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Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza
Parte 1 – Comprendere
Cos’è realmente la Grey Man Theory, cosa può insegnarci la psicologia dell’attenzione e perché passare inosservati non significa diventare invisibili
Quando si parla di preparazione alle emergenze, l’immaginario collettivo tende spesso ad associare il prepper a un’estetica immediatamente riconoscibile: abbigliamento tattico, zaino dotato di sistema MOLLE, scarponi robusti, numerose tasche, strumenti visibili e un atteggiamento costantemente vigile.
Questo tipo di equipaggiamento può essere perfettamente funzionale in determinati ambienti. In una stazione ferroviaria, in un centro commerciale o durante uno spostamento urbano, però, potrebbe comunicare più informazioni di quanto sia opportuno.
Potrebbe suggerire che una persona è organizzata, preparata o in possesso di attrezzature e risorse utili. In condizioni ordinarie ciò potrebbe essere irrilevante. In uno scenario caratterizzato da tensione, scarsità o disordine, invece, attirare inutilmente l’attenzione potrebbe diventare un fattore di rischio.
Da questa considerazione nasce ciò che nel mondo del prepping, del survival e della sicurezza personale viene comunemente chiamato Grey Man, letteralmente “uomo grigio”.
- Il Grey Man, però, non è necessariamente vestito di grigio.
- Non è invisibile.
- E non è una spia.
Il principio può essere riassunto in modo molto più semplice:
Quando la situazione lo richiede, evitare di diventare inutilmente rilevanti agli occhi degli altri.
In breve
Il Grey Man non cerca necessariamente di non essere visto.
Cerca di non offrire ragioni particolari per essere osservato più attentamente, ricordato o selezionato.
Non esiste un colore, un abbigliamento o uno zaino capace di rendere una persona invisibile. La discrezione dipende dalla relazione tra individuo, comportamento, equipaggiamento e ambiente.
Una strategia pratica, non una teoria scientifica
L’espressione Grey Man Theory è molto diffusa negli ambienti prepper e survival, ma non indica una teoria scientifica formalizzata con una definizione accademica condivisa.
Non risulta inoltre prudente attribuirle un’unica origine militare, di intelligence o storica senza disporre di fonti primarie sufficientemente solide.
È più corretto considerarla una strategia pratica composta da principi provenienti da ambiti differenti, tra cui:
- consapevolezza situazionale;
- adattamento al contesto;
- gestione dell’attenzione;
- comunicazione non verbale;
- protezione delle informazioni;
- riduzione dell’ostentazione;
- sicurezza personale.
Questa distinzione è essenziale.
Un suggerimento nato dall’esperienza può essere ragionevole senza rappresentare una legge scientifica. Allo stesso modo, uno studio di psicologia non deve essere utilizzato per dimostrare qualcosa che non ha esaminato direttamente.
Vedere non significa necessariamente notare
Ogni giorno siamo esposti a una quantità enorme di informazioni: volti, movimenti, suoni, veicoli, colori, cartelli, oggetti e conversazioni.
Il cervello non elabora tutto con la stessa profondità. L’attenzione seleziona una parte delle informazioni disponibili, privilegiando ciò che appare pertinente rispetto al compito che stiamo svolgendo, ai nostri obiettivi e alle nostre aspettative.
Uno dei fenomeni più conosciuti in questo ambito è la cecità da disattenzione, o inattentional blindness.
Nel celebre studio pubblicato nel 1999 da Daniel Simons e Christopher Chabris, i partecipanti dovevano osservare un filmato e contare i passaggi effettuati da alcuni giocatori. Durante la scena compariva un evento inatteso e molto evidente, che una parte consistente degli osservatori non riferiva di aver notato. Lo studio è diventato noto attraverso il cosiddetto esperimento del “gorilla invisibile”. L’esperimento non dimostra la Grey Man Theory e non prova che una persona possa rendersi volontariamente invisibile.

Dimostra qualcosa di diverso:
Essere presenti nel campo visivo di qualcuno non significa necessariamente diventare il centro della sua attenzione.
