Dall’origine delle materie prime alla sostenibilità, il passaporto digitale promette di rivoluzionare gli acquisti. L’Unione Consumatori Italiani rilancia la sfida: «Basta slogan, servono informazioni verificabili».
Un’etichetta racconta quello che il produttore decide di scriverci. Ma se una semplice scansione potesse svelare molto di più? Dove nasce un prodotto, quali materiali contiene, come viene realizzato, quali certificazioni possiede e perfino come smaltirlo quando avrà terminato la propria vita.
Il futuro degli acquisti potrebbe essere racchiuso in un QR code. Non un altro strumento pubblicitario, ma una vera carta d’identità digitale capace di accompagnare ogni prodotto lungo il suo percorso, dalla fabbrica al consumatore. È la prospettiva aperta dal Digital Product Passport (DPP), il passaporto digitale previsto dalla normativa europea sull’economia circolare, destinato a essere introdotto progressivamente in diversi settori. Una trasformazione che, secondo UCI – Unione Consumatori Italiani, rappresenta un’opportunità per riequilibrare il rapporto tra chi vende e chi acquista.
Dal packaging alla trasparenza: la confezione comincia a parlare
Il tema è stato affrontato a Milano durante Oltre il brand, appuntamento al quale ha partecipato UCI e dove Antares Vision Group e Genuine Way hanno presentato DEOPP, una soluzione tecnologica progettata per facilitare l’accesso al passaporto digitale anche alle piccole e medie imprese.
«Il packaging del futuro avrà una doppia dimensione», spiega l’avvocato Massimiliano Albanese, segretario federale UCI. La prima resterà fisica, con la funzione di proteggere il prodotto. La seconda sarà digitale, trasformando la confezione in uno strumento per conoscerne storia, caratteristiche e identità. E prosegue: «La tecnologia deve aiutare i cittadini a scegliere, non soltanto le imprese a rispettare le norme».
Non si tratta semplicemente di aggiungere informazioni a quelle già presenti sulle etichette. L’obiettivo è renderle facilmente consultabili, comprensibili e soprattutto verificabili. «La tecnologia ha valore quando riduce l’asimmetria informativa tra chi vende e chi compra», sottolinea ancora Albanese.
Addio greenwashing? Quando la sostenibilità deve mostrare le prove
La questione riguarda anche un fenomeno sempre più discusso: il greenwashing, ovvero la tendenza a presentare prodotti e attività come ambientalmente sostenibili attraverso messaggi che non sempre trovano adeguato riscontro nei fatti. Oggi termini come green, naturale ed ecosostenibile affollano confezioni e campagne pubblicitarie. Ma quanto sono attendibili? Per UCI, il passaporto digitale può diventare uno strumento per distinguere le dichiarazioni commerciali dalle caratteristiche effettivamente documentate.
Un’informazione, avverte Albanese, non è automaticamente trasparente soltanto perché disponibile. Deve essere attendibile, aggiornata, controllabile e formulata in modo che chiunque possa comprenderla. La sfida è costruire un mercato nel quale la credibilità non dipenda dalla capacità di raccontarsi, ma dalla possibilità di dimostrare ciò che si afferma.
Albanese: «Al centro il consumatore, non soltanto gli obblighi delle aziende»
Il rischio, secondo UCI, è che il passaporto digitale si trasformi nell’ennesimo adempimento burocratico, utile alle imprese per certificare il rispetto delle normative ma poco significativo per i cittadini. «Se il passaporto digitale serve soltanto a dimostrare che un’impresa è compliant, ovvero che rispetta le leggi e i regolamenti, abbiamo risolto un problema dell’impresa. Se invece permette al consumatore di sapere, confrontare e scegliere, allora abbiamo risolto un problema del mercato», osserva Albanese.
È questa la distinzione fondamentale: la digitalizzazione deve produrre diritti e opportunità, non semplicemente nuovi archivi di dati. Per riuscirci occorrerà evitare che la quantità di informazioni diventi un ostacolo, così come sarà necessario garantire strumenti accessibili anche a chi ha meno familiarità con smartphone e tecnologie digitali.
La rivoluzione, dunque, non consisterà soltanto nel poter interrogare un prodotto attraverso il telefono, ma nel ricevere risposte comprensibili e affidabili. Perché il consumatore del futuro non dovrebbe essere costretto a fidarsi di uno slogan. Dovrebbe poter verificare ciò che compra. E soprattutto scegliere sapendo davvero che cosa sta acquistando.
di Catalina Balla (*) Qualche volta guardare lontano ci permette di capire meglio cosa sta accadendo e cosa si profila. Quando i sistemi di sorveglianza diventano parte integrante del panorama In America Latina, i sistemi di sorveglianza stanno “colonizzando” gli...
C’è una Malesia che va oltre le spiagge tropicali e le torri di Kuala Lumpur. È quella di una nuova economia che sta attirando investimenti internazionali, di una capitale sempre più cosmopolita e di isole dove il lusso non significa necessariamente isolamento, ma rapporto con la natura.
Nel 2025 il Paese ha raggiunto il record di 426,7 miliardi di ringgit di investimenti approvati, circa 92 miliardi di euro, l’11% in più rispetto all’anno precedente. Quasi la metà, 207,1 miliardi di ringgit, arriva dall’estero, mentre il settore dei servizi rappresenta il 65,9% degli investimenti complessivi. Ancora più interessante è la crescita dell’economia digitale: information & communications ha raccolto 152,9 miliardi di ringgit di investimenti approvati, sostenuti da AI, cloud, big data e data centre.
È anche per questo che Kuala Lumpur, Penang e Langkawi stanno diventando basi interessanti per chi lavora da remoto. Il programma De Rantau, lanciato dalla Malaysia Digital Economy Corporation, è stato pensato proprio per attrarre nomadi digitali e professionisti internazionali: inizialmente rivolto al mondo tech, è stato successivamente esteso anche a professioni come consulenti, manager, pr, commercialisti e altri professionisti che lavorano da remoto. Nel 2024 erano già state presentate oltre 4mila richieste per il Nomad Pass, con migliaia di hub certificati in tutto il Paese.
Il risultato è una destinazione che unisce infrastrutture moderne, connessioni internazionali, costo della vita relativamente competitivo rispetto ad altri grandi hub asiatici e una qualità dell’offerta turistica sempre più sofisticata. È forse questa la vera novità. La Malesia non è più soltanto una tappa di un itinerario nel Sud-est asiatico. Sta diventando un luogo in cui fermarsi.
Kuala Lumpur offre infrastrutture e servizi di una grande capitale asiatica; Penang aggiunge patrimonio, creatività e gastronomia; Langkawi porta il viaggio nella natura. Il programma De Rantau parla chiaro: l’incremento degli investimenti digitali e la crescita degli hub per lavoratori da remoto sono segnali di una strategia precisa: attirare persone, competenze e capitali internazionali, non soltanto turisti.
