Top Beijing official welcomes ‘enthusiastic’ Taiwanese presence at cross-strait event




Alle 10,30 appuntamento con la stampa in piazza Indipendenza a Firenze

Alla fine del mese di maggio di ogni anno il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali alla relazione annuale, offre una lettura dell’andamento e delle prospettive della situazione economica e sociale italiana, collocandole nel più ampio contesto internazionale ed europeo. La relazione presentata quest’anno dal governatore Fabio Panetta è risultata particolarmente interessante sia per la drammatica evoluzione del quadro geopolitico internazionale – segnata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato forti rincari del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, con ricadute sempre più pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie e delle imprese – sia per le profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo “il modo in cui si produce, si lavora e si prendono le decisioni”.
Particolarmente stimolanti appaiono le riflessioni dedicate all’andamento dell’economia italiana nel quadro delle politiche europee. Esse riportano al centro dell’attenzione alcuni nodi strutturali che il nostro Paese continua a trascinare da oltre vent’anni, indipendentemente dall’alternanza dei governi. L’essenza del problema è efficacemente sintetizzata da una delle affermazioni del governatore Panetta: “Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro”. Tutto ciò avviene in un contesto nel quale, come ha osservato lo stesso governatore, “la demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età lavorativa in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.
In questo scenario, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi può rappresentare il fattore decisivo per consentire all’economia italiana quel salto di produttività ormai indispensabile. Tuttavia, come ha sottolineato Panetta, “rischiano di ostacolare questa evoluzione un tessuto produttivo frammentato in imprese di piccole dimensioni che adottano più lentamente le nuove tecnologie”. Sorprende che considerazioni di tale portata non abbiano suscitato un dibattito più approfondito all’interno delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Tutto sembra essere passato quasi inosservato, come se i problemi strutturali della bassa crescita italiana potessero risolversi spontaneamente, senza una funzione attiva della politica con la P maiuscola.
D’altra parte, anche l’ingente massa di risorse mobilitate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza tra il 2021 e il 2025 – oltre 100 miliardi di euro effettivamente impiegati – non è riuscita a incidere in modo significativo sulla crescita della produttività del sistema produttivo e agricolo. Diventa quindi ancora più urgente, alla luce della profonda trasformazione in atto nei processi produttivi, fare ricorso all’intelligenza artificiale e alle tecnologie digitali per tentare di superare l’asfittica crescita della nostra economia e aumentare la produttività dei fattori impiegati.
Per perseguire una strategia di questo tipo occorre però affrontare preliminarmente due nodi strutturali che, con il trascorrere del tempo, rendono sempre più difficile l’introduzione dell’innovazione tecnologica e finanziaria nel sistema economico: la dimensione delle imprese e il ruolo del sistema bancario. È difficile immaginare una diffusione capillare dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi produttivi in un sistema economico nel quale la presenza delle micro e piccole imprese, fino a 49 addetti, costituisce la caratteristica dominante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo un’indagine del Centro Studi Cna, pubblicata nel novembre 2022 e riferita ai dati del 2020, le imprese con meno di 50 addetti erano 4.226.623, pari al 99,4% del totale. Di queste, oltre un milione – 1.033.027 – aveva natura artigiana. In Italia, dunque, quasi un’impresa su quattro è artigiana. La crescita dimensionale delle imprese appare quindi una condizione imprescindibile per consentire al sistema delle Pmi di innovare i processi produttivi, incrementare la produttività e valorizzare le competenze professionali dei lavoratori. Non si tratta di accrescere il potere economico dell’imprenditore, ma di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro.
È un cambiamento che può garantire maggiore economicità e sviluppo alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione dei costi unitari, il conseguimento di economie di scala, una maggiore capacità competitiva sui mercati e il rafforzamento della solidità patrimoniale. Il raggiungimento di un obiettivo di tale portata richiede necessariamente un ruolo attivo e propositivo del sistema bancario nazionale. Purtroppo, l’impostazione assunta dal nuovo Testo Unico Bancario, entrato in vigore nel 1994, ha progressivamente orientato gli istituti di credito verso la concentrazione bancaria, trascurando il tema dell’evoluzione della funzione delle banche nello sviluppo delle imprese e dei distretti industriali.
Si è progressivamente indebolita quella relazione banca-impresa che, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Novanta, aveva contribuito in maniera determinante alla crescita del sistema economico italiano, generando benessere diffuso per imprese, lavoratori e famiglie. Nell’attuale fase di profonda trasformazione dell’economia globale, caratterizzata dall’irruzione delle tecnologie digitali e da mutamenti geopolitici senza precedenti, stiamo assistendo alla rinascita del cosiddetto “risiko bancario”. Negli ultimi quattro anni, grazie all’aumento dei tassi d’interesse seguito alla guerra russo-ucraina e al mancato adeguamento della remunerazione della raccolta bancaria, gli istituti di credito hanno registrato profitti straordinari e rafforzato la propria patrimonializzazione.
Tuttavia, questo nuovo risiko bancario non sembra orientato alla costruzione di un sistema creditizio capace di accompagnare il tessuto produttivo italiano fuori dal nanismo industriale e di sostenerlo nell’affrontare la rivoluzione tecnologica necessaria ad aumentare produttività e crescita. La stessa operazione che ha visto protagonista Mps e che ha portato alla conquista di Mediobanca è apparsa soprattutto come una partita tra grandi gruppi finanziari interessati, da un lato, al credito al consumo e al risparmio gestito e, dall’altro, al controllo di Generali, di cui Mediobanca detiene una partecipazione rilevante.
Al centro di tale operazione non sembra esservi stata una riflessione sul ruolo che Mps avrebbe potuto svolgere nel sostenere la crescita dimensionale delle Pmi, non soltanto attraverso il credito tradizionale, ma anche mediante la creazione di strumenti finanziari innovativi destinati a favorire fusioni, incorporazioni e aggregazioni aziendali, indispensabili per rafforzare la competitività del sistema produttivo. Analoga considerazione può essere svolta per le operazioni in corso nel settore bancario, dove prevale la ricerca di sinergie finanziarie e commerciali piuttosto che la definizione di una strategia di sostegno allo sviluppo delle imprese.
In questo contesto si colloca, infatti, la proposta di Intesa San Paolo e Unipol ( il gruppo assicurativo primo azionista di Biper con il 19,8,%) per impossessarsi di Mps, svuotandolo di ogni contenuto funzionale, quale banca finanziatrice delle esigenze delle Pmi e dei distretti industriali. La proposta di banco Bpm rivolta a perseguire la fusione con Mps, per come è stata fatta, pare destinata a finire nel dimenticatoio, proprio per la debolezza intrinseca di quello che si vorrebbe conseguire. L’obiettivo dell’amministratore di Intesa San Paolo Messina pare quello di utilizzare l’acquisto di Mps per assicurarsi tramite Mediobanca la possibilità di arrivare al controllo di Generali, magari con un’alleanza spuria con Unicredit. Quello di Unipol di acquistare n. 635 sportelli di Mps per accrescere i punti di vendita di Biper, che assumerebbe il nome di Banca Monte Paschi, cancellando Siena e la storicità della banca, per piazzare le polizze assicurative di Unipol.
Colpisce, infine, che il ministro dell’Economia Giorgetti, in una fase in cui l’economia italiana continua a registrare tassi di crescita prossimi allo zero, si limiti ad affermare che debba prevalere chi offre di più. Ancora più sorprendente è constatare come il dibattito sul futuro del sistema bancario si concentri prevalentemente sulla redditività derivante dalla gestione del risparmio, dimenticando che la capacità delle famiglie di accumulare risorse dipende, in ultima analisi, dalla crescita dell’economia reale. Se quest’ultima ristagna, inevitabilmente anche il risparmio si riduce e, con esso, le prospettive di sviluppo dell’intero sistema.
L’articolo Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica è tratto da Forbes Italia.




Nature, Published online: 11 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10784-1
Author Correction: Plasticity and language in the anaesthetized human hippocampusNature, Published online: 11 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10784-1
Author Correction: Plasticity and language in the anaesthetized human hippocampus
Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Buongiorno cari lettori, oggi vi porto con me nell’avventura che ha caratterizzato il mio mese di maggio. Grazie a Il Mago di Oz sono riuscita a partecipare al Salone del Libro di Torino come blogger e a portare il nostro amato blog tra gli stand e gli autori dell’edizione del 2026. Ho registrato un vlog su YouTube, che trovate in fondo alla pagina, dove ho intervistato alcune case editrici ed autori emergenti con cui ho collaborato e con cui continuerò a farlo qua per voi! Ho deciso di pubblicare ora l’articolo per poter iniziare a raccontarvi più concretamente dei libri
L'articolo Un viaggio tra pagine e natura – Il mio SalTo26 un mese dopo sembra essere il primo su Il Mago di Oz.

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10645-x
SIRT7 safeguards X-chromosome integrity and dosage balance with autosomes.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10546-z
Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10631-3
Tumour network mapping of diffuse midline glioma (DMG) defines a conserved and prognostically important brain network in children with DMG, consistent with the hypothesis that DMGs exploit otherwise healthy brain circuits to promote tumour growth.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10634-0
Sleep and exercise can slow clonal haematopoiesis and limit mutant cell-driven atherosclerosis.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10639-9
Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10580-x
A chemical and biological redox process that resembles processes in petrochemical refining is used to convert lignin from poplar into a single, valuable bioproduct, adipic acid, in high yields.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10538-z
The first data of the Jiangmen Underground Neutrino Observatory deliver high-precision neutrino oscillation parameters, improving measurements and demonstrating readiness to determine neutrino mass ordering.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10588-3
Mitochondria interact directly with the nuclear pore complex via VDAC1–RANBP2 binding to sustain nuclear ATP levels.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10630-4
Accelerated Arctic glacier disintegration and a more dynamic sea ice cover are increasing iceberg-delivered dropstones in the deep ocean, reshaping seafloor habitats and extending cryospheric impacts far beyond glaciers.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10645-x
SIRT7 safeguards X-chromosome integrity and dosage balance with autosomes.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10546-z
Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10631-3
Tumour network mapping of diffuse midline glioma (DMG) defines a conserved and prognostically important brain network in children with DMG, consistent with the hypothesis that DMGs exploit otherwise healthy brain circuits to promote tumour growth.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10634-0
Sleep and exercise can slow clonal haematopoiesis and limit mutant cell-driven atherosclerosis.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10639-9
Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10580-x
A chemical and biological redox process that resembles processes in petrochemical refining is used to convert lignin from poplar into a single, valuable bioproduct, adipic acid, in high yields.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10538-z
The first data of the Jiangmen Underground Neutrino Observatory deliver high-precision neutrino oscillation parameters, improving measurements and demonstrating readiness to determine neutrino mass ordering.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10588-3
Mitochondria interact directly with the nuclear pore complex via VDAC1–RANBP2 binding to sustain nuclear ATP levels.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10630-4
Accelerated Arctic glacier disintegration and a more dynamic sea ice cover are increasing iceberg-delivered dropstones in the deep ocean, reshaping seafloor habitats and extending cryospheric impacts far beyond glaciers.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10763-6
Author Correction: De novo design of quasisymmetric two-component protein cagesNature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10763-6
Author Correction: De novo design of quasisymmetric two-component protein cages
Nature, Published online: 08 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10749-4
GPR15-guided CD8+ T regulatory cells control intestinal inflammationNature, Published online: 08 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10735-w
Distributed control circuits across a brain-and-cord connectome

A group of lawmakers demanded answers from the White House this week following a ProPublica investigation revealing that a top aide to the president intervened to secure a $620 million Pentagon loan to a startup linked to the president’s eldest son.
ProPublica’s reporting “reveals a staggering level of corruption and influence peddling that superseded this process, enriching the President’s son at the expense of U.S. national security and taxpayer dollars,” wrote the group of Democratic lawmakers, including Sens. Elizabeth Warren of Massachusetts, Richard Blumenthal of Connecticut and Mazie Hirono of Hawaii as well as Reps. Jason Crow of Colorado and Mike Levin of California.
Last year, the Pentagon announced the loan to Vulcan Elements, a small North Carolina startup, about three months after Donald Trump Jr.’s venture capital firm took a stake of undisclosed size in the rare-earth magnet company.
Interviews and Defense Department records reviewed by ProPublica show that the request to lend to the firm was made by Peter Navarro, who serves as the president’s senior counselor for trade and manufacturing and is a friend of Trump Jr.’s.
Of the dozens of companies the Pentagon was considering funding at the time, Vulcan’s was the only deal initiated by a top aide to the president, an official at the Pentagon who was not authorized to speak publicly told ProPublica.
After defense officials got the White House request, they asked Pentagon staff to move at an unusually rapid pace, said another person who was involved in the deal at the Pentagon but not authorized to speak about it.
“The call came from the White House: We have to get this done,” the person said.
In their letter, addressed to White House Chief of Staff Susie Wiles, the lawmakers asked a series of questions about Navarro’s involvement in the deal, including whether he intervened at someone else’s direction, if the president was aware or involved, and who Navarro communicated with at the Pentagon.
They also asked more broadly about whether White House officials have communicated with federal agency officials about other companies linked to the Trump family.
“The American public — and service members that are in harm’s way — expect that the DoD contracting process is fair, unbiased, and competitive to ensure that only the best companies, providing only the best products, receive taxpayer dollars,” the lawmakers wrote.
Navarro, who served as trade adviser in the president’s first term, and Trump Jr. have formed a close bond in recent years. The president’s son visited Navarro in prison while he served time for defying a subpoena from lawmakers investigating the Jan. 6, 2021, riot at the U.S. Capitol. Trump Jr. was one of the small group of people Navarro dedicated his latest book to for having “my back when it was against the wall.” And a week before the Vulcan deal was announced, Trump Jr. hosted Navarro on his streaming show, encouraging his nearly 2 million subscribers to buy Navarro’s book. That interview was not long after word came down from Navarro to Pentagon staff to make the massive loan to Vulcan, one of the defense officials involved in the deal said.
Asked to respond to the lawmakers’ allegations and ProPublica’s reporting, Navarro in a text message wrote “Staggering level of hyperbole. More fake news” but did not elaborate. The White House did not immediately respond to a request for comment on Tuesday.
Navarro did not respond to questions from ProPublica sent to him directly before the initial article was published. But in a post on X afterward, he called the story “fake news on steroids.”
Vulcan has not commented. A White House spokesperson had said in a statement that the administration is working “in the best interest of the American people,” adding, “The President’s entire team, including Senior Counselor Navarro and officials at the Department of War, is working together and with private industry to secure America’s critical mineral supply chain at Trump Speed.” Trump Jr.’s spokesperson said last week that the president’s son does not discuss companies he has invested in with federal government officials and did not speak to Navarro about Vulcan. He “has no knowledge about how this deal came together,” the spokesperson said. A spokesperson for 1789 Capital, the venture firm where Trump Jr. is a partner, said it also played no role in Vulcan getting the loan and did not learn about the deal before it was public.
