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Colombia, finisce l’era del dialogo: De La Espriella “arruola” i militari e dichiara guerra ai narcos

17 Agosto 2026 ore 08:02

“La fase del dialogo è completamente esaurita“. Dalla città di Cali, in una Valle del Cauca dilaniata dal conflitto armato, Abelardo De La Espriella chiude le trattative di pace in corso dal 2016 tra Stato e gruppi armati e promette di “sconfiggere senza tregua il narcoterrorismo e le organizzazioni criminali” che a suo avviso “minacciano la Colombia”. Poi, sulla falsariga del modello salvadoregno, il presidente conferma la costruzione di “mega carceri” per coloro che “rappresentano una maggiore minaccia per la sicurezza del Paese”. El Tigre volta così le spalle alla classe politica e tende la mano alle Forze dell’ordine assicurando “garanzie politiche” affinché “non siano condannate” dalla legge a causa dell'”compimento del loro dovere”. “Questo governo vi proteggerà come va fatto con gli eroi della Colombia”, ribadisce De La Espriella rivolgendosi a militari e agenti di polizia, che hanno l’ordine di “combattere tutte le strutture criminali”.

La reazione militare, tanto temuta dai progressisti, è servita e conta sul sostegno delle forze conservatrici. “Oggi la Colombia recupera la propria autorità e il rispetto le forze militari”, commenta la senatrice Maria Fernanda Cabal (Centro democratico). Della stessa opinione la governatrice della Valle del Cauca, Dilian Francisca Toro, che plaude la priorità data dal nuovo governo alla sicurezza della regione. “Tuttavia – ammonisce – abbiamo bisogno che gli investimenti sul sociale vadano di pari passo con le truppe”. Ma non sarà possibile, visto l’imminente “congelamento della spesa pubblica” che sarà imposto via decreto.

La cerimonia ufficiale di insediamento si è tenuta all’Università di Cali, ma il discorso relativo al piano securitario è stato pronunciato presso il Cantón militar Pichincha, sede della Terza brigata di Cali, alla presenza di cinquecento militari. Il tutto direttamente sorvegliato dall’amministrazione Trump, che ha inviato un B-2 Spirit a sorvolare la città in coordinamento con le Forze aeree locali. L’operazione è stata un primo banco di prova della futura integrazione militare Bogotà-Washington sotto il cappello della coalizione Shield of Americas. Il Dipartimento di Stato ha inoltre stanziato un miliardo di dollari in favore del nuovo alleato come “parte di un pacchetto di sicurezza” iniziale.

Per Washington, i punti chiave dell’alleanza sono la lotta alle “spietate organizzazioni narcoterroriste e criminali” e un’agenda di “crescita economica” che apre a ulteriori investimenti Usa nel Paese. In programma anche “aiuti umanitari” e iniziative di “cooperazione bilaterale in materia di energia nucleare” a scopi “civili e pacifici”. Ma i gruppi armati non si fanno intimidire dal ritorno dello zio Sam e alzano la posta in gioco. “La superbia dell’estrema destra che oggi assume il potere non farà che approfondire la guerra nei territori – si legge in un comunicato diffuso dall’Ejército de liberación nacional (Eln) -. Risponderemo con la stessa violenza armata che verrà applicata nei nostri confronti”.

Anche le dissidenze Farc, contrarie al dialogo di pace, attraverso il loro Stato maggiore centrale, assicurano che le loro unità “non si piegheranno dinanzi a un governo che cerca la via militare”. E rivendicano: “Il controllo delle cordigliere resterà nelle mani del popolo in armi”. Avvisaglie della futura escalation si sono verificate prima e durante l’insediamento, con la presenza di cilindri sospetti sparsi nelle vie del Cauca e droni manipolati dalle guerriglie, oltre al sequestro di un bus carico di 420 chili di nitrato di ammonio che era pronto a esplodere a Cali. Cresce la tensione anche al confine est, quello con il Venezuela, dove il 1° agosto è esplosa un’autobomba davanti a un comando di polizia a Cúcuta. Il malcontento si estende anche ad alcuni settori della popolazione, in particolar modo i sostenitori del Pacto Histórico, che nelle strade di Cali contestavano la linea dura del nuovo governo.