E proprio questa combinazione: economia in crescita, apertura internazionale, natura e una nuova idea di lusso; che rende oggi la Malesia uno dei Paesi asiatici da osservare più attentamente. Non soltanto per una vacanza, ma per capire dove si sta spostando il baricentro del nuovo lifestyle internazionale. Ecco le esperienze da non perdere.
1. Vivere Kuala Lumpur dal suo hotel più storico
Per capire profondamente Kuala Lumpur si può iniziare l’esplorazione dal The Majestic Hotel Kuala Lumpur, oggi parte di Autograph Collection by Marriott. L’edificio originale risale al 1932 e fu progettato come uno degli indirizzi più importanti della capitale dell’epoca: architettura neoclassica, dettagli Art Déco, ricevimenti dell’élite coloniale e una posizione strategica di fronte alla storica stazione ferroviaria.
Dopo un periodo di declino e il rischio di demolizione, l’edificio è stato restaurato e riportato alla sua funzione alberghiera. Oggi il complesso unisce la parte storica alle strutture contemporanee e mantiene alcuni degli spazi più scenografici della città. Uno dei rituali da non perdere è l’afternoon tea nell’Orchid Conservatory, una sala in vetro trasformata in una sorta di giardino tropicale dove le phalaenopsis abbracciano gli ospiti, a migliaia.
Non è semplicemente un tè pomeridiano, antico retaggio inglese, ma una delle esperienze più teatrali della Kuala Lumpur coloniale reinterpretata in chiave contemporanea.
2. Dormire nella giungla al The Datai Langkawi
Il lusso cambia completamente prospettiva quando si arriva a Langkawi, isola tropicale nel mare delle Andamane dai tramonti spettacolari. Qui l’esperienza da mettere imperdibile è alloggiare al The Datai Langkawi, resort immerso nella foresta pluviale di Datai Bay, dove le ville sono costruite sopraelevate tra la vegetazione.
Le Rainforest Villas, 123 metri quadrati, sono immerse nella foresta e collegate alle aree comuni attraverso percorsi che attraversano la vegetazione. Per chi cerca ancora più privacy ci sono le Rainforest Pool Villas, con piscina privata. Non è soltanto una questione di posizione.
The Datai è diventato uno degli indirizzi più riconoscibili dell’ospitalità asiatica proprio per il modo in cui il progetto architettonico si confronta con l’ambiente naturale. Nel 2026 Tatler Best Malaysia lo ha premiato come Hotel of the Year, Best Resort e Best Hotel Spa, mentre nel 2025 Condé Nast Traveller lo ha collocato al secondo posto tra i resort del resto dell’Asia nella Readers’ Choice.
3. Cenare al Dewakan, per capire la Malesia attraverso il cibo
A Kuala Lumpur la cena al Dewakan è quasi una lezione di geografia malese. Il ristorante dello chef Darren Teoh occupa il 48esimo piano della Naza Tower e costruisce il proprio percorso gastronomico intorno a ingredienti locali, spesso poco conosciuti, raccolti, fermentati, essiccati o trasformati direttamente nella cucina. È oggi l’unico ristorante della Malesia con due stelle Michelin, oltre ad aver ricevuto la Michelin Green Star per il lavoro sulla sostenibilità.
Il suo menu non cerca di imitare la cucina europea, ma parte dalla biodiversità del Paese per trasformarla in alta cucina contemporanea. È probabilmente il modo più interessante per comprendere quanto la cucina malese stia cambiando: non una semplice reinterpretazione del patrimonio locale, ma una ricerca sulle materie prime indigene e sulla loro possibilità di entrare nell’alta gastronomia internazionale. In un modo davvero sorprendente.
4. Scoprire Penang attraverso una tavola condivisa
Se Kuala Lumpur racconta la nuova Malesia economica e internazionale, Penang racconta quella gastronomica. George Town è una delle capitali asiatiche dello street food, ma negli ultimi anni l’isola ha sviluppato una scena di alta cucina capace di dialogare con la tradizione.
Una delle nuove tappe è Communal Table by gēn, nel Seven Street Precinct di George Town (ovvero la via più famosa per lo street food). Solo 24 posti, tutti disposti su una lunga tavolata con cucina a vista, e un’idea di ristorazione che recupera il concetto originario della tavola condivisa. Il progetto fa capo allo chef Johnson Wong, fondatore di gēn, che ha studiato al Le Cordon Bleu Sydney e maturato esperienze in ristoranti internazionali di alto livello, tra cui Restaurant Kei a Parigi e Joël Robuchon a Macao.
Qui la cucina parte dai prodotti malesi e dai sapori della memoria per portarli in una dimensione più contemporanea, con tecniche moderne e una filosofia meno formale rispetto al fine dining tradizionale: un bistrot ben pensato. È un indirizzo che racconta bene la nuova Penang: ancora profondamente legata al suo patrimonio, ma sempre più internazionale.
5. Dormire all’Eastern & Oriental, dove iniziò la storia dei Sarkies
A Penang il viaggio nel tempo continua all’Eastern & Oriental Hotel, fondato nel 1885 dai fratelli Sarkies, una famiglia armena che avrebbe contribuito a costruire alcuni degli alberghi più celebri dell’Asia, dal Raffles di Singapore allo Strand di Yangon.
La storia dell’E&o nasce proprio dall’incontro fra l’Oriente e il mondo coloniale: i Sarkies avevano aperto inizialmente un hotel chiamato Eastern e, un anno dopo, il vicino Oriental. Le due strutture vennero poi riunite dando vita all’Eastern & Oriental. Oggi è considerato la grande dame degli hotel storici di Penang, affacciato direttamente sul mare nel cuore della George Town, dichiarato patrimonio Unesco.
La Heritage Wing, l’ala più antica, conserva l’atmosfera più storica, mentre la Victory Annexe porta l’hotel nel presente. È il tipo di albergo in cui la storia non è una decorazione, ma parte integrante dell’esperienza, con i cannoni (veri) sul camminamento e tanti dettagli antichi (a volte anche in vendita) che ricordano gli anni d’oro della Penang pre bellica.
6. Entrare nella foresta di Langkawi con un naturalista
Al The Datai la giungla non è soltanto ciò che si vede dalla propria villa. È il vero spazio da esplorare. Con i naturalisti del resort si possono percorrere sentieri nella foresta e raggiungere Crystal Creek, una piccola cascata e piscina naturale raggiungibile dopo un breve tragitto in auto e circa 500 metri di cammino nella foresta.
