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“Devi metterti il burka” minacciata bimba di 12 anni al Parterre

14 Giugno 2026 ore 19:48

Livorno, 14 maggio 2026 – Aggredita verbalmente da un gruppo di persone e minacciata di morte se non avesse indossato il burka, gravissimo episodio avvenuto per di più ad una bambina di soli 12 anni, in un parco pubblico della città, il Parterre, alle 18 di sabato scorso, in un tranquillo pomeriggio d’estate, con il parco pieno di visitatori. Atti discriminatori e minacce aggravate, nei confronti di una rappresentante della comunità bengalese, di padre musulmano e madre induista: “Tuo padre è musulmano, devi indossare il burka, se non lo fai ti uccido”, una donna con fare ammonitorio e alzando la mano destra, vestita con abiti islamici, a capo di un gruppo di bengalesi, si è avvicinata alla bambina, arrivata al Parterre insieme alla madre, ma allontanatasi un attimo per andare a giocare con dei coetanei. “Stai attenta, altrimenti ti ammazziamo, ti facciamo vedere noi” e altre frasi agghiaccianti sono state riportate nella querela fatta alla Polizia di Stato da parte della mamma. La comunità bengalese è numerosa a Livorno e raramente si è resa protagonista di gravi fatti legati alla sicurezza e alla delinquenza, in questo caso si tratta di un evento comunque preoccupante, avvenuto nei confronti di una minorenne, discriminatorio e a sfondo religioso, che è contrario a tutte le regole di democrazia e allo spirito tollerante, multi religioso e multietnico della città che li ospita. È stata la mamma della bambina a sporgere denuncia immediatamente, la famiglia, viene riportato da Il Tirreno, che ha pubblicato la notizia bella giornata di oggi. Mia figlia – Il Tirreno riporta le dichiarazioni della mamma – mi ha riferito che quest’episodio è l’ultimo di una serie di approcci che la donna ha indirizzato alla ragazzina. Uno dei principali motivi di timore che provo risiede nel fatto che mio marito è di religione islamica, mentre io professo quella induista e mia figlia, per nostra scelta, è stata lasciata libera di scegliere, quando sarà il momento, il percorso da seguire. Aggiungo che ho molte volte avuto modo di riscontrare che le mie connazionali che arrivano dal nostro Paese, libere ed emancipate, dopo questi che sembrano essere indottrinamenti adottano quel rigore che la donna col suo gruppo professa dopo che le mie connazionali la frequentano».

Livorno si prepara allo sbarco della Solidaire: attesi 56 migranti, tra cui 22 minori

13 Giugno 2026 ore 16:31

Livorno, 13 giugno 2026 – Sarà il porto di Livorno a ospitare nella mattinata di domenica l’arrivo della nave Solidaire, con a bordo 56 migranti soccorsi nel Mediterraneo.

L’attracco è previsto nelle prime ore del giorno, con operazioni di accoglienza già in fase di organizzazione. Tra i migranti presenti ci sono 22 minori non accompagnati, tutti di sesso maschile.

Le condizioni generali di salute risultano buone secondo le prime verifiche effettuate dopo il salvataggio, anche se saranno necessari ulteriori controlli una volta a terra.

Domani mattina si terrà una riunione in Prefettura per coordinare tutte le attività legate allo sbarco e alla gestione dell’accoglienza.

L’operazione avviene mentre entrano in vigore nuove norme europee in materia di migrazione, che tuttavia non cambiano nell’immediato le procedure operative già in uso.

Una lettera ai cittadini livornesi

13 Giugno 2026 ore 13:48

Livorno, 13 maggio 2026 – La decisione del consiglio comunale di Livorno viene definita “vergognosa” nell’ultimo comunicato dell’associazione Italia Israele, si torna a fare riferimento all’utilizzo e al significato dei termini “genocidio” e “antisemitismo”. Il presidente dell’associazione livornese Celeste Vichi con un altro comunicato definisce “superficiale” la scelta di porre una targa commemorativa per i bambini vittime della guerra a Gaza e che tale scelta in realtà non sia propedeutica ad un processo di pace, anzi. “Vergognosa” la scelta del consiglio livornese, soprattutto perché avvenuta in maniera unilaterale, con l’avvallo di tutte le forze politiche, sottolinea Celeste Vichi. Questo, si legge ancora nel comunicato, significa una cattiva lettura politica del conflitto in atto, che pone in “solitudine” l’unico stato ebraico del mondo. Ecco il comunicato integrale:

Interveniamo con riferimento all’adozione della mozione adottata in Consiglio Comunale circa l’apposizione di una targa commemorativa dei bambini caduti nei conflitti e con particolare riguardo ai soli bambini palestinesi.

