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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Occhio per occhio Ue-Usa? Tutti i rischi secondo l’Fmi

19 Gennaio 2026 ore 16:33

Negoziare, trattare, in una parola, parlarsi. Tra Stati Uniti ed Europa il voltaggio è sempre più alto, con la seconda pronta a tirare una nuova bordata di dazi all’America, per un ammontare di oltre 90 miliardi. Mentre Washington ha più volte minacciato di imporre a sua volta nuove tariffe alle merci a tutti quei Paesi che ostacoleranno un possibile intervento americano in Groenlandia. Morale, l’Artico e il suo dominio potrebbe essere il seme di una nuova guerra commerciale.

Tutto molto sbagliato secondo il Fondo monetario internazionale, che nel giorno della diffusione dell’aggiornamento del World economic outlook, ha chiarito un concetto tanto semplice, quanto importante, almeno di questi tempi: gli alleati debbono comportarsi come tali, perché se non lo fanno qualcuno si farà male. E non avrà vinto nessuno.

Per questo “una nuova esplosione delle tensioni sui dazi commerciali tra Usa e Unione europea con una spirale di occhio per occhio è un rischio rilevante che potrebbe avere ricadute sulla crescita e al Fondo monetario lo monitoriamo con attenzione”, ha messo subito in chiaro il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas nella conferenza stampa di presentazione dell’Economic Outlook.

“Gli sviluppi sulla Groenlandia, con minacce di dazi Usa e di rappresaglie Ue potrebbero provocare danni alla crescita, questa volatilità è negativa per le decisioni di imprese e consumatori, che aumentano il risparmi cautelare, ha quindi effetti al ribasso sulla crescita”. Morale, anche un po’ un avviso ai naviganti. “In una guerra commerciale non ci sono vincitori.

I crescenti dazi colpiranno sia chi li impone, sia altri: è una situazione in cui dazi e rappresaglie metteranno pressioni al ribasso sull’attività globale. Abbiamo visto un commercio globale 2025 molto resiliente e ovviamente se i dazi dovessero salire in maniera rilevante avrebbero un impatto consistente nell’economia reale”.

Insomma, non c’è da scherzare con il fuoco. Il primo elemento di rischio menzionato dal Fmi è invece quello di una “riconsiderazione delle aspettative di crescita della produttività sull’Intelligenza Artificiale che potrebbe portare a un calo degli investimenti e innescare una brusca correzione dei mercati che partendo da le imprese legate all’IA finirebbe per coinvolgere altri segmenti e eroderebbe ricchezza delle famiglie”.

Seguono le già citate tensioni sul commercio e poi “le tensioni interne o geopolitiche che potrebbero creare nuovi elementi di incertezza e danneggiare l’economia globale, tramite il loro impatto sui mercati finanziari, sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi delle materie prime. Inoltre gli ampi deficit e maggiori indebitamenti pubblici potrebbero creare pressioni sui tassi di interesse di lungo termine e di conseguenza sulle condizioni finanziarie generali”. Insomma, meglio parlarsi.

Dopo il solare, le reti. L’Europa sbarra ancora la strada alla Cina

19 Gennaio 2026 ore 13:14

Fossero stati solo i pannelli solari, sarebbe finita lì. Invece no, stavolta la posta in gioco è più alta. Dopo aver messo al bando il fotovoltaico made in China, grazie all’esempio italiano, l’Europa dà un altro giro di manovella e allarga lo spettro dei prodotti sgraditi sul suolo del Vecchio Continente. Non è un mistero, è l’onda lunga degli Stati Uniti, che da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, hanno piano piano costruito una gabbia a protezione dell’industria americana. Chiedendo ai loro alleati di fare altrettanto, o provarci almeno.

Uno dei casi più eclatanti è Pirelli. Il produttore di pneumatici italiano entro poche settimane dovrà liberarsi dell’azionista cinese Sinochem, oggi innocuo dal punto di vista decisionale ma pur sempre presente nel capitale. Pena, la parziale estromissione dal mercato americano, che per la Bicocca vale un quinto dei ricavi (a marzo scatterà il bando statunitense che impedisce a imprese partecipate da soggetti cinesi di vendere tecnologia ai costruttori americani). Adesso, dopo i pannelli solari tagliati fuori dagli incentivi al fotovoltaico, Bruxelles è pronta ad alzare il tiro, chiamando in causa altri comparti industriali, non meno strategici del poc’anzi citato.

Domani, infatti, dovrebbe finire sul tavolo della Commissione europea, la proposta di quest’ultima mirante a eliminare gradualmente le apparecchiature di fabbricazione cinese dalle infrastrutture critiche dell’Ue, come le telecomunicazioni. Dunque, escludendo aziende come Huawei e Zte dalle reti, dai sistemi di energia solare e dagli scanner di sicurezza. Un’accelerazione, piuttosto improvvisa, che arriva in un momento in cui la stessa Europa sta riconsiderando la sua dipendenza dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi e dai fornitori cinesi, considerati ad alto rischio per l’utilizzo dei dati sensibili raccolti.

Secondo quanto affermato dai funzionari Ue, la proposta dovrebbe rendere obbligatorio per i Paesi membri un regime volontario, in parte già esistente, volto a limitare o escludere i fornitori ad alto rischio dalle loro reti. Attenzione, tutto è ancora sulla carta. Quello di Bruxelles, almeno per il momento, è un segnale più politico che altro, dal momento che tutto dovrà poi passare dal parere e dunque dal voto, degli stessi governi europei. Ma certamente, il nuovo colpa di gas dà la cifra circa le intenzioni dell’Europa verso la Cina, rea peraltro di aver messo sotto pressione come non mai il mercato dell’auto, in seguito all’avanzata inarrestabile di unicorni come Byd e Catl.

Questo il fronte europeo. In Cina, invece, è tempo di fare i conti. Il Pil del Dragone nel 2025 è cresciuto del 5%, centrando l’obiettivo ufficiale di Pechino di una crescita di circa il 5%. Questo nonostante la guerra commerciale innescata dal presidente americano Trump, con una forte espansione delle esportazioni. Ma non è tutto oro quel che luccica. Nell’ultimo trimestre, tuttavia, secondo i dati diffusi dall’Ufficio nazionale di statistica, il Pil si è attestato a +4,5% su base annua. Si tratta di un rallentamento rispetto al 4,8% del terzo trimestre, il dato più debole dal primo trimestre del 2023, quando la crescita si era attestata anch’essa al 4,5%.

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