Il percorso permette di osservare flora e fauna dell’ecosistema e di immergersi nelle acque fresche del torrente. È un’esperienza particolarmente significativa perché Langkawi è una Unesco Global Geopark dal 2007, con tre aree geologiche protette: Machinchang Cambrian Geoforest Park, Kilim Karst Geoforest Park e Dayang Bunting Marble Geoforest Park.
Il valore aggiunto è la presenza dei naturalisti residenti del Datai, che trasformano una semplice escursione in un’interpretazione del territorio: dalle piante medicinali agli uccelli, dai corsi d’acqua alla storia geologica dell’isola.
7. Ritrovare l’Europa, con le Petronas davanti agli occhi
Per chi, dopo qualche giorno tra foresta, spezie e cucina malese, sentisse il bisogno di un’impronta europea, c’è Molina, al 51esimo piano di The Face Style.
Il ristorante è guidato da Guillaume Depoortere, chef belga che nel 2025 ha ottenuto una stella Michelin e il premio Opening of the Year della Guida Michelin Kuala Lumpur & Penang. La cucina unisce tecniche francesi, sensibilità nordica e ingredienti asiatici, con una particolare attenzione a pesce e verdure.
La posizione completa l’esperienza: dall’alto lo skyline di Kuala Lumpur diventa parte della cena, con le torri Petronas e la nuova città verticale che raccontano, meglio di qualsiasi dato economico, la trasformazione della capitale.
Il decreto 179 adegua l'ordinamento italiano all'AI Act e distribuisce i poteri sanzionatori tra ACN, AgID, Banca d'Italia, CONSOB, IVASS e Garante privacy. Multe fino al 7% del fatturato mondiale convivono con procedure diverse, rinvii normativi e garanzie affidate anche alla giurisprudenza
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L’EDPB chiarisce che fabbricanti e fornitori di servizi per smart glasses possono rispondere dei dati dei passanti anche quando l’utente agisce in ambito domestico. Trasparenza, base giuridica e protezione fin dalla progettazione diventano obblighi centrali per produttori, imprese e strutture sanitarie
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I leader dell’intelligenza artificiale invocano una pausa nello sviluppo dei modelli avanzati, ma l’allarme sulla perdita di controllo intreccia sicurezza, interessi industriali e strategie oligopolistiche, mentre cresce il rischio che le decisioni tecnologiche sfuggano alla verifica democratica e si concentrino nelle mani delle grandi piattaforme
Due arresti, tra Germania e Stati Uniti, accendono i riflettori sulle attività di spionaggio internazionale. Al centro delle indagini ci sono un ex vertice dell'intelligence tedesca e una presunta agente cinese accusata di aver sorvegliato il figlio del presidente di Taiwan
Dall’11 settembre 2026 i fabbricanti devono gestire le segnalazioni previste dal Cyber Resilience Act, collegando le vulnerabilità dei componenti ai prodotti finali. Contratti, canali urgenti, inventari e procedure interne diventano decisivi per rispettare i termini e informare correttamente gli utilizzatori
Il progetto ERP di IMESA mostra come la modernizzazione di un sistema gestionale possa diventare un percorso di trasformazione organizzativa. Dall’analisi dei processi alla scelta di Oracle NetSuite, il caso mette al centro standardizzazione, integrazione dei dati e capacità di evolvere
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L'integrazione della GenAI nei processi produttivi di Angelini Pharma, realizzata con Class Reply, trasforma trent'anni di annotazioni degli operatori in indicazioni in tempo reale, aumentando l'efficienza dei lotti e ottimizzando i fermi macchina
BCE, Banca d’Italia e IVASS chiedono alle banche di rafforzare la resilienza digitale davanti a minacce informatiche accelerate dall’AI. La risposta deve unire valutazione dell’esposizione, priorità di intervento, Risk Appetite, coordinamento tra funzioni e informazioni utili al Consiglio di Amministrazione
Rendere un sito web o un’app accessibili non significa soltanto rispettare una serie di requisiti tecnici, tante caselle da spuntare. L’obiettivo ultimo è permettere alle persone di usare servizi digitali in autonomia, senza incontrare ostacoli legati alla vista, alla mobilità o alle modalità di interazione con un dispositivo. Nonostante l’entrata in vigore dell’European Accessibility Act nel giugno 2025 abbia rafforzato gli obblighi per le aziende, la distanza tra le regole e la loro applicazione resta significativa.
Una ricerca condotta da Accessiway su centosette siti web di società quotate appartenenti a cinque indici azionari europei ha rilevato che il novantotto per cento presenta ancora almeno una barriera di accessibilità. È un dato che mostra quanto il lavoro da fare sia ancora ampio e quanto sia importante integrare l’accessibilità nei processi di progettazione, sviluppo e manutenzione dei servizi digitali.
È in questo contesto che si inserisce il riconoscimento ottenuto da Accessiway, nominata Leader nel primo “Gartner®️ Magic Quadrant™️ for Digital Accessibility”, pubblicato il 5 ottobre 2026. Si tratta della prima edizione del report di Gartner dedicata alle piattaforme per l’accessibilità digitale, che sostituisce il precedente Market Guide. La valutazione si basa su due dimensioni: la capacità di esecuzione e la completezza della visione.
Fondata a Torino nel 2021 e parte del gruppo europeo team.blue, Accessiway propone una piattaforma che combina controlli automatizzati, audit condotti da esperti, test con utenti e strumenti basati sull’intelligenza artificiale per intervenire sui problemi individuati. La soluzione consente di gestire l’accessibilità di siti web, applicazioni web, app mobile native e documenti pdf.
Gli audit vengono raccolti in una dashboard che permette di monitorare i progressi e organizzare gli interventi correttivi, anche attraverso l’integrazione con Jira. L’offerta comprende inoltre una soluzione specifica per i pdf, pensata per rendere i documenti accessibili e conformi a standard come WCAG 2.2 livello AA ed EN 301 549.
«Siamo onorati di essere stati nominati Leader nel primo “Gartner®️ Magic Quadrant™️” dedicato all’accessibilità digitale», ha detto Amit Borsok, Ceo e cofondatore di Accessiway. «Tecnologia, normativa e aspettative degli utenti stanno evolvendo rapidamente. Vogliamo anticipare questo cambiamento, andando oltre gli approcci convenzionali per rispondere alle esigenze dei nostri clienti e delle persone che utilizzano ogni giorno i loro servizi digitali. Il nostro obiettivo è rendere il web accessibile a tutti, affinché nessuno debba rinunciare a un servizio perché non è in grado di utilizzarlo».
L’accessibilità digitale richiede infatti un lavoro che non si esaurisce con una verifica iniziale: siti, applicazioni e documenti cambiano continuamente e possono introdurre nuove barriere nel tempo. Per le aziende, la sfida è quindi costruire processi capaci di mantenere l’accessibilità nel corso dell’intero ciclo di vita dei servizi.
