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Accordi libertari

17 Ottobre 2026 ore 15:00

Accordi libertari: grande partecipazione alla prima edizione del Canto Anarchico a Massenzatico, 2-3-4 ottobre 2026

Si è conclusa domenica sera la prima edizione del festival del canto anarchico tenutasi alle Cucine del Popolo di Massenzatico (RE). Sono stati tre giorni intensi di conferenze, presentazioni di libri, concerti dal vivo con cantautori, band e cori, allietati dal buon cibo e dall’immancabile lambrusco, che hanno registrato la partecipazione complessiva di oltre 600 persone. Venerdì sera abbiamo aperto ricordando Francesco Guccini, come uomo e come artista, mettendo l’accento sulla Locomotiva, indimenticabile brano con cui è stato anche concluso il concerto finale della Ciurma del Galeone di domenica. Prima di ascoltare i 100 canti anarchici di Alessio Lega, è stata abbozzata da Enri Volta una proposta interpretativa e di studio del canto anarchico oggi. Sabato poi è stata presentata la mostra discografica, con Lp e 7” originali dagli anni ’70 ad oggi sul tema, e Franco Schirone ha presentato il fondamentale libro sul canto anarchico in Italia, giunto ormai alla terza edizione e scritto insieme a Santo Catanuto. Le presentazioni sono poi proseguite con gli approfondimenti di Claudio Piccoli e Tiziana Oppizzi sulla rivista Il Cantastorie di Vezzani e quello di Alessia Masini sul rapporto tra musica e politica nel punk, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Tra il pomeriggio e la sera si sono esibiti Mars on pluto, Francesco Pelosi e Riccardo Dodi, che ci hanno fatto cantare a pugno chiuso il vasto repertorio che va dagli Arditi del popolo alla Resistenza passando per la Spagna del 1936 e non solo. La serata si è poi chiusa con lo scatenato dj set di Naon Grrrl che ci ha fatto ballare a suon di post punk. La giornata conclusiva di domenica si è aperta con le presentazioni dei libri “Cantare la piazza” sui cantastorie, e “Pino Pinelli un racconto musicale”, che raccoglie i canti per Pino e sulla Strage di Piazza Fontana. Nel pomeriggio Marco Fincardi ha ripercorso le evoluzioni delle serenate alla rovescia raccolte nel suo volume “Derisioni notturne”. La musica dal vivo è poi proseguita con i Cantografi, Donato Landini e Roberto Ruberti, che hanno interpretato rispettivamente l’ampio repertorio libertario sia popolare che d’autore, le canzoni per Giovanni Marini e Franco Serantini e i brani scritti da sua madre Paola Nicolazzi. C’è stata poi un’incursione rap, rigorosamente legato al dialetto reggiano, con La Kattiveria, e la serata si è conclusa con i Quarto Podere e il finalone con tutta la ciurma del Galeone. Ad ogni pasto poi si è esibito un coro. L’amata Rossa, Stazione Rossa, i Malfattori, Oltrecoro e i Violenti Piovaschi hanno intonato canti di lotta e resistenza da tutti i continenti. Un grande ringraziamento va a coloro che hanno reso possibile questo evento tramite il loro lavoro volontario e a tutte le persone che sono venute da ogni dove per partecipare. Un buon primo passo quindi, per continuare con “lo sguardo rivolto all’aurora”, oltre che alla prossima edizione!

