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APMAT26: il Sottosegretario Alessio Butti sulla connettività e il PNRR

17 Giugno 2026 ore 09:19

L'intervento del Sottosegretario Alessio Butti ad APMAT26 sottolinea come la connettività rappresenti una condizione abilitante di cittadinanza ormai indispensabile per ogni cittadino. Il governo riconosce gli operatori di prossimità come un presidio tecnologico territoriale inestimabile, decisivo per colmare il divario digitale e portare servizi avanzati anche dove i grandi player non arrivano. Attraverso i fondi […]

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APMAT26: Assoprovider entra in ELFA per la connettività europea

17 Giugno 2026 ore 09:18

Ad APMAT26 Assoprovider allarga i propri orizzonti europei, unendosi a ELFA (European Local Fiber Alliance) e stringendo nuovi accordi strategici con partner spagnoli e olandesi. L'intervista ribadisce con forza la missione dell'associazione: portare connettività proprio là dove si verifica un fallimento di mercato per le grandi compagnie, raggiungendo le aree che gli operatori maggiori non […]

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Poco o poco più di poco

15 Giugno 2026 ore 15:54

di Lorenzo Merlo

Si sente nell’aria. E se in molti lo sentono allora avviene.

Ci siamo! Quanto manchi, poco o poco più di poco, non conta. La garrota fascista del progressismo è stata stretta un giro di troppo intorno allo spirito della gente. Un’entità quest’ultima che non distingue nazioni né popoli. Un’entità spontanea adesa come in un nido d’api intorno alle medesime pene, una delle quali, forse tra le più determinanti sta nella sottrazione di prospettive e, di conseguenza, nella liquefazione dell’identità, sola struttura idonea a perseguirle. Uno stato esistenziale che si è lentamente costituito e allargato sotto l’egida di un solo comandamento: il domani sarà peggio dell’oggi.

Nel mortaio delle politiche progressiste-liberiste – leggi il mondo in mano al capitalismo finanziario e digitale, ovvero in mano ai privati – la gente comune è ripetutamente colpita dalla comunicazione necessaria a ridurla in poltiglia, buona per tutte le bruschette dei salotti dove vengono servite insieme ai bottoni rossi che segnano la rotta del mondo.

Nonostante lo strapotere di lobby, potentati finanziari, digitali e di controllo, queste corporazioni, richiamate e alla bisogna coese da un’esaltazione babelesca, non sono ancora riuscite a imbambolare tutti. Ma sono riusciti ad esacerbarne il sentimento nei confronti di istituzioni e politiche, più esattamente, nei confronti di tutto ciò che dovrebbe essere con loro e che, invece, si è dimostrato contro di loro. Troppo lungamente.

Due recenti episodi lontani nella geografia, nella cultura, nella religione, storia, costumi e nella causa, al momento possono essere presi a dimostrazione del significato spirituale della perdita di identità e prospettiva che vive la gente e del potere reificatorio che implica. Si tratta nel primo caso dell’acquisto dell’isola albanese di Sazan da parte di Kushner e relativa protesta spontanea popolare. Nel secondo, di quanto avvenuto a Belfast, in Irlanda del Nord, in merito all’attacco indiscriminato all’arma bianca di un immigrato nei confronti di un giovane locale che rimarrà menomato nel corpo e nel cuore e relativa sollevazione spontanea e popolare.

Reazioni di genti lontane tra loro, che il medesimo sentimento, alla faccia della distanza fisica, in un istante senza tempo, raduna in un solo corpo.

Ma quelle genti, non sono due, una albanese e l’altra britannica, sono molte, sono tutte. Tutte offese, ferite, disilluse, esasperate e in ragione di ciò allineate come tessere di un domino che non attendono altro che il momento di rovinare appena accese dall’emozione infiammata della tessera vicina.

Una sequela di reazioni divenute emotive, cioè senza più controllo da parte di chi le compie né possibilità di gestione da parte delle istituzioni. Significa, a poco o poco più di poco, guerre civili. Un’eventualità che alcune organizzazioni cavalcheranno e che altre potrebbero trattenere entro la legalità, per avvicendarsi in una dinamica elettorale colma di promesse sedanti.

