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Cinque anni fa il ritorno dei talebani. Istruzione secondaria negata a oltre 2,6 milioni di ragazze

15 Agosto 2026 ore 07:00

Oltre 2,6 milioni di ragazze hanno dovuto lasciare la scuola dopo la secondaria: dal 2001, da quando cioè i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan – era il 15 agosto – l’istruzione superiore è preclusa alle donne

Lo ricorda Unicef, nel quinto anniversario del ritorno dei talebani al potere. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze sia vietato accedere agli studi superiori e universitari.

Un’aula scolastica offre molto più che l’apprendimento. Dà a una giovane una voce e la possibilità di realizzare appieno il proprio potenziale. Inoltre, costituisce uno scudo contro il lavoro minorile, i matrimoni precoci, la violenza e gli abusi. Quando le scuole hanno chiuso, quella protezione è venuta meno

Catherine Russel, Unicef

«Cinque anni possono sembrare pochi nella storia di un Paese, ma rappresentano un periodo determinante nella vita di una ragazza», ha affermato Catherine Russell, direttrice generale dell’Unicef. 

«Un’aula scolastica offre molto più che l’apprendimento. Dà a una giovane una voce e la possibilità di realizzare appieno il proprio potenziale. Inoltre, costituisce uno scudo contro il lavoro minorile, i matrimoni precoci, la violenza e gli abusi. Quando le scuole hanno chiuso, quella protezione è venuta meno, proprio nel momento in cui le ragazze ne avevano più bisogno», aggiunge.

Le ragazze che non frequentano la scuola, ricorda Unicef, sono esposte a maggiori rischi in termini di protezione, tra cui il lavoro minorile, gli abusi, i matrimoni precoci e la violenza di genere. 

Tali rischi aumentano con la povertà delle famiglie e gli sfollamenti, fenomeni entrambi molto diffusi in Afghanistan. Dal 2023, oltre 2,7 milioni di persone sono tornate dall’Iran e dal Pakistan; il 60% di loro sono bambini e giovani.

20 mila insegnanti donne a rischio

Le ripercussioni vanno oltre le ragazze direttamente colpite. Un’analisi dell’Unicef pubblicata nell’aprile 2026, dal titolo “Il costo dell’inazione sull’istruzione delle ragazze e sulla partecipazione delle donne alla forza lavoro in Afghanistan”, ha rilevato che il Paese rischia di perdere fino a 20mila insegnanti donne e 5.400 operatrici sanitarie entro il 2030.

Il numero di insegnanti donne nell’istruzione di base è già diminuito di oltre il 9%, passando da quasi 73mila nel 2022 a circa 66mila nel 2024. 

La rappresentanza femminile nella pubblica amministrazione è scesa dal 21 % al 17,7 % tra il 2023 e il 2025.

La stessa analisi stima che le restrizioni all’istruzione delle ragazze e all’occupazione delle donne costino all’Afghanistan 84 milioni di dollari USA all’anno in termini di perdita di produzione economica, con perdite che si aggravano ogni anno in cui le restrizioni permangono. 

Le conseguenze si ripercuotono anche sulla generazione successiva. Con l’aumentare della percentuale di madri prive di istruzione, aumentano anche i rischi di basso peso alla nascita, vaccinazioni insufficienti e ritardi nella crescita tra i loro figli, aggiungendo ulteriore pressione a un sistema sanitario già sotto pressione.

Sostegno all’istruzione, oltre le restrizioni

Nonostante le restrizioni, l’Unicef continua a sostenere l’istruzione in Afghanistan. Nel 2025, oltre 3,7 milioni di bambini delle scuole pubbliche hanno ricevuto sostegno educativo di emergenza, 442mila bambini hanno partecipato a programmi di apprendimento basati sulla comunità – il 66% dei quali erano bambine – e sono state costruite o ristrutturate 232 scuole.

«L’Unicef esorta le autorità di fatto a revocare le restrizioni all’istruzione e a consentire a tutte le ragazze e le donne di tornare immediatamente a scuola e all’università», ha affermato Russell, facendo eco all’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite a revocare la sospensione dell’istruzione femminile in Afghanistan. 

«L’Unicef e i nostri partner sono pronti a sostenere la riapertura delle scuole affinché ogni ragazza possa tornare in sicurezza. Un Paese non può prosperare quando metà dei suoi giovani viene ostacolata. Il futuro dell’Afghanistan è fuori dalle aule, in attesa di poter rientrare».