Il comitato organizzatore

Reggio Emilia 5/10/2026

DISCORSO INAUGURALE

Subito dopo la “Locomotiva” direi che la miglior citazione di Guccini sugli anarchici si trova in “Canzone di Notte N.2”, quando li definisce come “gente che finisce male: o in galera od ospedale…” – di questi tempi ancora attualissima. Da qui forse si può partire per inaugurare questo festival della canzone anarchica. In questa introduzione proporrò un po’ di ragionamenti: abbozzati, magari provocatori, spero non sterili né deliranti. Beh, innanzitutto parlando di canto anarchico possiamo partire dicendo che esiste ancora. Il fatto che sia esistito non significa che per forza continui ad esistere, per esempio i canti repubblicani esistevano, ma non mi pare che oggi godano di buona salute… Oppure movimenti e realtà politiche non per forza lasciano una produzione canora. Come se guardiamo al movimento anarchico degli anni ’50 del Novecento in Italia, c’è un vuoto: cioè gli anarchici c’erano ma c’è poco o nulla a livello di canti. Anche queste carenze vanno interrogati. Se volessimo categorizzare per forza, – ammesso che sia lecito in ambito anarchico – ma almeno quando è utile credo sia giusto categorizzare, credo che il canto anarchico si possa dividere in: 1) canti DEGLI anarchici (scritti da anarchici, es. quelli di Pietro Gori); 2) canzoni SUGLI anarchici (canzoni che raccontano le loro vite e/o lotte, non per forza – soprattutto in tempi recenti – scritte da anarchici). Poi volendo potremmo individuarne una terza, ovvero la “MUSICA ANARCHICA”1 . Ma si tratterebbe di una categoria eterea, troppo fumosa e dai confini poco chiari, dato che ogni persona avrebbe la “sua” musica anarchica, e qui non la tratterò1 . Resta dunque da capire dove sia oggi il canto anarchico. Credo infatti sia utile, se non necessario, allargare la visione quantomeno a livello conoscitivo, per evitare di credere che “il canto anarchico che io conosco” sia per forza “tutto il canto anarchico”. Ma il problema ovviamente non è individuale, cioè che una persona non conosca un singolo artista o una specifica canzone. Il problema si dà ignorando interi generi musicali, intere sottoculture, intere produzioni artistiche, intere sensibilità e operazioni di memoria su fatti, idee, biografie e lotte anarchiche. E oggi è sempre più difficile “perdersi per strada”, pezzetti o interi filoni, perché non sono “organizzati”, ma magari spuntano qui e là su internet. E anche questa è una questione da porre. Per estremizzare: – ma senza prendervi in giro – ecco io credo che per trovare il canto anarchico oggi dobbiamo anche tendere l’orecchio sia verso i gruppi crust-black metal. E se vi fidate vi dico anche perché. Io ho scoperto chi fosse Renzo Novatore ascoltando un disco di Crust mescolato al Black Metal di una band canadese: gli Storm of Sedition, forse dovrei ma di per sé non me ne vergogno. Il disco “Howl of dynamite” del 2019 suona un “genere estremo”: un punk a squarcia gola, purulento e tremendo, mescolato con un metal non-americaneggiante secco e tagliente. Il risultato non può che essere brutale, ma ciò che ci interessa di più sono i testi, infatti, è un album totalmente ispirato alle poesie di uno dei più importanti poeti anarchici futuristi di lingua italiana2. Per Novatore forse ci voleva un disco così vista la sua biografia3 : individualista che disertò durante la Grande Guerra, si scontrerà con i fascisti e morirà nel 1922 in uno scontro a fuoco con i carabinieri mentre era ricercato per le rapine fatte con la banda di Sante Pollastro – quest’ultimo citato in una celebre canzone di De Gregori. Se in Italia Novatore è conosciuto a livello storico, di musicale c’è davvero pochissimo su di lui… per avere un concept album sulla sua produzione poetica dobbiamo arrivare fino in Canada. Credo sia una cosa davvero pazzesca, che ha dell’incredibile, semplicemente magnifica. Credo che questo sia uno dei più begli esempi di PRODUZIONE CULTURALE. Perché dietro una cosa come questa c’è un intreccio non indifferente di lavoro/cura/passione immenso, che va anche oltre i singoli componenti della band. Perché se loro hanno potuto leggere Novatore per poi musicarlo ci