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La nuova “grammatica della guerra”: il dominio dello spazio cibernetico come forma di neo-colonialismo nella Magnifica Humanitas

3 Agosto 2026 ore 07:00

L’orbe tecnocratico, vittima della sindrome di Babele, con la pretesa di definire un unico linguaggio e una sola via del progresso, scorge nell’uso dell’IA uno strumento per accrescere le proprie capacità di controllo sociale. Questa inedita forma di neo-colonialismo, fondata sull’appropriazione di dati come risorsa strategica, si accompagna, nell’enciclica leoniana, ad una costante antropologica che rintraccia nell’uomo moderno l’incapacità di porre dei limiti concreti al retto uso della potenza tecnologica. Animato da una marcata sensibilità geopolitica, il Pontefice americano sottrae il cyberspazio all’illusione della sua immaterialità restituendogli una dimensione tangibile. Il controllo sistematico di infrastrutture digitali, appannaggio esclusivo di grandi attori economici privati, definisce una condizione di oligopolio entro la quale sono questi stessi soggetti a stabilirne le regole di accesso. I Data Center, archivi delle nuove terre rare del potere (dati sanitari, dati demografici, profili epidemiologici) perpetuano un assetto egemonico che riproduce le asimmetrie del potere digitale, ridisegnando una geografia di nuovi centri e periferie globali, guidati da una logica estrattiva unidirezionale. Lo scontro tra imperialismi contrapposti, che Leone XIV individua come uno dei tratti caratterizzanti del cogente ordine internazionale, trova nell’impiego delle nuove tecnologie un acceleratore della rivalità tra “potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo”.

Disinformazione e guerra cognitiva nell’era digitale

La manipolazione e il controllo degli ambienti informativi, nella corsa alla colonizzazione dello spazio digitale, costituiscono un ulteriore terreno di confronto funzionale a preparare culturalmente, mediante la diffusione di narrazioni semplificanti, le condizioni per la guerra cognitiva: una forma di conflitto diretta all’erosione delle capacità critiche e percettive degli individui, che anticipa e alimenta le forme di scontro convenzionale. Lo spazio cibernetico si configura, dunque, come un luogo all’interno del quale vengono condotti “attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA [che] possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto”. Prevost riconosce nell’uso strumentale della tecnologia e dell’IA un potenziale vettore di condizionamento sociale, estraneo alla neutralità, e capace di orientare l’opinione pubblica al punto da riscrivere la grammatica dei conflitti contemporanei. Nelle parole del Pontefice:

La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ‘ibride’, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica.

In questo scenario di vulnerabilità diffusa, l’enciclica leoniana richiama la crisi del sistema multilaterale. La riconfigurazione degli equilibri globali segna il ritorno a un paradigma binario che individua nella contrapposizione amico-nemico la via per ricostruire un’identità collettiva frammentata. La sedimentazione di nuovi immaginari condivisi, sospinti da una “cultura violenta della potenza” trasferisce progressivamente il conflitto dal piano cognitivo al piano materiale, in un processo in cui “la diversità dell’altro […] vissuta come minaccia [alimenta] un desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche […]”. Ne deriva una concezione dell’alterità che tende a identificare la sicurezza con l’accumulazione di capacità militari.

IA e sistemi d’arma

L’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma ad autonomia operativa rappresenta, nella riflessione di Leone XIV, il punto di massima convergenza tra innovazione tecnologica e crisi della responsabilità politica. L’intelligenza artificiale e l’imperante narrazione taumaturgica dell’efficienza algoritmica abbassano la soglia del ricorso alla violenza; accompagnate dalla proliferazione di nuovi attori armati che “intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici”, trasformano la difesa in prevenzione, innescando una spirale securitaria che rende la guerra una condizione permanente, il cui fine ultimo non si sostanzia più nell’ottenimento della “vittoria definitiva”, bensì nella “perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita”. 

Potere e tecnologia: comprendere la nuova spazialità del conflitto 

La Magnifica Humanitas, pur assumendo toni di severa invettiva nei confronti dell’IA, non indugia in una sterile forma di luddismo, né paventa un’utopica regressione verso una società pre-tecnologica. La critica leoniana richiama, con rinnovata urgenza, la necessità di regolamentare la corsa allo spazio cibernetico: un dominio potenzialmente illimitato che definisce nuove forme di interazione e in cui si addensa lo scontro tra attori geopolitici eterogenei. L’enciclica svela la persistenza storica di una matrice neo-coloniale che, mutate le coordinate spaziali, ne conserva intatta la morfologia. Laddove un tempo erano le terre emerse, il mare, lo spazio aereo ed extra-atmosferico a definire il limes della contesa, a questi si affiancano i flussi di dati e le infrastrutture digitali. Interrogarsi criticamente sull’importanza del cyberspazio vuol dire assumere uno sguardo consapevole e disincantato sulle nuove forme che il potere e la conflittualità assumono nella contemporaneità. Non si tratta di normalizzare l’ineluttabilità dello scontro, quanto piuttosto di adottare un approccio autenticamente realista che permetta di leggere con lucidità “interessi, paure, vincoli e rapporti di forza”.

IA e colonialismo dei dati

“Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”

      Dino Buzzati, Il grande ritratto

Informatiche del dominio

La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta. 

Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.

L’IA si distingue in due principali tipologie: generativa e discriminativa. Quest’ultima è incentrata su compiti di classificazione e previsione statistica mentre quella generativa è decisamente più complessa poiché prevede che si possano realizzare contenuti originali, quali testo, foto, musica, audio e video sulla base di modelli di apprendimento automatico addestrati a questo scopo. In risposta a precise richieste, i cosiddetti prompt, la macchina fornisce altrettanto precise risposte, o quanto più precise possibili, basandosi su set di dati di enormi dimensioni per comprendere, riassumere e produrre nuovi contenuti. Maggiore la quantità di dati a disposizione, maggiori le possibilità che l’elaborazione dell’IA sia efficace su ogni questione riguardante lo scibile umano. 

