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In Italia 430mila bambini e ragazzi sono costretti a rinunciare a cibo e socialità

15 Ottobre 2026 ore 18:19

L’Italia non soltanto fa sempre meno figli: è anche un Paese nel quale il peso del caro vita grava sulle generazioni più giovani, dall’infanzia all’ingresso nella vita adulta. Nel 2024, ultimo dato disponibile, sono circa 430mila, il 5,6% dei minori sotto i 16 anni, i bambini e i ragazzi che vivono in famiglie costrette, per ragioni economiche, a rinunce che riguardano l’alimentazione o la socialità. C’è chi non può permettersi ogni giorno frutta e verdura o un pasto proteico, per esempio a base di carne, pesce o equivalente vegetariano, e chi non può invitare ogni tanto gli amici a casa per giocare o mangiare qualcosa. Nel 2021 erano il 5,3%, circa 419mila. 

È quanto emerge dalla nuova analisi di ActionAid sulla povertà alimentare in Italia, che legge il fenomeno attraverso punti di vista differenti: le difficoltà legate all’acquisto di cibo, le forme più gravi di insicurezza alimentare e la spesa delle famiglie. Il segnale più forte riguarda i bambini tra i 6 e gli 11 anni. In questa fascia d’età, tra il 2021 e il 2024, la quota di chi sperimenta problemi nell’accesso al cibo e alla sua socialità passa dal 3,8% al 6,8%: circa 220mila bambini, quasi 90mila in più rispetto a tre anni prima. Le difficoltà economiche possono tradursi anche nella rinuncia a libri extrascolastici, gite, attività di svago o vestiti nuovi. La casa rappresenta una delle principali uscite con cui deve competere la spesa alimentare: quando il bilancio si restringe, il cibo può diventare la voce su cui si interviene riducendo quantità, qualità o ricorrendo ad aiuti. Questa pressione pesa anche sui minori: tra chi vive in una casa di proprietà senza mutuo, le difficoltà alimentari o sociali riguardano il 3,6%; tra chi vive in affitto salgono al 12%, sia nel mercato libero sia negli alloggi a canone agevolato. Oltre tre volte tanto. 

La difficoltà economica può pesare anche nel passaggio alla vita adulta. Tra le persone a rischio di povertà, la deprivazione alimentare riguarda il 27,3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni. Ma gli anziani non sono al riparo: tra i 65 e i 74 anni l’incidenza è infatti elevata, al 27,2%. Tuttavia, la fragilità colpisce una fase della vita in cui si dovrebbe raggiungere l’autonomia, trovare stabilità lavorativa e sostenere il costo di una casa, mentre per gli over 75 la maggiore continuità dei redditi pensionistici può rappresentare un elemento di relativa protezione.  

«Il paradosso è evidente: mentre l’Italia si interroga sul calo delle nascite, crescere dei figli e diventare adulti è sempre più difficile. Le rinunce cominciano dal cibo e dalla possibilità di invitare un amico a casa, continuano negli anni dello studio e arrivano alla ricerca di un lavoro e di un’abitazione che permettano di costruire una vita autonoma. Non si tratta di contrapporre giovani e anziani, ma di riconoscere che la stabilità per le nuove generazioni arriva sempre più tardi e a un costo sempre più alto», dichiara Roberto Sensi, responsabile del programma povertà alimentare per ActionAid Italia. 

L’analisi di ActionAid restituisce un quadro di impoverimento progressivo che riguarda l’intera popolazione. Nel 2024 la quota di persone in povertà alimentare è pari al 12,7%, in aumento rispetto all’11,8% del 2023. In termini assoluti si tratta di oltre 6,4 milioni di persone. Il Sud e le Isole restano l’area più colpita, con un’incidenza del 17,4%, ma la novità più significativa arriva dal Nord. Qui la quota di persone in difficoltà passa dal 7,6% del 2023 all’11,2% del 2024, con circa 884mila persone in più coinvolte. In Lombardia, l’incidenza passa dall’8,3% al 14,5% – sono circa 1,25 milioni, più 535mila in un solo anno; in Veneto sale dal 9,5% al 13,5%. Il fenomeno si sta quindi diffondendo anche in territori tradizionalmente meno esposti, senza però spostarsi dal Mezzogiorno, dove si concentrano ancora le incidenze più elevate: la Calabria raggiunge il 35,7%, il valore regionale più alto, in ulteriore crescita rispetto al 31,7% del 2023. A preoccupare è anche il cambiamento del profilo delle persone coinvolte: la deprivazione cresce tra gli occupati, dall’8,7% al 10,5%, e riguarda sempre più anche persone e famiglie non classificate a rischio di povertà.  