deve essere stato qualcuno che l’ha tradotto in inglese, che lo ha pubblicato o diffuso online. C’è quindi un “lavoro” precedente fatto da case editrici, fanzine, sale prove, etichette discografiche, che tramite gli artisti e le canzoni arriva a noi che ascoltiamo. Tutte queste cose che stanno “nel retroscena” – se non “nelle retrovie” – sono inestimabili e non vanno assolutamente date per scontato. Ricapitolando: per trovare oggi canzoni che hanno a che fare con l’anarchia dobbiamo anche sondare la musica estrema proveniente dell’altra parte del mondo, e gli Storm of Sedition ce lo hanno dimostrato, adesso tocca a Sanremo: il covo per eccellenza della musica mainstream del belpaese. Conto ogni pronostico ebbene sì, anche qui possiamo trovare interessanti sprazzi di anarchia. Nell’edizione del 2022 Giovanni Truppi porta a Sanremo nella serata delle cover “Nella mia ora di libertà” di Fabrizio De André, e già partiamo bene. Truppi ha come ospiti Capossela e Mauro Pagani. Tutti si presentano vestiti di nero e rosso, con un abbinamento cromatico impeccabile. In particolare, Truppi – sempre in canottiera – ha appuntato sul petto un cuore rosso-nero. Ma non si tratta di una spilla qualsiasi, gliel’ha regalata Gogliardo Fiaschi (militante anarchico carrarino che combatté anche nella Spagna franchista e pagherà con lunghi anni di detenzione in Spagna e in Italia le sue azioni, a cui oggi è intitolato un circolo a Carrara4 ) in persona. Lo ha dichiarato l’artista stesso, e se ne trova notizia su tutti i giornali5. Vi sfido a trovare un momento di più alta diffusione del nome di Gogliardo – ve lo avevo detto che c’erano delle provocazioni eh! De Andrè e Gogliardo sono andati letteralmente in mondovisione, mica male no? Ecco che a tendere bene l’orecchio, e ad avere pazienza, il canto anarchico fa capolino anche da Sanremo. Quindi credo che non dobbiamo aver paura del pop, e non dobbiamo chiuderci a prescindere. Dall’altra parte poi non basta andare a Sanremo, De André è letteralmente l’artista preferito di Matteo Salvini – e vista la situazione ho paura di sapere quale sia quello di Vannacci… Ci contendono già la nostra musica, e anche questa è una battaglia a cui non possiamo sottrarci nascondendoci dietro a un dito. Venendo poi alle canzoni SUGLI anarchici credo che negli ultimi decenni possiamo registrare la nascita di un gran numero di canzoni su anarchici italiani, o meglio “di lingua italiana”. Credo che sia una cosa molto importante, e forse che tutto sommato ci possa anche sorprendere positivamente. Troviamo infatti canzoni su Gogliardo Fiaschi (appena citato), ma anche per Umberto Tommasini, Argo Secondari, Oreste Ristori, Anteo ma anche Mammolo Zamboni, Gino Lucetti, Angelo Sbardellotto (di questi ultimi mi sono tra l’altro occupato recentemente in un’autoproduzione che uscirà a breve). Ancora oggi poi continua la memoria cantata per Bresci, Pinelli, Serantini. E sono citati in canzoni, credo per la prima volta, di Bruno Filippi e Antonio Cieri. Anche se sparpagliate in micro-autoproduzioni o su qualche piattaforma online, comunque queste canzoni esistono. Soprattutto si può registrare un fiorire di canti per Bakunin e Malatesta, quantomeno in Italia o in italiano. Credo sia interessante perché una volta le canzoni raramente erano dedicate a ideologi, pensatori o organizzatori del movimento, per esempio Malatesta viene citato nei canti coevi direi solo quando viene arrestato, quindi nel raccontare la repressione subita in seguito a una lotta. Le canzoni quindi si concentravano sui fatti, sulle lotte, sulle azioni, gli esempi più celebri restano sicuramente la Comune di Parigi, e poi gli atti di Passannante, Caserio e Bresci. Oggi le canzoni fanno anche memoria, e quindi il loro registro e il loro senso è cambiato, alle volte per dire ti spiegano chi erano Bakunin e Malatesta, cosa che “non serviva” mentre questi erano in vita e attivi. Questa operazione di “conoscenza”, da fare sia individualmente che collettivamente, o se vogliamo di mappatura è importante perché ci porta a indagare anche l’humus che fa vivere e prosperare le canzoni e in generale le produzioni culturali. Come nasce infatti una