“No company receives preferential treatment,” a Pentagon spokesperson said. “Outside affiliations, investors, or political connections play absolutely no role in the Department’s funding decisions.”
The loan was part of the Pentagon’s effort to fund companies that could help the U.S. reduce dependence on China’s critical mineral supply chains. It represented a big win for Vulcan and its investors. Estimates of the company’s valuation grew tenfold after the deal was announced.
The deal is one of many actions by the administration of President Donald Trump that have helped companies in which his family holds stakes. Government contracts and other benefits have gone to various Trump-linked companies. But ProPublica’s reporting on the Vulcan loan represented the first time the awarding of a contract from a federal agency was directly linked to White House intervention.
A number of other lawmakers also criticized the Vulcan deal following ProPublica’s investigation.
Sen. Raphael Warnock, a Georgia Democrat, called it “corruption to the highest degree,” alleging on X: “They are looting this country. Dismantling it, selling it for parts, and lining their own pockets.”
Sen. Patty Murray, a Washington Democrat, called for a congressional investigation. “It’s just nonstop corruption from this White House, and Republicans in Congress are content to twiddle their thumbs and look right in the other direction,” she posted on X. “Congress should be investigating and putting a stop to this kind of crooked self-dealing—not enabling it.”
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GARR apre due nuove opportunità di lavoro a Roma per rafforzare i suoi team tecnici: sono aperte le selezioni per NOC Specialist e per DevOps e IT Automation Engineer, entrambe con contratto a tempo indeterminato.
Immagine in evidenza da Unitree
A fine marzo, l’azienda cinese AgiBot ha annunciato di aver prodotto in serie il suo robot umanoide numero diecimila. La startup con sede a Shanghai, fondata da alcuni ex ingegneri di Huawei, è nata nel 2023 con l’obiettivo di sviluppare humanoid robots per applicazioni industriali e di servizio. Dopo una prima fase di ricerca e prototipazione, nel 2024 ha avviato la produzione di massa dei primi modelli operativi, avviando una rapida scalata industriale che l’ha portata a raggiungere le cinquemila unità prodotte nel 2025 e poi al traguardo delle 10mila macchine: tutto nell’arco di tre anni.
Qualche settimana prima di questo traguardo, sul palco del Gala del Capodanno lunare – lo show televisivo più seguito in Cina – una schiera di robot dalle sembianze antropomorfe si è esibita in perfetta sincronia con ballerini in carne e ossa, eseguendo con naturalezza una coreografia fatta di mosse di kung fu e danza. In questo caso, i “device” erano soprattutto di un’altra azienda concorrente: Unitree Robotics. Dietro la suggestione della performance, tra capriole a mezz’aria e calci acrobatici, si è intravisto un segnale chiaro: la dimostrazione plastica del vantaggio accumulato in una corsa tecnologica che Pechino ambisce a dominare su scala globale. La vera partita legata al mercato dei robot umanoidi, tuttavia, non si gioca sui palchi: si gioca nelle fabbriche e nei centri logistici. In altre parole, nel cuore pulsante dell’economia reale.
Nell’ultimo decennio la Cina ha identificato nella robotica uno dei cardini della propria trasformazione economica. Il settore era già stato inserito tra le priorità nel piano industriale Made in China 2025, anche se in una prima fase l’attenzione si era concentrata prevalentemente sull’automazione industriale tradizionale. Oggi, invece, il focus si sta spostando proprio verso gli humanoid robots: macchine progettate per operare negli stessi contesti degli esseri umani e per svolgere attività che richiedono adattabilità, coordinazione e capacità di interazione con l’ambiente reale.
Alla base di questo ambito salto tecnologico c’è, naturalmente, l’intelligenza artificiale. L’integrazione tra sistemi di visione, linguaggio e movimento sta dando forma alla cosiddetta embodied AI: algoritmi che non si limitano a elaborare dati, ma agiscono fisicamente nello spazio attraverso un corpo robotico. In un Paese alle prese con l’invecchiamento della popolazione e con una forza lavoro in progressiva contrazione, questa prospettiva assume un valore strategico. I robot vengono infatti sempre più considerati una possibile risposta alla carenza di manodopera e uno strumento per incrementare la produttività industriale.
I numeri aiutano a mettere in prospettiva il fenomeno. Nel 2025 le spedizioni globali di robot umanoidi si sono fermate poco sopra le 13mila unità, pur registrando una crescita superiore a cinque volte rispetto all’anno precedente. I dati parlano di un business ancora microscopico, ma in fortissima accelerazione: secondo la società di ricerca Omdia, il settore potrebbe crescere rapidamente fino a raggiungere circa 2,6 milioni di unità vendute entro il 2035, mentre UBS stima che la popolazione globale di robot umanoidi potrebbe superare i 300 milioni entro il 2050. Una ricerca di Citigroup si spinge persino oltre, parlando di oltre 600 milioni entro la metà del secolo. In questo scenario, la Repubblica Popolare si è ritagliata una posizione dominante: nel 2024, AgiBot ha spedito oltre 5.000 unità, mentre Unitree Robotics ha superato le 5.500 nel 2025.
La principale leva competitiva dei modelli cinesi sta nel prezzo. Unitree propone modelli entry-level attorno ai seimila dollari, mentre AgiBot offre versioni ridotte dei propri sistemi per circa 14mila dollari. Tesla, con il progetto Optimus, ha indicato un range tra i 20mila e i 30mila dollari senza aver ancora avviato una produzione su larga scala. A gennaio, dal palco del World Economic Forum di Davos, Elon Musk ha indicato la fine del 2027 come orizzonte per il lancio del modello; nel frattempo, l’azienda ha già annunciato l’obiettivo di avviare le linee produttive entro l’anno in vista della commercializzazione. L’esperienza, tuttavia, ci insegna che le tempistiche di Musk tendono a slittare e lui stesso ha più volte riconosciuto una propensione sistematica a promettere scadenze più ambiziose di quanto poi riesca a mantenere. Sul fronte statunitense, anche Figure AI ha iniziato a consegnare i propri modelli (Figure 02) a clienti paganti in scenari industriali, ma senza aver comunicato ancora un listino pubblico e operando solo tramite contratti su misura.
Un altro vantaggio decisivo è la catena di approvvigionamento. Negli ultimi anni la Cina ha dato vita a una supply chain hardware estremamente efficiente, spinta soprattutto dall’exploit del settore dei veicoli elettrici e dell’elettronica di consumo. La produzione di batterie, sensori, attuatori e altri elementi elettronici può avvenire in tempi brevi e con costi contenuti, permettendo alle imprese di sviluppare e testare rapidamente nuovi prototipi e di immetterli sul mercato con una rapidità difficilmente replicabile in altri contesti.
Uno dei fattori chiave spesso dimenticati, invece, è il software. “I cinesi hanno saputo intercettare per tempo un trend che ha dato loro un vantaggio competitivo enorme: l’open source”, spiega Bruno Siciliano, professore ordinario di Automatica e robotica all’Università Federico II, luminare tra i massimi esperti europei del settore, insignito nel 2024 dell’IEEE Ras Pioneer in Robotics and Automation Award, tra i più prestigiosi riconoscimenti a livello mondiale. “L’intuizione brillante è stata realizzare piattaforme aperte per la condivisione di dataset per gli algoritmi che controllano il robot”.
In Cina l’adozione dell’open source sta creando da tempo un ecosistema collaborativo e, al tempo stesso, propulsivo. Lo abbiamo imparato con Deepseek: modelli AI aperti e a basso costo sviluppati anche da aziende come Alibaba, Moonshot AI e MiniMax stanno rapidamente scalando le classifiche globali di utilizzo su piattaforme come Hugging Face e OpenRouter. Anche sul fronte della robotica, startup come RoboParty hanno aperto l’intero stack – dall’hardware al software fino ai dataset – dei propri robot umanoidi, favorendo la nascita di una comunità di sviluppatori sempre più gremita e interconnessa.
Un fenomeno, quest’ultimo, che rappresenta “l’unico vero modo di competere con gli Stati Uniti”. Bruno Siciliano dirige il Prisma Lab, laboratorio dell’Università di Napoli specializzato in robotica industriale, meccatronica e automazione, che ha in dotazione “un robot umanoide di Unitree Robotics, con cui stiamo sviluppando tecniche di controllo per la deambulazione e, soprattutto, per l’esecuzione di operazioni di contatto in cooperazione con esseri umani. Stiamo lavorando su approcci avanzati di model predictive control che integrano algoritmi di intelligenza artificiale open source. Possiamo farlo proprio perché abbiamo acquistato una piattaforma dedicata open source, dal costo comunque significativo: circa 100mila euro”.
Dal punto di vista prettamente tecnico, la difficoltà di introdurre dei robot umanoidi nella dimensione industriale riguarda soprattutto il tatto. È quello che Elon Musk ha definito “the hands problem”: senza mani realmente versatili, un robot resta limitato e l’utilizzo universale in ambienti sconosciuti resta una chimera. Replicare la mano umana significa integrare controllo di precisione e percezione distribuito: alcuni dei prototipi statunitensi più avanzati, come quelli sviluppati alla Northwestern University, utilizzano sensori nei polpastrelli che misurano variazioni elettriche per inferire il contatto. Ma la complessità tecnologica resta, e afferrare una penna richiede di ricevere feedback attraverso varie parti delle dita, non solo sulla punta.
“La vera sfida dei robot umanoidi, è sviluppare entità che possano interagire con gli umani in totale sicurezza”, prosegue Siciliano. “Quando vediamo i video spettacolari dei robot che ballano durante lo spettacolo del capodanno cinese, ci impressioniamo. Ma quelle macchine non stanno interagendo con le persone. Nel momento in cui c’è un contatto, cambia tutto. Il vero ostacolo è il tatto: un conto è fare movimenti ‘in freestyle’, un altro è fare una qualunque operazione robotica, come un montaggio, in cui c’è uno scambio di forze”.
Eppure, nonostante tutte le difficoltà, molti colossi sembrano già aver imboccato questa direzione. Un segnale concreto arriva dall’automotive, dove i robot umanoidi stanno entrando nelle fabbriche. Renault prevede di introdurre circa 350 unità entro il 2027, già testate nello stabilimento francese di Douai con il robot Calvin per la movimentazione di componenti, con l’obiettivo dichiarato di ridurre del 30% le ore necessarie per produrre un veicolo. Le stesse case automobilistiche cinesi, come Byd, Nio e Zeekr – marchio del gruppo Geely – stanno testando robot umanoidi sviluppati da UBTech all’interno delle proprie fabbriche. Questi vengono impiegati per la movimentazione dei materiali, l’ispezione dei componenti e il supporto agli operai nelle attività più ripetitive. In uno stabilimento Zeekr a Ningbo, per esempio, alcuni robot del modello Walker di UBTech vengono utilizzati per trasportare scatole e parti tra diverse linee di assemblaggio.
Anche in Europa diversi grandi gruppi industriali stanno esplorando soluzioni simili: Mercedes-Benz, per esempio, ha avviato test con robot umanoidi realizzati dalla startup americana Apptronik nei propri impianti, mentre BMW ha sperimentato i robot di Figure AI nello stabilimento di Spartanburg, negli Stati Uniti, per operazioni come la movimentazione di componenti metallici. Hyundai Motor Group, invece, punta a introdurre migliaia di robot del modello Atlas, sviluppati da Boston Dynamics, società acquisita dal gruppo nel 2021.
Proprio il colosso coreano dell’automotive vuole inserirsi a gamba tesa in uno scenario competitivo che, almeno sulla carta, sembra delineare un duopolio sempre più serrato tra Cina e Stati Uniti. L’annuncio al CES di Las Vegas di quest’anno potrebbe segnare una svolta dirompente. Boston Dynamics ha infatti siglato un accordo strategico con DeepMind (il laboratorio di Google che ha dato vita a Gemini) per potenziare Atlas, attraverso l’integrazione dei modelli Gemini Robotics. L’obiettivo è rafforzarne le capacità cognitive, migliorando al contempo l’interazione con l’ambiente e l’autonomia operativa.
“Quello di gennaio è un annuncio importantissimo”, sottolinea Siciliano. “Questi grossi investimenti, ovviamente, fanno da traino per tutti gli altri, innescando una dinamica di mercato che potrebbe accelerare l’individuazione della prima vera applicazione industriale su larga scala”, la cosiddetta killer application capace di cambiare gli equilibri del settore. Perché sarà l’azienda capace di sviluppare il primo prodotto di massa, realmente pervasivo, a conquistare un vantaggio decisivo e ad aprire una nuova fase del mercato. Una rivoluzione destinata a toccare anche l’Europa e il nostro Paese: “Oggi è difficile fare delle stime su quando vedremo i robot umanoidi nelle fabbriche italiane. Tuttavia, ragionevolmente, la larga diffusione entro un decennio è verosimile”.
L'articolo La Cina è in vantaggio sui robot umanoidi proviene da Guerre di Rete.
“Io venni educato sulla base di tre lingue morte – l’ebraico, l’aramaico e lo yiddish (che alcuni non considerano affatto una lingua) – e di una cultura che si sviluppò in Babilonia: il Talmud. Lo ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Google sta lavorando a un cambiamento importante nel funzionamento interno di Android. L’azienda ha annunciato l’introduzione della tecnologia AutoFDO nel kernel del sistema operativo, con l’obiettivo di migliorare prestazioni ed efficienza energetica degli smartphone.
Anche se i miglioramenti numerici sembrano piccoli, l’ottimizzazione riguarda il livello più profondo del sistema, quello che gestisce processore, memoria e comunicazione tra hardware e software.
Tradizionalmente Android utilizza un compilatore che ottimizza il sistema operativo basandosi su ipotesi generiche su come verrà utilizzato il dispositivo. Con AutoFDO il processo cambia completamente.
Il sistema analizza come le persone utilizzano realmente il telefono. Gli ingegneri di Google eseguono le app più popolari e studiano quali parti del sistema vengono usate più frequentemente. Successivamente ricompilano il kernel affinché queste operazioni vengano eseguite nel modo più efficiente possibile.
In pratica, Android viene “allenato” a dare priorità alle attività che gli utenti svolgono più spesso: aprire applicazioni, passare da un’app all’altra o eseguire funzioni di sistema.
Il risultato è un sistema operativo più ottimizzato per l’uso reale, piuttosto che per scenari teorici.
Nei primi test interni, Google ha registrato miglioramenti concreti. Le applicazioni si aprono circa il 4,3% più velocemente quando vengono lanciate da zero, mentre l’avvio del dispositivo può risultare circa il 2,1% più rapido.
A prima vista queste percentuali possono sembrare modeste, ma quando riguardano il kernel – il cuore del sistema operativo – possono influenzare l’intera esperienza d’uso. Il kernel gestisce infatti una parte enorme delle operazioni del telefono e rappresenta circa il 40% dell’utilizzo della CPU nei dispositivi Android.