«Questo non significa che le fasce più fragili siano meno esposte, ma che l’aumento dei prezzi di cibo, casa ed energia sta allargando l’area della vulnerabilità. Questi dati interrogano l’adeguatezza degli attuali approcci di contrasto. Bisogna affiancare all’aiuto alimentare risposte più strutturali in grado di contrastare efficacemente il fenomeno e promuovere il diritto ad una alimentazione adeguata», conclude Sensi. 

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La povertà alimentare colpisce un bambino su quattro nel mondo

15 Ottobre 2026 ore 17:38

Sono 181 i milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni che vivono in condizione di grave povertà alimentare: uno su quattro. Di questi, 43 milioni soffrono di malnutrizione acuta, per 12 milioni è grave. Una condizione che può facilmente portare alla morte: a livello globale, quasi la metà dei decessi dei bambini sotto i 5 anni è causata dalla malnutrizione. A segnalarlo è Save the Children, che denuncia il sottofinanziamento dei fondi di contrasto alle emergenze alimentari e nutrizionali nel mondo.

Finora, avvisa l’ong sulla base di un’analisi condotta su quasi 20 Paesi, è stato erogato meno di un terzo dei finanziamenti necessari: a fronte di un fabbisogno stimato in 10 miliardi di dollari, solo il 31%, pari a circa 3,1 miliardi, è stato effettivamente stanziato. La malnutrizione nei primi anni di vita può causare danni irreversibili alla salute e allo sviluppo dei bambini. Eppure, solo uno su tre riceve le cure nutrizionali di cui ha bisogno, mentre conflitti, povertà, crisi climatica e tagli agli aiuti impediscono a milioni di famiglie di sfamare i propri figli. 

«Per decenni», commenta Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children «l’impegno della comunità internazionale ha dimostrato che la malnutrizione può essere prevenuta e sconfitta: non è un destino inevitabile. Oggi, però, stiamo assistendo a una pericolosa inversione di tendenza». A pesare, conflitti più estesi e devastanti, restrizioni all’accesso umanitario, la crisi climatica drastici tagli agli aiuti. Un mix di fattori che priva milioni di bambini di ciò che è essenziale per sopravvivere e crescere: cibo, acqua potabile, assistenza sanitaria, servizi igienici e protezione. «Di fronte a questa crisi non basta intervenire quando l’emergenza è già esplosa. Occorre affrontare le cause profonde della fame con investimenti stabili e soluzioni durature, riportando i bambini al centro dell’agenda globale», puntualizza Fatarella. « La sicurezza alimentare non è un traguardo irraggiungibile: è una scelta politica».

La principale causa di malnutrizione infantile sono i conflitti. Nel 2025, su un totale di 39,1 milioni in condizioni di emergenza erano 23,1 milioni quelle che si trovavano in Paesi in cui il conflitto rappresenta la causa principale. Tra gli scenari peggiori, il Sudan, dove si stima che nel 2026 circa 825mila bambini sotto i 5 anni soffrano di malnutrizione acuta grave, in aumento del 7% rispetto al 2025 e del 25% rispetto al periodo precedente al conflitto (scoppiato nel 2023). Nella Striscia di Gaza, invece, sono più di 1,2 milioni le persone che si trovavano in una situazione di insicurezza alimentare acuta. Inoltre, si stima che, in assenza di assistenza alimentare umanitaria, circa il 90% della popolazione (1,9 milioni di persone) potrebbe affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta fino a dicembre 2026.