Il lavoro di Arien Mack e Irvin Rock sulla cecità da disattenzione ha contribuito a mostrare quanto la percezione cosciente dipenda dall’attenzione dedicata agli stimoli presenti.
Essere visibili, essere notati ed essere ricordati non sono necessariamente la stessa cosa.
L’attenzione non è un interruttore
Sarebbe però sbagliato concludere che sia sufficiente confondersi con lo sfondo per non essere notati.
Ciò che richiama l’attenzione dipende da molti fattori:
- ciò che una persona sta cercando;
- ciò che si aspetta di vedere;
- il compito che sta svolgendo;
- le caratteristiche dello stimolo;
- la posizione rispetto al punto osservato;
- l’esperienza dell’osservatore;
- il contesto complessivo.
Anche la posizione di uno stimolo rispetto al centro dell’attenzione può influire sulla probabilità che venga rilevato. Grey Man non può essere ridotto a una formula del tipo:
Colori neutri uguale invisibilità.
Il colore è soltanto una variabile. Possono essere altrettanto importanti:
- la forma dello zaino;
- la postura;
- il modo di camminare;
- la velocità dei movimenti;
- la direzione dello sguardo;
- il tono della voce;
- gli oggetti trasportati;
- la coerenza complessiva con il luogo.
La domanda corretta non è quindi:
“Quale colore mi rende meno visibile?”
La domanda più utile è:
“Che cosa, in questo specifico ambiente, potrebbe rendermi insolitamente interessante?”

La normalità è contestuale
Non esiste un abbigliamento Grey Man valido ovunque.
Una persona con scarponi, pantaloni tecnici e zaino da escursionismo può essere assolutamente ordinaria all’inizio di un sentiero montano.
Lo stesso abbigliamento potrebbe risultare più riconoscibile in un ambiente professionale o durante una serata elegante.
Un completo formale può essere normale in un centro direzionale e insolito durante un’attività di volontariato in una zona alluvionata.
Persino un colore acceso non è sempre incompatibile con la discrezione. Durante una festa o un evento sportivo, presentarsi completamente vestiti di nero, grigio o verde oliva potrebbe rendere una persona più riconoscibile rispetto a chi indossa i colori diffusi tra i partecipanti.
Il concetto fondamentale è quindi quello della normalità contestuale.
Essere Grey Man non significa adottare un’uniforme. Significa capire che ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.
Errore comune
Pensare che esista un “look Grey Man”.
Pantaloni tecnici, cappellino neutro, occhiali scuri e zaino tattico possono creare un nuovo stereotipo facilmente riconoscibile.
Non invisibili, ma meno rilevanti
Il termine “invisibile” viene spesso utilizzato nella divulgazione sul Grey Man. È efficace dal punto di vista narrativo, ma rischia di essere fuorviante.
Nessuna tecnica può garantire che una persona:
- non venga osservata;
- non venga ricordata;
- non venga riconosciuta;
- non venga ripresa da una telecamera;
- non richiami l’attenzione di qualcuno.
Il Grey Man deve essere considerato un tentativo di ridurre la rilevanza non necessaria della propria presenza, non una tecnica di invisibilità.
In termini semplici:
Non diventare la cosa più interessante nell’ambiente, quando non esiste una buona ragione per esserlo.

Il Grey Man non è un travestimento
Trasformare la discrezione in una recita può produrre l’effetto opposto.
Un abbigliamento può apparire formalmente coerente, mentre il comportamento racconta qualcosa di completamente diverso.
Una persona può vestirsi come un escursionista, ma muoversi in modo evidentemente inesperto.
Può utilizzare uno zaino urbano, ma proteggerlo ossessivamente come se contenesse qualcosa di eccezionale.
Può cercare di apparire rilassata, controllando però in continuazione ciò che accade alle proprie spalle.
La discrezione efficace non nasce necessariamente dalla costruzione di una falsa identità.
Nasce soprattutto dalla coerenza tra aspetto, comportamento e contesto.