La tensione è cresciuta dopo che il presidente uscente Gustavo Petro ha denunciato una “frode elettorale massiccia e algoritmica” perpetrata attraverso l’azienda israeliana BlackCore e l’agenzia di Intelligence Black Cube, legata al Mossad. I brogli, secondo alcuni orchestrati dalla ditta Thomas Greg & Sons e da altri privati, avrebbero inciso su oltre mille seggi equivalenti a circa 7 milioni di voti. L’ex presidente ha persino presentato una domanda di nullità elettorale, ammessa dalla Sezione quinta del Consiglio di Stato colombiano, che però si limita a chiedere un’audizione giudiziaria sulle elezioni.

Nello stesso tempo, l’ex candidato presidenziale Iván Cepeda ha nominato un gabinetto parallelo a quello di De La Espriella con la finalità di “contrastare” le decisioni del governo di estrema destra con “solidi argomenti” affinché “nulla di ciò che è stato raggiunto” durante l’unico governo progressista del Paese “vada perduto”. Sottovoce, anche la destra moderata, memore del fallimento del Plan Colombia e delle sue vittime, si dice preoccupata a causa della svolta militare.

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Colombia: «Bambini in pericolo tra scuole crollate, famiglie divise e gruppi armati»

13 Agosto 2026 ore 12:49


I danni del terremoto aggravano una situazione umanitaria già complessa, in un territorio in cui forte è anche la presenza di gruppi armati: Chocó e Buenaventura sono le aree – già vulnerabili – più colpite dal sisma in Colombia, in cui si contano ancora vittime, feriti, sfollati e dispersi, con i numeri che aumentano di ora in ora. 

È qui che si sta concentrando l’intervento di Unicef, rivolto in particolare a bambini e adolescenti, che vivono sulla propria pelle non solo danni e perdite, ma anche l’interruzione di servizi essenziali come la scuola, la separazione dalle famiglie e l’aumento dei rischi per la salute e la sicurezza.

Ne parliamo con Paola Franchi, Head of Child Protection dell’Unicef Colombia Country Office, che da lì ci racconta la situazione che ha davanti agli occhi. 

Innanzitutto i numeri: qual è al momento il bilancio dei danni? 

Lo Stato colombiano sta ancora valutando l’impatto complessivo del terremoto. Secondo le ultime informazioni disponibili, almeno 181 persone hanno perso la vita, 184 risultano ancora disperse e oltre 2.700 sono rimaste ferite. Nelle aree più remote, come il Chocó sulla costa del Pacifico, le difficoltà di accesso limitano la possibilità di valutare l’entità dei danni. Sappiamo che nelle aree più densamente popolate, tra cui Cali e Pereira, due grandi città qui in Colombia, l’impatto è stato particolarmente grave. Migliaia di famiglie sono state sfollate e stanno trovando riparo presso parenti, in spazi comunitari o nei centri di accoglienza allestiti in questo momento dalle autorità locali. 

Come state garantendo la sicurezza del personale di Unicef? 

Al momento non abbiamo segnalazioni di personale Unicef direttamente colpito dal terremoto. Sul territorio ci sono gli operatori umanitari che portano avanti le operazioni di ricerca e soccorso – al momento le più urgenti – e di assistenza alle comunità colpite. Nel Chocó, dove abbiamo un ufficio, tutto il personale è al sicuro, anche se l’ufficio ha riportato dei danni. Unicef e i suoi partner stanno adottando tutti i protocolli di protezione già previsti, perché il personale possa continuare a operare nelle condizioni di maggiore sicurezza possibile, continuando a garantire assistenza essenziale alle popolazioni, alle famiglie e ai bambini colpiti.

Paola Franchi, Unicef Colombia

Dal vostro punto di vista, quali sono le ricadute più gravi che il terremoto può avere su bambini e ragazzi?