Al Duomo Space, sei dei principali responsabili della tecnologia delle grandi aziende italiane si sono ritrovati allo stesso tavolo per Forbes Powering Innovation, il progetto di Forbes Italia powered by HP. Un libero confronto sui temi più caldi, quelli che di solito si affrontano lontano dai riflettori.
Dal format editoriale al tavolo comune
L’incontro nasce dagli episodi dell’omonimo progetto podcast di Forbes Italia. A guidarlo è stato Antonio Ravenna, giornalista e coordinatore tax & legal di Forbes Italia, che ha ricordato come con quasi tutti gli ospiti avesse già condiviso un microfono. L’idea era portare allo stesso tavolo i protagonisti di quelle conversazioni, perché, ha spiegato, ognuno affronta responsabilità simili in contesti e con approcci diversi. Da qui la convinzione che “questa diversità, messa a confronto e a fattor comune, possa essere un grande valore aggiunto per tutti voi”.
Sei profili, sei modi di governare la tecnologia
Prima del confronto, Cristiano Testa, end user sales director di Hp Italy, ha aperto i lavori. Hp è una multinazionale della tecnologia, tra i principali protagonisti mondiali nel settore dei personal computer, delle stampanti e delle soluzioni per il posto di lavoro digitale. È l’azienda che ha “powered” il progetto, portando al tavolo la prospettiva di chi la tecnologia la mette ogni giorno nelle mani delle persone.
A raccontarsi sono stati Massimiliano Baga, group chief information officer di Bper Banca, un istituto che ha moltiplicato i propri confini, e Cristiano Agostini, group chief information officer di Prada Group, maison che custodisce l’unicità come un patrimonio. Con loro Alessandro Bottin, global infrastructure & operation director di Prysmian, il gruppo che cabla il pianeta, e Roberto Mazzilli, chief It group officer di Tim, impegnato a rinnovare ogni giorno una rete costruita in decenni. Hanno completato il quadro il direttore dei sistemi e delle infrastrutture tecnologiche e chief information security officer di un operatore che ha fatto di reti diverse una rete sola: Cosimo Buccella di Wind Tre, e Matteo Veneziani, chief digital transformation officer & change leader di PwC Italia, firma della consulenza che trasforma gli altri e, ogni giorno, anche sé stessa.
Dal ruolo ai costi, dall’infrastruttura al rischio
Il punto di partenza lo ha dato Ravenna: “Il Cio di dieci anni fa custodiva l’infrastruttura. Quello di oggi siede al tavolo della strategia”. Da lì il dibattito ha toccato le sfide che pesano di più oggi, comprese quelle che solo dodici mesi fa nessuno aveva messo in agenda, e il tema dei costi e benefici: priorità, investimenti e responsabilità di spesa tra la funzione It e il resto dell’azienda.
Ampio spazio anche alle scelte infrastrutturali, al rapporto tra controllo e potenza, al peso dei fornitori e al valore dell’eredità tecnologica, fino al governo del rischio e al fenomeno dello shadow AI, da arginare incanalandolo all’interno di percorsi condivisi e, soprattutto, controllati di sperimentazione.
Persone, competenze e i numeri dell’Hp Work Relationship Index
Il confronto si è poi spostato sulle persone, toccando anche il tema della formazione in materia di AI, con l’importanza di valorizzare lo spirito innovativo delle nuove generazioni da una parte e il profondo know how aziendale dei senior dall’altra. Sullo sfondo i dati dell’Hp Work Relationship Index: ha un rapporto sano con il lavoro il 29% dei knowledge worker, otto punti in più rispetto al 2025, ma in Italia ci si ferma al 22%.
Dal custode dell’infrastruttura al regista della strategia, il Cio è oggi chiamato a governare tecnologia, costi, rischio e persone: è su questo equilibrio che si giocherà la competitività delle aziende italiane.
Una restrizione improvvisa della velocità dei terminali Starlink e Starshield ha interrotto missioni con i droni ucraini. Il servizio è stato ripristinato il 15 ottobre, ma resta senza spiegazione pubblica chi abbia deciso i limiti. Ecco il senso di quanto accaduto e le implicazioni per la sovranità digitale e militare dell'UE
Procure e legislatori statali stanno colmando il vuoto lasciato dal Congresso sulla sicurezza dell’AI negli Stati Uniti, mentre la Casa Bianca tenta di limitare le norme locali e i laboratori propongono un rallentamento volontario esposto a responsabilità civile, antitrust e pressioni politiche
L’Europa deve rendere disponibile l’EUDI Wallet entro dicembre 2026, ma il finanziamento dell’ecosistema resta aperto: imprese, settore pubblico e intermediari dovranno coprire emissione, gestione e verifica delle attestazioni senza scaricare i costi sui cittadini né comprometterne la riservatezza in tutta Europa
Quando medico e intelligenza artificiale convergono troppo facilmente, automation bias e sycophancy possono trasformare una presunta seconda opinione in una conferma dell’errore. Nei sistemi clinici ad alto rischio, dissenso progettato, resilienza epistemica, stop rules ed exit plan diventano strumenti di sicurezza
La trasformazione della CAI digitale in un percorso guidato su WhatsApp permette a Vittoria Assicurazioni e ad Artea di unire rispetto delle norme IVASS, semplicità di compilazione e verifica automatica delle denunce di sinistro
L’intelligenza artificiale cambia la formazione medica: agli studenti non basta usare nuovi strumenti, devono imparare a verificarne risposte e fonti. I percorsi transdisciplinari di Humanitas University uniscono medicina, ingegneria e data science, mentre docenti e università ripensano valutazione, responsabilità e rapporto con il paziente
Nelle grandi imprese entrano in media 21 nuove applicazioni SaaS al mese, ma il portafoglio resta quasi fermo. Il ricambio continuo, le integrazioni, l’AI e i modelli a consumo spostano così il problema dal numero delle licenze al debito operativo che l’organizzazione deve governare
La migrazione full cloud porta server, applicazioni, strumenti di collaborazione e backup fuori dall’azienda, sostituendo l’hardware locale con servizi gestiti. Un passaggio che promette costi più prevedibili e maggiore continuità operativa, ma impone scelte precise sul controllo dei dati e dei fornitori
di Gianluca D’Andrea Habitus digitale, rubrica a cura di Italo Testa Se la pagina non appartiene mai interamente a chi la firma, non è perché l’autore scompaia, ma perché la scrittura rende visibile la trama di letture, memorie, formule ricevute e urti con altre voci entro cui ogni gesto individuale prende forma. Oggi, …
Cercare online informazioni sulla propria salute può aiutare a comprendere meglio sintomi e malattie. Può però anche alimentare preoccupazioni e aumentare il ricorso ai servizi sanitari. I dati europei mostrano le due facce del paziente digitale.
