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Ricevuto oggi — 19 Gennaio 2026

Il governo Meloni appare solido sia in Italia che fuori: grazie al Berlusconino Convinto e a quello Titubante

19 Gennaio 2026 ore 18:26

di Emanuele Rizzo

Il consenso di un governo può crollare su due fronti: dall’esterno se inviso alle consorterie internazionali, dall’interno se nel Paese si muove qualcosa. Il governo Meloni appare solidissimo su entrambi. Se la stima all’estero si spiega con le continue genuflessioni, quel che (non) accade in Italia suona misterioso. Siamo il Paese delle simpatie politiche fugaci, che al nuovo di turno concede percentuali dapprima alte per poi rimangiarsele dopo al massimo mille giorni. Perché Giorgia Meloni tiene? Perché è la versione pop e democristiana di Berlusconi.

Di lui si diceva che in molti lo votassero senza ammetterlo perché poco lusinghiero iscriversi alla schiera di chi sosteneva un personaggio di dubbia moralità e indubbia illegalità. Due i suoi tipici elettori: 1) Quello che gli somigliava ma più in piccolo, che qui per convenzione chiameremo Berlusconino Convinto; 2) Quello titubante, persona perbene democristiana o socialista terrorizzata dalla minaccia russa incarnata da quei bolscevichi di Prodi e Bersani.

Il Convinto è un evasore fiscale con l’amante ma che alle feste comandate ostenta la propria famiglia unita. Non evade milioni di euro e di notte non traveste olgettine da suore salvo poi di giorno difendere la morale cristiana, ma solo perché la sua vita è in proporzione meno divertente. Il Berlusconino Convinto era il suo zoccolo duro ed era stato radicalizzato ad arte da una narrazione vittimistica che lo aveva persuaso di essere perseguitato dai giudici, dai giornalisti e da chiunque non si sapesse divertire come lui in quanto tristemente comunista. Il consenso del Berlusconiano Titubante veniva invece meno nei momenti in cui la vergogna raggiungeva picchi fatti di condanne, escort e battute di pessimo gusto.

Meloni nel 2012 si era candidata a primarie poi negate e ha dovuto attendere dieci anni per vincerle, quelle primarie. Perché questo son state le Politiche del 2022: primarie di Forza Italia. Da Berlusconi ha ereditato per intero la classe dirigente e di conseguenza progetti di riforma e visione del mondo. I recenti editoriali critici di Marcello Veneziani testimoniano che degli ideali di destra nel governo non v’è traccia alcuna, dopo che per anni lei aveva attinto dal patrimonio valoriale ed economico della Fondazione An.

Più scaltra e paziente di Fini, viene da chiedersi se rispetto a quest’ultimo abbia più pelo sullo stomaco o non sia semplicemente più affine a Berlusconi. Lei dopo essere stata sbattuta fuori dal Pdl (a ognuno il suo “Che fai mi cacci?”) vi si alleò e la scelta risultò vitale perché – non avendo raggiunto la soglia di sbarramento – fu ripescata come prima esclusa della coalizione, opportunità preclusa a chi si candidava in autonomia. Fuori dal Parlamento per un’intera legislatura sarebbe scomparsa. Per anni ha atteso il suo turno, vedendo cadaveri passare e spendendosi nell’attività più redditizia in termini elettorali: l’opposizione.

Il suo zoccolo duro oggi è composto da entrambi i sostenitori di Berlusconi e pertanto meno oscillante. Al Berlusconino Convinto parla con condoni fiscali e riforme, al Berlusconiano Titubante non rinuncia grazie alla sua fedina penale pulita, ad una vita privata nella media nazionale e alle uscite pubbliche centellinate in cui si obbliga a contare fino a dieci (mesi) tra una domanda e l’altra. Prosegue il percorso di radicalizzazione del Berlusconino Convinto aizzandolo contro gli stessi finti nemici e nel mentre rassicura il Berlusconiano Titubante mostrandosi nazional-popolare.

Alla sua corte non sfilano Nicole Minetti e Lele Mora, ma consolida il potere invitando ad Atreju conduttori di Sanremo e attori di fiction Rai. La sua base vale il 15%, gonfiato al 30% dall’astensionismo. Confidiamo che l’altro 85% prima o poi smetta di litigare all’assemblea di condominio e arrivi.

