo. “Ascoltare i segnali, conoscere i propri diritti, fischiare quando si vede un agente dell’ICE”.

L’amministrazione Trump ha descritto Renee Nicole Good come una “terrorista interna”. Ma le persone che conoscevano Good la hanno descritta come una cristiana dichiarata, vedova di un veterano, una donna queer, una cantante e una poeta. “Quello che ho visto nel suo lavoro è stata una scrittrice che stava cercando di illuminare la vita degli altri”, ha detto un’insegnante, descrivendo il suo interesse per la vita degli anziani, dei veterani e di persone provenienti da diversi paesi ed epoche.

Come molti di noi che hanno una vita frenetica ma trovano il tempo per stare accanto agli altri, aveva accompagnato il figlio di sei anni a scuola poco prima che l’ICE la uccidesse. L’analisi delle riprese video da tre angolazioni effettuata dal New York Times mostra che Good sembra allontanare il suo SUV dagli agenti federali mentre l’agente dell’ICE Jonathan Ross cammina davanti al veicolo. Quindi quest’ultimo spara tre colpi a bruciapelo contro il veicolo, uccidendola in pieno giorno non lontano dalla sua abitazione, come si vede nelle riprese.

La sua compagna era sulla scena con lei. “Mercoledì, 7 gennaio, ci siamo fermate per aiutare i nostri vicini. Avevamo dei fischi. Avevano le pistole”, ha detto Rebecca Good in una dichiarazione venerdì. “Abbiamo cresciuto nostro figlio insegnandogli che, indipendentemente dalla propria provenienza o dal proprio aspetto fisico, tutti meritano compassione e gentilezza”.

Lo scorso settembre, il cuoco Silverio Villegas-Gonzalez è stato ucciso a colpi di pistola durante un controllo stradale a Chicago, poco dopo aver accompagnato i suoi due figli all’asilo, mentre presumibilmente tentava di fuggire. Il bracciante agricolo Jaime Alanís García si è rotto il collo a luglio, quando è caduto dal tetto di una serra nella contea di Ventura, in California, mentre tentava di sfuggire alla caccia degli agenti dell’ICE, ed è morto dopo il ricovero in ospedale. Trentadue persone sono morte mentre erano sotto la custodia dell’ICE nel 2025 – l’anno più letale per l’agenzia, ormai trasformata in una forza paramilitare, dalla sua fondazione nel 2003.

A differenza di Villegas-Gonzalez e Garcia, entrambi lavoratori immigrati provenienti dall’America Latina, Good era una cittadina statunitense bianca. Non avrebbe dovuto essere nella lista delle persone che l’ICE ha brutalizzato impunemente a causa della loro origine o del loro status di immigrati. Ma lei si è rifiutata di rimanere a guardare l’ingiustizia e ha protetto i suoi vicini. Non era tenuta a schierarsi, ma lo ha fatto. In realtà, alcuni membri della sua famiglia avrebbero preferito che non lo facesse.

Spesso diciamo che la solidarietà è una pratica molto importante, e Good ha agito, esercitando i diritti che tutti noi abbiamo, indipendentemente dallo status di immigrati, di documentare l’attività violenta della polizia e di esprimere la propria opinione.

Un attivista sindacale ha collegato la sua azione solidale alle lotte operaie. “Nel nostro sindacato abbiamo la tradizione di indossare abiti rossi ogni giovedì per onorare un membro molto speciale della CWA (Communications Workers of America), Gerry Horgan, ucciso mentre esercitava il suo diritto fondamentale di scioperare e partecipare a un picchetto. Proprio come Gerry, Renee Nicole Good è stata uccisa mentre esercitava il suo diritto di esprimersi e di essere solidale con la sua comunità, diritto che dovrebbe essere protetto dalla Costituzione”.

Noi siamo ciò che facciamo. Se la scelta che dobbiamo affrontare è tra Good e ICE, la popolazione di Minneapolis sceglie Good. Si stima che circa 10.000 persone abbiano partecipato a una veglia a lume di candela il 7 gennaio per onorare la sua vita.

La violenza scatenata dall’amministrazione Trump sul suolo statunitense non riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi dichiarati.