Anche la crisi climatica gioca la sua parte. Gli eventi meteorologici estremi incidono per circa un terzo sul numero globale di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, seguiti dalle crisi economiche, che però sono in flessione rispetto al 2024. In Somalia, quasi due milioni di bambini sotto i 5 anni sono a rischio di malnutrizione acuta, di cui 433mila di malnutrizione acuta grave. Il Paese è uno dei più vulnerabili alla crisi climatica e le persone che vivono in condizione di insicurezza alimentare acuta sono circa 5,4 milioni – il 28% della popolazione – in aumento di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Ad aggravare ulteriormente la situazione, i tagli agli aiuti umanitari. Nel 2025, denuncia Save the Children, i fondi destinati all’assistenza alimentare, agricola e nutrizionale hanno subito un calo del 59% rispetto al 2022: un crollo dei finanziamenti che ha costretto a ridurre la portata degli interventi. Così, dai 36 milioni di donne e bambini iniziali da raggiungere si è passati a soli 16,7 milioni di beneficiari, lasciando circa due milioni di bambini affetti da malnutrizione acuta grave senza cure e mettendo a rischio la vita di oltre 350mila persone. Un esempio della correlazione tra calo degli aiuti e aumento della malnutrizione è l’Afghanistan. Qui, negli ultimi quattro anni malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è aumentata del 14%, arrivando a colpire 3,7 milioni di bambini nel 2026. Nello stesso periodo, però, i finanziamenti e gli aiuti internazionali sono diminuiti di quasi il 70%, comportando la chiusura o la sospensione delle attività di 600 strutture sanitarie. In Uganda oltre un milione di rifugiati ha perso il sostegno alimentare, mentre ad Haiti la sospensione della distribuzione di pasti caldi alle famiglie sfollate ha aggravato i livelli di fame. In generale, a livello globale, le proiezioni indicano che un’ulteriore e rapida riduzione dei finanziamenti potrebbe causare fino a 22,6 milioni di decessi aggiuntivi entro il 2030, inclusi 5,4 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni.

Save the Children avvisa: siamo di fronte a quella che potrebbe essere la più grave emergenza alimentare del 21° secolo. Il suo impatto si fa particolarmente sentire in Paesi come lo Yemen, dove si stima che 2,2 milioni di bambini, quasi uno su quattro, soffrano di malnutrizione acuta e 500mila di malnutrizione acuta grave a causa del conflitto e della crisi economica, mentre la recente escalation delle violenze rischia di aggravare ulteriormente la situazione. La crisi si estende anche al Malawi, dove un milione di bambini sotto i 5 anni è in condizione di malnutrizione acuta e all’intera Africa orientale e meridionale. Secondo le stime, entro l’inizio del 2027 circa otto milioni di bambini in Madagascar, Malawi, Mozambico, Zambia, Uganda e Kenya potrebbero trovarsi in condizioni di insicurezza alimentare acuta, con un aumento del 30% rispetto ai livelli attuali.

In apertura: un bambino di un anno affetto da malnustrizione riceve cure mediche da parte di un’unità mobile supportata da Save the Children a Kapoeta, in Sud Sudan (Save the Children)

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Il 56% degli indigenti non è raggiunto dagli aiuti alimentari. Come colmare il gap?

13 Ottobre 2026 ore 16:11

Oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti. È uno dei dati emersi nel corso del primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, alla presenza di Istituzioni, Imprese e Terzo settore.  Tra gli obiettivi dell’incontro di martedì 13 ottobre a Roma, fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare e proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà. Nel corso del forum inoltre è stata condivisa una proposta strategica finalizzata ad ampliare la capacità di risposta dell’intero sistema di aiuto alimentare.

Dal sistema aiuti un pasto al 44% degli indigenti

Dalla ricerca promossa dalla fondazione e svolta dal Food Sustainability Lab della Polimi School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta. 

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da sx Luciano Ghelfi giornlaista, Marco Piuri presidente fondazione, Paola Garrone professoressa di Business and Industrial Economics e Responsabile Scientifico del Food Sustainability Lab, viceministro Maria Teresa Bellucci

Dall’analisi svolta dalla Polimi School of Management è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentare (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta dedicata a Te – Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema del Fondo sociale europeo plus (ovvero il Fse+/Fn) pari al 8% (159 milioni di pasti-anno). 