Organizzazioni partitiche e extra-partitiche che mi rifiuto di dire di destra, preferendo dire in grande misura generate e fomentate dalle politiche a sfascio, europee e italiane di questi ultimi decenni, politiche inseminate a partire da Prodi (panacea dell’Euro), da Ciampi (svendita dell’Italia) e congrega che, tra un flûte e un glencairn sul ponte di comando del panfilo dei corsari chiamato Britannia, hanno svenduto l’anima dell’Italia e degli italiani.

In questo secondo caso molti, la maggioranza di quelle genti, penso, aderirebbe a salire sui “nuovi” carri vannacciani. Allora la domanda è: potranno i neo-cocchieri, sospinti sulla serpa dalla politica vessatoria, far fronte al sistema o ne verranno anch’essi ingoiati e digeriti, lasciando le genti senza più preghiere a rovistare nelle rovine, colpevolizzate di populismo, di novax, di terrapiattismo, d’essere la “feccia” e dell’intero disastro politico-esistenziale, senza mai nessuno che avesse seriamente chiesto loro “come state”? Senza mai nessuno che avesse detto loro in faccia “preferiamo dedicarci alle minoranze e ai loro diritti civili, piuttosto che stare dietro a voi”.

Chi, per ragioni anagrafiche si sta perdendo lo spettacolo di psicopatologia che calca i teatri di tutto l’Occidente dal progressismo non potrà mai credere ai testimoni di quest’epoca nociva. Non potrà credere che la sinistra, dalla cultura alla politica, avesse tutto in mano, ora rischia di andare al rogo insieme a auto, case e cassonetti, sempre che il livello non si alzi. Avevano tutto e hanno creduto di poterlo mantenere svendendo l’anima delle genti all’economia, cioè buttando amare i lavoratori in cambio di un vestito da donna, tanto oggi anche un uomo può fare da madre.

Poco o poco più di poco!

Lorenzo Merlo

 

Tutti i dubbi di LibreOffice su Euro-Office: non usare lo standard ODF aiuta Microsoft ed il lock-in

15 Giugno 2026 ore 11:30
Basta un fork per creare Sovranità Digitale? Tutti applaudono Euro-Office (fork di ONLYOFFICE), aziende come Nextcloud includono il progetto nelle loro suite, ma alcune domande sollevate da The Document Foundation pongono l'interrogativo: la Sovranità Digitale non dovrebbe passare da standard liberi?

Pubblicata la strategia per l’open-source della Commissione Europea che piace alla FSFE

9 Giugno 2026 ore 08:45
Se sia o no la svolta a proposito del principio "Public Money? Public Code!" lo dirà solo il tempo, ma il pacchetto per la Sovranità Tecnologica che è stato appena pubblicato ha tutti i presupposti per esserlo. Il compito della FSFE? Far si che gli obiettivi siano legati a progetti giuridicamente vincolanti!

L’apocalisse del nostro tempo. Un corpo a corpo con la macchina

8 Giugno 2026 ore 08:47
di Alfredo Gatto   Habitus digitale, rubrica a cura di Italo Testa   Ho pensato a Vasily Rozanov leggendo l’ultimo libro di Simone Regazzoni, Platone nella Silicon Valley. Anima, corpo, Intelligenza Artificiale (Ponte alle Grazie, 2026). E non mi riferisco ovviamente al Rozanov antisemita, ma all’autore de L’apocalisse del nostro tempo. In questo testo, tradotto …

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Fuga da Big Tech

13 Maggio 2026 ore 11:00

YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.

App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.

“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.

Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.

“Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli.

Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati.

Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina.

Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”.

Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed.

Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto.

Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici.

È possibile cambiare piattaforme?

“Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”.

Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti.

Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro):

Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà:

  • ⁠  ⁠la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
  • ⁠  ⁠la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
  • ⁠  ⁠la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
  • ⁠ ⁠la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”.

Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme.

Più cooperazione e meno competizione

Il controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web.

Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi.

In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile.

Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti.

Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso.

Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla cooperazione invece che sulla competizione”.

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