Un’anomalia non è una prova
Un’altra interpretazione problematica del Grey Man consiste nel considerare ogni persona o comportamento insolito come una possibile minaccia.
Questo approccio può generare valutazioni errate, ipervigilanza e reazioni sproporzionate.
Una persona può deviare dalla normalità di un ambiente per numerose ragioni innocue:
- non conosce il luogo;
- ha una disabilità;
- sta cercando qualcuno;
- è in ritardo;
- ha ricevuto una telefonata importante;
- è semplicemente distratta.
La consapevolezza situazionale richiede osservazione e valutazione, non conclusioni immediate.
Principio AIP
Un’anomalia è un’informazione, non una prova.
I limiti del Grey Man
Il Grey Man:
- non garantisce anonimato;
- non elimina i rischi;
- non sostituisce la consapevolezza situazionale;
- non rende invisibili alle tecnologie di sorveglianza;
- non impedisce a un osservatore attento di notare una persona;
- non è adatto a tutte le emergenze.
Durante una ricerca o un soccorso, essere visibili può salvare la vita.
In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.
Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.
La discrezione è quindi uno strumento situazionale, non una regola universale.
Comprendere prima di applicare
Il valore del Grey Man non consiste nell’insegnare alle persone a nascondersi.
Consiste nel ricordare che comunichiamo continuamente informazioni attraverso:
- l’aspetto;
- il comportamento;
- ciò che trasportiamo;
- il modo in cui ci muoviamo;
- il modo in cui interagiamo.
Il Grey Man non è un colore.
Non è uno zaino.
Non è una tecnica infallibile.
È, nella sua interpretazione più ragionevole, una forma di adattamento consapevole al contesto.
E per adattarsi a un ambiente, prima bisogna imparare a leggerlo.
Continua lo Speciale AIP
Parte 2 — Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento
Nella seconda parte analizzeremo come osservare la linea di base e il flusso di un ambiente, come scegliere equipaggiamento e abbigliamento coerenti e quali comportamenti possono attirare involontariamente l’attenzione.
Nota metodologica
La Grey Man Theory è un concetto divulgativo diffuso soprattutto negli ambienti prepper, survival e della sicurezza personale, non una teoria scientifica formalizzata.
Gli studi sulla cecità da disattenzione vengono citati per illustrare alcuni meccanismi dell’attenzione umana. Non costituiscono una dimostrazione sperimentale dell’efficacia complessiva del Grey Man.
Fonti essenziali
Simons, D. J., & Chabris, C. F. (1999).
Gorillas in our midst: Sustained inattentional blindness for dynamic events. Perception, 28(9), 1059–1074. DOI: 10.1068/p281059.
Mack, A., & Rock, I. (1998).
Inattentional Blindness. MIT Press.
L'articolo Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza proviene da Associazione Italiana Preppers.
Per una storia delle riviste culturali online: Lucy (2023)
Lucy sulla cultura nasce a inizio 2023, quando io e le mie colleghe di Stanca stavamo seguendo la Scuola del Tascabile. In quei mesi ci conoscevamo e scoprivamo le riviste culturali, lontanissime galassie astratte e oscure. La sensazione generale era che l’editoria fosse morta, le riviste fossero morte, eravamo arrivati in ritardo. La fatica era capire un mondo che non vedevamo e che ci sembrava non fosse tangibile e in movimento. L’idea che dietro alle riviste ci sono delle persone a cui piace leggere i nostri stessi libri, andare ai concerti, fare serata, steccare le sigarette non ci passava proprio per la testa. Poi a un certo punto, nel giro di qualche mese, due nuove riviste culturali nascono da zero. Lucy sulla cultura con una redazione di trentenni che vengono dalle esperienze di Vice, podcast con a capo Nicola Lagioia e Snaporaz (di cui abbiamo già parlato) con a capo Filippo D’Angelo e Gianluigi Simonetti. La cultura aveva improvvisamente delle fattezze umane, conoscevo Irene Graziosi dal progetto di Venti e per la serie di interviste La prima volta, Matteo Grilli e Giada Arena avevano scritto pezzi per Vice che avevo letto negli anni, Nicola Lagioia aveva da poco pubblicato La città dei vivi che era apparso ovunque. Avevo ascoltato anche il podcast un po’ macchiettistico ma vividissimo tratto dal suo libro. Per un breve periodo ho pensato dai, se lo fanno loro, forse possiamo farlo anche noi. Non avevo ancora sentito parlare di piani editoriali, finanziamenti a fondo perduto, bandi europei, bilanci. Il mondo della cultura era tutto da scoprire.