Nessun personaggio nell’amministrazione USA ha mai avuto tanto potere come Stephen Miller, il consigliere per la sicurezza interna di Trump. Esercita una straordinaria autorità su una fascia insolitamente ampia delle branche di governo, dall’immigrazione alla giustizia penale fino anche alle operazioni militari sul suolo americano. Gran parte di ciò che caratterizza l’era Trump – rapimenti mascherati per le strade degli Stati Uniti, scontri tra gli scagnozzi dell’ICE e i manifestanti, pattuglie militari per le strade degli Stati Uniti – è stato creato da Miller.

Eppure, ora che siamo a un anno dall’inizio del secondo mandato del presidente Trump, è chiaro che, sotto molti aspetti importanti, Miller non sta riuscendo a realizzare i suoi piani autoritari più elaborati. Le espulsioni sono molto indietro rispetto alle sue aspettative. Non è riuscito a convincere Trump a esercitare il potere dittatoriale che tanto desidera vedere. E ha scatenato un movimento culturale in difesa degli immigrati che è più potente di quanto avesse previsto.

Il sogno di Miller di 3.000 arresti giornalieri rimane questo: un sogno. Miller spera di deportare un milione di persone all’anno, ma con il tasso attuale non si avvicinerà a questo. Mentre l’amministrazione sta ancora aumentando il personale dell’ICE, e le deportazioni potrebbero aumentare, molti esperti si aspettano che Miller resti molto al di sotto dell’obiettivo di un milione di deportazioni all’anno nel corso dell’intero mandato di Donald Trump.

Ma l’obiettivo del governo USA va oltre il numero delle deportazioni.

Molti settori produttivi sarebbero nei guai se il governo andasse davvero avanti con le sue deportazioni di massa annunciate. La caccia ai migranti e il modo brutale e arbitrario in cui viene effettuata (gli arresti dei migranti sono fatti davanti alle telecamere come per pubblicizzare la loro pericolosità) sembra progettata per diffondere la paura e per dividere la classe operaia. La paura (dei migranti, del crimine, della violenza, delle minoranze, dei poveri, del decadimento morale e altro) è costantemente alimentata e giustapposta all’immagine rassicurante del potente leader fiducioso e della sua squadra di guerrieri senza paura. L’amministrazione Trump diffonde paura ovunque. Nella popolazione in genere per creare la paura dell’estraneo infiltrato all’interno della comunità nazionale, che farà la fine del capro espiatorio, e perseguitando questo capro espiatorio la maggioranza della popolazione viene compattata dalla paura su un terreno comune. Così si forma una falsa comunità e si evita il pericolo di una classe operaia unificata.

L’esperienza del nazismo in Germania ci mostra quanto sia importante il processo di esclusione di un capro espiatorio interno nel forgiare la volksgemeinschaft, la comunità del popolo. Quella che sta combattendo l’amministrazione Trump è una una battaglia ideologica per creare una comunità nazionale, una “volksgemeinschaft” che è disposta a combattere e morire per il capitale. Si tratta di un attacco alle spinte verso l’unità e l’autonomia della classe operaia, un elemento fondamentale della preparazione alla guerra, che non è solo preparazione militare, ma soprattutto attacco alle forze antimilitariste e internazionaliste.

Di fronte all’arroganza dell’amministrazione e alla marcia verso la guerra, è incoraggiante vedere quanto rapidamente siano apparse reazioni spontanee e intense contro i raid dell’ICE a Los Angeles, New York e Chicago. Anche l’organizzazione di quartiere (allertando una rete di attivisti solidali quando agenti dell’ICE entrano in un’area) si è diffusa nelle città. Lo stesso assassinio di Renee Good è frutto della reazione governativa a questa mobilitazione dal basso, mentre le reazioni che ha provocato in tante città americane testimonia la profondità del movimento.

Il governo Trump usa qualsiasi pretesto per espandere i suoi mezzi repressivi e per abituare la popolazione alla presenza dei militari nelle strade. Anche questa è la preparazione alla guerra. Trump ha detto che le grandi città sarebbero un buon campo di addestramento per i militari. È convinto che una terribile repressione entusiasmerà il suo esercito MAGA e intimidirà i suoi avversari. È la costruzione della nazione per salvare la civiltà occidentale. Nel frattempo quella civiltà produce la bolla dell’IA, la bolla delle criptovalute, il banking ombra e molti altri fenomeni che portano all’abisso. Trump potrebbe essere l’Hoover, il presidente repubblicano della crisi del 1929, dei nostri giorni. Ma è stato il successore “progressista” di Hoover, il democratico Franklin Delano Roosevelt che si è rivelato il più grande ostacolo alla crescita della coscienza di classe autonoma del proletariato.