Apartheid di genere, crimine contro l’umanità

Attenzione e impegno verso un paese lasciato nelle mani dei talebani sono richiesti anche da Fondazione Pangea. «Di quel 15 agosto ricordiamo tutto: l’ansia, la paura, le decisioni difficili da prendere in poco tempo», racconta il presidente, Luca Lo Presti.

Nell’emergenza di quei giorni abbiamo dapprima bruciato i documenti di lavoro, chiuso l’ufficio di Kabul ed evacuato il personale

Luca Lo Presti, Fondazione Pangea

«La priorità è stata fin da subito proteggere le attiviste e le beneficiarie che per vent’anni hanno collaborato con noi in Afghanistan. Nell’emergenza di quei giorni abbiamo dapprima bruciato i documenti di lavoro, chiuso l’ufficio di Kabul ed evacuato il personale. In una seconda fase la preoccupazione è stata invece quella di non lasciare il Paese, di continuare a lavorare accanto alle donne, alle bambine e ai bambini», aggiunge.

Chiediamo il riconoscimento dell’apartheid di genere come un crimine conto l’umanità, al pari di quello etnico avvenuto in Sudafrica

Simona Lanzoni, Fondazione Pangea

Oggi, «nel paese è in atto un vero e proprio “apartheid di genere», afferma la vice presidente di Fondazione Pangea, Simona Lanzoni.

«Per le donne la situazione precipita di giorno in giorno: non possono andare a scuola, fare sport, semplicemente curarsi in autonomia o andare in giro da sole, cantare, parlare in pubblico, affacciarsi a una finestra e recarsi in ospedale se non sono accompagnate da un uomo, sia esso il marito, il fratello o addirittura il figlio maschio piccolo», ricorda Lanzoni.

«Per questo come Fondazione Pangea ci siamo fatte portavoce in Italia del riconoscimento dell’apartheid di genere come un crimine conto l’umanità, al pari di quello etnico avvenuto in Sudafrica», conclude.

Foto Pixabay

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La Pace cambia l’economia

Si terrà sabato 5 settembre 2026 a Cernobbio (Sala di Via delle Cinque Giornate 5) il XVI Forum nazionale dell’altra Cernobbio, promosso dalla campagna Sbilanciamoci! insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il titolo dell’edizione di quest’anno è “Un’economia di pace. Contro la guerra, un nuovo modello di sviluppo“.

Parteciperanno (clicca per scaricare il programma) economiste ed economisti, ricercatori, sindacalisti ed esponenti della variegata galassia delle associazioni che fanno parte delle due reti promotrici, alle quali aderiscono oltre 100 organizzazioni.

I temi affrontati quest’anno sono quelli della riduzione delle spese militari e della riconversione dell’industria bellica, delle conseguenze dannose delle guerre sull’economia e sulla vita delle persone, della necessità di un modello di sviluppo sostenibile e di qualità fondato sui diritti, la pace, l’ambiente. Faro per le organizzazioni promotrici è una politica di pace fondata sulla cooperazione e sulla democrazia internazionale, un’economia di giustizia, contro le diseguaglianze.

Il Forum si concluderà con gli impegni e le proposte verso la legge di bilancio 2027 e le elezioni politiche: al centro gli investimenti pubblici per la transizione ecologica, la riconversione del sistema produttivo, la sanità e l’istruzione pubblica, i servizi sociali per il welfare e l’accoglienza dei cittadini migranti.

“Mentre al workshop dello Studio Ambrosetti – affermano Cecilia Begal e Giulio Marcon, co-portavoce  di Sbilanciamoci- ci ripropongono da 40 anni le stesse ricette fallimentari che hanno fatto crescere diseguaglianze, guerre e peggioramento del clima, noi vogliamo dire che un’altra economia è possibile: quella fondata sulla pace, i diritti, la sostenibilità”

I lavori si articolano in due momenti: la mattina (ore 9.30-13.00) dedicata a “L’impatto della guerra sull’economia e la società”, con le sessioni sulla militarizzazione dell’economia e sulle conseguenze per la globalizzazione, il lavoro e le produzioni; il pomeriggio (ore 14.00-17.00) dedicato a “Le alternative dell’economia di pace”, con le sessioni su un’economia del lavoro, dell’ambiente e dei diritti e su un modello di sviluppo sostenibile.

La giornata si chiuderà alle ore 21.00 allo Spazio Gloria (Via Varesina 72, Como) con “Ho visto un Re…”, “concerto” teatrale di diverse compagnie contro i Re e le loro guerre, presentato da Dario Onofrio (Arci) e con l’intervento di Cecilia Begal, co-portavoce di Sbilanciamoci!.

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