Chiaramente, dopo un disastro di questa portata, i bambini affrontano sfide grandissime. Al momento non sono ancora disponibili i dati disaggregati sul numero di bambini coinvolti, ma l’esperienza dimostra che sono tra i gruppi più vulnerabili in situazioni di emergenza e questo, come Unicef, lo abbiamo visto anche in Venezuela. Oltre ai bisogni immediati più fisici, molti bambini stanno vivendo un forte stress emotivo: sicuramente avranno bisogno di sostegno psicosociale per affrontare le conseguenze del disastro. Lo stesso vale per i loro genitori.

I servizi essenziali sono garantiti in questo momento?

Chiaramente non sono ancora accessibili nelle zone più colpite. Ci sono danni alle infrastrutture che hanno reso difficile, per esempio, l‘accesso ad acqua potabile, elettricità, istruzione, servizi di protezione, servizi di assistenza sanitaria basica e telecomunicazione. La difficoltà di connessione a Internet e la dispersione geografica di queste comunità stanno anche ostacolando la valutazione dei bisogni e la distribuzione degli aiuti.

Proprio Unicef ha fatto sapere che circa 800 scuole sarebbero state colpite. Conferma questo dato?

Ora le autorità stimano che siano 1.058 le scuole colpite dal terremoto: ci preoccupa molto l’interruzione delle attività didattiche, anche perché le scuole sono luoghi protetti e sicuri per i bambini. L’entità dei danni è ancora in fase di valutazione, però il fatto che le scuole siano state danneggiate non compromette quindi solo il diritto dei bambini all’istruzione, ma accresce anche i pericoli, soprattutto in zone già colpite da un lungo conflitto armato, in cui gli stessi bambini erano esposti al rischio di reclutamento, violenza fisica e psicologica. Quindi, per noi, ripristinare l’accesso alle scuole è fondamentale per garantire la protezione dei bambini.

Quali sono le zone più vulnerabili in questo momento?

La zona pacifica del Chocó e Buenaventura, perché hanno una limitata capacità istituzionale, sono poco accessibili e soffrono per la presenza di gruppi armati: per questo, Unicef è presente in queste zone da molto tempo, per far fronte alla crisi umanitaria che in questi territori era già grave. Ora però il terremoto rende queste popolazioni, per lo più afrocolombiane e indigene, ancora più vulnerabili. Per questo, abbiamo deciso di concentrare il nostro intervento qui, piuttosto che nelle grandi città: perché queste ultime, pur essendo state colpite dal sisma, hanno un migliore accesso ad assistenza e servizi. 

Quali aiuti sta fornendo concretamente Unicef alla popolazione?

Per rispondere ai bisogni più urgenti, stiamo fornendo kit per l’igiene (anche mestruale e della famiglia) e serbatoi per lo stoccaggio dell’acqua. Stiamo inoltre collaborando con l‘Istituto colombiano per il benessere familiare, per capire insieme quali siano le necessità. Crediamo che sia prioritario ricongiungere i bambini alle famiglie da cui alcuni sono stati separati con il sisma e garantire a loro un adeguato sostegno psicologico.  Se saranno allestite strutture per l’accoglienza delle persone sfollate, sarà importante creare al loro interno spazi in cui i bambini possano avere accesso al gioco, al sostegno psicosociale ed eventualmente anche all’istruzione.

Come proseguirà l’intervento di Unicef nelle prossime fasi dell’emergenza?

In stretto coordinamento con le autorità nazionali e locali e con i partner umanitari, continuiamo a valutare l’evoluzione dei bisogni e siamo pronti ad aumentare gli interventi nel territorio, per garantire ai bambini e alle famiglie l’accesso a un’assistenza che garantisca loro protezione, sostegno e accesso ai servizi essenziali.

Qui il link per sostenere il lavoro di Unicef

Tutte le foto sono di Augusto Pinedo per Unicef

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Terremoto in Colombia

13 Agosto 2026 ore 19:31
Ascolta Durata 58m 6s In studio con Eder Obando riportiamo alcune informazioni sul recente terremoto in Colombia ma soprattutto il contesto politico devastante in cui tutto ciò è accaduto , esattamente nei giorni dell’insediamento del nuovo Presidente di estrema destra ...
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