canzone? Come arrivano le storie anarchiche e la Storia dell’anarchica agli artisti che poi decidono di orientare il loro repertorio in quella direzione? L’intreccio storia-memoria-cultura credo sia ancora ampiamente da indagare. Oggi questo rapporto non è sicuramente organizzato, gestito o programmato ma comunque accade che nascano canzoni per fare memoria in questa direzione. Il fatto che succeda e che il nesso storia-memoria-cultura “funzioni”, credo sia molto interessante. L’altra “somma” citazione di Guccini sul canto politico credo che sia: “a canzoni non si fan rivoluzioni”. Non tanto per smentire quanto detto fino ad ora riguardo l’importanza del canto di lotta, ma per dare il giusto peso, il “senso” a quanto stiamo facendo con questo festival. Ovviamente non sarà una canzone che “dice cose rivoluzionare” a “fare la rivoluzione”. La cultura non basta. Come ci insegna Bermani: i canti politici e di protesta proliferano “nei momenti di maggior vigore rivoluzionario”6, e questo le tante ricerche storiche ce lo hanno ampiamente dimostrato. E quindi come collocarci oggi? Siamo all’interno di un paradosso? Sicuramente non viviamo tempi rivoluzionari ma possiamo comunque registrare una produzione interessante di canti, per certi aspetti inediti, a cui prima facevo riferimento. Come porci allora? È solo cultura? È tutto inutile? La frase di Bermani sopracitata ci dice anche però che a volte ci sono canzoni che “non sono solo canzoni”. Alcune di esse, infatti, possono riassumere intere visioni, idee, programmi, immaginari, pulsioni, drammi collettivi, paure, speranze, come rabbia, odio, gioia e aspirazione. Possono raccontare interi movimenti politici o spaccati di classe. Sicuramente almeno ci sono stati dei periodi storici in cui è stato così. Oggi sembra tutto più complicato. Credo che esclusivamente attraverso la musica non riusciamo a cogliere esattamente lo stato delle persone oppresse e sfruttate, e spesso nemmeno le condizioni, o le pulsioni, di chi lotta. E questo è un problema da porre. Se non sono le canzoni “a far rivoluzioni” è infatti la lotta a produrre i canti, e ancora oggi credo ci siano dei casi, soprattutto nei cortei, di cori collettivi che ricorrono e che rappresentano i movimenti stessi che li cantano. Due esempi per tutti possono essere: No Tav e GKN (Con “Grida forte la Valsusa che paura non ne ha…” e “Occupiamola, fino a che ce ne sarà…”). Dunque le canzoni, o più in generale la produzione musicale, possono ancora servire per sondare come e quanto le aree sociali e politiche si muovono, e magari in che direzione. Dal momento che non viviamo in un “periodo rivoluzionario” significa anche che ascoltando gli ultimi, gli oppressi, gli sfruttati, o anche le produzioni underground o alternative non troveremo per forza contenuti libertari, radicali o rivoluzionari; figuriamoci poi se sondiamo quelle apolitiche, mainstream o proprio di regime. A volte però vi si possono scorgere quelle ansie, paure, desideri ecc. a cui prima facevo riferimento. Già negli anni ’70 Muzak7 si proponeva di fare un’operazione analoga ascoltando la musicaccia, per “sentire il polso” del popolo, della massa o della minoranza che ascolta quella musica. Credo che questo “sforzo” di rivolgere l’orecchio verso lidi inesplorati – per non dire “inascoltati” – potrebbe infatti essere importante, se non proficuo. Concludo con un esempio per me molto evocativo. Qualche anno fa una band molto famosa e amata nella scena punk-Oi! ha scritto una canzone che si chiama e tratta di “Ansia”8. Ecco io non sono un esperto, ma credo che in due secoli di Movimento operaio e più in generale in millenni di oppressione e sfruttamento, oppressi e sfruttati abbiano provato letteralmente di tutto, ma mai “ansia”. Sapere che degli skinhead provano ansia può suonare quasi bizzarro, e forse sicuramente lo è in riferimento al secolo scorso, ma evidentemente c’è un cambiamento non indifferente in questo tempo. Ecco che allora la musica ci dice ancora qualcosa. Ha ancora senso cantare, come ce l’ha ascoltare, tendere l’orecchio proprio a quei “lidi inascoltati”, perché anche lì troviamo la voce di chi subisce sfruttamento e oppressione.