In Consiglio e sulla stampa viene utilizzata a tale proposito la parola “genocidio” con la disinvoltura di chi la brandisce come clava politica. Eppure il genocidio ha una definizione giuridica stringente, codificata dalla Convenzione ONU del 1948 e dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale: richiede la prova rigorosa del dolus specialis, ovvero l’intenzione specifica e deliberata di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.
Viene spesso citato a tale proposito anche lo storico Omer Bartov. Noi vi rispondiamo con i fatti. Il Sudafrica, che ha promosso il procedimento contro Israele dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, ha dovuto chiedere ben 18 mesi di proroga perché non è riuscito a reperire elementi probatori sufficienti. Il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, pur avendo spiccato mandati di arresto per altre fattispecie, non ha mai formulato alcun capo di imputazione per genocidio a carico di Israele. Se perfino le corti internazionali — che esisterebbero proprio per accertare crimini come questo — non hanno ritenuto di procedere, con quale legittimità lo fate voi?
L’accusa di genocidio rivolta allo Stato ebraico — sorto dalle ceneri della Shoah, il genocidio per antonomasia che sterminò sei milioni di ebrei — non è solo giuridicamente infondata. È una falsificazione storica che offende la memoria dei veri genocidi e dei loro sopravvissuti.

Si fa riferimento «barbarie del genocidio perpetrato dall’esercito del Governo Sionista di Israele». Sono parole che rovesciano la realtà dei fatti. Utilizzando il termine Sionismo ad una accezione negativa anziché un movimento culturale che ha la stessa dignità del Risorgimento italiano.
Israele questa guerra non l’ha voluta. Le è stata imposta il 7 ottobre 2023, quando oltre 1.200 civili — uomini, donne, bambini, anziani — sono stati massacrati nelle loro case, stuprati, bruciati vivi, rapiti da Hamas. È stata quella la vera barbarie: un’operazione terroristica pianificata a freddo, con una ferocia che non ha pari nella storia recente, condotta da un’organizzazione il cui statuto dichiara apertamente la volontà di eliminare lo Stato di Israele che ha lasciato Gaza unilateralmente nel 2006.
Da allora, Hamas continua a combattere da dietro i civili palestinesi — nelle scuole, negli ospedali, nelle aree densamente popolate — usando deliberatamente la popolazione di Gaza come scudo umano. L’esercito israeliano, al contrario, adotta misure di preavviso alla popolazione civile — volantinaggi, telefonate, evacuazioni preventive — che non hanno precedenti nella storia dei conflitti armati. La differenza è netta e incancellabile: da un lato una democrazia che difende i propri cittadini cercando di limitare le vittime civili; dall’altro un’organizzazione terroristica che cerca il martirio della propria popolazione e lo strumentalizza per la propaganda.

Si ricorre con leggerezza ai termini «apartheid» e «pulizia etnica». Sono espressioni che rivelano una radicale ignoranza della realtà israeliana, o peggio, la volontà di distorcerla deliberatamente.
Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. I cittadini arabi — che costituiscono circa il 21% della popolazione — votano, sono eletti, siedono alla Knesset, ricoprono incarichi pubblici, siedono in qualità di giudici persino nella Corte Suprema. Hanno fatto parte dei governi che si sono succeduti nel corso degli anni, compresi esecutivi recenti: il partito arabo Ra’am è stato membro della coalizione di governo fino al 2022. Un arabo-israeliano, non un ebreo, presiede la più grande banca del Paese. Giudici arabi hanno condannato presidenti ed ex primi ministri ebrei. È questo l’apartheid che denunciate?
L’apartheid era un regime di segregazione razziale che negava ai neri sudafricani il diritto di voto, la libertà di movimento, l’accesso all’istruzione e alla sanità. Nulla, assolutamente nulla di tutto questo esiste in Israele. Usare questa parola non è una critica politica: è una menzogna.

La targa che il Comune si appresta a collocare – approvata vergognosamente con l’avvallo anche di una parte dell’opposizione – non sarà «una scintilla che può accendere le coscienze», come sostengono alcuni. Sarà piuttosto il simbolo di una lettura unilaterale e ideologica di un conflitto complesso, una scelta che non favorisce il dialogo né la pace e che rischia di alimentare ulteriormente un clima di ostilità verso l’unico Stato ebraico al mondo.
La scelta ideologica unilaterale dell’amministrazione livornese dimostra tutta la superficialità della tragedia che da 80 anni tra guerre ed attentati si consuma nel Medio Oriente, verità che oggi vede l’integralismo islamico saldato col terrore e che ha portato alla tragedia del popolo palestinese. Gli stessi paesi arabi oggi sono alleati di Israele nel combattere il pericolo dell’Iran.
La memoria deve essere onesta, non selettiva. Se davvero si vogliono ricordare le vittime innocenti, lo si faccia per tutti i bambini travolti da questa guerra, israeliani e palestinesi, nella consapevolezza che la pace non si costruisce attraverso slogan o semplificazioni propagandistiche.

I cittadini hanno il diritto di interrogarsi su questa contraddizione: le stesse forze politiche che oggi sostengono iniziative accusatorie contro Israele sono, in molti casi, le stesse che a livello nazionale non hanno sostenuto la legge di contrasto all’antisemitismo, già approvata dal Senato e proposta al Parlamento Italiano con convinzione dalla nostra Associazione e che costituisce la prima vera legge antifascista dopo le leggi razziali.

«Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei». Quando si sceglie di marciare al fianco di chi nega l’antisemitismo o rifiuta di contrastarlo con adeguati strumenti normativi, si finisce inevitabilmente per rivelare qualcosa di sé e delle proprie priorità politiche.
Noi continueremo a scegliere la strada della verità, della memoria e del dialogo. Ad altri lasciamo la responsabilità delle proprie scelte.

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