Sono passati poco più di tre anni dalla nascita di Lucy. Oggi non è solamente una rivista culturale ma si è espansa a macchia d’olio: pubblicazioni editoriali, agenzia di comunicazione, corsi di formazione e un nuovo progetto di rivista, Lucy sui mondi, completamente dedicato alla scienza. Per fare una cronistoria della storia di Lucy mi incontro con Irene Graziosi, editor della rivista fin dalla sua fondazione.
Come nasce l’idea di Lucy?
L’idea è nata molto prima della messa online. Inizialmente si sono incontrate le visioni di Paolo Benini, proprietario e presidente di ADD, Nicola Lagioia e Giorgio Gianotto. Il tempo dei blog culturali era finito, la cultura viveva principalmente sugli inserti culturali e pochi magazine online che però raramente sfruttavano altri formati oltre a quello scritto. Ed era anche il momento in cui fiorivano tantissimi progetti sui social, tipo Will, tante cose diverse, soprattutto rispetto ai linguaggi.
E tu come ci entri?
Mentre loro avevano quest’idea, io lavoravo ancora per Venti (il progetto Youtube nato da un’idea di Sofia Viscardi) e andai a intervistare Nicola per un’uscita della rivista. A lui piacque molto la “leggerezza” produttiva della faccenda – eravamo in tre con una camera e un microfono, molto agili. Credo che questa cosa, per lui che era forse più abituato a interviste un pochino più pesanti come produzione, lo avesse colpito. Quindi mi chiese di collaborare al Salone del Libro di Torino gestendo una striscia quotidiana su YouTube. Avevamo pensato a una sorta di salotto letterario in cui gli scrittori venivano a decomprimere il casino del salone in un ambiente informale. Era il 2021, l’edizione live di ottobre dopo la chiusura causa Covid.
Come si mette insieme la squadra?
Poco tempo dopo quella collaborazione, Nicola mi disse che voleva incontrarmi a Milano insieme a Giorgio Gianotto e a Maddalena Cazzaniga che è la fondatrice di Babel, un ufficio stampa culturale, che lavorava anche al Salone e che era una collaboratrice di fiducia di Nicola. Mi dicono che con Paolo Benini, che ne sarebbe diventato presidente, avrebbero voluto fondare un progetto culturale multimediale. A quel punto servivano delle persone per farla – persone giovani che avessero un po’ di esperienza con i vari formati. Quindi chiamai un po’ di persone che ritenevo adatte: c’era Giada Arena, che era molto ferrata sui podcast, ma in generale poi ha fatto anche tutta la parte di strategia social. Emiliano Ceresi, che è tutt’ora da noi, un editor molto bravo, filologo, aveva un occhio sicuramente più sensibile rispetto agli altri sulla letteratura. Lorenzo Gramatica, che è veramente bravissimo e di fatto in questo momento è forse diventato la colonna portante a livello di responsabilità editoriale di Lucy – lui lavorava in pubblicità, quindi era anche una persona che sapeva lavorare con una disciplina veramente ferrea, che è una cosa rara in questo mondo. Più di recente, ma oramai neanche così di recente, è entrato Nicola Cosentino, che era un nostro bravissimo autore e ci piaceva molto il suo sguardo sul mondo e il suo aplomb, così non abbiamo avuto dubbi quando abbiamo dovuto chiamare qualcuno a lavorare con noi. Un grande. Ed è stato anche molto bello vedere invece crescere alcune persone che sono arrivate da noi molto giovani, come Irene Moro ed Elena Sbordoni, che in poco tempo sono diventate fondamentali e abbiamo proprio visto quanto sono cresciute sia come donne che come lavoratrici.