Cercare online informazioni sulla propria salute può aiutare a comprendere meglio sintomi e malattie. Può però anche alimentare preoccupazioni e aumentare il ricorso ai servizi sanitari. I dati europei mostrano le due facce del paziente digitale.
A #Ferrara il dato ambientale diventa #infrastruttura pubblica: #sensori, #satelliti, #citizenscience e #software #opensource vengono messi a sistema per capire come cambia il clima della città e orientare gli interventi urbani.
Un progetto italiano, nato anni fa e oggi riconosciuto a livello europeo, che mostra come l'open-source possa diventare uno strumento concreto di adattamento climatico nella #PianuraPadana.
Il rumore contemporaneo non è soltanto quello che ci circonda: è anche la dispersione della nostra attenzione.Heidegger, Simone Weil, Byung-Chul Han e Hartmut Rosa ci aiutano a capire perché ascoltare sia diventato così difficile.Una riflessione filosofica su rumore, distrazione, accelerazione, attenzione e incontro con l’altro. Basta entrare in un bar per accorgersi di qualcosa che […]
Forse in pochi ci avevano pensato, ma dal momento che gli agenti AI navigano sul Web per raccogliere informazioni e compiere operazioni per conto degli utenti, potrebbe essere una buona idea mascherarne le attività per evitare di fornire contesti non voluti a siti web e servizi di cui non sappiamo granché. Bitdefender ha infatti presentato […]
Immagine in evidenza rielaborata con l’ausilio dell intelligenza artificiale
Guerre, attacchi informatici e condizioni climatiche al limite della sopportazione: il panorama internazionale restituisce la fotografia di una situazione allarmante, che mette alle strette ministri e premier di tutto il mondo, costringendoli a cercare una soluzione che permetta loro di garantire una continuità governativa anche in presenza di scenari catastrofici, salvaguardando i dati di proprietà del loro paese di appartenenza.
“La crescente instabilità geopolitica, le minacce informatiche e i rischi di concentrazione associati alla localizzazione dei dati stanno spingendo i governi ad andare oltre i modelli tradizionali di sovranità incentrati sulla residenza dei dati”, chiarisce Daniel Nieto, Senior Director Analyst di Gartner, società di analisi specializzata in business e tecnologia, precisando che “questo cambiamento sta aumentando l’attenzione verso strategie operative resilienti come la sovranità dispersa, che separa i dati essenziali, le applicazioni e le infrastrutture dalla geografia fisica, mantenendo al contempo la sovranità attraverso la giurisdizione legale”.
Secondo la società di analisi, per proteggere i propri database da attacchi informatici e non, i governi internazionali sembrano essere sempre più orientati verso la costituzione di ciò che viene definito “ambasciata dei dati”: un’enclave protetta legalmente che, grazie ad accordi bilaterali, consente a una nazione di mantenere infrastrutture digitali critiche su suolo straniero, conservando la piena sovranità e il controllo sui propri dati.
La sicurezza è garantita da una forte crittografia end-to-end, con le chiavi di decrittazione conservate esclusivamente dal paese di origine. Una soluzione che, stando a un recente studio di Gartner, prenderà sempre più piede nel prossimo futuro: si prevede infatti che entro il 2029 almeno il 15% dei paesi situati in regioni geopoliticamente instabili stipulerà accordi formali relativi alle ambasciate dei dati, proprio al fine di garantire la continuità di servizi e operazioni governative. Man mano che i sistemi digitali diventano essenziali per la sopravvivenza di uno Stato, infatti, la resilienza operativa dipenderà sempre più dal controllo giuridico dei dati piuttosto che dalla loro vicinanza fisica.
“I registri governativi critici, tra cui i registri dello stato civile, i titoli di proprietà, i registri fiscali e i libri contabili possono essere replicati in ambienti esterni sicuri e funzionare come estensioni sincronizzate dei sistemi governativi principali”, precisa Nieto. “Questa soluzione contribuisce a garantire che i dati rimangano disponibili e che i servizi possano continuare a funzionare durante un ‘Black sky event’, ovvero quando le infrastrutture critiche nazionali e i sistemi governativi subiscono gravi interruzioni o vengono resi inoperativi”.
Non stupisce, allora, che alcuni dei governi internazionali abbiano già cominciato ad avviare la costituzione delle ambasciate dei dati. Il primo paese ad avere l’intuizione di ricorrere a un sistema di archiviazione digitale fuori dal proprio territorio è stato l’Estonia.
L’ambasciata digitale estone
Era il 2017 quando l’Estonia, dopo anni di riflessioni sul tema, finalizzò l’accordo con il Granducato di Lussemburgo per rendere operativa la sua ambasciata dei dati: un archivio digitale contenente le copie dei database considerati essenziali per il funzionamento e la continuità del paese baltico (il catasto elettronico, il registro della popolazione, il registro delle imprese, il registro nazionale della previdenza pensionistica e via dicendo).
Custodito all’interno di un data center con livello di sicurezza Tier 4 (il più elevato per le strutture di conservazione dei dati), l’archivio è situato fisicamente nel territorio lussemburghese, ma posto sotto il controllo del governo estone. Analogamente a un’ambasciata fisica, la “data embassy” gode di specifiche garanzie di immunità e inviolabilità, il che significa che nessuno, neppure le autorità lussemburghesi, può accedervi senza un’autorizzazione formale.
Quest’ultima è un’ulteriore garanzia per la sicurezza dei database, che rimangono accessibili, sia da remoto sia fisicamente, solo ed esclusivamente ai funzionari estoni autorizzati, a cui è concesso eseguire a distanza solo un numero limitato di azioni. L’intero sistema, per esempio, è progettato per impedire che i dati possano essere cancellati da remoto, e questo per evitare che qualche criminale informatico possa compromettere informazioni sensibili del governo estone. “Se qualcuno mi puntasse una pistola alla testa e dicesse: ‘Cancella tutti i nostri sistemi in Lussemburgo’, non sarebbe comunque possibile farlo”, ha spiegato Allan Allmere, funzionario del governo estone a capo dell’iniziativa dell’ambasciata digitale. “Anche nel caso in cui il nostro nemico più vicino invadesse l’Estonia e riuscisse ad accedere alle nostre sale dati, non potrebbe comunque cancellare ciò che conserviamo in Lussemburgo”.
Ogni dettaglio dell’ambasciata dei dati è pensato per garantirne la massima sicurezza, così da permettere al governo di avere a disposizione i database necessari per mantenere il paese operativo nel caso di cyberattacchi o altri incidenti paralizzanti. L’intuizione di ricorrere a questo sistema di archiviazione dei dati sensibili, avuta qualche anno fa da Taavi Kotka (CIO del governo estone dal 2013 al 2017), è arrivata in seguito a una lunga serie di attacchi informatici solitamente attribuiti a criminali informatici russi.