Ottimizzare questo livello significa rendere tutto il sistema più reattivo: interfaccia più fluida, passaggi tra app più rapidi e minore lavoro per il processore.
Un altro vantaggio riguarda la batteria. Se il processore lavora meno per eseguire le stesse operazioni, il consumo energetico può diminuire e contribuire a una maggiore autonomia dello smartphone.
Google ha confermato che AutoFDO verrà integrato nei kernel utilizzati da Android 15, Android 16 e dalle versioni future del sistema operativo. In teoria questo significa che molti dispositivi, dai modelli economici ai flagship, potrebbero beneficiare di un’esperienza leggermente più veloce senza bisogno di hardware più potente. Insomma, per entry-level e mid-range sarà una piccola rivoluzione: Android viaggerà alla velocità della luce anche sugli smartphone meno sofisticati.
Android diventerà una scheggia anche sugli entry-level: cosa è AutoFDO e perché è una rivoluzione è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Dopo tre anni di assenza nel segmento dei notebook a marchio proprio, Xiaomi prepara il ritorno con il nuovo Xiaomi Book Pro 14, un portatile ultraleggero pensato per coniugare design premium, peso ridotto e prestazioni elevate grazie ai più recenti processori Intel Core Ultra. Il dispositivo è stato anticipato da alcune immagini teaser in vista del lancio ufficiale in Cina.
Il nuovo Xiaomi Book Pro 14 punta molto su materiali avanzati e una costruzione raffinata. Il laptop utilizza un corpo unibody in lega di magnesio pressofusa, abbinato a una scocca inferiore in fibra di carbonio ad alta resistenza. Questa combinazione consente di ottenere un telaio robusto ma estremamente leggero.
Secondo l’azienda, anche la struttura interna della tastiera è stata rivista con una piastra di supporto in lega di titanio più leggera, scelta progettuale che contribuisce ulteriormente alla riduzione del peso complessivo. Il risultato è sorprendente: il notebook pesa solo 1,08 kg, rendendolo uno dei portatili da 14 pollici più leggeri della sua categoria.
Dal punto di vista estetico, Xiaomi ha optato per un design minimalista e sottile con finitura metallica uniforme. Il dispositivo sarà disponibile in tre colorazioni: Soft Fog Blue, White ed Elegant Gray. L’aspetto generale è pulito e moderno, con linee sottili che ricordano l’approccio stilistico già visto negli ultimi ultrabook premium.
Sul fronte hardware, il laptop sarà equipaggiato con il nuovo processore Intel Core Ultra X7 358H, una soluzione ad alte prestazioni con architettura a 16 core organizzati in configurazione 4 + 8 + 4. Il chip può raggiungere frequenze fino a 4,8 GHz, integra 18 MB di cache L3 e una GPU integrata Intel Radiant B390, pensata per migliorare le capacità grafiche e l’elaborazione AI.
Per mantenere stabile il rendimento del processore, Xiaomi ha integrato un sistema di raffreddamento avanzato con camera di vapore da 10.000 mm², accompagnata da una ventola silenziosa ad alta velocità e da un sistema di flusso d’aria tridimensionale. L’azienda afferma che questa soluzione consente al notebook di sostenere fino a 50 W di potenza continuativa, un dato rilevante per un dispositivo così sottile.
Secondo indiscrezioni precedenti, il portatile potrebbe essere disponibile anche con il processore Intel Core Ultra 5 325, costruito con il processo produttivo 18A di Intel. Questo chip utilizza una configurazione 8 core (4P + 4LPE) con 8 thread e può raggiungere velocità fino a 4,5 GHz.
Per quanto riguarda memoria e archiviazione, Xiaomi dovrebbe offrire configurazioni con 24 GB di RAM e SSD da 1 TB, oltre a una variante più avanzata con 32 GB di RAM e lo stesso storage da 1 TB. Il display sarà un pannello da 14 pollici, coerente con la filosofia ultrabook della serie. Il debutto è atteso in Cina nelle prossime settimane, ma nulla esclude che possa arrivare anche sul mercato internazionale.
Xiaomi è in fermento: recentemente ha presentato il suo robot aspirapolvere più potente di sempre. Mentre è entrato nei radar dei leaker un misterioso top di gamma dalle prestazioni ‘ultra’. Quando arriva?
Xiaomi torna a produrre laptop: grande attesa per il Book Pro 14 è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Il mercato degli smartphone sta affrontando un forte aumento dei costi dei componenti, in particolare della memoria. Con i prezzi della RAM in crescita – un singolo gigabyte di DDR5 può arrivare a costare tra 13 e 18 dollari – molti produttori stanno riducendo alcune specifiche per mantenere margini di profitto sostenibili.
Secondo nuove indiscrezioni, però, almeno un produttore potrebbe prendere la strada opposta e lanciare uno smartphone estremamente potente, con alcune delle tecnologie più avanzate disponibili nel settore mobile.
Le informazioni arrivano dal noto leaker Digital Chat Station, che su Weibo ha suggerito l’esistenza di un dispositivo in fase di test con caratteristiche hardware di altissimo livello.
Secondo il leak, il dispositivo potrebbe integrare 16 GB di RAM LPDDR6, uno standard di memoria di nuova generazione che dovrebbe offrire velocità più elevate e maggiore efficienza energetica rispetto alle attuali LPDDR5 e LPDDR5X.
A questo si aggiungerebbe uno spazio di archiviazione estremamente generoso: 1 TB di memoria UFS 5.0, tecnologia che promette prestazioni nettamente superiori alle attuali UFS 4.0 utilizzate nei flagship moderni.
Il cuore del dispositivo sarebbe il futuro chip di punta di Qualcomm, indicato nel leak come Snapdragon 8 Elite Gen 6 Pro (successore dell’attuale chip top). Questo processore dovrebbe rappresentare una nuova evoluzione della piattaforma Snapdragon di fascia alta, progettata per offrire prestazioni elevate sia in ambito gaming sia nelle applicazioni basate su intelligenza artificiale.
Se queste specifiche venissero confermate, il dispositivo potrebbe diventare uno degli smartphone più potenti mai realizzati.
Il leak non menziona esplicitamente quale azienda stia sviluppando questo smartphone, ma diversi commentatori ritengono che il candidato più probabile sia il futuro Xiaomi 18 Ultra, il prossimo modello di punta della gamma di Xiaomi atteso per fine 2026 o inizio 2027.
La serie Ultra di Xiaomi è infatti spesso utilizzata come vetrina tecnologica per introdurre componenti di ultima generazione, soprattutto nel comparto fotografico e nelle prestazioni hardware.
Considerato che la crisi dei prezzi delle memorie sta portando molti produttori a giocare al risparmio, una bestia da 16GB+1TB (RAM LPDDR6 e storage UFS 5.0) potrebbe fare decisamente la differenza.
C’è un misterioso smartphone “ultra premium” in arrivo: 16GB LPDDR6 e 1TB di storage è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Una grave vulnerabilità scoperta nei processori di MediaTek potrebbe mettere a rischio milioni di smartphone Android. I ricercatori del team di sicurezza Ledger Donjon hanno dimostrato come sia possibile accedere ai dati protetti di alcuni dispositivi in meno di un minuto, senza nemmeno avviare il sistema operativo.
L’exploit è stato mostrato utilizzando il CMF Phone 1 di Nothing, uno smartphone basato su chip MediaTek. Collegando il telefono a un computer, i ricercatori sono riusciti a compromettere il sistema di sicurezza del dispositivo in circa 45 secondi.
Secondo quanto spiegato dal CTO di Ledger, Charles Guillemet, l’attacco permette di recuperare il PIN del dispositivo, decifrare l’archiviazione interna e persino estrarre le chiavi di recupero dei portafogli di criptovalute memorizzati nello smartphone.
Il problema riguarda l’architettura di sicurezza utilizzata in molti smartphone con chip MediaTek che integrano l’ambiente protetto sviluppato da Trustonic, noto come Trusted Execution Environment (TEE).
Questo ambiente è progettato per isolare dati sensibili come PIN, credenziali e chiavi crittografiche dal resto del sistema. Tuttavia, secondo i ricercatori, l’implementazione presente su alcuni dispositivi consente un attacco diretto al livello hardware.
Una volta collegato lo smartphone a un computer, l’exploit può recuperare automaticamente il codice PIN e accedere allo storage criptato del dispositivo. Tra i dati più sensibili che possono essere estratti ci sono anche le seed phrase, ovvero le chiavi principali che consentono di recuperare un portafoglio di criptovalute.
Queste informazioni rappresentano un obiettivo particolarmente prezioso per eventuali attaccanti, poiché permettono il controllo completo dei fondi associati ai wallet digitali.
Secondo Guillemet, il problema evidenzia una differenza fondamentale tra i chip generici e le soluzioni di sicurezza dedicate. “I chip general-purpose sono progettati per la comodità, mentre i Secure Element sono progettati per proteggere le chiavi crittografiche”, ha spiegato.
La vulnerabilità è stata registrata con il codice CVE-2026-20435. Il team Donjon ha seguito la procedura di divulgazione responsabile e ha segnalato il problema a MediaTek prima della pubblicazione dei risultati.
Il produttore di chip ha confermato di aver distribuito una correzione ai produttori di smartphone il 5 gennaio 2026. Questo significa che gli aggiornamenti di sicurezza dovrebbero essere rilasciati attraverso le patch software dei singoli produttori.
I processori MediaTek sono utilizzati in milioni di dispositivi Android, inclusi modelli di marchi come OPPO, vivo, OnePlus e Samsung. Non è ancora chiaro se la vulnerabilità sia stata sfruttata attivamente da criminali informatici.
Allarme Android, bastano 45 secondi per sbloccare lo smartphone: scoperta vulnerabilità critica è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Apple ha distribuito nuovi aggiornamenti software destinati agli iPhone e iPad più datati che non possono installare le versioni più recenti del sistema operativo. Si tratta di iOS 15.8.7 e iOS 16.7.15, aggiornamenti pensati principalmente per correggere vulnerabilità di sicurezza e bug critici.
Le nuove versioni arrivano per mantenere protetti milioni di dispositivi ancora in uso ma esclusi dagli aggiornamenti principali di iOS.
Gli aggiornamenti riguardano diversi modelli storici della linea iPhone. In particolare, iOS 16.7.15 è stato rilasciato per dispositivi che non possono aggiornarsi a iOS 17, tra cui iPhone X, iPhone 8 e iPhone 8 Plus, lanciati nel 2017.
Per i modelli ancora più vecchi è disponibile invece iOS 15.8.7, destinato a smartphone come iPhone SE, iPhone 7 e iPhone 6s, che non supportano iOS 16.
Anche alcuni iPad ricevono aggiornamenti simili. Tra questi ci sono il iPad, l’iPad Pro e l’iPad Pro. Per modelli come iPad Air 2 e iPad mini 4 è invece previsto l’aggiornamento iPadOS 15.8.7.
Questi update non introducono nuove funzionalità, ma includono correzioni di sicurezza importanti che Apple raccomanda di installare immediatamente.
Uno dei motivi dietro questi aggiornamenti potrebbe essere la scoperta di un nuovo exploit kit chiamato Coruna, individuato dal Google Threat Intelligence Group. Questo kit di attacco è progettato per sfruttare vulnerabilità presenti in varie versioni di iOS, comprese quelle rilasciate tra il 2019 e il 2023.
Il metodo di attacco è relativamente semplice: basta visitare un sito web infetto, spesso camuffato da piattaforma di criptovalute o da sito di scommesse. Il malware identifica il modello di iPhone e la versione del sistema operativo per scegliere l’exploit più efficace.
Una volta installato, il software può cercare informazioni sensibili sul dispositivo. Tra le sue capacità c’è l’analisi di messaggi e documenti alla ricerca di parole chiave come “conto bancario”, ma anche la scansione delle immagini tramite tecnologia OCR per leggere il testo contenuto nelle foto.
In questo modo gli hacker possono individuare credenziali bancarie, password o altri dati personali e tentare di accedere ai conti online delle vittime.
Per difendersi da attacchi avanzati, Apple ha introdotto anche la modalità Lockdown, una funzione di sicurezza estrema che limita alcune funzioni del dispositivo per ridurre le superfici di attacco.
Per installare gli aggiornamenti è sufficiente andare in Impostazioni > Generali > Aggiornamento Software e seguire le istruzioni.
Correte ad aggiornare il vostro iPhone: è arrivata la patch per neutralizzare Coruna è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Dopo anni di indiscrezioni, il primo iPhone pieghevole di Apple continua a prendere forma. Nuovi dettagli rivelano come l’azienda stia ripensando l’esperienza di iOS per adattarla a un dispositivo con schermo pieghevole, con un’interfaccia che ricorda quella degli iPad e importanti cambiamenti nel design delle fotocamere. Il dispositivo potrebbe rappresentare il progetto più innovativo della linea iPhone degli ultimi anni.
Secondo le ultime indiscrezioni, Apple non porterà semplicemente iPadOS sul nuovo telefono pieghevole. L’azienda starebbe invece modificando direttamente iOS per sfruttare al meglio il grande display interno.
L’idea è trasformare l’esperienza del foldable in qualcosa di simile a un iPad quando il dispositivo è aperto. Le applicazioni iOS verranno aggiornate con layout più ampi e barre laterali, una soluzione già tipica delle app su tablet. Questa interfaccia comparirà solo sullo schermo interno del dispositivo.
Quando invece il telefono è chiuso e si utilizza il display esterno, le app continueranno a funzionare come su un iPhone tradizionale. In altre parole, il dispositivo offrirà due esperienze diverse a seconda della modalità d’uso.
Apple introdurrà anche il multitasking con app affiancate, permettendo di utilizzare due applicazioni contemporaneamente sul grande schermo interno. Tuttavia l’azienda non adotterà il sistema multitasking più complesso presente sugli iPad. L’obiettivo sembra essere un equilibrio tra produttività e semplicità, mantenendo l’esperienza iPhone immediata e intuitiva.
Il design del primo iPhone pieghevole includerà alcune scelte tecniche molto precise. Apple avrebbe inizialmente testato una fotocamera sotto il display per lo schermo interno, ma la qualità fotografica non avrebbe soddisfatto gli standard dell’azienda.
Per questo motivo si sarebbe optato per una fotocamera frontale con foro nel display (punch-hole), una soluzione già adottata su molti smartphone pieghevoli, ma mai vista prima su un device Apple. Anche lo schermo esterno avrà un foro per la camera frontale. Nonostante la scomparsa del classico ritaglio, l’interfaccia continuerà a utilizzare un’area dinamica simile alla Dynamic Island per notifiche e controlli rapidi.
Sul retro il dispositivo dovrebbe integrare solo due fotocamere, con un modulo più sottile che ricorda quello visto su modelli più minimalisti della linea iPhone.
Un’altra novità riguarda l’autenticazione biometrica. A causa dello chassis estremamente sottile, Apple avrebbe deciso di rinunciare al Face ID. Al suo posto tornerà il sensore Touch ID integrato nel pulsante laterale.