Quando avete smesso di immaginarla e avete iniziato a farla davvero?
Abbiamo vissuto il 2022 vedendoci almeno uno o due weekend al mese, per fare degli esercizi d’immaginazione che però ci sono serviti a conoscerci; perché ovviamente immaginare è molto diverso da vedere una cosa realizzata davvero. Da settembre 2022 abbiamo mollato i nostri lavori, ci hanno fatto dei contratti e abbiamo iniziato a lavorare quotidianamente a questa cosa per davvero.
Snaporaz nasce nello stesso periodo. Come vi siete differenziati?
Io sono abbonata a intermittenza a Snaporaz, mi piace molto quello che fanno, è rinfrescante leggere articoli di critica così trasparenti di questi tempi. Sono stati bravi a creare un’identità molto precisa, che probabilmente rispecchia le personalità dei suoi creatori. Nel nostro caso credo che l’identità si sia creata man mano attraverso anche le idee di tutte le persone che hanno fatto parte della rivista o che ancora ne fanno parte, quindi c’è sempre una mediazione – che spesso risulta anche da litigate varie. Poi l’identità è una cosa che si crea con il tempo, quando “fai” la rivista ti rendi conto di che cosa vuoi pubblicare, chi ti piace, chi sono i tuoi autori.
Lucy nasce come una rivista con formato “magazine”, ogni mese si approfondisce un tema diverso. Perché questa scelta?
All’inizio è stata probabilmente una strategia che metteva al sicuro: è rassicurante avere un tema perché magari non hai ancora degli autori fedeli e non sai neanche benissimo come si fa una rivista che ancora non esiste, non sai cosa significa gestire il flusso dei pezzi, l’attualità. È bello avere questi pezzi mensili a tema perché sono anche più profondi, trattati meglio a livello grafico, c’è una cura diversa. Però è molto complicato, perché ovviamente è una sezione in più a cui prestare attenzione, devi lavorare anche su temi non di attualità, devi essere tu a pensare ad autori che hanno scritto qualcosa sul tema magari anche molti anni fa. Una cosa che abbiamo fatto di recente è slegare la lezione video (Lucy ha anche un canale Youtube con vari approfondimenti e un format intitolato “Lezioni” in cui si approfondisce una tematica attraverso la lezione di un ospite) dal tema del mese. Soprattutto perché escono un milione di saggi interessanti e non possiamo ogni volta pensare a qual è l’unico saggio uscito sullo specifico tema del mese, se quella persona saprà parlare in pubblico, se le va di farlo, se è ancora viva. E poi il tempo passa, un po’ di temi sono stati fatti, bisogna inventare sempre cose nuove.
Lucy nasce come una rivista gratuita, ma ha sempre messo in chiaro che sarebbe diventata a pagamento. Quando si parla di riviste mi sembra che il mondo si spacchi a metà: le riviste (e le fanzine) più punk e libere ma che non pagano gli stipendi e quelle più “istituzionali” e che rendono la cultura un lavoro. È anche vero che manca un sostegno strutturale per le riviste, sono quasi completamente assenti bandi pubblici o fondi statali che le sovvenzionino, rendendo complessa la sostenibilità di realtà più piccole o senza finanziatori iniziali. Lucy mi sembra nata già con un programma di business alla mano.