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La Cedu condanna l’Italia per la morte di Riccardo Magherini: chissà quanti come me si sono sentiti soli

19 Gennaio 2026 ore 10:34

di Rosamaria Fumarola

Chissà se è un bene la condivisione ad libitum di immagini e filmati girati in autonomia e la loro visione aperta al pubblico come un tempo si faceva solo con le pellicole cinematografiche e i servizi giornalistici. Non v’è dubbio alcuno che spesso da un punto di vista probatorio, nel caso di vicende che abbiano prodotto conseguenze penali, l’utilizzo di questi file possa condurre ad un accertamento più veloce delle responsabilità. Spesso, ma non sempre. Nel caso della morte di Riccardo Magherini avvenuta a Firenze nel 2014 ad esempio, nonostante registrazioni e filmati che narravano i fatti per quelli che erano, la giustizia italiana ha preferito scegliere vie traverse piuttosto che percorrere il sentiero più semplice, quello della verità.

La cultura, la politica e tutte le sovrastrutture di una civiltà antica come la nostra sono oggi ormai lontane dai bisogni concreti che un tempo le hanno generate. Resta comunque al centro l’uomo, più lontano e in ombra, ma la sua esistenza è quella che continua ad animare i giorni e quindi la storia e soprattutto resta la sacralità che la nostra civiltà è stata in grado di tributare ad alcuni momenti della vita umana, a prescindere dal loro inquadramento in una dimensione religiosa. Anche per questo fu oltraggiosa l’incapacità di ascoltare le parole urlate da Riccardo Magherini quella notte del 3 marzo 2014, quando sotto il peso dei carabinieri che seduti su di lui lo immobilizzavano trovava la forza per gridare: “Non respiro, sto morendo, ho un figlio.”

La serata di Riccardo era stata agitata, aveva assunto cocaina e aveva creato problemi agli abitanti di Borgo San Frediano. C’erano state delle segnalazioni, l’intervento della forza pubblica si era reso necessario e si era concluso con l’immobilizzazione di Magherini da parte degli agenti, che lo avevano schiacciato sull’asfalto fino a rendergli impossibile respirare. “Non respiro, sto morendo, ho un figlio” poi il silenzio, quello più lungo, quello della morte. Parole non diverse da quelle pronunciate da George Floyd a Minneapolis, dopo l’intervento della forza pubblica conclusosi allo stesso modo, con la morte di chi doveva essere in primo luogo tutelato, se del caso anche da se stesso.

Di questi uomini restano le richieste di aiuto condivise da migliaia di cellulari, richieste che ci interrogano sul significato di ciò che siamo e che inevitabilmente ci cambiano. Gli accusati della morte di Riccardo Magherini non sono stati ritenuti responsabili della sua morte in tutti e tre i gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento. La sua famiglia vivrà per sempre una insanabile mutilazione.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a cui è stato fatto ricorso si è pronunciata tuttavia condannando lo Stato italiano, valutando all’unanimità che aver tenuto il giovane immobilizzato a terra anche dopo che aveva smesso di reagire era stato assolutamente non necessario.

Il padre di Riccardo ha dichiarato di aver pianto dopo la pronuncia della sentenza. Forse avrà pensato che smetteranno da ora in poi di considerarlo un folle che non comprende che le forze dell’ordine hanno agito nel miglior modo possibile e che non avrebbero potuto salvare Riccardo. Si sarà sentito riabilitato come accade ai familiari morti per mano dello Stato, troppi, sui quali finisce spesso paradossalmente per cadere la responsabilità morale della tragedia perché ritenuti responsabili in solido con i cari persi dell’esito degli eventi.

Tanti di noi avranno visionato quegli ultimi momenti di vita di Riccardo e come me si saranno chiesti cosa avrebbe potuto fare di più se non pronunciare quelle ultime parole, per comunicare che la vita lo stava abbandonando. Tanti come me avranno tentato di frenare il dolore immaginando quell’ultimo pensiero di Riccardo, quel sapere che suo figlio non lo avrebbe mai più rivisto e si saranno interrogati sul significato della vita e forse come me si saranno sentiti soli perché di fianco e dentro avranno cercato senza trovare un senso.