Uno dei motivi per cui Apple ha impiegato così tanto tempo prima di entrare nel mercato dei pieghevoli riguarda la durabilità e la piega del display. L’azienda avrebbe voluto eliminare completamente il segno centrale dello schermo, ma questo obiettivo non sarebbe stato ancora raggiunto.
Secondo le ultime informazioni, però, il nuovo pannello pieghevole utilizzerà una tecnologia molto avanzata con una piega più piatta e meno visibile rispetto a molti foldable cinesi (Samsung ci ha già dato un assaggio). Il risultato dovrebbe offrire un’esperienza migliore soprattutto per la visione di film e video.
Il dispositivo utilizzerà inoltre una cerniera particolarmente resistente, progettata per garantire una lunga durata nel tempo anche dopo migliaia di aperture. Prezzo? Si parla di minimo 2.000 euro
iPhone pieghevole: Apple prepara un iPhone “stile iPad” con iOS su misura è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Xiaomi amplia ulteriormente il proprio ecosistema smart home con il lancio del nuovo robot aspirapolvere di punta, il Mi Robot 6 Max. Il dispositivo debutta in Cina come il modello più potente mai realizzato nella piattaforma domestica Mijia, introducendo una combinazione di potenza di aspirazione estremamente elevata, navigazione basata su intelligenza artificiale e soluzioni robotiche avanzate per migliorare la pulizia negli ambienti domestici.
Il robot è progettato per offrire una copertura più completa delle superfici domestiche, grazie a un sistema hardware che include bracci robotici per la pulizia dei bordi e “gambe” robotiche capaci di superare ostacoli. A questo si aggiunge una piattaforma di visione artificiale che permette al dispositivo di riconoscere oggetti e sporco con grande precisione.
Il nuovo robot aspirapolvere Xiaomi raggiunge una potenza di aspirazione massima di 35.000 Pa, uno dei valori più elevati nel mercato dei robot domestici. Questa potenza viene combinata con un sistema di lavaggio in tempo reale che permette di aspirare, lavare e raschiare il pavimento simultaneamente.
Per mantenere il mop sempre pulito durante il funzionamento, Xiaomi ha integrato un sistema con 16 micro-fori che rilascia continuamente acqua per lavare il panno durante la pulizia. Il robot integra inoltre un sistema anti-groviglio progettato per ridurre la manutenzione, con una spazzola principale dotata di tecnologia di taglio dei capelli e spazzole laterali anti-aggrovigliamento.
Una delle innovazioni più evidenti riguarda il sistema di pulizia dei bordi. Il dispositivo utilizza tre bracci robotici dedicati che consentono di raggiungere angoli difficili, bordi delle pareti e aree attorno alle gambe dei mobili o dei tavoli.
Il robot è inoltre dotato di gambe robotiche bioniche che gli permettono di superare ostacoli fino a 6 centimetri di altezza e di entrare in spazi bassi fino a 9,3 centimetri, migliorando notevolmente la capacità di movimento rispetto ai modelli tradizionali.
Il sistema di navigazione si basa su una piattaforma di visione artificiale con tripla fotocamera che consente un evitamento panoramico degli ostacoli in tempo reale. Il robot è in grado di riconoscere fino a 280 tipi di oggetti e 47 tipi di sporco diversi, inclusi piccoli elementi domestici come cavi per auricolari di appena 3 millimetri.
Grazie a queste capacità, il dispositivo può adattare automaticamente le strategie di pulizia, evitando collisioni e migliorando l’efficienza nelle diverse stanze.
Il robot si integra completamente con l’app Mi Home e supporta il controllo vocale tramite l’assistente intelligente XiaoAI. Tra le funzioni aggiuntive è presente anche una telecamera integrata che consente di monitorare gli animali domestici e perfino effettuare videochiamate da remoto attraverso l’assistente vocale.
Il dispositivo supporta inoltre la piattaforma di connessione intelligente Xiaomi Surge Smart Connect, che permette di coordinare il robot con altri dispositivi della casa connessa.
Xiaomi presenta il robot aspirapolvere Mijia più potente di sempre è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Durante la Game Developers Conference 2026, Microsoft ha delineato il futuro dello sviluppo videoludico su PC e console, annunciando una strategia sempre più integrata tra Windows e l’ecosistema Xbox. L’azienda vuole trasformare Windows 11 nella piattaforma centrale per la prossima generazione di videogiochi, rendendo PC e console parte dello stesso ambiente tecnologico.
Uno dei punti chiave dell’annuncio riguarda la nuova modalità Xbox Mode, una versione a schermo intero dell’interfaccia Xbox che sarà disponibile su tutti i dispositivi Windows 11 a partire da aprile. Questa modalità è pensata per offrire un’esperienza simile a quella delle console anche su PC e rappresenta uno degli elementi che anticipano la prossima generazione di console Xbox, attualmente in sviluppo con il nome in codice Helix.
Al centro della strategia Microsoft c’è il Game Development Kit unificato, noto come Game Development Kit (GDK). Questo strumento consente agli sviluppatori di creare giochi per PC che risultano automaticamente compatibili anche con la futura generazione Xbox.
Secondo Microsoft, l’obiettivo è semplificare lo sviluppo multipiattaforma: se uno studio realizza un gioco per Windows, il titolo sarà già pronto per funzionare anche sulla prossima console Xbox. Il GDK garantisce inoltre compatibilità con le console attuali come Xbox Series X e Xbox Series S, assicurando continuità tra le diverse generazioni hardware.
In questo modo PC e console condividono la stessa infrastruttura tecnologica, riducendo tempi e costi di sviluppo e permettendo agli studi di pubblicare i propri giochi su entrambe le piattaforme con meno lavoro.
Microsoft ha annunciato anche importanti aggiornamenti per l’ecosistema grafico basato su DirectX. Tra le novità c’è l’integrazione più profonda delle tecnologie di machine learning nei motori grafici.
L’azienda ha spiegato che verrà introdotto il supporto all’algebra lineare nel linguaggio shader HLSL, consentendo agli sviluppatori di sfruttare operazioni di intelligenza artificiale direttamente all’interno degli shader. “Stiamo introducendo nuove capacità che rendono più semplice portare tecniche neurali nelle pipeline grafiche”, ha dichiarato Microsoft, spiegando che queste funzioni permetteranno operazioni ML accelerate direttamente dall’hardware.
Tra le novità c’è anche la disponibilità generalizzata della tecnologia Advanced Shader Delivery, che consente di gestire e distribuire gli shader in modo più efficiente. Questo sistema permette di ridurre i problemi di stuttering durante il primo avvio dei giochi e di migliorare la stabilità delle prestazioni.
Altri miglioramenti riguardano DirectStorage, tecnologia pensata per ridurre i tempi di caricamento dei giochi. Microsoft ha annunciato il supporto alla compressione Zstandard e un nuovo strumento chiamato Game Asset Conditioning Library, che migliora l’efficienza nella gestione degli asset.
Secondo la strategia dell’azienda, la prossima generazione di Xbox sarà in grado di eseguire sia giochi per console sia titoli PC, probabilmente basandosi su una versione di Windows con Xbox Mode attiva di default. Qualcosa di simile l’abbiamo già visto sulle Xbox ROG Ally. Nel frattempo, vi ricordiamo che nel 2027 arriveranno i primi dev kit per Project Helix.
L’Xbox Mode per Windows 11 sta per arrivare: ecco cosa cambia è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Valve si trova al centro di una nuova controversia legale negli Stati Uniti legata alle loot box, i contenitori virtuali acquistabili nei videogiochi che offrono ricompense casuali. Dopo una maxi causa da circa 900 milioni di dollari nel Regno Unito contro la piattaforma Steam, la società deve ora affrontare un’altra azione legale negli Stati Uniti avviata dall’ufficio del procuratore generale di New York guidato da Letitia James.
Secondo l’accusa, alcune meccaniche presenti nei videogiochi più popolari della piattaforma incoraggerebbero forme di gioco d’azzardo tra i giocatori più giovani. L’indagine si concentra in particolare sui sistemi di casse virtuali presenti in titoli come Counter-Strike 2, Dota 2 e Team Fortress 2.
Le autorità sostengono che le loot box permettono di pagare per aprire contenitori virtuali con ricompense casuali, creando una dinamica simile al gioco d’azzardo. Secondo l’accusa, questo sistema “consente il gioco d’azzardo inducendo gli utenti a pagare per la possibilità di ottenere un oggetto virtuale raro di valore significativo”.
In alcuni casi, infatti, gli oggetti cosmetici ottenuti – come skin per armi – possono essere rivenduti nel mercato interno della piattaforma o tramite siti terzi, generando potenzialmente profitti reali per i giocatori. Un’azione legale simile è stata avviata anche dallo studio legale Hagens Berman, che sostiene che queste meccaniche possano essere particolarmente problematiche per i giocatori più giovani.
Valve ha risposto pubblicamente alle accuse attraverso una lettera pubblicata su Steam, spiegando di non ritenere che le proprie loot box violino le leggi sul gioco d’azzardo nello stato di New York. “Non crediamo che sia così e siamo rimasti delusi nel vedere questa accusa dopo aver lavorato per anni per spiegare come funzionano i nostri oggetti virtuali e le mystery box”, ha dichiarato l’azienda.
Secondo Valve, il sistema delle “casse casuali” non sarebbe diverso da prodotti fisici come pacchetti di carte collezionabili o “blind box”, che offrono anch’essi la possibilità di trovare oggetti rari o di valore.
La società sottolinea inoltre che gli oggetti ottenuti non forniscono vantaggi competitivi nei giochi e rimangono esclusivamente elementi cosmetici.
Valve ha anche ricordato di aver combattuto attivamente i siti esterni che utilizzano oggetti dei propri giochi per attività di gioco d’azzardo, affermando di aver ordinato più volte la chiusura di piattaforme di scommesse basate sulle skin di Counter-Strike. Nel frattempo, Valve deve affrontare anche una sfida dal tenore ben diverso: la crisi dei prezzi delle RAM sta facendo slittare i piani per il rilascio dell’attesa console Steam Machine.
Le loot box sono gioco d’azzardo? Valve sotto accusa negli Stati Uniti è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Il Task Scheduler è da anni uno degli strumenti più potenti integrati in Windows 11 e nelle versioni precedenti del sistema operativo. Permette di automatizzare operazioni come l’avvio di programmi, script o attività di manutenzione del sistema. Nonostante la sua affidabilità, però, l’interfaccia basata su vecchie componenti MMC è rimasta praticamente invariata nel tempo, risultando oggi visivamente datata e poco intuitiva per molti utenti.
A colmare questo divario ci ha pensato uno sviluppatore indipendente con FluentTaskScheduler, un progetto open source che reinterpreta completamente l’esperienza di gestione delle attività programmate. Il software non sostituisce il motore originale di Windows, ma lo utilizza attraverso le API esistenti, offrendo però un’interfaccia moderna e più facile da usare. Se siete interessati, lo potete scaricare da qui.
L’applicazione è stata sviluppata con WinUI 3 tramite Windows App SDK e sfrutta la piattaforma .NET 8. Il risultato è un’interfaccia basata sul linguaggio Fluent Design, perfettamente allineata allo stile grafico delle applicazioni moderne di Windows.
Uno dei principali limiti dello strumento integrato in Windows è la scarsa visibilità delle attività in esecuzione e della cronologia. In molti casi gli utenti devono navigare tra diverse finestre e menu per monitorare le operazioni pianificate.
FluentTaskScheduler introduce invece una dashboard centrale che mostra in tempo reale l’attività del sistema. Qui è possibile visualizzare lo storico delle operazioni, cercare attività specifiche, eseguire azioni in batch e importare o esportare configurazioni.
Il processo di creazione delle attività mantiene tutte le funzionalità del sistema originale ma con un flusso più pulito. Gli utenti possono configurare trigger basati sul tempo – come esecuzioni giornaliere, settimanali o mensili – oppure su eventi di sistema come l’avvio del computer, il login dell’utente o eventi specifici registrati nel sistema. Sono disponibili anche opzioni avanzate come ritardi casuali, date di scadenza e arresto automatico delle attività.
Per gli scenari più complessi, FluentTaskScheduler include controlli avanzati per l’affidabilità e la ripetizione delle attività. È possibile impostare cicli di esecuzione programmati, riavviare automaticamente un’attività in caso di errore o definire il comportamento quando vengono attivate più istanze contemporaneamente.
Una delle funzioni più interessanti è la Script Library, che permette di archiviare script PowerShell centralizzati e riutilizzarli in più attività senza duplicare il codice. Questo approccio semplifica la gestione delle automazioni e rende più pulita l’organizzazione degli script.
Il software include anche integrazione con il sistema operativo, come notifiche toast, supporto alla System Tray e possibilità di eseguire attività con privilegi elevati o con account specifici.
Per gli utenti avanzati è disponibile anche un’interfaccia a riga di comando che consente di gestire le attività da script o da prompt, rendendo lo strumento utile anche per ambienti professionali.
Windows Task Manager rivoluzionato: la mod da installare subito per fare ordine al caos è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Microsoft ha iniziato a delineare concretamente la prossima generazione di console Xbox. Durante la Game Developers Conference 2026, l’azienda ha confermato che i primi kit di sviluppo del nuovo sistema, conosciuto internamente con il nome in codice Project Helix, verranno inviati agli studi di videogiochi a partire dal 2027.
L’annuncio è stato fatto da Jason Ronald, vicepresidente della divisione Next Generation Xbox. Secondo quanto riferito, gli sviluppatori riceveranno versioni preliminari della console per iniziare a creare e ottimizzare i titoli destinati alla nuova piattaforma.
Ronald non ha specificato nel dettaglio cosa includeranno queste versioni “alpha”, ma nel contesto della conferenza dedicata agli sviluppatori è molto probabile che si tratti dei classici devkit, hardware preliminari che permettono agli studi di lavorare sui giochi prima del lancio ufficiale della console.
Il nuovo sistema sarà basato su un system-on-a-chip personalizzato sviluppato insieme ad AMD, progettato per supportare tecnologie grafiche di nuova generazione. Tra queste spicca il path tracing, una forma avanzata di rendering che simula la luce in modo estremamente realistico.
Secondo Microsoft, la nuova architettura porterà un enorme salto prestazionale nel ray tracing. Ronald ha spiegato che la console offrirà “un salto di un ordine di grandezza nelle prestazioni e nelle capacità del ray tracing”, permettendo mondi di gioco più realistici e dinamici.
Tra le tecnologie previste figurano anche ray regeneration, pensata per migliorare la qualità degli effetti di illuminazione, e soluzioni di frame generation multi-frame insieme a tecniche di upscaling basate su machine learning.
Queste innovazioni indicano che Microsoft e AMD stanno lavorando su tecnologie simili a quelle sviluppate anche per la prossima generazione di console rivali.

