A Davos, il gotha dell’economia occidentale si inchina all’America First

I manifestanti in corteo contro il capitalismo ci sono anche quest’anno, come sempre. Ma è un World Economic Forum diverso quello che si è aperto a Davos. Varie le ragioni, a cominciare da quella più evidente: dopo 50 anni, a gestire l’afflusso dei potenti della Terra chiamati a dibattere sugli scenari globali non sarà il fondatore Klaus Schwab, travolto da accuse di cattiva condotta nella gestione dell’organizzazione. L’economista tedesco, oggi 87enne, ha anche dimostrato di non aver compiuto illeciti materiali, ma nel frattempo si era già dimesso, la sua credibilità si era inclinata e a prenderne il posto come co-presidente ad interim è stato Larry Fink, potente Ceo di BlackRock.
Un cambio non da poco. Schwab, il “professore”, aveva costruito il Forum sulla capacità di intessere relazioni e sulla sua neutralità, trasformando la località sciistica svizzera nel ritrovo privilegiato dei leader del post Bretton Woods. Fink è qualcosa di diverso, è il più grande asset manager del mondo, gestisce 14.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil di qualsiasi nazione ad esclusione di Stati Uniti e Cina.
Schwab non era un giocatore ma il custode dello spazio in cui far incontrare i giocatori, ha scritto nella sua newsletter Adrian Monck, managing director del Forum fino al 2023: «I capi d’azienda e i politici si riunivano alla pari, ognuno offrendo ciò di cui l’altro aveva bisogno… La genialità del Forum stava nel far sentire entrambe le parti avvantaggiate dallo scambio».
Un covo di liberisti dove una volta all’anno ci si concedeva di prendere parte a dibattiti su clima e diseguaglianze e di farsi fare le pulci dagli stakeholder di turno, potremmo obiettare. Tanto che c’erano ormai due Davos, ha fatto notare ferocemente Liz Hoffman su Semafor. «Una internazionalista e no-profit al Centro Congressi, che brindava al grido di Slava Ukraini con shottini di erba di grano, e un’altra volta al commercio che si svolgeva a porte chiuse al Grand Hotel Belvedere».
Quel mondo non c’è più, ha chiosato Monck. Lo hanno cambiato il ciclone Trump, l’ideologia Maga e dell’American First. Il presidente degli Stati Uniti arriverà al Forum con cinque ministri al seguito non per cercare approvazione dai Ceo planetari, dai quali si aspetta, anzi, un allineamento alla sua visione, forte della consapevolezza che nessuno metterà in discussione lo status di leader della potenza dominante. E non si dubiti, i presenti in Svizzera – ha scritto ancora Monck – da tempo si stanno «posizionando rispetto a una forza politica che non riescono a controllare e che temono sempre di più».
Qui entra in gioco il ruolo di Fink, uno che è azionista di peso nella maggior parte delle società quotate a Wall Street. Uno alla cui chiamata rispondi senza farlo attendere troppo. Fink si è speso moltissimo per mettere assieme un parterre da urlo. A Davos saranno presenti sei dei sette leader del G7 e 850 Ceo, tra loro gente che da diversi anni se n’era tenuta alla larga e che stavolta parteciperà ai dibattiti ufficiali: da Jamie Dimon di JPMorgan ad Alex Karp di Palantir fino al debutto assoluto di Jensen Huang, Mr. Nvidia, o al Satya Nadella di Microsoft impegnato in un faccia a faccia sull’intelligenza artificiale con lo stesso Fink.
Appunto, quali i temi sul tavolo? Li individua lo stesso Chief Economists’ Outlook redatto dal World Economic Forum: «Tre tendenze definiranno il 2026: gli investimenti crescenti nell’intelligenza artificiale e le loro implicazioni per l’economia globale; il debito che si avvicina a soglie critiche con cambiamenti senza precedenti nelle politiche fiscali e monetarie; e i riallineamenti commerciali». Dove per “riallineamenti”, con un mirabile eufemismo, si intende la guerra a bassa intensità in atto tra Stati Uniti e Cina. E poi, il non detto, i temi sottotraccia sui quali ancora una volta viene in aiuto l’analisi di Monck.
L’Europa è particolarmente esposta, cerca una sua autonomia ma non può ancora fare a meno dello scudo di sicurezza americano, si batte per il clima ma è dipendente da «catene di approvvigionamento energetico che non riesce a controllare». In questo è conveniente registrare il dietrofront dello stesso Fink: è stato uno dei più accesi sostenitori dell’impegno sul clima e Davos era diventato un luogo di discussione su questi temi. Lo scorso gennaio proprio BlackRock ha di fatto ripudiato, nella sua lettera agli azionisti, la Net Zero Asset Managers Iniziative con la quale ci si pone l’obiettivo di giungere a zero emissioni di gas a effetto serra entro il 2050. Il programma di Davos rispecchia questo cambiamento e tra i protagonisti ci saranno i dirigenti dei principali gruppi petroliferi.
Importante, soprattutto, fare la conta di chi non ci sarà. Non ci sarà la Danimarca in risposta alle minacce di Trump, e va bene: ci sta. Non ci saranno Xi Jinping e Narendra Modi, cioè Cina e India. Un messaggio inequivocabile all’Occidente. Davos quest’anno sarà il ritrovo di chi non può (o non può ancora) fare a meno dell’egemonia trumpiana.
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