Vista elenco

“Mio padre malato terminale al 41bis, morto da solo nell’indifferenza dello Stato”

17 Giugno 2026 ore 10:00

Questa testimonianza straziante inviata a Nessuno tocchi Caino, descrive il livello di civiltà di un Paese una volta noto come la “culla del Diritto” e che oggi del Diritto è diventato la tomba. Letteralmente. Il carcere non è solo una parte, è la parte per il tutto di un Paese, la cifra della sua civiltà, della sua umanità, della sua “cristianità”. Filippo Turati definiva il carcere il “cimitero dei vivi”. Il 41 bis, il carcere duro, è un cimitero e basta o peggio: una tomba senza fiori, senza lacrime, senza pietà. Leggete questa storia e poi dite se possiamo considerarci uno Stato Civile, se possiamo dire di essere umani, se possiamo ancora affermare che “non possiamo non dirci cristiani”.
Sergio D’Elia

“La dignità non è un favore. È un diritto”. Vi racconto come è morto mio padre

Mio padre aveva 79 anni. Da 16 anni era in carcere con regime di 41bis. A novembre 2025 gli viene diagnosticato un adenocarcinoma. L’intervento per asportare il tumore è fissato per il 19 novembre. Una data che per noi significa speranza, per quanto piccola. Poi arriva il blocco. La direzione del carcere di Sassari manifesta perplessità a ricoverare un paziente in regime di 41bis. L’intervento non si fa. Nessuno ci spiega davvero il perché. Noi restiamo fuori, con una data cancellata e la paura che cresce. A gennaio la situazione peggiora, viene portato d’urgenza per mettere una Stoma. Dai nuovi esami il tumore risulta essere non più operabile. Le metastasi si sono diffuse. Mio padre peggiora. In data 18 marzo 2026 da Sassari lo trasferiscono al carcere di Opera. Dopo una settimana lo spostano all’ospedale San Paolo di Milano. Noi familiari cerchiamo notizie. Chiediamo. Telefoniamo. Non ci rispondono. Non sappiamo se mangia, se soffre, se capisce cosa sta succedendo. Lui è sempre in 41bis. E il 41bis significa una cosa sola: un’ora di colloquio al mese dietro il vetro, oppure dieci minuti di telefonata. Anche quando stai morendo. Anche quando non riesci più a parlare.

Il 21 aprile 2026 mio fratello va al colloquio. È l’ultima volta che lo vede. Dietro quel vetro divisorio, che non ti permette neanche di toccare le mani. Gli dicono che quando l’hanno portato in ospedale non c’era più niente da fare. La situazione era critica già allora. Il 23 aprile 2026 in tribunale vengono concessi i domiciliari su una richiesta fatta da febbraio. Nessuno ci avvisa né a noi familiari né l’avvocato. La mattina del 24 aprile 2026 mio padre muore da solo. L’autopsia del 13 maggio conferma: è morto perché il tumore era progredito facendo metastasi. I medici dicono che anche se avesse fatto l’intervento il 19 novembre probabilmente non l’avrebbe salvato. Questa è la frase che usano per chiudere la storia. “Tanto non sarebbe cambiato”. Ma le cose cambiano eccome. Cambiano per un uomo che negli ultimi mesi della sua vita non ha potuto sentire la voce dei suoi figli, di sua moglie, dei suoi nipoti. Cambiano per una famiglia a cui è stato negato il diritto di stargli vicino, di assisterlo, di dirgli addio senza un vetro in mezzo. Cambiano per un padre che dal 18 marzo quando è stato trasferito da Sassari a Milano era già un malato terminale. Se era terminale perché non gli sono stati concessi i domiciliari subito? Perché lasciarlo in 41bis fino all’ultimo giorno?

La legge prevede che la pena possa essere eseguita in modo compatibile con le condizioni salute. La dignità non è un favore. È un diritto. Noi non chiediamo di cancellare la condanna. Chiediamo di ricordare che dietro il numero di matricola c’era un uomo, un padre, un marito, un nonno. E che un uomo che sta morendo ha diritto di morire senza essere trattato come una minaccia.
Il 41bis è nato per fermare i capi di Cosa Nostra. Mio padre era malato. Nessuno, neanche lo Stato, può dire che la dignità umana finisce dove inizia il regime carcerario più duro. Non vogliamo che la storia di mio padre Commisso Giuseppe alias U mastru finisca con una data cancellata e un colloquio dietro il vetro. Vogliamo che serva a dire: non si può morire così. Non in questo Paese. Non nel silenzio.

Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi

16 Giugno 2026 ore 16:21

Lo avevamo detto oltre un anno fa. Era tutto scritto. Sul sito di Antigone, la scheda relativa a Sollicciano si apre così: “Le condizioni strutturali dell’Istituto sono semplicemente disastrose”. Il seguito potete leggerlo da soli. Dopo la visita congiunta di Antigone e Magistratura Democratica del 21 marzo 2025, avevamo chiesto che il carcere di Sollicciano a Firenze venisse immediatamente chiuso. Là dentro si viveva una vita indecente, contraria a ogni senso di umanità, indegna di uno Stato che si vuole presentare come democratico.

“È difficile descrivere”, scrivevamo allora, “la condizione di degrado raggiunta dalla struttura (…). Non si tratta più di trascorrere il tempo in uno spazio ridotto o di non poter usufruire di un programma teso alla risocializzazione a causa del sovraffollamento, come ormai accade alla maggior parte dei luoghi di detenzione italiani. A Sollicciano si tratta di essere costretti a sopravvivere adattandosi a condizioni di vita inumane che non corrispondono al senso di umanità della pena richiesto dall’art. 27 comma 3 della Costituzione. La struttura degli edifici che ospitano le sezioni e lo stato di degrado dell’intero impianto idrico sono tali che le continue infiltrazioni di acqua piovana e di acqua dispersa hanno cosparso di muffa intere pareti e provocano continui sversamenti di acqua dai soffitti e dai terrazzi, che allagano i pavimenti e obbligano i ristretti a vivere nell’umidità, se non proprio nell’acqua. I servizi igienici delle celle (dove spesso vengono ricavati spazi dispensa) oltre ad essere coperti di macchie di muffa, sono privi di copertura della tazza e di cassa di scarico, tanto che le persone detenute devono utilizzare un tubo di fortuna attaccato al lavandino. Sempre a causa delle infiltrazioni di acqua è saltato l’impianto elettrico di alcune celle e le persone detenute devono stare al buio. Le cimici continuano ad infestare i materassi”. E potremmo continuare.

Le condizioni igieniche, sanitarie e strutturali dell’istituto non erano già all’epoca sostenibili. Nonostante questo e altri successivi appelli, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non si è mosso. Oggi è una Procura – caso senza precedenti – a chiederne il sequestro. Il Tribunale di Firenze ha emesso un decreto di sequestro preventivo per ben sette sezioni del carcere fiorentino. I detenuti verranno, inevitabilmente, ammassati da qualche altra parte, visto il tasso di affollamento carcerario che ha ormai raggiunto il 140% su base nazionale (e oltre il 200% in molti istituti: oggi solo 22 carceri su 189 non sono sovraffollate).

L’applicativo informatico utilizzato dal Ministero della Giustizia per misurare lo spazio delle celle si discosta dai criteri dettati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel 2021. Il governo non vuole regole, non gradisce controlli. Vuole mano libera. Nel suo continuo braccio di ferro con la magistratura, ha deciso che il detenuto deve accontentarsi di meno spazio di quello previsto dalle norme per come i magistrati le interpretano.

Allo stesso modo, ha deciso che i detenuti possono vivere in mezzo alle cimici, alla muffa, agli allagamenti. Sapevano tutto e non hanno fatto nulla. Adesso sono intervenuti i giudici a riaffermare dei limiti minimi. Non era mai accaduto prima in questi termini. Speriamo che non ci si fermi qui. Non basta una mano di vernice a Sollicciano: come accade in Paesi più civili del nostro, nessuno deve più entrare in carcere se non c’è uno spazio dignitoso ad accoglierlo.

L'articolo Sollicciano, sul carcere di Firenze sono dovuti intervenire i giudici: Dap e governo sapevano ma non si sono mossi proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