Un’ipoteca Xbox Next-Gen immaginata dall’intelligenza artificiale
Uno degli aspetti più interessanti della futura console riguarda l’integrazione con il mondo PC. Microsoft ha ribadito che il nuovo hardware sarà in grado di eseguire sia giochi per console Xbox sia titoli PC.
Questo approccio rafforza la strategia dell’azienda di unificare l’ecosistema gaming tra console e computer basati su Windows. In pratica, gli sviluppatori potranno progettare giochi con una base tecnica comune, riducendo le differenze tra le due piattaforme.
Secondo Ronald, il nuovo hardware “integra l’intelligenza direttamente nella pipeline grafica e di calcolo, offrendo miglioramenti significativi in efficienza, scala e ambizione visiva”. Nel frattempo, forse in vista della nuova console ibrida, Sony ha già fatto sapere che non intende pubblicare più esclusive PlayStation su Windows.
Microsoft prepara la nuova Xbox “Helix”: primi devkit agli studi nel 2027 è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
La startup americana di guida autonoma Nuro ha avviato i primi test dei propri veicoli sulle strade di Tokyo, uno degli ambienti urbani più complessi al mondo per la mobilità autonoma. L’azienda, sostenuta da colossi tecnologici e industriali come NVIDIA, Toyota e Uber, utilizzerà inizialmente solo pochi veicoli per questa fase sperimentale.
Come previsto dalla normativa giapponese, i test verranno effettuati con conducenti di sicurezza al volante pronti a intervenire in caso di necessità. L’obiettivo è raccogliere dati reali in uno dei contesti di guida più impegnativi per l’intelligenza artificiale.
Le strade della capitale giapponese offre una vera sfida per i sistemi di guida autonoma. Tra carreggiate strette, traffico intenso, intersezioni complesse e guida sul lato sinistro della strada, Tokyo mette alla prova qualsiasi tecnologia di guida automatizzata.
Secondo il CEO di Nuro, Andrew Chapin, testare i veicoli in un ambiente così complesso è fondamentale per migliorare l’affidabilità dei sistemi. “Testare le capacità del sistema di autonomia in un mercato così interessante e con complessità internazionali è una vera prova di stress per capire di cosa è capace la tecnologia”, ha dichiarato.
L’obiettivo finale della società è raggiungere il livello 4 di autonomia, una categoria in cui il veicolo può guidare completamente da solo in condizioni specifiche senza intervento umano.
Nuro non è l’unica azienda a sperimentare veicoli autonomi in Giappone. Anche Waymo, la divisione di guida autonoma di Alphabet, sta conducendo test a Tokyo in collaborazione con l’operatore taxi Nihon Kotsu e con l’app di mobilità giapponese GO Taxi.
Waymo è attiva nel paese dal 2025 e lavora a stretto contatto con Toyota per sviluppare tecnologie di guida autonoma adattate alle città giapponesi.
Nel frattempo, Nuro sta preparando un’espansione più ampia del proprio ecosistema di mobilità autonoma. L’azienda ha già annunciato una collaborazione con Uber e con il produttore di auto elettriche Lucid Motors per lanciare un servizio di robotaxi a San Francisco.
Secondo i piani, Uber punta a distribuire fino a 100.000 veicoli autonomi, tra cui circa 20.000 robotaxi sviluppati con Lucid e Nuro, con un rollout che dovrebbe iniziare nel 2027.
Perché Tokyo è il banco di prova definitivo per la guida autonoma è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Google ha annunciato una nuova funzionalità per il proprio store digitale Google Play che permetterà agli utenti di provare alcuni giochi a pagamento gratuitamente prima di acquistarli. La funzione, chiamata Game Trials, è già in fase di distribuzione su alcuni titoli mobile e arriverà presto anche su Google Play Games for PC.
L’obiettivo è offrire ai giocatori la possibilità di testare un gioco completo per un periodo limitato di tempo, riducendo il rischio di acquistare un titolo che potrebbe non piacere.
Nei giochi supportati comparirà un nuovo pulsante “Prova” nella pagina dello store. Una volta avviata la prova, gli utenti potranno giocare gratuitamente per un periodo definito prima di decidere se acquistare il titolo.
Nel materiale di esempio mostrato da Google, il gioco horror survival Dredge offre 60 minuti di gameplay gratuito. Al termine del periodo di prova, il giocatore può scegliere se acquistare il gioco completo oppure rimuoverlo dal dispositivo. Questa soluzione offre un approccio simile alle demo classiche dei videogiochi, ma integrato direttamente nello store digitale e senza richiedere download separati o versioni dedicate.
Oltre ai Game Trials, Google ha annunciato che nei prossimi mesi arriveranno nuovi giochi indie a pagamento su Google Play, tra cui Moonlight Peaks, Sledding Game e Low-Budget Repairs.
L’azienda ha inoltre creato una nuova sezione dello store dedicata ai giochi ottimizzati per PC Windows, che funzionano tramite la piattaforma Google Play Games su computer. Gli utenti potranno aggiungere questi titoli alla lista dei desideri e ricevere notifiche quando saranno disponibili o in sconto.
Tra le novità più tecnologiche spicca anche il lancio di Play Games Sidekick, un overlay per Android basato sull’intelligenza artificiale Gemini. Questo assistente può mostrare suggerimenti, informazioni e strumenti utili direttamente durante il gameplay senza dover uscire dal gioco o effettuare ricerche online.
Per chi preferisce confrontarsi con altri giocatori invece che con un assistente AI, Google ha introdotto anche la funzione Community Posts, che consente agli utenti di leggere e pubblicare consigli e discussioni nelle pagine dei giochi sul Play Store.
Google Play ti permette di provare i giochi a pagamento prima di comprarli è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Apple si prepara a introdurre una nuova strategia di lancio per i suoi smartphone a partire dal prossimo anno, ma le indiscrezioni sull’iPhone 18 Pro e sull’iPhone 18 Pro Max suggeriscono che la generazione in uscita quest’anno potrebbe rappresentare uno degli aggiornamenti meno rilevanti degli ultimi anni.
Secondo le anticipazioni, Apple lancerà quest’anno i modelli Pro insieme al primo iPhone pieghevole, mentre i modelli base della serie iPhone 18 e il successore di iPhone Air arriveranno soltanto all’inizio dell’anno successivo, nello stesso periodo dei nuovi smartphone della linea Samsung Galaxy S.
Nonostante le aspettative iniziali, molte delle innovazioni previste per i modelli Pro sembrano essere state rinviate, lasciando spazio a novità piuttosto modeste e deludenti.
Uno degli aggiornamenti più attesi riguardava una riduzione delle dimensioni della Dynamic Island, l’area interattiva introdotta da Apple per integrare sensori e notifiche nella parte superiore dello schermo. Le indiscrezioni iniziali indicavano che Apple stesse lavorando a una soluzione per spostare il sistema Face ID sotto il display, lasciando visibile solo la fotocamera frontale. Questo avrebbe permesso di ridurre sensibilmente la Dynamic Island.
Tuttavia, secondo le informazioni più recenti, questa tecnologia non sarà pronta per l’iPhone 18 Pro. Di conseguenza, la Dynamic Island rimarrà sostanzialmente delle stesse dimensioni viste sugli attuali modelli, come l’iPhone 17 Pro.
Questo rinvio potrebbe avere implicazioni anche per i piani futuri dell’azienda. Apple starebbe infatti lavorando a un modello speciale per il ventesimo anniversario dell’iPhone, previsto per il 2027, con uno schermo completamente edge-to-edge senza alcun foro o notch visibile. Se fosse vero, sarebbe quello lo smartphone da “avere a tutti i costi”. A maggior ragione, risparmiare i soldi quest’anno potrebbe avere ancora più senso.
Oltre alla mancata evoluzione della Dynamic Island, anche il design generale dei nuovi modelli Pro dovrebbe rimanere molto simile alla generazione precedente.
Secondo i report più recenti, l’iPhone 18 Pro e l’iPhone 18 Pro Max conserveranno la stessa struttura e lo stesso grande modulo fotografico sul retro introdotto negli ultimi anni. Ci potrebbero essere solo piccoli miglioramenti estetici, come variazioni nella finitura del vetro posteriore o nel contrasto dei materiali. In pratica, per molti utenti potrebbe essere difficile distinguere visivamente un iPhone 18 Pro da un iPhone 17 Pro Max.
La buona notizia è che il keynote di settembre non sarà comunque privo di sorprese: nonostante una linea ‘Pro’ sottotono, questo sarà l’anno in cui vedremo finalmente il primo smartphone pieghevole di Apple.
L’iPhone 18 Pro sarà dimenticabile? “Risparmiate i soldi per il prossimo anno” è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Il miliardario Elon Musk conduce uno stile di vita sorprendentemente minimalista e spartano anche nella sua casa vicino alla base di lancio di SpaceX in Texas. A raccontarlo è stata sua madre in un post sui social.
Elon Musk, l’imprenditore alla guida di Tesla, SpaceX e della piattaforma X, sarebbe abituato a vivere con pochissimi comfort domestici. A rivelarlo è stata sua madre Maye Musk in un post pubblicato sui social. La donna ha raccontato di aver visitato la casa del figlio a Boca Chica, nel sud del Texas, vicino al sito di lancio di Starbase. Secondo la descrizione, l’abitazione appare estremamente spartana.
“Non c’è cibo nel frigorifero”, ha scritto Maye Musk. “Il garage dove ho dormito è sulla destra”. Ha poi aggiunto un dettaglio curioso sulla vita quotidiana del miliardario: “Nella doccia c’è solo un asciugamano, quindi ho lasciato il mio a Elon. Per me andava bene”.
La casa in cui vive Musk è una semplice abitazione con tre camere da letto dal valore di circa 45.000 dollari, come lo stesso imprenditore aveva raccontato in un’intervista podcast nel 2022.
Non è la prima volta che emergono dettagli sulla vita spartana del fondatore di SpaceX. Negli anni Musk ha spesso dichiarato di dormire direttamente negli uffici o negli stabilimenti delle sue aziende quando il lavoro lo richiede.
In un post pubblicato a maggio sulla piattaforma X, l’imprenditore ha scritto: “Torno a lavorare 24 ore su 24 e a dormire nelle sale conferenze, nelle sale server o nelle fabbriche”.
Maye Musk ha spiegato che per lei queste condizioni non rappresentano un problema. Ha raccontato infatti che durante l’infanzia trascorse settimane nel deserto del Kalahari senza poter fare la doccia a causa della mancanza d’acqua. “I miei genitori credo mi abbiano preparata per questo tipo di lusso”, ha commentato ironicamente.
Nel corso degli anni Musk ha attirato l’attenzione anche per altre abitudini poco convenzionali: dormire su divani o materassi improvvisati durante i periodi di lavoro intenso e andare a letto molto tardi, spesso intorno alle tre del mattino. Secondo stime recenti, Musk rimane la persona più ricca al mondo con un patrimonio di circa 664 miliardi di dollari.
Anche se non sei miliardario, probabilmente vivi meglio di Elon Musk è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Sorpresa, forse OPPO ha battuto sia Samsung che Apple sui tempi. OPPO ha, infatti, svelato le tecnologie alla base del nuovo Find N6, un dispositivo che punta a ridurre drasticamente la piega centrale dei display pieghevoli grazie a una nuova cerniera in titanio e a un vetro flessibile avanzato.
OPPO ha presentato le principali innovazioni tecnologiche del nuovo OPPO Find N6 durante una conferenza dedicata alle tecnologie per display pieghevoli. L’obiettivo dichiarato è creare l’esperienza di utilizzo più vicina possibile a uno schermo completamente piatto, riducendo al minimo la piega visibile tipica dei foldable.
Il dispositivo utilizza una nuova generazione di cerniera chiamata “titanium alloy dome hinge”. A differenza dei tradizionali sistemi a tre assi, il nuovo design impiega una struttura biomimetica simmetrica a quattro assi realizzata tramite tecnologia di stampa 3D polimerica a livello di chip.
Grazie a questa architettura, OPPO afferma di aver ridotto l’ondulazione della superficie della cerniera da 0,18 mm a 0,1 mm. Questo miglioramento consente allo schermo di mantenere una maggiore uniformità nella zona di piegatura e rende più fluida l’apertura e la chiusura del dispositivo.
L’obiettivo è ottenere quello che l’azienda definisce un’esperienza “zero-feel crease”, ovvero una piega quasi impercettibile durante l’uso quotidiano.
Oltre alla nuova cerniera, OPPO ha introdotto anche una tecnologia chiamata Dome Memory Glass. Si tratta di un nuovo tipo di vetro flessibile progettato per mantenere la superficie del display più piatta anche dopo numerosi cicli di piegatura.
Secondo l’azienda, questo materiale è oltre tre volte più resistente rispetto ai vetri flessibili utilizzati nei foldable tradizionali. Il vetro è inoltre in grado di recuperare il 99,9% della sua forma originale dopo essere stato piegato.
Il dispositivo ha superato test di resistenza fino a 600.000 cicli di apertura e chiusura e ha ottenuto la certificazione di TÜV Rheinland per le prestazioni della piega del display.
Con queste innovazioni, OPPO punta a stabilire un nuovo riferimento nel settore degli smartphone pieghevoli, avvicinando sempre di più questa categoria a un vero display continuo simile a un tablet quando il dispositivo è completamente aperto. Oltre a tutto ciò, sappiamo anche che avrà una scheda tecnica davvero formidabile.
OPPO Find N6, la piega è invisibile: battute Samsung e Apple? è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Meta continua a rafforzare la propria strategia sull’intelligenza artificiale con l’acquisizione di Moltbook, una piattaforma sperimentale simile a Reddit progettata per permettere agli agenti AI di interagire tra loro.
Meta Platforms ha acquisito Moltbook, un insolito social network dedicato agli agenti di intelligenza artificiale. I termini economici dell’operazione non sono stati resi pubblici. I fondatori della piattaforma, Matt Schlicht e Ben Parr, entreranno a far parte di Meta Superintelligence Labs (MSL), il nuovo centro di ricerca della società dedicato allo sviluppo di sistemi avanzati di AI.
Secondo un portavoce di Meta, l’integrazione del team potrebbe aprire nuove opportunità nel campo degli agenti digitali autonomi.
“L’ingresso del team Moltbook in MSL apre nuovi modi per gli agenti AI di lavorare per persone e aziende”, ha dichiarato l’azienda. “Il loro approccio nel collegare agenti attraverso una directory sempre attiva rappresenta un passo innovativo in uno spazio in rapido sviluppo”.
La chiusura dell’accordo è prevista nei prossimi giorni. Nel frattempo, gli utenti di Moltbook dovrebbero poter continuare a utilizzare la piattaforma normalmente.
La storia di Moltbook è particolarmente insolita. Il social network è nato utilizzando OpenClaw, uno strumento che consente di creare rapidamente agenti AI capaci di interagire con decine di applicazioni diverse.
Schlicht ha utilizzato la piattaforma per sviluppare un bot chiamato Clawd Clawderberg e gli ha chiesto di creare un social network per agenti artificiali. Da questa richiesta è nata Moltbook.