Tutto è cominciato nell’aprile del 2007, quando l’Estonia è stata colpita per la prima volta da una campagna di attacchi DDoS su larga scala durata circa tre settimane, che provocò pesanti interruzioni a siti governativi, banche e media: “È una questione di sopravvivenza”, aveva raccontato nel 2016 l’allora CIO estone, quando il progetto di ambasciata dei dati era già in fase di sviluppo. “Se dovesse presentarsi il peggiore degli scenari, le ambasciate dei dati consentirebbero al governo estone di continuare a fornire servizi pubblici fondamentali anche qualora non controllasse più il territorio fisico del Paese”.
Pur essendo un paese fortemente digitalizzato già da molti anni, l’idea del sistema di archiviazione sembrerebbe aver preso come ispirazione una versione “old school” dei backup che i diplomatici estoni eseguivano già da tempo. “Salvavamo [le informazioni] su nastri magnetici, poi i nostri collaboratori li riponevano in valigia, salivano su un aereo, volavano verso qualche ambasciata estone in giro per il mondo e li riponevano in una cassaforte”, ha raccontato ancora Allan Allmere. “Il governo estone a quel punto si è chiesto: ‘Ma perché stiamo facendo tutto questo lavoro manualmente?’”. Un quesito che, nel corso degli anni, ha interessato anche altri governi internazionali, che si sono mossi per seguire l’esempio dell’Estonia e mettere al sicuro alcuni dei propri database governativi più importanti.
Monaco, Singapore e India: ambasciate digitali nel mondo
Riconosciuta come modello di resilienza digitale per l’alto livello di sicurezza informatica raggiunto, e per aver elaborato un piano che possa garantire la continuità operativa del paese anche in un ipotetico scenario apocalittico, l’Estonia è stata d’esempio per non pochi governi internazionali. Nell’estate del 2021, il Principato di Monaco è diventato il secondo governo al mondo a ufficializzare un accordo con il Granducato di Lussemburgo per costituire un’ambasciata dei dati a Bissen.
Come nel caso dell’Estonia, il gemello digitale del cloud sovrano monegasco “fungerà da backup sicuro per i dati governativi di Monaco. Data la limitata estensione del territorio monegasco, e la sua vulnerabilità ai disastri naturali (in particolare i terremoti), l’archiviazione locale delle informazioni critiche non rappresentava un’opzione praticabile”, ha spiegato Johannes de Millo Terrazzani, consigliere del Principato. “Inoltre, l’e-ambasciata offre un ulteriore livello di protezione contro potenziali minacce informatiche. Il Lussemburgo garantisce preziose misure di protezione contro questi rischi”.
La scelta dei governi di assicurarsi un sistema di archiviazione al di fuori del proprio territorio, quindi, non è solo legata alla necessità di mettere in sicurezza i propri dati sensibili da attacchi informatici o similari. Come dimostra il caso del Principato di Monaco, la volontà di ricorrere a un’ambasciata digitale può dipendere anche dalla necessità di difendersi da eventuali calamità naturali o da una situazione geopolitica complessa.
Da qualche anno, per esempio, Singapore sta valutando la possibilità di costituire una propria ambasciata dei dati in India, all’interno della GIFT City, il centro finanziario internazionale dello stato del Gujarat. Al momento, però, l’India non sembra avere un quadro giuridico adeguato alla protezione dei dati sovrani archiviati al di fuori dei confini fisici di un paese: “Diverse nazioni, tra cui Singapore e gli Emirati Arabi Uniti, hanno manifestato interesse a istituire ambasciate dei dati in India”, ha spiegato Ketaki Mehta, avvocata specializzata nelle attività di GIFT City. “Tuttavia, l’ostacolo principale rimane l’assenza di un quadro giuridico specifico che garantisca alle ambasciate dei dati un riconoscimento formale e assicuri ai dati in esse conservati l’inviolabilità e l’immunità dalle leggi indiane in materia di perquisizione, sequestro, intercettazione, requisizione o altre forme di accesso da parte delle autorità nazionali”.
Mentre nel Gujarat si progetta di accogliere gli archivi digitali di paesi terzi, l’India è al lavoro con gli Emirati Arabi per avviare una collaborazione che potrebbe permettere in futuro la costituzione di ambasciate dei dati all’interno di strutture ospitate nei rispettivi territori.
“È una situazione vantaggiosa per entrambi i paesi”, ha commentato Sagar Vishnoi, cofondatore e direttore di Future Shift Labs, un’organizzazione no profit con focus su governance dell’AI, diritti digitali e tecnologie emergenti. “L’ambasciata dei dati è un concetto relativamente nuovo, in cui i dati di un paese – come i sistemi cloud, i database e le infrastrutture sicure – possono essere ospitati in un altro paese nel rispetto di specifici quadri normativi e di conformità”. Uno dei principali nodi da risolvere, come anticipato, è quello normativo: “L’idea è che, sebbene l’infrastruttura sia fisicamente situata in un altro Paese, i dati rimangano sotto la sovranità di quello d’origine e siano protetti da potenziali interferenze anche da parte del Paese ospitante”, prosegue Vishnoi. “Ma questi sono aspetti che entrambi i governi, in particolare i ministeri degli Affari esteri, dovranno definire nei dettagli”
Resilienza digitale
Il panorama internazionale parla chiaro: la resilienza di una nazione non è più definita solo dalla capacità di proteggerne il territorio o le istituzioni fisiche, ma anche dalla salvaguardia dei sistemi digitali, che sostengono la governance, le infrastrutture critiche e l’attività economica. In questo contesto, le ambasciate dei dati non devono essere intese come una soluzione di emergenza, bensì come uno strumento strategico in grado di garantire la continuità operativa di un paese quando le sue infrastrutture digitali vengono compromesse.
Lo dimostrano bene tanto il caso dell’Estonia quanto quello dell’Ucraina che, pochi giorni prima dell’invasione russa del febbraio 2022, ha approvato una legge straordinaria per consentire l’archiviazione dei dati governativi critici al di fuori del territorio nazionale: oltre 10 petabyte di informazioni sono state trasferite su un’infrastruttura cloud sicura, così da garantire la continuità delle funzioni governative ucraine nel caso in cui la guerra avesse costretto il paese a una condizione di estrema difficoltà.
Due esempi tutt’altro che isolati, che confermano come l’evoluzione tecnologica abbia creato nei governi internazionali una tale dipendenza dal digitale da richiedere una pianificazione strategica. Data center, piattaforme cloud e infrastrutture di rete non sono solo risorse strategiche, ma anche potenziali obiettivi, tanto per i criminali informatici quanto per le truppe nemiche. Proteggerli, quindi, è diventata una priorità per i governi di tutto il mondo. Il come, per ora, è in fase di lavorazione.