La parte business c’è stata fin dall’inizio e Deborah Sgrò ne è a capo. Noi non viviamo solo degli abbonamenti, Lucy è diventata in poco tempo una galassia piuttosto complessa. Abbiamo la parte business, i corsi, l’abbonamento, i festival – l’ecosistema si è espanso come aveva progettato che succedesse fin dall’inizio Paolo Benini. Lui voleva creare questa realtà culturale vasta. Io sono una grande pagatrice di abbonamenti ai giornali, alle riviste – mi viene naturale pagare per il New Yorker, il NYT, la Paris Review. A volte accendo e spengo gli abbonamenti, però ecco, cerco di sostenere i lavori che mi piacciono. In Italia c’è sempre questa idea per cui la cultura deve essere gratis. È un’idea bellissima, io per esempio di Roma adoro l’infinita quantità di eventi culturali gratuiti nei Municipi sostenuti dal Comune, ma come dici tu, se non ci sono sovvenzioni come li paghi gli stipendi? Nel mondo culturale questo degli stipendi è un tema. Poi nel nostro caso c’è una persona, Benini, che ha fatto questo grande investimento iniziale credendo in un progetto che non esisteva. È legittimo che ci voglia rientrare. I finanziamenti pubblici sarebbero ovviamente un sogno, ma direi che dovendo scegliere a chi dare soldi, in un Paese come l’Italia, mi auguro vengano prima sanità pubblica, la scuola e via dicendo.
Volevo chiederti anche del rapporto tra rivista e social. Mi sembra che Lucy, fin da subito, si sia posizionata sui social in maniera forte. L’identità è precisa, colorata, adatta anche per la Gen Z.
Questo è merito principalmente di Giada Arena, che ha dato un’impostazione iniziale, è molto brava. Dovendo usare i social, li volevamo usare anche bene. Però è una trappola: da una parte portano pubblico, dall’altro ci sono tutte le limitazioni – parole che usi, titoli, quanto può stare, quante lingue puoi usare.
Quello che funziona sui social funziona anche sul sito?
Non c’è quasi nessuna correlazione tra un post che viene molto letto e un articolo che viene molto letto. Magari un articolo ha tre commenti e fa 70.000 views, e viceversa. Ci sono post che parlano di temi che tirano sui social, tipo, che ne so, il femminicidio, e quindi ci sono tantissimi commenti, ma l’articolo lo leggono in tremila. Penso che spesso le persone non sappiano nemmeno che un post corrisponde a un articolo. È difficilissimo prevedere che cosa andrà davvero bene.
Come scegliete cosa pubblicare?
Buona parte degli articoli li commissioniamo noi come redazione — questo tema è interessante, chi ne può scrivere? Ci arrivano proposte alla mail, tantissime. In questo caso se e il tema ci interessa ma non conosciamo l’autore diciamo: “Se vuoi scrivilo ma non è detto che lo pubblichiamo”. Però molti dei pezzi che escono sono pensati originariamente dalla redazione.
E per i numeri tematici? Chiamate voi gli autori?
Per il monografico scegliamo il tema, poi chi chiediamo come ci interessa che sia analizzato, vediamo cosa ci viene in mente e alla fine pensiamo agli autori. Di solito gli autori a cui pensiamo sono quelli di cui ci fidiamo molto. C’è Paola De Angelis che è bravissima, con dei pezzi che praticamente non devo toccare. Pacifico sta scrivendo una serie di pezzi per noi che sono davvero belli. Lucia Tozzi anche è una nostra autrice affezionata, così come Eleonora Dragotto, Nadeesha Uyangoda, Rosella Postorino… ovviamente c’è tutta una parte di autori più giovani che cerchiamo di crescere, però la facciamo con attenzione: una cosa è avere un pezzo che ti prende tre ore di lavoro, una cosa è avere un’andata e ritorno che te ne porta via otto. E se hai quaranta pezzi oltre al resto bisogna imparare a dosare le energie.
Quanto pesa quello che piace a te su quello che esce?
Io commissiono anche quello che mi interessa – cos’è che leggo sui giornali che cattura la mia attenzione e che può essere ampliato, eventuali fenomeni che mi fanno porre delle domande. Dopo che ho avuto un figlio, abbiamo fatto un mucchio di pezzi sulla maternità, sull’allattamento, perché mi interessavano. Un po’ mi dispiace essere l’unica donna in redazione, secondo me questa cosa fa sì che ci siano meno articoli orientati a un pubblico femminile. Prima con Giada ci pensavamo almeno in due. In generale adesso ci vediamo anche meno, inizialmente avevamo un ufficio a Milano perché vivevamo praticamente tutti lì ed era comodo avere un luogo di riferimento e di scambio. Poi ci siamo sparpagliati, la redazione è un pochino cambiata, quindi finisce che ci vediamo in call oppure in presenza ma più di rado.