Il nome stesso della piattaforma è una parodia di Facebook, mentre il nome del bot è un evidente riferimento al CEO di Meta Mark Zuckerberg. In modo quasi ironico, questo esperimento ha finito per portare il suo creatore a lavorare proprio per l’azienda a cui si ispira.
Nonostante il carattere sperimentale e quasi satirico del progetto, Moltbook ha attirato attenzione nel settore dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, alcuni osservatori hanno sottolineato che era relativamente semplice per utenti umani fingere di essere agenti AI e pubblicare contenuti sulla piattaforma. Proprio per questo motivo, molti commentatori sono anche scettici sul reale valore di Moltbook. Insomma, il sospetto sollevato da più parti è che si tratti più di una trovata di marketing, che di un vero prodigio a metà tra fantascienza e distopia. Evidentemente, Meta ha visto nell’azienda qualcosa che è sfuggito ai più.
Meta acquista Moltbook: l’inquietante social popolato solo da chatbot è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
La piattaforma video di Google supera i colossi tradizionali dell’intrattenimento. Con oltre 60 miliardi di dollari di ricavi annuali, YouTube si afferma come la più grande azienda dei media globale.
Nel 2025 YouTube ha raggiunto un traguardo storico: diventare la più grande società media del mondo per fatturato. La piattaforma, controllata da Alphabet Inc., ha superato i 60 miliardi di dollari di ricavi annuali, arrivando secondo le stime della società di analisi MoffettNathanson a circa 62 miliardi.
Questo risultato le consente di superare il business di The Walt Disney Company (tenendo solo in considerazione i media), che nello stesso periodo ha generato circa 60,9 miliardi di dollari, escludendo il settore delle esperienze e dei parchi a tema.
Secondo gli analisti, la piattaforma è ormai una potenza economica senza precedenti nel settore dei contenuti digitali. Il suo valore stimato oscilla tra i 500 e i 560 miliardi di dollari, ben al di sopra dei competitor tradizionali. Il rivale più vicino è Netflix, con una capitalizzazione di mercato di circa 409 miliardi.
La crescita è trainata soprattutto dalla pubblicità: solo nel quarto trimestre del 2025 i ricavi pubblicitari hanno raggiunto 11,4 miliardi di dollari, portando il totale annuale oltre i 40 miliardi.
Oltre alla pubblicità, YouTube ha costruito un gigantesco ecosistema di abbonamenti. Tra i servizi più importanti ci sono YouTube Premium, YouTube Music e YouTube TV, oltre alla distribuzione di contenuti sportivi come NFL Sunday Ticket.
YouTube TV, in particolare, ha raggiunto circa 10 milioni di abbonati e potrebbe presto superare i tradizionali operatori di pay-TV statunitensi come Comcast e Charter Communications nei prossimi anni.
Un altro elemento chiave della crescita è l’economia dei creator. La piattaforma ha pagato più di 100 miliardi di dollari complessivi a creatori, aziende musicali e partner media.ù
Il CEO di YouTube Neal Mohan ha spiegato il significato di questa cifra: “Ci sono due cose fondamentali che facciamo per i creator: li aiutiamo a costruire un pubblico e a connettersi con i fan ovunque si trovino nel mondo, e li aiutiamo a costruire vere attività economiche. Questo è ciò che rappresentano quei 100 miliardi di dollari”.
Gli analisti ritengono che la crescita continuerà nei prossimi anni grazie alla scala globale della piattaforma e ai nuovi strumenti basati sull’intelligenza artificiale, che permetteranno ai creator di produrre contenuti più rapidamente e con costi inferiori.
Nel 2025 YouTube ha guadagnato più di Hollywood: ricavi alle stelle è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Le risposte di ChatGPT diventano più interattive. OpenAI ha annunciato una nuova funzione che introduce nuove grafiche dinamiche per spiegare concetti scientifici e matematici direttamente nella chat.
OpenAI ha iniziato il rollout delle nuove risposte interattive all’interno di ChatGPT pensate per rendere l’apprendimento più intuitivo. Quando gli utenti chiedono spiegazioni su determinati concetti di matematica o fisica, il chatbot può ora generare grafici e visualizzazioni dinamiche che illustrano le formule in tempo reale.
Tra gli argomenti supportati figurano il teorema di Pitagora, la legge di Coulomb e molte altre nozioni. Le nuove immagini non sono statiche: gli utenti possono modificare le variabili dell’equazione e osservare immediatamente come cambiano i risultati.
Questo approccio consente di esplorare i concetti scientifici in modo interattivo, simulando di fatto un laboratorio digitale. Lo studente può intervenire direttamente sulla formula, cambiare valori e comprendere più facilmente il rapporto tra le grandezze coinvolte.
Secondo OpenAI, la funzione supporta già oltre 70 concetti scientifici e matematici, con ulteriori argomenti che verranno aggiunti nei prossimi aggiornamenti.
La nuova funzione segue il lancio della modalità di apprendimento “Study Mode”, introdotta da OpenAI la scorsa estate proprio per rispondere all’uso crescente dei chatbot da parte degli studenti durante lo studio. Questa modalità guida l’utente verso la soluzione attraverso suggerimenti e domande, invece di fornire immediatamente la risposta finale.
OpenAI vede queste novità come il primo passo verso un ecosistema educativo sempre più avanzato basato sull’intelligenza artificiale.
ChatGPT per studiare matematica e fisica: con i nuovi grafici interattivi è semplicissimo è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
L’intelligenza artificiale di Google continua a integrarsi nel browser più usato al mondo. Dopo il debutto negli Stati Uniti, le funzioni basate su Gemini in Chrome iniziano ad arrivare anche in altri paesi.
Google ha annunciato l’espansione delle funzionalità basate su Gemini all’interno di Google Chrome, portando l’assistente AI integrato nel browser anche in nuovi mercati. Dopo il lancio iniziale negli Stati Uniti, il sistema è ora disponibile per gli utenti in Canada, India e Nuova Zelanda.
L’aggiornamento introduce anche il supporto a oltre 50 lingue aggiuntive. Tra queste figurano francese, gujarati, hindi e spagnolo, ampliando significativamente la platea di utenti che possono interagire con il chatbot direttamente dal browser.
Per utilizzare Gemini in Chrome basta cliccare sull’icona a forma di scintilla posizionata nell’angolo in alto a destra dell’interfaccia. Questo pulsante apre una barra laterale dedicata all’intelligenza artificiale, introdotta da Google a gennaio. Da qui è possibile conversare con il chatbot senza dover cambiare scheda o interrompere la navigazione.
Secondo Google, l’obiettivo è rendere l’assistenza AI parte integrante dell’esperienza di navigazione quotidiana, permettendo agli utenti di chiedere informazioni, generare contenuti o cercare risposte mentre consultano qualsiasi pagina web.
L’assistente integrato non si limita alle semplici chat testuali, ovviamente. Dalla stessa barra laterale è possibile accedere anche al generatore di immagini sviluppato internamente da Google, cioè Nano Banana, oltre a diverse integrazioni con l’ecosistema dell’azienda.
Gemini in Chrome può infatti collegarsi a servizi come Gmail, Google Maps, Google Calendar e YouTube. In questo modo l’intelligenza artificiale può aiutare gli utenti a gestire email, pianificare appuntamenti o trovare contenuti video direttamente dal browser.
Google ha chiarito che il rollout globale non è ancora completo. L’azienda prevede di portare Gemini integrato in Chrome in molti altri paesi e lingue nel corso del 2026, ampliando progressivamente la disponibilità della funzione. Insomma, è solo questione di tempo prima che arrivi anche in Italia.
Gemini sbarca su Google Chrome: ecco come l’AI ti svolta la vita è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Epic Games cambia il valore della valuta virtuale di Fortnite. Dal 19 marzo i pacchetti di V-Bucks offriranno meno monete allo stesso prezzo, aumentando di fatto il costo degli acquisti nel gioco.
I giocatori di Fortnite dovranno fare i conti con un aumento del costo reale degli acquisti in-game. Epic Games ha annunciato che dal 19 marzo cambierà il tasso di conversione dei V-Bucks, la valuta digitale utilizzata per comprare skin, emote e altri contenuti cosmetici. Il prezzo dei pacchetti in dollari resterà formalmente lo stesso, ma il numero di V-Bucks ricevuti sarà inferiore rispetto al passato.
Il pacchetto da 8,99 euro, ad esempio, passerà da 1.000 a 800 V-Bucks. Quello da 22,99 euro scenderà da 2.800 a 2.400 V-Bucks, mentre il bundle da 36,99 euro offrirà 4.500 V-Bucks invece dei precedenti 5.000. Anche il pacchetto più grande subirà un taglio: a 89,99 euro i giocatori riceveranno 12.500 V-Bucks invece dei 13.500 attuali.
La modifica incide direttamente sul prezzo reale delle skin e degli oggetti cosmetici, spesso acquistati in modo impulsivo dagli utenti. Sebbene i prezzi degli oggetti nel negozio di gioco non cambino, il minor numero di V-Bucks acquistabili allo stesso costo significa che ogni contenuto diventa, di fatto, più caro.
A cambiare sarà anche l’“Exact Amount Pack”, il pacchetto che permette di acquistare esattamente i V-Bucks necessari per completare un acquisto specifico. In questo caso il prezzo raddoppierà: circa 0,99 dollari per 50 V-Bucks, contro i circa 0,50 dollari precedenti.

Anche Epic, l’azienda di Fortnite, lavora ad un suo app store alternativo per iPhone
Le modifiche alla valuta virtuale avranno effetti anche sui vari pass stagionali e sugli abbonamenti presenti nel gioco. Il Battle Pass standard costerà ora 800 V-Bucks e garantirà lo stesso numero di V-Bucks come ricompensa, mentre in precedenza il prezzo era fissato a 1.000.
Anche altri pass subiranno cambiamenti. L’OG Pass, legato alla modalità nostalgica del gioco, scenderà da 1.000 a 800 V-Bucks. I Music Pass e Lego Pass, invece, passeranno da 1.400 a 1.200 V-Bucks.
La revisione coinvolge perfino l’abbonamento mensile Fortnite Crew: il bonus mensile di valuta virtuale verrà ridotto da 1.000 a 800 V-Bucks. In pratica, anche gli abbonati riceveranno meno monete digitali a parità di costo.
Epic Games ha spiegato che la decisione è legata all’aumento dei costi operativi del gioco. L’azienda ha dichiarato che “il costo di gestire Fortnite è aumentato molto”, sottolineando che l’aggiornamento dei prezzi serve a sostenere l’infrastruttura e lo sviluppo continuo del titolo.
L’inflazione colpisce perfino Fortnite: scopri quanto costano ora i V-Bucks è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Un nuovo rapporto dell’ispettore generale della NASA rivela tensioni tra l’agenzia spaziale e SpaceX. L’oggetto della contesa? I controlli manuali del lander lunare destinato a portare gli astronauti americani sulla Luna. La NASA vorrebbe che gli astronauti possano prendere il controllo del lander in caso di necessità, mentre SpaceX vorrebbe fare quasi esclusivo affidamento sulla guida autonoma della navicella.
Il documento analizza lo stato dei contratti del programma Human Landing System, il progetto che dovrà portare gli astronauti sulla superficie della Luna entro questo decennio.
Il rapporto dell’ispettore generale di NASA mette sotto la lente i contratti assegnati a SpaceX e Blue Origin per lo sviluppo dei lander lunari del programma Human Landing System. Questi veicoli sono fondamentali per il ritorno degli astronauti sulla Luna previsto dalle missioni Artemis program.
Secondo il documento, l’approccio a prezzo fisso adottato dall’agenzia si sta dimostrando efficace nel contenere i costi e nel favorire la collaborazione con l’industria spaziale privata.
Il rapporto afferma infatti: “Abbiamo riscontrato che l’approccio contrattuale dell’Agenzia è stato efficace nel controllare i costi e ha fornito al programma HLS visibilità sullo sviluppo dei lander da parte di SpaceX e Blue Origin”.
Nonostante i risultati positivi sul piano economico, resta aperta una questione tecnica importante: il grado di controllo manuale che gli astronauti dovrebbero avere durante la discesa verso la superficie lunare con il lander basato su Starship. Nel rapporto si legge chiaramente: “Esiste un disaccordo tra NASA e SpaceX sul fatto che l’attuale approccio proposto dal fornitore per l’atterraggio soddisfi l’intento del requisito di controllo manuale dell’Agenzia”.
L’agenzia ritiene che il controllo umano rappresenti una componente essenziale per la sicurezza dell’equipaggio, mentre il progetto di SpaceX punta su un livello di automazione molto più elevato.
La richiesta della NASA deriva anche dall’esperienza delle missioni lunari del passato. Durante tutte le missioni con equipaggio del programma Apollo, gli astronauti utilizzarono sistemi di controllo manuale come metodo di backup per completare l’atterraggio.
Certo, ovviamente all’epoca il software di bordo era molto meno avanzato rispetto ai sistemi moderni, ma la possibilità di intervenire manualmente si rivelò fondamentale per garantire il successo delle missioni.
Il confronto tra NASA e SpaceX ricorda quanto avvenuto anni fa durante lo sviluppo della capsula SpaceX Dragon 2, utilizzata per trasportare astronauti verso la International Space Station. Inizialmente SpaceX voleva affidarsi esclusivamente a controlli touchscreen, ma l’agenzia spaziale chiese sistemi che permettessero agli astronauti di pilotare il veicolo in modo più diretto.
Il compromesso finale consentì agli astronauti di controllare manualmente la navicella attraverso comandi integrati nei touchscreen.
Nel caso dello Starship lunare, però, la situazione è più complessa. Il rapporto sottolinea che il veicolo non possiede ancora lo stesso livello di esperienza operativa accumulato dalla capsula Dragon nelle missioni verso la stazione spaziale.
“Starship non avrà lo stesso livello di esperienza di volo nell’ambiente operativo reale per le missioni lunari con equipaggio”, afferma il documento.
Il problema potrebbe diventare critico nelle prossime fasi del progetto, quando NASA e SpaceX dovranno superare la cosiddetta Critical Design Review. Se non verrà trovato un compromesso, l’atterraggio potrebbe essere affidato esclusivamente ai sistemi automatici.
Il rapporto rivela inoltre che prima delle missioni con astronauti sono previste dimostrazioni senza equipaggio sia per SpaceX sia per Blue Origin. Questi test però non includeranno sistemi completi di supporto vitale, airlock o altri elementi necessari per le missioni umane, lasciando aperte ancora molte incognite.
La NASA e SpaceX litigano sui controlli manuali di Starship è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Il confine tra auto elettrica e auto a benzina potrebbe presto diventare quasi invisibile. Il produttore cinese BYD ha presentato la seconda generazione della sua piattaforma Blade Battery insieme al nuovo sistema di ricarica Flash, promettendo tempi di “rifornimento” mai visti prima nel settore EV. Con questa tecnologia, ricaricare un’auto elettrica potrebbe richiedere pochi minuti, avvicinandosi sempre di più alla rapidità di un pieno di carburante tradizionale.