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Nonostante la cancellazione mediatica, la Flotilla sarà ricordata come la sola stella che ha brillato in questi anni neri

19 Gennaio 2026 ore 07:47

di Rosamaria Fumarola

La damnatio memoriae era il progressivo processo di cancellazione di un imperatore, delle sue gesta, di tutti i segni tangibili che aveva lasciato e della creazione di una narrazione propagandistica dei fatti che riguardavano anche il potere subentrante. La damnatio memoriae neroniana ad esempio ci ha restituito un princeps folle ed egoista, che aveva ucciso sua madre Agrippina e sua moglie e che aveva distrutto Roma con un incendio, per acquisire i territori necessari alla costruzione della sfarzosa oltre ogni limite Domus Aurea.

Certo il matricidio ora come allora appare a chiunque un delitto che la morale e l’istinto avvertono come inaccettabile e Nerone è provato che di questo delitto si sia macchiato, ma è altrettanto provato che non fu il responsabile dell’incendio di Roma e che anzi offrì rifugio a migliaia di romani che cercavano riparo dalle fiamme.

La ricostruzione della città fu fatta poi rispettando una serie di misure che l’avrebbero resa da allora in poi meno vulnerabile agli incendi, seguendo appunto le direttive dello stesso Nerone. Le riforme da lui promosse non andavano incontro ai desiderata dell’aristocrazia senatoria, ma sembravano animate da una spiccata sensibilità verso i ceti inferiori e, last but not least, Nerone non amava le campagne militari e non fu attivo nel promuovere le conquiste di nuovi territori.

Si ritiene che queste ragioni abbiano portato alla necessità di sostituirlo con una figura diversa, che incontrasse gli interessi degli altri centri di potere della romanità. Nerone andava spazzato via da Roma e dalla sua storia. Tutte le volte in cui questo accade è dunque un esercizio non fuori luogo quello di domandarsi quali siano davvero le ragioni che sottostanno ad una narrazione tanto radicale.

Fare in modo che di qualcosa o qualcuno non si parli più è infatti anch’esso una sottrazione di potere ed è quanto di recente sta accadendo con il fenomeno Sumud Flotilla. Piaccia o meno la Flotilla ha catalizzato il dissenso mondiale riguardo il genocidio dei gazawi, dimostrando che la tolleranza del sopruso può trovare un limite anche nelle masse meno radicali. Il potere ha dovuto fare i conti con una reazione imprevedibile e perciò pericolosa e ha fatto un passo indietro.

Si obietterà che la farsa della pace voluta da Trump ha solo spento i riflettori su un massacro che continua lontano dal clamore dei media. Le parole del presidente americano alla Knesset in sostegno di Netanyahu e il racconto di come gli avesse procurato tutte le armi più avanzate per sterminare i palestinesi nemmeno si sforzavano infatti di fingere equilibrio tra le parti in causa.

Ciò che ha portato ad evitare un’ulteriore escalation nella carneficina a Gaza è stato il movimento che ha visto nella Sumud Flotilla la possibilità di una differenza, del recupero di un interesse verso le sorti di chi non può che subire, disumanizzato e ridotto a cosa nel rispetto pedissequo di un protocollo di sterminio nazista.

Un attimo dopo l’avvio delle trattative di pace a Gaza della Flotilla però non si è più parlato: non doveva raccontarsi la storia di poche centinaia di uomini e donne che hanno osato sfidare il potere nella sua più cinica e abietta bestialità. Non doveva diffondersi l’idea che dire no è sempre possibile e che in questi tempi svuotati di ciò che in un essere umano vale davvero, la differenza non la fanno i social o gli influencer, tutti genuflessi al monocorde mercato che insegue se stesso.

La propaganda che vuole spegnere il pericoloso fuoco acceso dalla Flotilla, in questi giorni, dileggia i suoi sostenitori e provocatoriamente li invita a protestare per quanto accade in Iran. È un modo per screditare tutti coloro che hanno agito in risposta ad un moto interiore impossibile da trattenere, per lasciar credere che si sia trattato solo di un’armata Brancaleone destinata all’oblio e forse al ridicolo. La Flotilla sarà invece ricordata come la sola stella luminosa che ha voluto brillare in questi anni neri.

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