Come funziona un’ambasciata dei dati
Nonostante la funzione delle ambasciate dei dati sia ormai abbastanza chiara, lo stesso non si può dire del loro funzionamento, che coinvolge tanto gli aspetti tecnologici quanto quelli normativi. In una recente nota pubblicata dal think tank asiatico Observer Research Foundation (ORF), Samir Saran e La Toya Waha definiscono le ambasciate dei dati “come un continuum di architetture di resilienza adattabili a diversi contesti di minaccia, relazioni di fiducia e requisiti operativi”. Questo continuum è composto da tre modelli che descrivono un percorso progressivo dalla protezione dei dati alla piena continuità digitale:
il primo modello è il continuity mirroring. “I set di dati critici dal punto di vista operativo, ma non altamente sensibili, vengono replicati continuamente su un’infrastruttura sicura all’estero. Se i sistemi nazionali dovessero diventare indisponibili, i dati replicati forniscono una base rapida per il ripristino”.
il secondo è la data embassy: l’ambasciata dei dati come l’abbiamo fin qui raccontata. “I dati sensibili dei sistemi governativi vengono archiviati in una struttura localizzata sul territorio di un paese partner e legalmente protetta da un accordo bilaterale“.
il terzo modello estende il concetto dai dati al calcolo. “Anziché limitarsi a proteggere le sole informazioni”, scrivono Saran e Waha, “i partner di fiducia riservano una capacità di calcolo sicura che può essere attivata per eseguire carichi di lavoro fondamentali, per il governo o per le infrastrutture critiche, quando la capacità nazionale è compromessa o distrutta. Questo modello di ‘calcolo ombra’ è per ora in gran parte concettuale, ma riflette il prossimo passo logico nella pianificazione della resilienza”.
Nessuno di questi modelli richiede la condivisione ordinaria di informazioni altamente classificate. Come riferiscono i due esperti dell’ORF, infatti, l’obiettivo di queste azioni “non è quello di esportare i segreti più sensibili di uno Stato, ma di garantire che i governi, gli operatori delle infrastrutture critiche e le società che essi servono possano continuare a funzionare in caso di interruzioni strategiche”. Resta da vedere se i governi di tutto il mondo saranno in grado di sostenere un progetto tanto ambizioso.
Dalle scorte domestiche ai social network: ciò che comunichiamo senza accorgercene
Essere discreti non riguarda soltanto il modo in cui ci vestiamo.
Una persona può utilizzare uno zaino urbano, muoversi in modo naturale e non attirare particolare attenzione, ma allo stesso tempo comunicare una grande quantità di informazioni attraverso ciò che trasporta, ciò che racconta e ciò che pubblica online.
Nelle prime due parti dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo analizzato il concetto e la sua applicazione pratica.
Ora dobbiamo affrontare una domanda diversa:
Che cosa stiamo comunicando agli altri senza rendercene conto?
Per un prepper, questa domanda può riguardare:
scorte;
acqua;
energia;
equipaggiamento;
competenze;
spostamenti;
abitudini familiari;
presenza digitale.
Ed è qui che il Grey Man incontra un altro concetto importante: l’OPSEC.
Il NIST descrive l’OPSEC come un processo sistematico volto a proteggere informazioni generalmente non classificate che potrebbero rivelare capacità e intenzioni. Il processo comprende l’identificazione delle informazioni critiche, l’analisi delle minacce e delle vulnerabilità, la valutazione del rischio e l’applicazione di contromisure appropriate. Unterintelligence and Security Agency sottolinea che l’OPSEC protegge informazioni critiche, classificate o non classificate, che potrebbero essere utilizzate contro un’organizzazione, invitando a osservare le proprie attività anche dal punto di vista di un possibile avversario. Grey Man e OPSEC non sono sinonimi.
Il Grey Man riguarda principalmente la gestione della propria presenza percepibile.
L’OPSEC riguarda la protezione di informazioni e indicatori rilevanti.
I due concetti possono però incontrarsi.
Uno zaino tattico può suggerire la presenza di equipaggiamento.
Una power station trasportata apertamente comunica disponibilità di energia.
Una conversazione può rivelare l’esistenza di scorte.
Una fotografia pubblicata online può mostrare dove vengono conservate.
Concetto AIP
La discrezione non consiste nel mentire. Consiste nel non distribuire informazioni prive di utilità per chi le riceve.
Le informazioni apparentemente innocue
Una singola informazione può sembrare irrilevante.
Il problema nasce quando diverse informazioni vengono raccolte e combinate.
Immaginiamo una persona che nel corso del tempo pubblichi:
una fotografia della propria power station;
un video della dispensa;
immagini dell’impianto fotovoltaico;
un post nel quale annuncia una settimana di vacanza;
fotografie dalle quali è riconoscibile l’abitazione;
immagini del veicolo;
informazioni sulla composizione della famiglia.
Ogni contenuto, preso singolarmente, può apparire innocuo.
Nel loro insieme, però, questi elementi possono ricostruire risorse, abitudini e vulnerabilità.
La metodologia OPSEC considera proprio il valore degli indicatori e delle informazioni che, pur non essendo necessariamente segreti, possono essere raccolti e interpretati. o del blackout
Immaginiamo un blackout urbano prolungato.
Durante le prime ore, molte persone utilizzano telefoni, torce e batterie portatili.
Con il passare del tempo, la disponibilità di energia diminuisce.
Alcuni negozi restano chiusi.
Le comunicazioni diventano più difficili.
La possibilità di ricaricare un telefono acquista maggiore valore.
Una persona attraversa il quartiere trasportando una power station costosa, pannelli solari pieghevoli e diversi dispositivi elettronici chiaramente visibili.
Non sta facendo nulla di sbagliato.
Tuttavia comunica:
di possedere energia;
di avere attrezzatura di valore;
di conoscere sistemi alternativi di alimentazione;
di disporre probabilmente di altre risorse.
Il principio Grey Man suggerirebbe, quando possibile, di ridurre l’esposizione non necessaria dell’attrezzatura.
Questo non significa rifiutare di aiutare gli altri.
Significa decidere consapevolmente come, quando e in quale misura rendere visibili le proprie capacità.
Le risorse comunicano
Una famiglia può rivelare involontariamente la propria preparazione attraverso:
taniche di carburante visibili;
grandi quantità d’acqua trasportate apertamente;
pannelli solari;
generatori;
antenne;
apparati radio;
confezioni di alimenti in grandi quantità;
attrezzature lasciate in vista;
conversazioni con vicini o conoscenti.
Non tutto può o deve essere nascosto.
L’obiettivo non è rendere segreta la propria abitazione.
È imparare a chiedersi:
Questa informazione deve essere visibile a chiunque?
In alcuni casi la risposta sarà sì.
In altri no.
La sicurezza nasce anche dalla possibilità di scegliere consapevolmente.