La presentazione è avvenuta durante l’evento Disruptive Technology organizzato dall’azienda, dove BYD ha illustrato i progressi che potrebbero cambiare radicalmente la percezione dell’autonomia e dei tempi di ricarica delle vetture elettriche.
Il cuore dell’annuncio è il nuovo sistema Flash Charging, progettato per ridurre drasticamente i tempi di ricarica. Secondo l’azienda, il sistema è in grado di portare la batteria dal 10% al 70% in soli cinque minuti e dal 10% al 97% in appena nove minuti quando la temperatura è quella ambiente.
Le prestazioni rimangono notevoli anche in condizioni climatiche estreme. A temperature molto rigide, fino a -30 °C, la batteria può passare dal 20% al 97% in circa dodici minuti, un dato che potrebbe ridurre drasticamente uno dei principali limiti delle auto elettriche nei Paesi più freddi.
Il CEO di BYD, Wang Chuanfu, ha spiegato il motivo per cui la ricarica consigliata si ferma al 97%. “Caricare fino al 97% è raccomandato perché il restante tre percento è meglio lasciarlo ai guadagni della frenata rigenerativa”, ha dichiarato, sottolineando come la gestione intelligente dell’energia sia parte integrante del sistema.
Questa strategia consente di massimizzare l’efficienza del veicolo durante la guida, sfruttando il recupero di energia nelle fasi di decelerazione.
Un altro punto forte della nuova piattaforma Blade di seconda generazione è l’autonomia. BYD afferma che il sistema può raggiungere fino a 1.006 chilometri di percorrenza secondo lo standard cinese CLTC.
Il salto rispetto alla generazione precedente è significativo: la prima versione della Blade Battery si fermava a circa 600 chilometri di autonomia.
Va però considerato che lo standard CLTC è generalmente più ottimistico rispetto ad altri sistemi di misurazione. Convertendo i dati nel ciclo EPA utilizzato negli Stati Uniti, i 1.006 km dichiarati diventano circa 706 km. Anche con questa conversione più realistica, si tratta comunque di un’autonomia ampiamente sufficiente per la maggior parte degli automobilisti.
BYD rivoluziona l’auto elettrica: ricarica in 9 minuti e oltre 1.000 km di autonomia è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Apple ha appena chiuso una settimana di ‘fuoco’, annunciando un ricchissimo pacchetto di novità. Ma l’arrivo dei nuovi modelli ha avuto un effetto immediato: ben 15 prodotti sono stati rimossi dal catalogo ufficiale. Il ricambio è particolarmente ampio e riguarda iPhone, iPad, Mac e monitor professionali, con dispositivi che vanno da modelli lanciati pochi mesi fa fino a prodotti storici presenti dal 2019.
Solo questa settimana sono stati presentati circa dieci nuovi dispositivi, costringendo l’azienda a snellire la gamma. Come spesso accade con Apple, l’obiettivo è rendere più semplice la scelta per i consumatori e indirizzare gli acquisti verso i modelli più recenti.
Gran parte dei prodotti eliminati dal listino sono stati semplicemente sostituiti dalle nuove generazioni. Tra questi figurano gli iPad Air con chip M3, sia nella versione da 11 pollici sia in quella da 13 pollici, ora rimpiazzati dai modelli aggiornati con processore M4.
Lo stesso vale per i MacBook Air con chip M4 da 13 e 15 pollici, che lasciano spazio ai nuovi MacBook Air equipaggiati con il chip M5. Anche diversi MacBook Pro della generazione precedente sono stati rimossi, inclusi i modelli da 14 e 16 pollici con chip M4 Pro e M4 Max.
La decisione più sorprendente riguarda però il MacBook Pro con chip M5 e 512 GB di storage, lanciato appena lo scorso ottobre. La variante base è stata eliminata dopo meno di sei mesi, sostituita da un nuovo modello con 1 TB di archiviazione come configurazione minima. A prima vista potrebbe sembrare un miglioramento, e lo è, ma non è gratis: ora il MacBook Pro ha un prezzo d’ingresso molto più alto.
Tra i prodotti dismessi figurano anche due display professionali molto noti nella gamma Apple. Il primo è lo Studio Display del 2022 con chip A13 Bionic, che viene sostituito da una versione aggiornata. Ancora più significativo è l’addio al Pro Display XDR, introdotto nel 2019 e per anni punto di riferimento per il segmento dei monitor professionali della casa di Cupertino. Con la sua uscita di scena vengono ritirati anche due accessori dedicati: il Pro Stand e l’adattatore VESA progettato per lo stesso monitor.
Il Pro Display XDR lascia ora il posto al nuovo Studio Display XDR, che rappresenta la nuova proposta premium per creativi, professionisti del video e fotografi.
Nonostante la rimozione dal catalogo ufficiale, questi prodotti non diventano immediatamente obsoleti. Quando Apple “discontinua” un dispositivo significa semplicemente che smette di venderlo attraverso i propri canali ufficiali. Gli utenti continueranno comunque a ricevere aggiornamenti software, assistenza e riparazioni per diversi anni.
La vera fase di obsolescenza arriva molto più tardi, quando i dispositivi vengono classificati come “vintage” o “obsoleti”, generalmente cinque o sette anni dopo l’uscita dal catalogo. Solo in quel momento la disponibilità di pezzi di ricambio e l’assistenza iniziano a ridursi.
Nel frattempo molti di questi prodotti continueranno a essere venduti da rivenditori terzi. E la buona notizia è proprio questa, perché già da queste ore è possibile trovarli con sconti importanti.
Apple fa una strage: la lista dei 15 device rimossi per sempre dal catalogo è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Secondo le ultime indiscrezioni riportate dal giornalista Mark Gurman di Bloomberg, l’azienda di Cupertino sta esplorando l’uso della stampa 3D dell’alluminio per rendere più efficiente la produzione di iPhone e Apple Watch.
La nuova tecnologia potrebbe trasformare soprattutto la realizzazione delle scocche degli Apple Watch e dei telai degli iPhone. L’obiettivo sarebbe semplificare i processi produttivi, ridurre gli sprechi di materiale e, potenzialmente, abbassare i costi di produzione.
La stampa 3D non è completamente nuova per Apple. L’azienda ha già iniziato a utilizzarla in alcune componenti dei dispositivi più recenti. Ad esempio, Apple Watch Ultra 3 e Apple Watch Series 11 integrano parti realizzate con titanio stampato in 3D e completamente riciclato.
La tecnologia è stata impiegata anche nell’iPhone Air, dove Apple ha utilizzato un processo di stampa 3D per creare la porta USB-C in titanio. Questo componente è stato presentato come più sottile, più resistente e allo stesso tempo più sostenibile dal punto di vista ambientale.
Ora Apple starebbe studiando un passaggio simile anche per l’alluminio, materiale ampiamente utilizzato nei suoi dispositivi. Le scocche di iPhone e Apple Watch potrebbero quindi essere prodotte con tecniche additive anziché con i tradizionali metodi di lavorazione e fresatura.
Secondo le indiscrezioni, questo permetterebbe di ridurre i passaggi nella catena produttiva e limitare la quantità di materiale scartato durante la lavorazione.
Se Apple riuscisse a implementare con successo la stampa 3D dell’alluminio su larga scala, l’impatto potrebbe andare oltre la sola efficienza produttiva. Ridurre i costi di produzione potrebbe infatti tradursi in prezzi più competitivi per alcuni prodotti.
Un esempio recente di questa strategia è il MacBook Neo appena annunciato. Apple ha introdotto un nuovo processo produttivo che riduce la quantità di alluminio utilizzata nella scocca del laptop, contribuendo a raggiungere un prezzo di partenza di 699 euro per il nuovo modello entry-level.
La stessa filosofia potrebbe essere applicata in futuro anche agli iPhone, rendendo più accessibili alcune varianti senza compromettere la qualità dei materiali.
Nel frattempo, secondo Gurman, Apple starebbe preparando anche un aggiornamento estetico per altri prodotti della gamma. In particolare, il prossimo iMac previsto per la fine dell’anno potrebbe arrivare con una palette di colori rinnovata, seguendo la strategia già vista con i dispositivi più recenti dell’azienda.
I prossimi iPhone saranno stampati in 3D? Il piano di Apple per abbattere i costi è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Il Professor Prokar Dasgupta, chirurgo presso The London Clinic di Harley Street, ha eseguito una prostatectomia su Paul Buxton, paziente di 62 anni ricoverato al St Bernard’s Hospital di Gibilterra, controllando da remoto un sistema robotico a oltre 2400 chilometri di distanza. L’intervento segna un primato per il Regno Unito nella telechirurgia robotica transcontinentale.
La procedura si è svolta grazie al sistema chirurgico robotico Toumai, che ha permesso a Dasgupta di manovrare quattro bracci robotici e una telecamera 3D ad alta definizione direttamente da una consolle nel centro di Londra. La latenza registrata tra i movimenti del chirurgo e la risposta del robot è stata di soli 60 millisecondi, un margine sufficientemente ridotto da rendere l’operazione percepibile quasi in tempo reale.
Un team locale a Gibilterra era comunque presente in sala operatoria come misura di sicurezza, pronto a intervenire in caso di interruzione della connessione. L’intervento si è concluso senza complicazioni. Buxton, che vive a Gibilterra da quarant’anni, ha potuto sottoporsi all’operazione senza dover affrontare un lungo viaggio verso Londra o Madrid. Secondo quanto riportato, il paziente ha dichiarato di sentirsi «pienamente in forma» già a pochi giorni dall’intervento.
Questo successo britannico è l’ennesima conferma di come il mondo della medicina si stia avvicinando sempre di più alla telechirurgia. Stiamo progressivamente uscendo dal terreno della sperimentazione, per arrivare all’applicazione clinica su larga scala.
Il primo esempio storico risale al 2001 con la cosiddetta “Operazione Lindbergh”, quando chirurghi a New York rimossero la colecisti di un paziente a Strasburgo. Più di recente, nel 2024, una procedura transcontinentale ha collegato Roma e Pechino, mentre operazioni a distanza sulla prostata con lo stesso sistema Toumai sono state condotte anche in Africa. Se la tecnologia dovesse dimostrarsi sufficientemente affidabile su larga scala, potrebbe consentire agli specialisti di operare pazienti in aree remote senza costringerli a lunghi trasferimenti o a lunghe attese. Restano tuttavia aperti nodi rilevanti legati alle infrastrutture di rete, ai protocolli di sicurezza, alla regolamentazione e ai costi, che impediscono per ora una diffusione sistematica di questo tipo di interventi.
Opera paziente a 2.400 chilometri di distanza: i robot stanno cambiando la medicina è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Nel 2022 la NASA ha compiuto uno degli esperimenti più audaci della storia dell’esplorazione spaziale: schiantare deliberatamente una sonda contro un asteroide. Oggi nuovi studi dimostrano che quell’impatto non ha solo modificato l’orbita del piccolo corpo celeste colpito, ma ha persino alterato il movimento dell’intero sistema asteroidale attorno al Sole.
Secondo i ricercatori del Jet Propulsion Laboratory della NASA, è la prima volta che un oggetto costruito dall’uomo modifica in modo misurabile la traiettoria di un corpo celeste nel Sistema Solare. Il risultato rafforza le speranze degli scienziati che in futuro simili tecniche possano essere utilizzate per difendere la Terra da potenziali asteroidi pericolosi.
La missione Double Asteroid Redirection Test, nota come DART, aveva un obiettivo preciso: verificare se una sonda lanciata ad alta velocità potesse deviare la traiettoria di un asteroide. Il bersaglio scelto era Dimorphos, un piccolo “moonlet” largo circa 170 metri che orbita attorno all’asteroide più grande Didymos.
Il sistema non rappresenta alcuna minaccia per la Terra, ma è stato selezionato proprio perché ideale per testare tecnologie di difesa planetaria. Subito dopo l’impatto, gli scienziati avevano già confermato il successo dell’esperimento. Le prime analisi avevano mostrato che la collisione aveva accorciato l’orbita di Dimorphos attorno a Didymos.
Uno studio successivo pubblicato nel 2024 ha quantificato meglio l’effetto: il periodo orbitale di Dimorphos è stato ridotto di circa 33 minuti, mentre la sua traiettoria si è avvicinata a Didymos di circa 36 metri rispetto alla posizione precedente.
La scoperta più recente è ancora più sorprendente. Gli scienziati hanno scoperto che l’impatto non ha influenzato soltanto il piccolo Dimorphos, ma ha alterato il movimento dell’intero sistema binario composto da Didymos e Dimorphos.
I due asteroidi orbitano attorno al Sole ogni circa 770 giorni. Dopo l’impatto della sonda DART, la loro velocità orbitale è cambiata di circa 11,7 micrometri al secondo, equivalenti a circa 4 centimetri all’ora. Si tratta di una variazione estremamente piccola, ma nel contesto astronomico può avere effetti enormi nel lungo periodo.
Come ha spiegato Rahil Makadia, autore principale dello studio, “nel tempo, un cambiamento così piccolo nel movimento di un asteroide può fare la differenza tra un oggetto pericoloso che colpisce il nostro pianeta o lo manca completamente”.
Il risultato rappresenta un passo fondamentale nella ricerca di strategie per la difesa planetaria. Dimostra infatti che la deviazione cinetica, ovvero colpire un asteroide con una sonda ad alta velocità, può essere una tecnica efficace per modificare la traiettoria di un corpo celeste. Con missioni future e osservazioni più precise, gli scienziati sperano di perfezionare questa tecnologia.
La missione DART della NASA ha cambiato l’orbita di un asteroide attorno al Sole è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Valve raffredda le aspettative di chi attendeva nuovi dispositivi legati all’ecosistema Steam. Nel suo riepilogo annuale dedicato al 2025, l’azienda ha aggiornato lo stato dei suoi progetti hardware — tra cui Steam Machine, Steam Controller e Steam Frame — lasciando intendere che il debutto potrebbe non avvenire nel 2026 come sperato.
Nel post di revisione annuale, Valve ha spiegato che le difficoltà nella catena di approvvigionamento continuano a pesare sul calendario di sviluppo dei nuovi dispositivi. L’azienda ha fatto sapere che spera ancora di riuscire a lanciare i prodotti nel 2026, ma senza fornire una finestra precisa.
La formulazione utilizzata nel blog aziendale appare infatti molto più prudente rispetto alle dichiarazioni dei mesi precedenti. Valve ha scritto: «Speriamo di iniziare le spedizione nel 2026, ma come abbiamo condiviso recentemente, la carenza di memoria e storage ha creato delle sfide inedite». La società ha aggiunto che condividerà ulteriori informazioni «quando finalizzeremo i nostri piani».