Avis Everhard

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Aldilà del giardino di casa. Venezuela e Groenlandia – politiche di aggressione USA e interessi del capitale

15 Gennaio 2026 ore 19:00

Pare opportuno che una riflessione sui fatti del Venezuela debba andare ben oltre la classica visione del “giardino di casa” che per più un secolo ha ben dimostrato la natura degli interessi del capitalismo statunitense e le azioni a difesa dei suoi investimenti nel continente Sud Americano. Le vicende venezuelane non riguardano solo i rapporti tra nord e sud America, ma devono essere valutati per il loro impatto globale. Intervenire a Caracas in realtà nasconde l’intenzione di colpire molto più lontano; il vero obiettivo è ben più consistente che non un “caudillo” sudamericano, i veri scenari in gioco si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Nel marzo dello scorso anno un articolo pubblicato sul n. 6 di Umanità Nova esponeva delle considerazioni sull’importanza strategica dell’area artica e sull’interesse che in quel momento l’amministrazione statunitense aveva pubblicamente manifestato per la regione. Interesse oggi rinnovato con forza da Trump e riproposto proprio a ridosso dall’intervento militare nel Venezuela, suscitando clamore e preoccupazione in campo internazionale. Quanto osservato quasi un anno fa sulle colonne di U.N. costituisce ancora oggi materiale più che attuale per le analisi geoeconomiche e geopolitiche relativamente agli interessi statunitensi legati alle nuove rotte artiche, alle materie prime rare e alla posizione strategica della piattaforma groenlandese e canadese per le intercettazioni dei missili nucleari. Tuttavia riproporre la questione del controllo dell’Artico in concomitanza con l’operazione scattata in Venezuela non è una semplice coincidenza. Il blitz militare in Venezuela non è “solo” una dimostrazione della volontà di espansione della potenza statunitense, come è stato comunemente interpretato dai media, ma un’azione che si collega a scenari più ampi.

Cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto è bene sottolineare che la questione del narcotraffico è del tutto fuorviante ed ha solo un fondamento propagandistico. L’operazione in Venezuela è stata derubricata ad intervento di polizia internazionale contro il narcotraffico con il pretesto della difesa dell’interesse nazionale, evitando in tal modo il necessario passaggio al Congresso per l’autorizzazione di operazioni belliche extraterritoriali. Soprattutto si è collaudata una scorciatoia per eventuali successive ad analoghe operazioni, quali potrebbero essere eventuali interventi in Colombia o a Cuba (anche se in questo caso è probabile che l’opzione possa cadere più su azioni di destabilizzazioni interne che su interventi diretti). Tale scelta per un sistema democratico liberale, sia pur presidenziale, come quello statunitense, da un punto di vista politico è estremamente pericolosa, poiché espone al totale arbitrio dell’esecutivo, cioè del Presidente, con la possibilità del replicarsi di interventi militari mascherati da operazioni di polizia a difesa dell’interesse nazionale. Da ricordare, tra l’altro, che vicende come quella libica, irachena e afghana, dove è stato abbattuto un regime e spesso un dittatore ostile, simbolo internazionale dell’opposizione alla politica statunitense, hanno nel tempo innescato uno scenario nettamente peggiore del precedente, ben più complicato anche per gli stessi interessi americani, dove spesso gli U.S.A. sono risultati alla lunga perdenti. Abbattuto con successo e clamore mediatico il “dittatore”, sottoposto alla gogna di un “processo democratico” il nemico di sempre, si scopre poi, a giustizia eseguita, che ha lasciato in eredità un vuoto politico e sociale assoluto che viene inesorabilmente riempito da una miriade di improvvisati “capibanda” e “milizie”, di fatto una frantumazione. L’ attuale Libia ne è l’eclatante esempio, con una situazione che rende anche gli stessi interessi americani difficili da difendere e sottoposti a continue negoziazioni.

Vedremo presto se la situazione venezuelana riproduce scenari simili. Intanto, per comprendere quanto sta avvenendo, bisogna superare la lettura più banale e andare oltre l’orizzonte strategico del “giardino di casa”, cercando di comprendere le conseguenze internazionali di quanto accaduto a Caracas. Innanzitutto occorre ampliare lo sguardo alla posizione che la Cina occupa nell’economia globale e soprattutto alla dimensione economica che potrebbe raggiungere Pechino se ai livelli attuali dovesse aggiungere i vantaggi logistici commerciali delle nuove rotte artiche.