Enri Volta

1 Un assaggio firmato da Marco Pandin apparso su Umanità Nova può essere questo: https://umanitanova.org/ilmotocrossista-senza-nome-ne-faccia/ canadesi sia verso Sanremo.

2Un ricco e completo approfondimento sia sul lato musicale che storico-artistico sul disco in questione si trova qui: https://disastrosonoro.altervista.org/storm-of-sedition-howl-of-dynamite-2019/

3 Per maggiori informazioni si veda la pagina a lui dedicata su Anarcopedia e un sito ad hoc accessibile come archiviato: https://www.anarcopedia.org/index.php/Renzo_Novatore

https://web.archive.org/web/20110722043854/http://www.novatore.it/

ArchivioRenzoNovatore.html Inoltre c’è la sua scheda biografica, che riporta il suo vero nome “Abele Ricieri Ferrari”: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/13381

4 Per approfondire la sua biografia (a volte il suo nome è riportato “Goliardo”): https://www.anarcopedia.org/index.php/Gogliardo_Fiaschi

5 Qui l’annuncio dell’artista: https://www.facebook.com/GiovanniTruppiOfficial/posts/credo-che-tra-i-compitidi-un-artista-ci-sia-quello-di-porgere-dubbi-piuttosto-c/484245639939674/ Qui una delle interviste ufficiali: https://www.instagram.com/reel/CZkaLesI0u1/ Inoltre ne era stato accennato qui: https://umanitanova.org/di-respirare-la-stessa-aria-dei-secondini-non-ci-vanote-bandite-nel-distruggere-la-gabbia/

6 [Cesare Bermani], “Li beli braghi bianchi”, in “Il canzoniere del lavoro – Cinquanta canzoni per la protesta operaia”, a cura del Gruppo di studi e ricerche del “Nuovo canzoniere italiano” (Luigi Arbizzani, Dante Bellamìo, Cesare Bermani, Gianni Bosio, Franco Coggiola, Giampiero Dell’Acqua, Ivan Della Mea, Sandra Mantovani e Michele L. Straniero), inserto di 32 pagine in “Vie Nuove”, Roma, n.17, 29 aprile 1965.