Il cambio di tono è significativo. A febbraio l’azienda parlava ancora della possibilità di spedire i tre dispositivi nella prima metà dell’anno, sottolineando che l’obiettivo non era cambiato. Ora invece il riferimento a una generica speranza di lancio nel 2026 lascia spazio anche a un possibile rinvio oltre l’anno.
Il problema principale resta la crisi globale dei componenti hardware, in particolare per quanto riguarda memoria e storage. Negli ultimi mesi diverse aziende del settore hanno segnalato difficoltà simili, con impatti diretti sui costi di produzione e sui tempi di lancio dei nuovi dispositivi.
A febbraio HP aveva spiegato che la memoria RAM rappresenta ormai circa un terzo del costo complessivo di un PC. Gli analisti del settore ritengono che la carenza di RAM possa modificare in modo significativo il mercato informatico, costringendo molti produttori ad aumentare i prezzi dei dispositivi.
Valve non è nuova a queste difficoltà. Anche la disponibilità di Steam Deck è stata limitata proprio a causa delle problematiche nel reperire memoria. In questo contesto, reperire componenti sufficienti per una nuova linea di hardware potrebbe risultare ancora più complesso.
Una gran brutta notizia per la Steam Machine: rimandata a tempo indefinito? è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Xiaomi accelera nel campo della robotica industriale. Il CEO Lei Jun ha annunciato che i robot umanoidi sviluppati dall’azienda hanno iniziato le prime operazioni di prova all’interno della fabbrica automobilistica del gruppo, segnando un passo importante nella strategia tecnologica del colosso cinese.
Secondo il dirigente, l’obiettivo è arrivare a distribuire un numero significativo di robot nelle linee produttive dell’azienda entro i prossimi cinque anni, integrandoli progressivamente nei processi industriali. Il produttore cinese potrebbe così battere sul tempo Optimus, l’analogo progetto di Tesla.
L’annuncio è arrivato tramite un post sui social media in cui Lei Jun ha spiegato che la divisione robotica dell’azienda ha compiuto importanti progressi grazie al modello di base chiamato Xiaomi-Robotics-0. Si tratta di un sistema di intelligenza artificiale basato su un’architettura VLA, acronimo di vision-language-action, progettata per consentire ai robot di comprendere l’ambiente, interpretare istruzioni e compiere azioni autonome.
Il CEO ha dichiarato: «I robot umanoidi Xiaomi hanno iniziato operazioni di prova nella nostra fabbrica automobilistica». Il dirigente ha aggiunto che «puntiamo a distribuirne grandi quantità nelle linee produttive entro i prossimi cinque anni».
Grazie all’integrazione tra percezione multimodale e tecniche di apprendimento tramite rinforzo, i robot sono già in grado di svolgere alcune attività pratiche nella catena di montaggio. Tra queste rientrano il caricamento di dadi autofilettanti nelle stazioni di assemblaggio e il trasporto di casse di materiali all’interno degli stabilimenti.
Secondo Lei Jun, le prestazioni dei robot stanno migliorando progressivamente. Indicatori chiave come il tempo medio tra i guasti e il tasso di successo nell’esecuzione di singole attività sono in crescita costante, segnale che la tecnologia sta raggiungendo livelli sempre più affidabili per l’uso industriale.
L’azienda sta inoltre ampliando i test in ulteriori stazioni produttive, con l’obiettivo di validare l’impiego dei robot in un numero maggiore di scenari operativi.
L’iniziativa si inserisce nella strategia più ampia di Xiaomi, che negli ultimi anni ha iniziato a espandersi oltre il tradizionale business degli smartphone. Il gruppo sta infatti investendo in nuovi settori come le auto elettriche, la robotica avanzata e l’intelligenza artificiale.
I robot umanoidi di Xiaomi gestiscono le fabbriche in autonomia: è il futuro? è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Google espande le capacità creative di NotebookLM con una nuova funzione che punta a trasformare il modo in cui gli utenti esplorano e comprendono i contenuti. Si chiama Cinematic Video Overviews ed è l’evoluzione delle precedenti panoramiche video generate dall’intelligenza artificiale.
NotebookLM si era già dimostrato straordinariamente abile nella capacità di creare podcast artificiali – con conduttori coinvolgenti e dotati di voce realistica – partendo da semplici testi o file PDF.
Il nuovo strumento promette di creare video più immersivi e visivamente ricchi, superando il formato basato su semplici slide narrate per offrire animazioni fluide e una narrazione strutturata automaticamente dall’AI.
La novità sfrutta una combinazione di diversi modelli di intelligenza artificiale sviluppati da Google. Tra questi ci sono Gemini 3, Nano Banana Pro e Veo 3, che lavorano insieme per generare video completi a partire dalle fonti caricate dall’utente.
Secondo Google, il sistema utilizza l’AI per analizzare i contenuti e trasformarli in una vera e propria narrazione visiva. Il modello Gemini assume il ruolo di “regista creativo”, prendendo decisioni su struttura, stile e ritmo del video.
L’azienda spiega: «Gemini ora agisce come un direttore creativo, prendendo centinaia di decisioni strutturali e stilistiche per raccontare al meglio la storia usando le tue fonti». Il sistema è inoltre in grado di rivedere e perfezionare autonomamente il proprio lavoro per garantire coerenza visiva e narrativa.
Il risultato sono video generati automaticamente con animazioni dinamiche, scene ricche di dettagli e un formato più cinematografico rispetto alle precedenti versioni.
La nuova funzione è disponibile da oggi in lingua inglese per gli utenti abbonati al piano Google AI Ultra con età superiore ai 18 anni. L’accesso è previsto sia tramite web sia attraverso dispositivi mobili.
L’introduzione dei Cinematic Video Overviews rappresenta un ulteriore passo nella strategia di Google di integrare strumenti avanzati di generazione multimediale nei propri prodotti basati sull’intelligenza artificiale.
NotebookLM, inizialmente concepito come assistente di ricerca e studio, sta progressivamente evolvendo in una piattaforma capace di trasformare documenti, appunti e fonti di studio in contenuti multimediali complessi.
La nuova AI di Google rende disoccupati gli youtuber? Video in pochi minuti partendo dagli appunti è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Le intelligenze artificiali sono abilissime nell’individuare vulnerabilità critiche di software e app. Un lavoro che ai ricercatori richiederebbe mesi di lavoro, ma che le AI possono svolgere molto rapidamente. E’ una risorsa preziosissima per il mondo della sicurezza informatica… ma anche per gli hacker malintenzionati.
Un nuovo esperimento condotto da Anthropic in collaborazione con Mozilla dimostra che i modelli AI più avanzati sono ormai in grado di individuare vulnerabilità critiche in software complessi in tempi estremamente ridotti.
Durante il progetto, il modello Claude Opus 4.6 ha scoperto 22 vulnerabilità nel browser Firefox in sole due settimane, di cui 14 classificate come ad alta gravità. Il risultato rappresenta quasi un quinto di tutte le vulnerabilità critiche corrette nel browser nel corso del 2025.
Secondo i ricercatori, l’AI ha analizzato migliaia di file di codice del browser individuando errori di sicurezza potenzialmente sfruttabili dagli hacker. In totale sono stati esaminati quasi 6.000 file C++, generando 112 segnalazioni di bug uniche.
Uno dei primi problemi individuati è stato scoperto dopo appena venti minuti di analisi. Claude ha identificato una vulnerabilità di tipo “Use After Free”, una falla nella gestione della memoria che può permettere a un attaccante di sovrascrivere dati con codice malevolo.
I ricercatori hanno verificato il bug in una macchina virtuale con l’ultima versione di Firefox prima di segnalarlo ufficialmente al sistema Bugzilla di Mozilla. Insieme alla segnalazione è stata fornita anche una possibile patch generata dallo stesso modello AI.
Nel frattempo il sistema aveva già individuato decine di altri crash potenzialmente legati a vulnerabilità. Alla fine del progetto, molte delle falle scoperte sono state corrette nella versione Firefox 148, mentre le restanti saranno risolte nei prossimi aggiornamenti.
Il team di ricerca ha anche voluto capire se l’AI fosse in grado non solo di trovare vulnerabilità, ma anche di sfruttarle per creare veri attacchi informatici. Qualcosa per cui le AI stanno venendo sfruttate sempre più frequentemente dagli hacker di tutto il mondo.
Per questo motivo Claude è stato incaricato di sviluppare exploit a partire dai bug individuati. L’obiettivo era dimostrare un attacco reale leggendo e scrivendo file su un sistema bersaglio, come farebbe un hacker.
Dopo centinaia di tentativi e circa 4.000 dollari di credito API utilizzato nei test, il modello è riuscito a trasformare le vulnerabilità in exploit funzionanti solo in due casi. Questo suggerisce che l’AI è molto più efficace nel trovare bug che nel sfruttarli per attacchi completi. Gli exploit sviluppati funzionavano inoltre soltanto in un ambiente di test semplificato, privo di alcune delle protezioni avanzate presenti nei browser moderni, come il sandboxing.
Nonostante questi limiti, gli esperti sottolineano che il risultato dimostra un punto cruciale: l’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno strumento potentissimo sia per i difensori sia per gli attaccanti.
L’AI scopre vulnerabilità critiche: Claude individua 22 bug in Firefox in tempo record è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
OpenAI sta lavorando a diverse novità per l’app Android di ChatGPT che potrebbero cambiare in modo significativo l’esperienza d’uso. Un’analisi del codice dell’ultima versione dell’app, la 1.2026.062, ha rivelato alcune funzionalità ancora in sviluppo che includono un nuovo sistema di memoria dell’app, miglioramenti nell’editing delle immagini e modifiche all’interfaccia.
Le funzioni non sono ancora attive pubblicamente, ma il loro sviluppo suggerisce che OpenAI stia sperimentando nuove soluzioni per rendere ChatGPT più integrato nell’uso quotidiano su smartphone.
Una delle novità più interessanti riguarda un nuovo tipo di memoria interna dell’app. ChatGPT possiede già una funzione che permette di ricordare informazioni da conversazioni precedenti, ma la nuova funzione sembra avere un obiettivo diverso.
Gli sviluppatori stanno lavorando a una memoria di stato dell’app, capace di ricordare esattamente cosa stava facendo l’utente prima di interrompere la sessione. Questo significa che anche dopo aver chiuso forzatamente l’app o dopo aver utilizzato altre applicazioni, ChatGPT potrebbe riportare l’utente direttamente al punto in cui aveva interrotto.
Si tratta di un cambiamento pensato soprattutto per chi utilizza l’assistente AI mentre passa continuamente da un’app all’altra, migliorando la continuità del lavoro e riducendo il rischio di perdere il contesto di una conversazione o di un’attività in corso.

Via Android Authority
Le modifiche più evidenti riguardano l’interfaccia di editing delle immagini. Attualmente il processo parte da un prompt testuale che chiede all’utente di descrivere le modifiche da applicare, mentre gli strumenti avanzati sono accessibili tramite un pulsante laterale.
Nel nuovo design in fase di sviluppo, invece, tutto potrebbe partire da un pulsante “Edit”. Dopo averlo premuto comparirebbe il prompt per le modifiche, ma al posto del vecchio sistema di strumenti sarebbe disponibile una serie di scorciatoie dirette.

Via Android Authority
Tra queste compaiono strumenti come l’annotazione sull’immagine, una funzione di selezione e l’opzione Resize, che permette di cambiare rapidamente il formato dell’immagine scegliendo diversi rapporti di aspetto. In ogni caso, la modifica selezionata viene poi elaborata da ChatGPT tramite AI.
Anche la sezione profilo potrebbe ricevere nuove opzioni. Oltre ai dati personali già salvabili nell’app, è stato individuato un nuovo spazio chiamato “Fun facts”, probabilmente pensato per permettere all’AI di conoscere meglio l’utente.
Tra le novità compare anche un pulsante “Generate bio”, che dovrebbe consentire a ChatGPT di creare automaticamente una breve biografia basata sulle informazioni dell’utente. Infine, un piccolo cambiamento riguarda la barra laterale dell’app: invece di aprirsi parzialmente sopra la schermata attiva, la nuova versione potrebbe utilizzare un menu a schermo intero.
ChatGPT , l’app cambia volto: tantissime nuove funzioni in arrivo, ecco tutte le novità è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Gli Stati Uniti compiono un passo significativo verso una nuova generazione di energia nucleare. La Nuclear Regulatory Commission (NRC) ha autorizzato TerraPower a costruire un nuovo reattore nello Stato del Wyoming, vicino a una vecchia centrale a carbone.
Si tratta della prima autorizzazione rilasciata dalla NRC per la costruzione di un nuovo reattore nucleare negli ultimi dieci anni, un segnale che il settore sta vivendo una nuova fase di sviluppo, spinta anche dalla crescente domanda energetica dei data center e dell’intelligenza artificiale.
TerraPower, startup fondata nel 2015 da Bill Gates e sostenuta anche da investitori tecnologici come Nvidia, ha sviluppato il reattore Natrium in collaborazione con GE Vernova Hitachi.
L’impianto avrà una capacità di 345 megawatt, una potenza inferiore rispetto alle grandi centrali nucleari tradizionali ma comunque superiore a molti progetti di piccoli reattori modulari (SMR) sviluppati da altre aziende.
La caratteristica più innovativa del Natrium riguarda il sistema di raffreddamento. Mentre la maggior parte dei reattori costruiti negli ultimi cinquant’anni utilizza acqua, questo impianto impiega sodio fuso come liquido refrigerante.
Secondo TerraPower, questa scelta potrebbe aumentare la sicurezza e migliorare l’efficienza del sistema. È inoltre la prima volta da oltre quarant’anni che la NRC approva un reattore commerciale non raffreddato ad acqua.
Un altro elemento distintivo del progetto riguarda il modo in cui il reattore gestisce la produzione di energia. Il sistema utilizza grandi serbatoi isolati per immagazzinare il sodio fuso caldo. In questo modo il reattore può continuare a funzionare a pieno regime anche quando la domanda elettrica è bassa.
Il calore accumulato viene poi utilizzato per produrre energia quando necessario, compensando eventuali cali nella produzione di fonti rinnovabili come eolico e solare. Poiché le centrali nucleari funzionano in modo più efficiente quando operano vicino alla piena capacità, questo sistema di accumulo termico potrebbe ridurre i costi di generazione e rendere il nucleare più competitivo.
L’approvazione della NRC arriva in un momento in cui l’interesse per l’energia nucleare sta crescendo nuovamente, soprattutto tra le aziende tecnologiche. L’esplosione della domanda di elettricità per data center e infrastrutture di intelligenza artificiale sta spingendo governi e aziende a cercare nuove fonti di energia stabile e a basse emissioni.
Negli ultimi mesi gli investitori hanno riversato oltre un miliardo di dollari nelle startup nucleari, mentre TerraPower ha raccolto complessivamente 1,7 miliardi di dollari, inclusi 650 milioni in un round chiuso a giugno.
Progetto Natrium, partono i lavori per la rivoluzionaria centrale nucleare di Bill Gates è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella
Grazie per la guida e soprattutto per il reverse engineering.
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