In questa prospettiva dichiarazioni di Trump, come “la Groenlandia ci serve per la sicurezza nazionale”, trovano reale fondamento e non possono che abbinarsi all’operazione venezuelana. Ambedue gli obiettivi si basano infatti sulla comune volontà di togliere energia alla macchina produttiva cinese, il vero competitor del capitalismo statunitense. In quest’ottica per gli USA è importante gestire direttamente la più grande riserva petrolifera mondiale, il Venezuela, e sovrintendere al contempo alle rotte artiche, la via più breve e sicura per il transito delle merci cinesi e orientali in genere. In sintesi, controllare le più grandi riserve petrolifere mondiali, quelle venezuelane, e controllare quella che sarà una delle vie logistiche più importanti del commercio globali tra Est ed Ovest, l’Artico.

È evidente che l’operazione anti Maduro ha per scopo lo sfruttamento delle maggiori riserve petrolifere mondiali, quali sono attualmente quelle venezuelane; e d’altra parte Trump stesso ha affermato che le industrie statunitensi estrarranno direttamente in loco. Quindi la posta in gioco è il possesso materiale di quello che sarà disponibile in futuro e l’obiettivo preciso dell’operazione è quello di mettere un freno all’espansionismo della macchina produttiva cinese e della sua influenza commerciale globale. Mettere sotto controllo le future rotte artiche, che avvantaggiano in prima battuta il commercio cinese, diventa dunque una priorità geostrategica. Va da sé che un’eventuale “operazione Groenlandia” non godrebbe dei vantaggi mediatici e propagandistici di quella anti Maduro, ma andrebbe incontro a evidenti, contraddizioni geopolitiche. Si tratterebbe infatti di una prima violazione territoriale interna alla NATO, di non facile soluzione e non sicuro gradimento da parte dell’opinione pubblica occidentale.

Al momento è incontestabile la supremazia militare statunitense, ma gli indubbi progressi tecnologici e scientifici cinesi, pur non consentendoci di fare previsioni, rendono altamente probabili, in tempi non lunghissimi, la possibilità di colmare il gap tra Cina ed USA. La questione di fondo è che Pechino ha un passo più veloce nell’innovazione: è qui che in sostanza il capitalismo mondiale prenderà le misure sul ruolo che i singoli paesi avranno nello scacchiere mondiale. Oggi la competizione sul mercato globale viene giocata da due competitori. Da una parte, Trump si presenta sulla scena con l’imposizione dei dazi, la politica delle cannoniere, ma soprattutto con il taglio dei finanziamenti pubblici alle sue migliori università; ostacola fortemente gli ambienti e le menti che dovrebbero essere protagoniste dell’intellighenzia, della ricerca, sia che si tratti di stranieri o di connnazionali non “allineati” alla sua politica, rinnegando il principio sacro del capitalismo secondo cui prima di tutto c’è il business, prima devi dimostrare di saper guadagnare, poi puoi dirmi come la pensi. Dall’altra parte, Pechino mostra un’altra faccia: un sistema scolastico ferocemente selettivo, che sceglie le “sue menti migliori”, le mette al servizio dello Stato e delle sue classi dirigenti impegnate in uno sfruttamento senza precedenti, vincendo la sfida per l’innovazione ed il futuro. Il capitalismo cinese è più pragmatico, lo ha imparato da millenni. Durante il “grande balzo” Deng Xiao Ping, il padre della Cina moderna, rispolverò l’antico detto mandarino, oggi più che mai attuale: “non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi il topo”. Il che significa che gli affari si concludono con tutti i governi o gli interlocutori privati, il cui colore non interessa, perché l’importante è che l’affare vada a buon fine. Purtroppo chi paga il conto sono sempre gli sfruttati, e l’aguzzino è sempre lo Stato

Daniele Ratti

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Quo vadis Venezuela? A fianco di ogni popolo, contro ogni governo