7 L’intera collezione è leggibile qui (Si veda in particolare la seconda serie): https://www.bibliotecaginobianco.it/?e=flip&id=171&t=elenco-flipping-Muzak

8 Il brano compare nell’album “Il fuoco non si è spento” (2021) dei Bull Brigade, terza pubblicazione del gruppo torinese che aveva inaugurato la sua discografia con “Strade smarrite” nel 2008. Per ascoltare il disco questo è il loro profilo Bandcamp: https://bullbrigade.bandcamp.com/album/il-fuoco-non-si-spento il testo del brano si trova anche qui: https://genius.com/Bull-brigade-ansia-lyrics

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Bolzano, scuole e centri giovani si mettono a lavorare insieme: così sono nati 18 Poli Educativi Territoriali

14 Ottobre 2026 ore 13:39

Nati a partire dall’iniziativa dell’Ufficio Politiche Giovanili – Ripartizione italiana e dalla collaborazione con l’Intendenza Scolastica provinciale, i Poli Educativi Territoriali radicano una nuova modalità di collaborazione tra scuole e Terzo settore per lo sviluppo di Comunità Educanti sul territorio della Provincia di Bolzano. 
Da aprile 2025 a giugno 2026, la sperimentazione ha coinvolto 17 istituti scolastici (dalla Primaria a Istituti Professionali) e 8 Centri giovani in 6 diverse città della Provincia di Bolzano. Queste realtà hanno dato vita a 12 diversi Poli Educativi Territoriali come esito di un processo partecipato strutturato sui principi e i metodi della co-programmazione e co-progettazione. 

Come si è svolta la sperimentazione 

Tra aprile e maggio 2025, durante la fase di attivazione di questo percorso, il confronto con docenti e Centri Giovani ha fatto emergere una serie di bisogni, posti poi al centro del percorso dei Poli: dall’inclusione educativa e dalla presa in carico delle vulnerabilità alla prevenzione del disagio giovanile e alla gestione dei conflitti; dall’integrazione del sistema territoriale per lo sviluppo di comunità educanti al rapporto tra crescita individuale e responsabilità collettiva verso il bene comune. 

Non si tratta di un elenco di carenze, ma di un percorso che va dalla singola persona alla comunità. Le vulnerabilità dei ragazzi e delle ragazze raramente sono di un solo tipo e chiedono una presa in carico condivisa, non prestazioni separate. La prevenzione passa da una presenza continua nei luoghi che i ragazzi vivono, dove anche il conflitto può diventare occasione educativa. Tutto questo è possibile solo se scuola, servizi e Terzo settore smettono di lavorare in parallelo e diventano comunità educante, in cui la crescita di ciascuno si intreccia con la responsabilità verso il bene comune. 

Il monitoraggio

Tali bisogni hanno guidato la co-programmazione e la stesura dei Protocolli di attivazione dei Poli e, tra giugno e settembre 2025, la co-progettazione del Piano Operativo e la definizione dell’operatore socio-culturale, figura ponte tra scuola e centro giovanile. Questo processo è stato accompagnato da Euricse, in supporto all’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia di Bolzano. 

Da gennaio 2026, è stata avviata una più attenta fase di monitoraggio che ha avuto, al centro, l’osservazione delle attività e dello sviluppo della governance: questa attività è stata realizzata a partire da un insieme di indicatori di risultato e di processo progettati da Euricse in base agli esiti della co-programmazione/co-progettazione dei Poli. Infine, tra maggio e giugno 2026, i Protocolli sono stati riprogettati e adattati sulla base delle evidenze raccolte.

Un modello di collaborazione capace di adattarsi 

La sperimentazione altoatesina dei Poli Educativi Territoriali ha portato allo sviluppo di un modello di collaborazione unico e condiviso tra territori differenti, una proposta che fissa elementi minimi condivisi che consente un’applicazione “situata”, ossia pensata per garantire la possibilità a ciascun Polo di attivare strumenti e modalità operative più in linea con le proprie caratteristiche soggettive e con quelle del contesto entro il quale viene attivato. 

Bolzano Pit Stop incontro
Uno degli incontri realizzati sul territorio della provincia autonoma di Bolzano

Il sistema dei Poli è, in sostanza, un’infrastruttura permanente di dialogo tra le realtà che operano a livello locale e un sistema provinciale coordinato dall’Ufficio Politiche Giovanili e dalla Intendenza Scolastica. Si fonda sull’approccio delle “agende collaborative” che propone l’adozione di “linee di governo [del welfare] che incentivano le reti, le interazioni orizzontali e la costruzione di progetti comuni che coinvolgono più attori anche appartenenti a settori di intervento diversi”. 

