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Ex Ilva, cassa integrazione per 9 lavoratori su 10: la richiesta di Acciaierie d’Italia a governo e sindacati. Fiom: “Numeri raddoppiati, provocazione inaccettabile”

17 Ottobre 2026 ore 11:24

Acciaierie d’Italia (Adi) vuole aumentare il numero dei lavoratori ex Ilva in Cassa integrazione straordinaria (Cigs) dagli attuali 4.450 fino a 8.622 (quasi il doppio) fino al 28 febbraio 2027, ma non si escludono le proroghe. Lo ha comunicato l’azienda in amministrazione straordinaria ai ministeri del Lavoro, delle Imprese e ai sindacati. E’ quanto si apprende dalle organizzazioni dei lavoratori. Questi ultimi sono impiegati in vari siti produttivi, dal nord al sud Italia: si prevedono fino a 6.964 lavoratori in cig a Taranto (su un totale di 7.875); 870 a Genova (su un totale di 917); 515 a Novi (su un totale di 542). Attualmente i dipendenti totali di Adi sono 9.626. La cassa integrazione straordinaria tocca quasi 9 lavoratori su 10: l’89,57%. Un piano “imposto”, secondo Adi, dall’ordine della magistratura sulla sospensione dell’area a caldo. Cgil e Uil sono d’accordo: una richiesta “inaccettabile”. Uil sottolinea la portata “drammatica e senza precedenti” della crisi industriale. Per il sindacato Cisl, la batosta non è un fulmine a ciel sereno: “Fondamentale ribadire che le lettere di avvio della nuova Cigs non rappresentano una sorpresa”, ha dichiarato il segretario nazionale della Fim, Valerio D’Alò. Intanto, a Taranto nel pomeriggio scenderà in piazza la rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’.

Loris Scarpa (Fiom): “A palazzo Chigi chiederemo conto delle scelte di Adi”.

“Inaccettabile sia nel merito sia rispetto ai tempi visti i prossimi incontri e le scadenze”, ha commentato in una nota Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, bollando la richiesta di Adi come “una provocazione“. “Ieri in tarda serata abbiamo ricevuto la nuova istanza di cassa integrazione con numeri pressoché raddoppiati, lavoratrici e lavoratori coinvolti – prosegue il documento sindacale – I lavoratori hanno lottato con scioperi e manifestazioni, nell’ultima settimana per garantirsi il lavoro, la continuità produttiva degli stabilimenti e le manutenzioni e per aprire una vera discussione sul proprio futuro e per un ex Ilva decarbonizzata. Questa cassa integrazione non tiene conto di quanto ottenuto dai lavoratori nell’ultima settimana nei numeri e nelle modalità”. La nota elenca le prossime tappe: “Il 20 ottobre abbiamo un incontro al Ministero del Lavoro per discutere le misure straordinarie per i lavoratori e chiedere modifiche al decreto del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre scorso e, per il 27 ottobre abbiamo ottenuto, grazie alla lotta dei lavoratori, un nuovo confronto a Palazzo Chigi“. All’appuntamento previsto presso la presidenza del Consiglio dei ministri, “chiederemo conto ai commissari straordinari di queste scelte visto che è dall’esplosione dell’Altoforno 1 a maggio del 2025 che non accettiamo e non condividiamo più l’uso della cassa integrazione”, conclude Loris Scarpa.

Guglielmo Gambardella (Uil): “Richiesta vergognosa, situazione drammatica”

Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm e responsabile del settore siderurgico, punta il dito sulla “drammaticità dei numeri” e “la portata della crisi dell’ex Ilva: quasi 9mila lavoratori sospesi contemporaneamente dal lavoro. Una situazione senza precedenti per dimensioni nella storia industriale del nostro Paese”. La nuova cassa integrazione “è inaccettabile e vergognosa“, mentre è “responsabilità del Governo accompagnare questo processo con strumenti concreti, risorse adeguate e garanzie per le persone”. Anche Gambardella ricorda l’incontro del 20 ottobre al ministero del Lavoro, dove “ribadiremo la necessità di introdurre strumenti straordinari che riconoscano la particolare gravosità e l’usura delle lavorazioni del ciclo siderurgico integrale, insieme a misure di prepensionamento e incentivi all’esodo volontario, accessibili a tutti i dipendenti dell’ex Ilva che ne abbiano i requisiti. La transizione industriale e ambientale non può essere realizzata scaricandone il costo sociale sui lavoratori”.