15 Gennaio 2026 ore 15:00

L’enorme pressione militare sul Venezuela ha dato i suoi frutti. Senza ricorrere all’invasione di terra, è bastato al governo USA esercitare un’accorta operazione di corruttela su gangli del regime individuati come malleabili e abbordabili per effettuare una specie di colpo di Stato. Sequestrati Maduro e consorte senza che le truppe d’assalto statunitensi versassero una solo goccia di sangue, Trump ha dato il via libera ad un governo costituito dalla stessa élite dell’epoca maduriana. L’ex presidente che diventa presidente, il fratello che apre le porte delle carceri agli oppositori che lui stesso e i suoi accoliti avevano messo dentro, il ministro delle risorse energetiche che stringe i patti con chi vuole mettere le mani sull’oro nero, qualcuno che fa finta di inneggiare al presidente deposto. Insomma una scena da cabaret, se non fosse per il centinaio di morti (tra i quali i trentadue miliziani cubani che costituivano la guardia del corpo: evidentemente Maduro si fidava ben poco dei suoi).

Passati i primi giorni di attesa attraversati dal timore e dalla paura, mentre all’estero i venezuelani festeggiavano per la caduta del presidente, gruppi di manifestanti si sono riversati nelle strade delle principali città del paese per denunciare l’aggressione statunitense e rivendicare l’indipendenza nazionale.

Provenienti dalle periferie, dai sobborghi della capitale, agitando gli emblemi della ‘rivoluzione bolivariana’, erano e sono la dimostrazione più evidente della profonda frattura che divide il Venezuela.

Quando nel 1998 Hugo Chavez – che già nel 1992 fu protagonista di un fallito colpo di Stato per rovesciare il presidente Carlos Pérez accusato di corruzione – vinse con un largo margine le elezioni, affermò di voler governare opponendosi a tutti i segmenti del potere tradizionale della società venezuelana per avviare una rivoluzione del sistema politico nazionale, abbracciando una piattaforma anti-neoliberale.

Chavez non veniva dal nulla, ma era il frutto di una società attraversata da una profonda divisione di classe legata all’ineguale distribuzione dei proventi della vendita del petrolio in una fase di vertiginosa crescita del suo prezzo nel mercato internazionale. Nell’ultimo ventennio del Novecento il Venezuela godeva del più alto tasso di reddito pro capite dell’intero continente, ma questa ricchezza andava ad alimentare sprechi e corruzione, creando ricchezze sempre più ingenti e facendo sprofondare nella povertà settori della popolazione già emarginati per il colore della pelle, per la mancanza d’istruzione, per la precarietà del lavoro.

Le cosiddette terapie d’urto neoliberali, in voga nel periodo, aggravarono la situazione generando conflitti sociali, fuga dei capitali all’estero e aumento del debito estero. In soli 11 anni la percentuale di coloro che vivevano sotto la soglia di povertà passò dal 36% del 1984 al 66% del 1995; quelli che vivevano in condizioni di estrema povertà passarono dall’11% al 36%.

È questo il contesto che portò alla vittoria elettorale Hugo Chavez, che rivolse l’attenzione sua e del suo governo alla lotta contro la povertà e l’emarginazione dei settori più deboli della popolazione. Le prime misure adottate riguardarono l’introduzione per la prima volta nella storia del paese del sistema di sanità universale, l’assicurazione di un pasto giornaliero in migliaia di scuole, la scolarizzazione diffusa, l’inserimento nel processo decisionale politico di vasti segmenti della società tradizionalmente esclusi (donne, popolazioni indigene, persone omosessuali), la riforma agraria tesa a distribuire ai contadini la terra incolta dei grandi proprietari terrieri, la riforma delle aree urbane stabilendo il diritto di proprietà sulle occupazioni illegali e promuovendo l’autogoverno delle comunità tramite l’istituzione di comitati territoriali costituiti da non più di 200 famiglie provenienti dai quartieri poveri. Una serie di misure di stampo sostanzialmente socialdemocratico, ma che in un paese come il Venezuela, governato da due partiti borghesi, assolutamente indifferente alle condizioni di vita dell’80% della popolazione, rappresentarono una rottura nell’ordine delle cose.

Per finanziare queste misure Chavez istituì, per la prima volta nella storia del paese, una serie di tasse per quanti godevano di redditi significativi. Ovviamente le parti più ricche della società non accolsero favorevolmente questa decisione, mentre il ceto medio non ebbe nessuna ricaduta positiva dalle politiche chaviste.

L’11 aprile 2002 un colpo di Stato, orchestrato dalle forze di opposizione in combutta con la presidenza USA, occupata allora da Bush, cercò di scalzare Chavez dal potere. Per 47 ore il presidente venne deposto e sostituito da Pedro Carmona, capo della federazione commerciale, ma imponenti manifestazioni popolari e l’appoggio di settori dell’apparato militare lo rimisero al suo posto.

