La pasticceria tra realtà e social media

Essere pasticcieri diventa sempre più difficile. Al di là di tutte le problematiche legate al rincaro economico, la vera difficoltà sta nella trasmissione di un messaggio e di un’ideologia. Basta pensare al pane: da sempre considerato un prodotto semplice e povero. Eppure, negli anni è stato fatto un grande lavoro per far capire – almeno alle giovani generazioni – quanto valesse una pagnotta, la farina e la sua filiera. Non si può dire lo stesso della pasticceria. Esistono ancora persone che svalutano la natura di quest’arte, pensando che il dolce sia l’unico gusto da percepire e che i colori siano un mantra da seguire.
«Dobbiamo essere capaci di comunicare al cliente perché i nostri prodotti costano di più rispetto ad altri, per avere un cambiamento di mentalità e di cultura» afferma Veronica Vinci, proprietaria e pasticciera di Remercier, laboratorio ad Agrate Brianza (MB).
Il tema del tavolo tredici dell’hackathon era “Le dimensioni contano?”. Ci si chiedeva se cambiamenti culturali, economici e degli stili di vita portassero la pasticceria a ripensare alle dimensioni dei lievitati o dei prodotti da banco.


Nel tempo, le dimensioni si sono ridotte. Non per shrinkflation (riduzione della quantità a favore di un prezzo invariato o maggiore) ma per un cambiamento delle texture dei prodotti. L’evoluzione dei gusti e dell’attenzione all’alimentazione hanno portato a prodotti più areati, meno zuccherati e con creme più leggere. Anche negli hotel la viennoiserie cambia formato: porzioni più piccole permettono di servire più prodotti nello stesso piatto, trasformando la colazione in un’esperienza più varia e condivisibile.
«L’ottimismo su questo fronte è poter pensare di proporre prodotti condivisibili, quando il mercato si muove nel verso opposto, diventando sempre più individualista» è così che Marta Giorgetti, head chef di Chocolate Academy Milano, spiega quando le dimensioni contano davvero. Non solo per stili alimentari più attenti e responsabili ma anche per una società che cambia volto.


Il tema della condivisione è centrale in pasticceria, in termini di spazi a disposizione, forme dei lievitati e comodità del consumo. Ogni tanto si sentono notizie come il pain au chocolat più grande del mondo, il tiramisù più lungo e si potrebbe continuare. Ma che fine fanno quei prodotti? Sono realmente fruibili dalla clientela, o sono esperimenti per attrarla? Al tavolo tredici tutti sono concordi nel dire che lievitati o monoporzioni grandi sono difficili da realizzare, influenzando la qualità finale. Ma tra le variabili di scelta di un cliente ne esiste una a cui si pensa poco: la forma.
Per quanto un prodotto piccolo sia più facile da condividere, non si può dire lo stesso di tutte le forme, ed è ormai possibile trovarle tutte: fiocco, cubo, New York roll, croffle, sfere. Si prenda come esempio il cubo: è scomodo da mangiare da soli, poiché spigoloso, ma è facile da tagliare e quindi da condividere. Qui si introduce un altro concetto che è quello degli spazi. Non tutte le realtà hanno tavoli o sedute a sufficienza per agevolare il consumo di alcuni prodotti.
Grandi dimensioni, forme diverse, ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta è facile: i social media. Oggi fare pasticceria significa anche fare ricerche di mercato e capire quale prodotto invada le piattaforme digitali. «Vendere un cornetto a più di 2,50 euro significa essere eccessivi, ma forme come fiocchi, cubi o frutta realistica vengono venduti anche a 5 o 10 euro e non sono percepite come costose dalla clientela» dice Nicola Borra, professionista del settore bakery e pasticceria, attivo nell’ambito commerciale per Petra Molino Quaglia in Piemonte.

Così chi lavora in questo mondo si trova davanti a una domanda: difendere la propria identità o seguire la tendenza del momento? I professionisti sono convinti che l’identità sia davanti a ogni richiesta del cliente, ma allo stesso tempo c’è il fattore economico da tenere in considerazione. «I costi del personale, degli impianti e degli ingredienti alle volte ci spingono ad accontentarlo, anche se non vorremmo. Non per scelta ma per necessità» dichiara Mattia Premoli, proprietario e pasticciere de La Primula di Treviglio, in provincia di Bergamo. Continua dicendo «accontentare il cliente non significa realizzare un prodotto scadente, ma modellare la richiesta sulla disponibilità delle proprie risorse, per riuscire a vendere un messaggio più che un prodotto: quello di qualità e bontà».


Nel mondo della pasticceria il cliente, forse, ha ancora troppa voce in capitolo. È anche questo uno dei motivi per cui non si riesce a far valere la professionalità e l’identità di quest’arte. A differenza delle gelaterie o delle bakery, vengono ancora fatte richieste come torte troppo personalizzate o con creme troppo colorate, che non coincidono con gli ideali che i veri artigiani vogliono comunicare.
Le dimensioni, quindi, contano? Solo dal punto di vista tecnico perché fanno parte di cambiamenti sociali, culturali ed economici. Ma ciò che conta di più è avere un’identità e lasciare un’eredità alle nuove generazioni e alla clientela.
«Dobbiamo capire come possiamo essere la soluzione per rendere migliore il nostro settore, e allo stesso tempo educare il cliente a dare valore a ciò che esiste oltre il prodotto finale» conclude così Marta Giorgetti, trovando consenso da parte di tutto il tavolo tredici.


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