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“Mio marito era arrabbiato perché mi asportavano entrambi i seni per il tumore, non si preoccupava della gravità della situazione. Pensava fossi ridicola”: Sharon Stone svela la causa del divorzio

17 Agosto 2026 ore 12:56

Il divorzio tra Sharon Stone e il giornalista ed editore Phil Bronstein, avvenuto nel 2004 dopo sei anni di matrimonio, è rimasto per vent’anni privo di una spiegazione ufficiale sulle cause della rottura. La loro unione aveva unito due mondi apparentemente distanti — il glamour di Hollywood e il giornalismo investigativo — regalando momenti iconici, come il red carpet degli Oscar del 1998, in cui l’attrice indossò una gonna color lavanda abbinata a una semplice camicia bianca prelevata dal guardaroba del marito.

La successiva separazione fu segnata da una complessa battaglia legale per l’affidamento del figlio adottivo Roan. Ora, all’età di 68 anni, Sharon Stone ha rivelato con esattezza quale fu la goccia che fece traboccare il vaso.

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Questa stilista siciliana vuole portare il suo marchio di abiti da sposa in tutto il mondo

14 Agosto 2026 ore 08:00

Contenuto tratto dal numero di luglio 2026 di Forbes Small Giants. Abbonati!

La Sicilia liberty dei Florio, il Gattopardo, la plumeria sui balconi di Palermo, il cinema romantico, le donne di famiglia che sapevano cucire, ricamare, lavorare a maglia. L’immaginario di Morena Fanny Raimondo proviene da dimensioni meravigliose: un archivio sentimentale e visivo che diventa impresa, collezione, posizionamento. A Palermo, nel suo atelier di abiti da sposa, la fondatrice del marchio More disegna vestiti “per donne che vogliono riconoscersi”. Naturali, come dice lei, rappresentate senza essere trasformate, ma “valorizzate” nella loro essenza.

La storia di More

La moda è arrivata molto presto, in casa. Raimondo cresce in una famiglia di donne che cucivano – la bis nonna era sarta –, ricamavano, lavoravano a maglia: gesti quotidiani, più che professioni. “Da bambina osserva gli abiti negli armadi, disegna vestiti, si perde nei costumi delle fiabe e del teatro”. Avrebbe voluto frequentare il liceo artistico, sceglie invece lo scientifico. Quella deviazione, racconta, le ha dato struttura. 

Prima di More, la stilista sperimenta tre scuole diverse: il Polimoda di Firenze, il cinema, l’alta gamma. Nei laboratori del lusso, da modellista, ha appreso la disciplina che porta un disegno a stare in piedi: “la modellista è l’unica che può dire allo stilista che una cosa non si può fare”. 

Nel 2015 sceglie di tornare a Palermo. Lascia il lavoro da dipendente, usa la buona uscita per partire e ricominciare da zero, da sola, con le proprie forze. Dopo undici anni, More ha un laboratorio, uno showroom, due dipendenti e l’obiettivo di aumentare la forza lavoro e conquistare altri mercati. Sono circa cento i capi prodotti all’anno, tra spose seguite direttamente in atelier, abiti distribuiti in punti vendita selezionati e capi stampa: pochi volumi e alto contenuto sartoriale. 

Il mercato

Il prezzo va dai 4mila ai 10mila euro. Una fascia frutto di una scelta consapevole: il lusso accessibile, la sartorialità per una clientela disposta a investire su un oggetto simbolico. “Non abbiamo i prezzi da Dior, ma lavoriamo su un prodotto di qualità artigianale, fatto sulla persona”.

Il mercato, intanto, cambia. Il bridal sente la contrazione dei matrimoni, l’incertezza economica, la prudenza nei consumi, le tensioni geopolitiche che si riflettono anche sulle scelte intime. “La moda è un po’ lo specchio della società”. Il pubblico si restringe, la fascia media soffre, la grande distribuzione entra anche nell’abito da sposa. Eppure, nella sua lettura, proprio qui si apre uno spazio.  “Chi decide di sposarsi lo vuole fare con grande qualità”. La nuova sposa ha aspettative alte. “I grandi brand hanno costruito per anni il racconto del giorno speciale, dell’unicità, dell’abito come memoria. Ora quel racconto chiede coerenza”. 