Il fallimento del golpe rafforzò Chavez, anziché indebolirlo e mise le basi del regime, che venne riconfermato con le elezioni del 2000, 2006 e 2012. Elezioni sulle quali sono state presentate molte denunce relative a irregolarità di vario tipo. La morte di Chavez aprì le porte al suo successore, Maduro, con i risultati che abbiamo visto e dei quali abbiamo scritto nell’articolo di UN del 16 novembre.

Trump deve avere imparato la lezione ricevuta da Bush nel 2002, operando in modo diretto piuttosto che delegare a settori dell’opposizione interna la gestione del golpe contro Maduro.

D’altronde si è trovato ad operare in una situazione in cui l’élite madurista ha dimostrato da tempo di aver messo la sordina all’eredità di Hugo Chavez, proteggendo sostanzialmente i propri privilegi, a scapito delle condizioni di vita non solo dei milioni che hanno dovuto abbandonare il paese sia per motivi economici che politici, ma anche degli stessi loro primitivi sostenitori, spesso e frequentemente repressi nel corso degli scioperi e delle manifestazioni di protesta contro il regime (ricordiamoci delle violenze poliziesche del 2017 con 120 morti nelle piazze).

Il ricorso, sempre più frequente, alla repressione delle opposizioni, l’emarginazioni dei settori critici dello stesso chavismo, la messa fuori legge di partiti come il Partito Comunista, l’arroccarsi in difesa di uno Stato sempre più legato ai proventi del petrolio, l’adozione di forme di governo sempre più dittatoriali accompagnate da politiche economiche fallimentari hanno progressivamente indebolito l’immagine stessa di Maduro, trasformandolo in un capo espiatorio per la salvezza degli interessi dei suoi ex sodali.

Trump vuole il petrolio e soprattutto vuole che non vada in Cina. Preferisce mercanteggiare con il governo chavista piuttosto che si scateni un conflitto tra le correnti venezuelane, tra la borghesia e i ceti popolari, inaugurando una scenario di tipo libanese.

Sta ora, una volta di più, alle componenti storicamente più sfruttate che hanno beneficiato di una politica di redistribuzione della ricchezza sociale, difendere quanto ottenuto. Lo possono fare se solo abbandonano la fiducia nei loro governanti, che proprio in questi giorni hanno dimostrato quanto hanno a cuore i propri interessi invece degli interessi di coloro che agitano in piazza le bandiere chaviste.

E gli stessi che ora si sbracciano per la fine di Maduro stiano molto attenti, perché ottenere la liberazione da un potere esterno comporta sempre la subordinazione agli interessi dello Stato dominante, in una situazione di tipo coloniale.

È un’indicazione questa che dovrebbe essere presente soprattutto in una fase come questa, di ripresa di pratiche di guerra su scala mondiale.

Se vogliamo perseguire la libertà di tutti i popoli bisogna abbandonare le scelte di campo a favore di questo o di quello Stato, di questo o di quel governo.

Nemici di ogni Stato e di ogni governo gli anarchici hanno sempre reclamato il diritto di vivere e di svilupparsi nella piena libertà di tutti i gruppi sociali ed etnici come di tutti gli esseri umani. Ed è per quello che, oggi come allora, siamo a fianco di ogni popolo che lotta per la sua libertà, quella vera, costruita con l’autodeterminazione e nell’autogestione, contro ogni potere interno ed esterno.

In Venezuela, in Palestina, in Iran, in Sudan, in Siria, ovunque.

Massimo Varengo

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Attacco al Venezuela: Trump ordina il bombardamento. È l’inizio di una catastrofe?

5 Gennaio 2026 ore 19:41

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Dopo Maduro i guerrafondai continueranno con la litania invaso invasore? I caccia USA bombardano Caracas e numerose basi militari in Venezuela. L’amministrazione Trump ha dato l’ordine di bombardare diversi siti in Venezuela, comprese basi militari nel Paese. Numerose esplosioni sono avvenute alle 2 di notte, ora locale (le 7 del mattino in Italia), nella capitale del Venezuela, Caracas, e in altre località negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Ad essere state colpite, secondo le prime notizie, sono state delle basi militari, e in particolare la caserma più importante del Paese, Fort Tiuna, e la base aerea di La

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