La governance di questo sistema è stata affidata a Cabine di Regia territoriali che coordinano i lavori di ciascun Polo: queste sono state concepite come spazi di confronto tra istituti scolastici e organizzazioni del Terzo Settore (a partire da quelle che gestiscono Centri Giovani sul territorio) che si declina in modo diverso (sia per quanto riguarda il suo funzionamento che per la sua composizione) a livello locale. 

La pratica quotidiana ha mostrato come, affianco a queste strutture più formali, la presenza degli operatori/operatrici in spazi scolastici informali, come cortili e corridoi durante la ricreazione, costituisca una strategia vincente per agganciare le persone più giovani in un clima non giudicante per favorire l’emersione dei loro bisogni reali. Parallelamente, l’efficacia dell’intervento è strettamente correlata alla presenza di un/a docente referente attivo che faciliti l’integrazione dell’operatore esterno nella comunità scolastica. 

I Poli come spazio per elaborare soluzioni condivise 

I Poli Educativi Territoriali si propongono, quindi, come un modello adattabile a contesti differenti, offrendo una cornice di riferimento chiara per coordinare gli interventi educativi e consolidare il senso di comunità attraverso una collaborazione istituzionale strutturata e flessibile. 

In questo senso, ciascuna rete territoriale ha lavorato su progettualità e iniziative “su misura” per il proprio contesto di riferimento, attivando dentro alle Cabine di Regia territoriali spazi per microprogettare le attività in forma “sartoriale”. Ciò è stato possibile in quanto i Poli si configurano, da una parte, come uno spazio collaborativo di raccolta e analisi dei bisogni di un territorio o una comunità e, dall’altra, come un’alleanza che collabora all’elaborazione di soluzioni “situate” nel contesto che vivono e che contribuiscono ad animare. 

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Questa natura “duale” dei Poli (strategica e operativa, insieme) porta innovazione e sviluppi: 

  • nelle relazioni e nel ruolo degli enti (pubblici e del privato sociale) che li attivano: la contaminazione tra pratiche e linguaggi diversi (educazione formale e informale; didattica e approcci educativi) avvicina ragazze e ragazzi a opportunità nuove, favorisce l’emersione di difficoltà che altrimenti resterebbero latenti e rafforza gli strumenti a disposizione dei e delle giovani, secondo una logica che favorisce il protagonismo giovanile, dentro e fuori dal contesto scolastico; 
  • nelle dinamiche e nelle pratiche pedagogiche ed educative: l’alleanza tra agenzie educative diverse (scuole e Centri Giovani) offre l’occasione di sperimentare nuovi approcci pedagogici, mescolando le diverse appartenenza e attivando progettualità capaci di far dialogare questi linguaggi e ambienti a beneficio di ragazzi e ragazze; 
  • nella relazione con ragazze e ragazzi: la struttura del Polo (che attiva le relazioni a scuola e le accompagna al di fuori) consente anche di far maturare competenze, abilità e propensioni in un contesto sicuro e protetto, dentro e fuori il tempo e lo spazio della scuola, secondo un approccio più disteso e meno competitivo. 

Quattro indirizzi “tematici” e una missione comune 

L’esperienza della Provincia di Bolzano ha fatto emergere quattro diverse tipologie di Polo Educativo Territoriale, ciascuna caratterizzata in base all’indirizzo tematico che le sue attività (ma, più in generale, l’approccio che ciascuno di questi Poli ha adottato) suggerivano. Alcuni Poli hanno messo in campo attività che possono essere definite “a indirizzo sociale” cioè hanno saputo attivare proposte in connessione e/o in coordinamento con interventi più ampi, già attivati dalla scuola e/o dal Centro, allo scopo di supportare ragazzi e ragazze che vivono contesti di marginalità sociale o di fragilità personale. Le azioni promosse sono anzitutto finalizzate alla promozione sociale e a sviluppare occasioni di socializzazione e integrazione per ragazze e ragazzi a rischio di dispersione scolastica. 