Il Grey Man digitale
Oggi la discrezione fisica rappresenta soltanto una parte del problema.
Una persona può muoversi in modo ordinario per strada e contemporaneamente aver pubblicato online:
fotografie della propria abitazione;
l’inventario delle scorte;
il modello della power station;
la disposizione dei pannelli fotovoltaici;
dettagli del sistema di sicurezza;
la targa del veicolo;
il luogo nel quale trascorre i fine settimana;
le date delle vacanze;
la posizione di un terreno o di un rifugio.
La CISA raccomanda di prestare attenzione alle informazioni condivise online e di gestire le impostazioni dei social network per migliorare privacy e sicurezza. Raccomanda inoltre di limitare la quantità di informazioni personali pubblicate, evitando dati che possano rendere una persona più vulnerabile, come indirizzi o informazioni sulle proprie abitudini. r moderno, discrezione fisica e sicurezza digitale devono quindi procedere insieme.
A cosa serve passare inosservati per strada se online abbiamo già pubblicato l’inventario della nostra preparazione?
Prima di pubblicare
Prima di condividere una fotografia o un video può essere utile chiedersi:
Sullo sfondo è visibile un indirizzo?
È riconoscibile l’ingresso dell’abitazione?
Sono visibili targhe, documenti o numeri di serie?
Il contenuto rivela la posizione di attrezzature?
Sto mostrando quantità significative di risorse?
Sto comunicando che la casa resterà vuota?
Le fotografie pubblicate in momenti diversi possono essere combinate?
Sto esponendo informazioni relative ad altre persone?
Non è necessario smettere di utilizzare i social network.
È necessario utilizzarli con maggiore consapevolezza.
Anche le conversazioni sono informazioni
Molte informazioni vengono comunicate semplicemente parlando.
Durante un’emergenza, frasi come:
“Abbiamo scorte per tre mesi”;
“Ho un generatore in garage”;
“Conserviamo centinaia di litri d’acqua”;
“Se succede qualcosa andremo nella casa in montagna”;
possono rivelare più di quanto sia necessario.
Questo non significa mentire.
Non significa nemmeno rifiutare ogni dialogo.
Significa comprendere che non tutte le informazioni devono essere condivise con chiunque.
Grey Man e cooperazione
Una delle interpretazioni più problematiche del Grey Man presenta la società come una massa ostile dalla quale nascondersi.
Questa visione è riduttiva.
Durante molte emergenze, vicini, volontari, associazioni e cittadini diventano risorse decisive.
La cooperazione permette di condividere:
informazioni;
competenze;
assistenza;
trasporti;
sorveglianza;
risorse.
La discrezione non dovrebbe degenerare nell’isolamento.
Un prepper responsabile dovrebbe saper distinguere tra:
informazioni che possono essere condivise;
informazioni che è opportuno proteggere;
persone affidabili;
relazioni ancora da costruire;
aiuto sostenibile;
richieste capaci di mettere in difficoltà il proprio nucleo familiare.
Il Grey Man può essere utile durante uno spostamento o in una situazione confusa.
In una comunità stabile e affidabile, invece, la cooperazione può offrire una protezione superiore a quella ottenibile da un individuo isolato.
Principio AIP
La resilienza non nasce soltanto da ciò che possediamo. Nasce anche dalle relazioni che costruiamo prima dell’emergenza.
Quando la discrezione non è la scelta giusta
Non tutte le emergenze richiedono di passare inosservati.
Durante un soccorso, un’evacuazione organizzata o una ricerca, essere visibili può salvare la vita.
In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.
Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.
Un volontario, un soccorritore o un addetto alla sicurezza deve spesso essere riconoscibile.
Anche chi necessita di assistenza deve rendersi visibile e comunicare chiaramente la propria condizione.
Regola fondamentale
Prima di cercare di passare inosservati, occorre chiedersi se essere riconosciuti o localizzati possa invece aumentare la sicurezza.
Il contesto italiano
Gran parte dei contenuti online dedicati al Grey Man nasce negli Stati Uniti e riflette scenari e modelli sociali non sempre sovrapponibili ai nostri.
In Italia, la normalità può cambiare radicalmente tra:
un centro storico;
una periferia urbana;
un piccolo paese;
una stazione ferroviaria;
un evento sportivo;
una zona montana;
un centro di accoglienza temporaneo;
un’area colpita da terremoto o alluvione.
Non è sufficiente tradurre consigli stranieri.
Occorre interpretarli alla luce:
del territorio;
della cultura;
delle normative;
delle abitudini;
degli scenari realistici italiani.
La preparazione non dovrebbe trasformare una persona in un personaggio.
Dovrebbe permetterle di affrontare meglio la realtà nella quale vive.
Non invisibili, ma consapevoli
La vera forza del Grey Man non consiste nel diventare irriconoscibili.
Consiste nel controllare meglio le informazioni che comunichiamo.
Abbigliamento, equipaggiamento, comportamento, conversazioni e presenza digitale raccontano continuamente qualcosa di noi.
Non possiamo impedire ogni forma di osservazione.
E non dovremmo vivere nascosti.
Possiamo però decidere con maggiore consapevolezza:
cosa mostrare;
a chi mostrarlo;
quando farlo;
quali informazioni proteggere;
quando collaborare;
quando essere visibili;
quando ridurre la nostra esposizione.
Il Grey Man non è un travestimento.
Non è un colore.
Non è uno zaino.
Non è una tecnica infallibile.
È, nella sua interpretazione più utile, una forma di disciplina personale basata sull’adattamento, sulla consapevolezza situazionale e sulla gestione delle informazioni.
Essere preparati non significa necessariamente sembrare preparati.
Ma significa sapere perché si è scelto di mostrare — o di non mostrare — qualcosa.
Conclusione dello Speciale AIP
Nel corso della serie abbiamo seguito tre passaggi.
Comprendere
Il Grey Man non è invisibilità, ma gestione della rilevanza e adattamento al contesto.
Applicare
La discrezione dipende dalla comprensione della linea di base, del flusso, del comportamento e di ciò che l’equipaggiamento comunica.
Proteggere
Le informazioni possono essere rivelate dall’aspetto, dalle risorse, dalle conversazioni e dalla presenza digitale.
Il principio conclusivo è semplice:
La discrezione è utile soltanto quando aumenta realmente la sicurezza.
Nota metodologica
Il riferimento all’OPSEC non implica che la Grey Man Theory costituisca una dottrina militare ufficiale.
I due concetti vengono messi in relazione esclusivamente per evidenziare l’importanza della gestione consapevole delle informazioni e degli indicatori comunicati involontariamente.
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative ed educative. I principi descritti devono essere adattati al contesto e non devono ostacolare l’azione delle autorità, dei soccorritori o l’accesso all’assistenza in caso di emergenza.