Il servizio è parte imprescindibile dell’esperienza. La prova, l’orlo, la madre, le amiche, le nonne, talvolta le bisnonne. In atelier si entra dentro una dinamica familiare, carica di attese, che Raimondo conosce alla perfezione. “L’abito da sposa è un simbolo, la prova è un rito che si ricorda per sempre”. 

Da Palermo a tutto il mondo

Il set scelto dalla stilista è Palermo, destinazione gettonata per i matrimoni, come tutta l’isola. Qui le spose arrivano da tutta Italia: alcune prendono l’aereo per fare l’abito direttamente in location. Fuori dall’Italia, i vestiti sono arrivati in Grecia, Spagna, America; il più lontano fino a Washington. “E oggi siamo anche a Shangai”.

L’estero è una frontiera ancora in costruzione per More. Oggi non rappresenta il core business, ma la direzione è già prestabilita da una contradditoria tendenza del mercato. “Credo che il mio design sia più riconosciuto e apprezzato all’estero che in Italia”. Per la founder è un paradosso: molti atelier italiani vendono brand stranieri, mentre in Oriente, ad esempio lo stile italiano ha ancora una forza di attrazione molto rilevante.

L’identità siciliana

La Sicilia è parte dell’identità di More. Non stiamo parlando dell’isola da cartolina. Morena Fanny si lascia ispirare dalla Palermo liberty, letteraria, botanica. Non è un caso che la plumeria, o frangipane, pianta esotica che ha trovato casa a Palermo intorno al ‘700, sia nel logo del marchio: un fiore semplice e allo stesso tempo elegante, dal sapore intenso e memoria d’infanzia. Anche il nome More gioca su due livelli: il nomignolo con cui tutti la chiamano e il “di più” inglese. Un invito a scoprire cosa c’è dietro le apparenze. “C’è sempre qualcosa in più da scoprire. Proprio come in una matrioska: collezione, simbolo, racconto, tessuto”. 

Ogni collezione richiede circa sei mesi. Si parte da un ideale di donna, e poi arriva il resto: “Si fanno i primi fitting, si controllano vestibilità, pesantezza dell’abito, scollature, costruzione e coerenza complessiva. La collezione deve essere creativa ma anche strutturata, perché deve rispondere alle esigenze del mercato e della piccola rete di rivenditori”. La stilista presenterà l’ultima collezione a settembre, a Palermo: “Sarà corale, capace di parlare a più donne”.

Morena sfoga la creatività soprattutto nell’uso dei tessuti, nella ricerca di materiali, disegni e lavorazioni particolari. I fornitori sono italiani, francesi e spagnoli: da loro ricerca pizzi, sete, lavorazioni, microfibre riciclate, cotoni organici, materiali innovativi e sostenibili. “L’obiettivo è tenere insieme savoir-faire italiano, tradizione e artigianato con una visione innovativa sulla fibra e sulla struttura dell’abito”.

Il cinema resta il punto di partenza e di arrivo di ogni creazione. La narrazione, la memoria, il costume come linguaggio capace di raccontare una persona prima ancora delle parole. Questa l’unicità del marchio More.

L’articolo Questa stilista siciliana vuole portare il suo marchio di abiti da sposa in tutto il mondo è tratto da Forbes Italia.

Perché non dimentichiamo alcune persone?

5 Luglio 2026 ore 17:17
Jung e il mistero delle presenze che restano Le dimentichiamo quasi tutte. Compagni di scuola, colleghi, amici occasionali, perfino amori che sembravano destinati a durare per sempre. Eppure alcune persone continuano ad abitare la nostra memoria per decenni. Perché accade? Carl Gustav Jung propone una risposta sorprendente: forse non custodiamo soltanto il ricordo di una […]

ANCHE IL GIAPPONE FU CONVINTO AL LIBERO COMMERCIO CON LA FLOTTA E IL SUO SUPER SUCCESSO AL NUOVO GIOCO, SCHIACCIATO CON LE ATOMICHE.

23 Marzo 2023 ore 18:29

CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.

Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del «  libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente Millard Fillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.

Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio «  ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.

Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.

Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di «  Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.

Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.

Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni «  civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .

Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.

Il secondo «  contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.

Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.

315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.

Di certo, non pensava alle alabarde.

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