Per altri Poli (la maggioranza relativa di quelli attivati) le attività progettate possono essere descritte come “a indirizzo culturale”: questi Poli, infatti, concentrano la propria attività sull’integrazione tra interventi educative e proposte di tipo culturale (teatro, cinema, musica, co-produzione di iniziative culturali) secondo una logica di continuità della proposta educativa. 

Altri Poli ancora possono essere descritti come “a indirizzo tecnologico”: questi Poli mettono in campo azioni pensate per promuovere la conoscenza scientifica e tecnologica, anche attraverso la messa a sistema di infrastrutture come i corner tech. Concentrano la propria azione su laboratori tecnologici e proposte culturali finalizzate ad aumentare le competenze digitali e tecnologiche di ragazzi e ragazze, bambini e bambine. 

pitstop-Bolzano esterno foto Anna Cerrato
Una delle attività – foto di Anna Cerrato

Infine alcuni Poli hanno attivato interventi “a indirizzo comunitario”: in questi casi, le attività proposte sono finalizzate ad un più ampio coinvolgimento delle comunità territoriali di riferimento (città, paesi o quartieri) e/o che ipotizzano specifiche attività di dialogo tra il Polo e le comunità in cui questi sono inseriti. 

Ciascuno di questi diversi orizzonti tematici ha trovato, nelle reti territoriali che animano i Poli, uno spazio di impegno comune: le proposte messe in campo sono state agganciate agli strumenti di programmazione interni dei singoli enti (come, ad esempio, ai Piani Triennali dell’Offerta Formativa elaborati dalle scuole) e hanno evidenziato, sebbene ancora in modo lieve, la differenza tra Poli Educativi e le progettualità che il Terzo Settore attiva insieme alle scuole.

Poli collaborativi

I Poli, infatti, non sono in “competizione” con le altre progettualità ma offrono un nuovo quadro comune di collaborazione a enti pubblici, Terzo settore e scuole: questa nuova infrastruttura può essere capace di orientare la progettazione delle attività sul territorio ma anche la loro pianificazione economica, l’individuazione e la messa a disposizione di risorse e, più in generale, l’integrazione tra interventi in materia di politiche giovanili e altri ambiti (politiche educative; politiche sociali; politiche economiche) che interessano la vita e lo sviluppo delle Comunità Educanti. 

Oggi sono attivi 18 Poli Territoriali in Provincia di Bolzano in sei diverse città (Bolzano, Merano, Vipiteno, Bressanone, Salorno e Laives). Sono coinvolti 26 istituti scolastici e 16 diversi Centri Giovani che progettano e realizzano, ogni giorno attività che incontrano centinaia di bambine e bambini, ragazze e ragazzi. 

Il ruolo dei Poli Educativi Territoriali è diventato centrale rispetto alla strategia di sviluppo delle Politiche Giovanili della Provincia Autonoma di Bolzano “Trova il tuo spazio”, in particolare in quanto i Poli rappresentano l’occasione per garantire “un dialogo autentico, sia all’interno delle organizzazioni che con il territorio” quale “presupposto per favorire processi di coprogettazione efficaci, nei quali il coinvolgimento diretto dei giovani diventi il motore per sviluppare iniziative più rispondenti ai loro bisogni e aspirazioni”. Il progetto verrà discusso ed approfondito nel corso di un evento in programma lunedì 19 ottobre a Palazzo Widmann nel capoluogo altoatesino.

In apertura una delle attività in un Polo educativo – foto di Anna Cerrato, tutte le immagini da ufficio stampa

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