La filiera delle donazioni da ampliare

La filiera donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, permettendo al costo unitario per un pasto di essere pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto che avrebbe nel mercato finale (2,35 €-pasto) – e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn. 

Rafforzare la filiera delle donazioni può contribuire in modo particolarmente efficace ad ampliare l’accesso al cibo, liberando risorse da reinvestire nel sistema di aiuto alimentare. Dato l’impatto relativamente contenuto della donazione sui conti pubblici, c’è infatti spazio per introdurre ulteriori misure per rendere la donazione, in particolare di prodotti standard, ancora più conveniente. 

I prodotti standard

L’introduzione della donazione di prodotti standard non intende sostituirsi alle misure esistenti, ma integrarsi in una visione d’insieme. Restano infatti centrali gli strumenti di sostegno diretto (come la Carta Dat) e, soprattutto, i finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+) e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati.

banco alimentare magazzino
Volontari in un magazzino del Banco Alimentare

Colmare il divario residuo richiede dunque di irrobustire e ottimizzare tutte le filiere, sostenendo anche la capacità logistica e organizzativa del Terzo Settore per gestire volumi maggiori di aiuti alimentari.

L’identikit della povertà alimentare

Inoltre, dall’indagine condotta da PrismaStat – presso le organizzazioni partner territoriali (mense per i poveri, case-famiglia, comunità per i minori, centri d’ascolto, unità di strada, etc) convenzionate con Banco Alimentare, emerge un identikit della povertà alimentare oggi in Italia: sempre più famiglie con figli e lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono a far fronte alle spese quotidiane. Le famiglie con minori sono tra i beneficiari più presenti per il 77% delle organizzazioni, seguite dai lavoratori a basso reddito (56%), dalle persone straniere (51%) e dagli anziani soli (36%).

Gli alimenti più richiesti

La ricerca fotografa anche la classifica degli alimenti più richiesti e di quelli che il sistema degli aiuti fatica a garantire. Tra questi l’olio d’oliva, caffè, formaggi stagionati, carne fresca, latticini e uova. Un dato significativo è che, se il 67% delle organizzazioni giudica positivamente la qualità degli alimenti ricevuti, appena il 39% è soddisfatto della varietà dei prodotti disponibili.

C’è poi un aspetto economico interessante: il 62% delle organizzazioni deve ricorrere anche ad altre fonti di approvvigionamento e, tra queste, il 66% acquista direttamente parte degli alimenti necessari, sostenendo costi che potrebbero altrimenti essere destinati ad altre attività di sostegno. 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Da qui una delle indicazioni più importanti della ricerca per il mondo delle imprese: affiancare al recupero delle eccedenze, anche donazioni programmate dei prodotti maggiormente necessari per rendere gli aiuti più efficaci e alleggerire i costi della rete territoriale.

Potenziare la legge 166/2016 

Per superare queste criticità e consolidare l’intero sistema di aiuto alimentare, Fondazione Banco Alimentare ha presentato oggi una proposta che individua alcune leve strategiche fondamentali come il potenziamento della Legge 166/2016 per adeguarla ai nuovi scenari, il rafforzamento della leva fiscale a sostegno delle imprese donatrici e alcune misure di supporto alla logistica e ai trasporti per sostenere l’operatività quotidiana degli enti del Terzo Settore.  

«Auspichiamo che, in vista della prossima legislatura, ciascun partito possa individuare un parlamentare o un tecnico per formare un tavolo di lavoro stabile che contribuisca ad individuare in tempi brevi misure a sostegno della donazione di prodotti standard e un potenziamento della Legge 166/2016, riconosciuta da tutti come un modello di “buona politica”, nato da un percorso condiviso e approvato all’unanimità dal Parlamento», ha affermato Marco Piuri, presidente della fondazione.

Nell’immagine in apertura un furgone con i prodotto donati al Banco Alimentare – tutte le immagini sono da Ufficio stampa

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