Le motivazioni di Adi: richiesta “imposta dall’ordine della magistratura”, “revocati approvvigionamenti”

Acciaierie d’Italia spiega la sua richiesta con “il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale“, nel comunicato inviato ai ministeri, sindacati e Regioni dove hanno sede gli stabilimenti. La sospensione dell’attività nell’area a caldo nell’impianto ex Ilva di Taranto, prosegue l’azienda, “risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della Società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio” di quell’area “impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”. Secondo Adi è l’ordine della magistratura ad obbligare l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione straordinaria. L’azienda in amministrazione straordinaria sottolinea di mantenere “in servizio 1004 unità al fine di garantire la guardiania degli asset e la salvaguardia degli impianti produttivi, oltre all’adempimento degli obblighi amministrativi, ambientali e la continuità produttiva”. “La Società ha provveduto – tra le altre – alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, concludono i commissari.

In piazza a Taranto nel pomeriggio

Questo pomeriggio a Taranto si svolgerà la manifestazione promossa dalla rete di associazioni e cittadini ‘Onda del futuro’, che invoca la chiusura del polo siderurgico, la bonifica del Sito di interesse nazionale, la tutela della salute e la costruzione di alternative economiche e occupazionali. Il concentramento è previsto alle 16 in piazzale Democrate, con partenza del corteo alle 17 e arrivo in piazza Maria Immacolata.

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TARANTO NON PUÒ PIÙ ASPETTARE. AL FIANCO DI LAVORATORI E CITTADINI

Il Partito Comunista è vicino ai cittadini, ai lavoratori e alle realtà sociali e associative di Taranto che sabato 17 ottobre scenderanno in piazza per chiedere salute, lavoro, sicurezza e un futuro senza inquinamento.

Da troppo tempo Taranto paga un prezzo altissimo: vite umane, salute pubblica, ambiente devastato, prospettive tolte. E da troppo tempo si finge che il lavoro e la salute siano due diritti in conflitto, come se chi lavora e le sue famiglie dovessero scegliere tra il pane e la vita.

L’ex ILVA è il simbolo più crudo di un modello industriale che per decenni ha messo il profitto davanti ai lavoratori, alla popolazione e al territorio. Ci ha lasciato in eredità una crisi ambientale, sanitaria e occupazionale che è ancora lì, aperta.

La salute non si sacrifica sull’altare della produzione, e difendere l’ambiente non può voler dire abbandonare chi lavora. Servono risposte concrete: investimenti pubblici, garanzie per l’occupazione, bonifiche vere e un piano di sviluppo che restituisca un orizzonte a tutto il territorio.

Crediamo che a decidere del futuro di Taranto debbano essere le tarantine e i tarantini, i suoi lavoratori, senza più scelte calate dall’alto e senza che le loro richieste vengano piegate a interessi che con quelli della collettività non c’entrano nulla.

Il 17 ottobre è un’occasione importante per riportare al centro del dibattito nazionale una questione che non riguarda solo Taranto, ma il diritto di ogni comunità a vivere e lavorare con dignità e in sicurezza.

Sosteniamo questa mobilitazione rispettando l’autonomia di chi l’ha promossa, e riconosciamo il valore di una lotta che nasce dal territorio e dai bisogni concreti di chi ci vive.

Invitiamo iscritti, simpatizzanti e tutti coloro che condividono queste rivendicazioni a partecipare alla manifestazione di sabato 17 ottobre 2026: ritrovo alle 16:00 in Piazzale Democrate, partenza del corteo alle 17:00.

Taranto ha diritto a un futuro. E a decidere quale, devono essere i suoi cittadini e i suoi lavoratori.

Non servono passerelle o promesse di circostanza.
La vita di un intera popolazione non deve essere sacrificata agli interessi del profitto.

 

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