Lucy sarà ancora rilevante tra dieci anni?
Dipende da quanto sei in grado di evolverti e quanta voglia hai di farlo. Le cose cambiano e cambiando si diventa un’altra cosa, e quella cosa può essere ancora rilevante. Mi chiedo più che altro quanto sarà rilevante la cultura tout court! Leggeremo ancora? Saremo ancora interessati ai film? I social ci rincoglioniranno completamente? Gli articoli diventeranno definitivamente delle card? Riceveremo sempre più pezzi scritti con le AI (succede di continuo) e smetteremo di accorgercene? Il problema è che la cultura cambia e cambiano i modi di fruirne e quindi magari Lucy sarà ancora rilevante ma in una riserva indiana sempre più piccola. O magari invece, se vogliamo essere ottimisti, ChatGPT partorità una nuova versione di se stessa che prenderà possesso di internet e manderà in vacca i social e ci ordinerà di leggere dei libri e poi si autodistruggerà e torneremo tutti a essere alfabetizzati.
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Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper
“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”
Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.
Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.
Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.
Cos’è la consapevolezza situazionale
La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.
Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.
I livelli della Situational Awareness (SA)
La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.
I livelli sono:
- Percezione
- Comprensione
- Proiezione
Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.
1) La Percezione
Il primo livello è la percezione:
- ciò che si vede
- ciò che si sente
- ciò che cambia rispetto alla normalità
Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.
Esempi concreti possono essere:
- un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
- strade insolitamente congestionate
- servizi pubblici non operativi
- comportamenti anomali delle persone
Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.
2) La Comprensione
Il secondo livello è la comprensione:
- è un evento isolato o diffuso?
- è temporaneo o potrebbe protrarsi?
- è già accaduto in passato?
In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.
Esempi concreti di disagi possono essere:
- approvvigionamenti
- mobilità
- comunicazioni
- sicurezza
3) La Proiezione
Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:
- cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
- quali servizi potrebbero interrompersi?
- quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?
Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.
Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali
Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.
La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.
Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.
Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino
Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.
Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.
Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

Considerazioni preventive
La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.
In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:
- osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
- mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
- in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.
Un caso reale: tragedia Crans Montana
Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.
In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.
In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.
Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.
Considerazioni preventive
Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

- evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
- individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
- farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
- evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
- prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).
Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.
Una lezione generale
La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.
La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.
Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.
Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.
Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.
In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.
La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.
Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.
Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.
Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping
Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.
Essere consapevoli significa:
- ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
- alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
- favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche
Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:
- intervenire prima che l’emergenza diventi critica
- proteggere la propria famiglia
- utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
- mantenere lucidità anche in situazioni stressanti
Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.
Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.
Applicazione nella vita quotidiana
La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.
Al contrario, si basa su:
- osservazione calma
- attenzione selettiva
- conoscenza della normalità
Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.
Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.
Alcuni esempi pratici:
- osservare le uscite quando si entra in un luogo
- notare comportamenti fuori contesto
- ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
- conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia
Errori comuni da evitare
Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:
- l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
- la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
- l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
- la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza
La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.
Come allenare la consapevolezza situazionale
Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.
Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:
- il Gioco di Kim
- LA visione Periferica
- Caccia agli Oggetti
- OODA Loop
Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.
Box – Cosa fare prima, durante e dopo
La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.
Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.
Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.
Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con
Box – Consigli AIP
In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:
- conoscere i rischi del proprio territorio
- informarsi attraverso canali ufficiali
- adottare comportamenti di autoprotezione
- mantenere calma e lucidità
- evitare azioni che possano intralciare i soccorsi
La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.
Conclusione
Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.
Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.
L'articolo Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.
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È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.
Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?
Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.
Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.
È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.
Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.
Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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