Spesso è stato detto che i dati sono il nuovo petrolio, carburante che alimenta questi oracoli al silicio virtuosi e dottissimi, riflesso sempre più abbagliante di ciò che sta al di là dello schermo. Eppure, i dati non sono presenti in natura, bisogna appropriarsene dopo averli strutturati e resi tali; impadronirsene ed elaborarli significa costruire “relazioni di dati” che assicurano la conversione quasi spontanea della vita quotidiana in una corrente continua di informazioni. Il risultato è ineluttabile: un nuovo ordine sociale fondato su un monitoraggio costante, che offre incalcolabili opportunità per la selezione e l’influenza comportamentale

Le “relazioni di dati”, tuttavia, sono sottoposte anche ad un rinnovato colonialismo, mettendo “a profitto” gli stessi esseri umani che ne facilitano la strutturazione interagendo con i loro dispositivi – computer, tablet, telefoni, smartwatch e via dicendo –, proprio come il colonialismo europeo si è appropriato, lungo un arco di alcuni secoli, di territori e risorse d’oltremare per ricavarne favolosi guadagni. 

Il “colonialismo dei dati”, neologismo coniato per indicare questo recente processo di espropriazione, combina pratiche predatorie tipiche del colonialismo storico, utilizzando metodi di quantificazione del calcolo per mezzo di algoritmi. Non si tratta più, come un tempo, di occupare nuove terre e sottomettere le popolazioni native per allargare i confini metropolitani e rendere più ricca la propria nazione; piuttosto, di invadere gli spazi virtuali di Internet, per farli diventare veri e propri siti di sfruttamento, geografie immateriali nelle quali esercitare un potere “digitale-territoriale”.

I dati sono, dunque, una forma di appropriazione fondamentale di risorse. In questo caso, però, non si tratta semplicemente di impossessarsi di materie prime allo stato naturale, come poteva accadere con l’argento delle miniere del Sud America, il cotone delle piantagioni schiaviste degli Stati Uniti o la gomma del Congo belga. É la vita, adesso, che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali; i dati sui comportamenti o sulle caratteristiche di un individuo si combinano con i dati relativi a quelli di altri individui collegati in Rete per dare origine a connessioni “informazionali” tra punti prestabiliti che le piattaforme digitali intendono governare. Principali protagoniste del “colonialismo dei dati” sono le grandi aziende, che oggi conosciamo con l’appellativo di Big Tech, coinvolte nell’incetta di atti sociali quotidiani, tramutati poi in dati quantificabili che vengono analizzati e conservati per creare profitti: Amazon, Google, Apple, Meta con Facebook, Instagram e Whatsapp, ma anche, in Cina, Baidu, Alibaba, Tencent.

Stiamo assistendo, in buona sostanza, ad una riorganizzazione della comunità umana tramite un’ampia trasformazione dei rapporti sociali. La recentissima tecnologia informatica, grazie all’insieme delle conoscenze, abilità e competenze che incarna – con particolare riferimento alle infrastrutture digitali innervate dalle IA algoritmiche – sta approntando giorno dopo giorno un nuovo tipo di società “tradotta” in un flusso di dati che sarà continuamente monitorato, catturato e ordinato per valore. 

Ora, rappresentando noi stessi quella società, ne consegue, irrimediabilmente, che ne sta andando della nostra esistenza personale e della nostra identità. Il nostro stesso “sé” risulta compromesso e veniamo indebitamente “espropriati” come collettività e come individualità nel medesimo momento. Il “colonialismo dei dati” tramuta la nostra vita in un costrutto sociale virtuale, ormai maturo per la mercificazione. 

I pregiudizi degli algoritmi

Riproposizione, in qualche misura, della vecchia colonial mind, l’IA generativa sembra perpetuare stereotipi che amplificano i preconcetti sul genere e sulle etnie, forse mettendo perfino in pericolo l’incolumità delle persone. 

Interessante e drammatica la testimonianza di Joy Buolamwini dalle pagine del Time nel 2019. Scienziata, attivista e fondatrice dell’Algorithmic Justice League, Buolamwini scrive: “Le macchine possono discriminare in modo dannoso. L’ho sperimentato in prima persona, quando ero una studentessa laureata al MIT nel 2015 e ho scoperto che alcuni software di analisi facciale non potevano rilevare il mio viso dalla pelle scura fino a quando non ho indossato una maschera bianca. Questi sistemi sono spesso addestrati su immagini di uomini prevalentemente dalla pelle chiara”.

Le IA vengono istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale ad ogni livello. Questo significa che l’IA propone modelli di interpretazione della realtà ingannevoli e fortemente orientati a privilegiare i bianchi e la loro cultura. Un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare. Vengono   fabbricati veri e propri cliché improntati al più schietto razzismo: le donne asiatiche sono iper-sessualizzate; le africane e gli africani vengono per lo più rappresentati come primitivi, al contrario degli europei che appaiono solidamente evoluti; i leaders appartengono sempre al sesso maschile e i detenuti nella maggioranza dei casi sono persone di colore. Esempi eclatanti di colonizzazione algoritmica li ritroviamo in Sud Africa o in Indonesia, dove si sperimentano modelli di sorveglianza digitale utili all’industria globale del controllo per esportare quelle tecnologie altrove, vendendole in tutto il mondo.  

Il “colonialismo dei dati” nutre sé stesso divorando senza sosta informazioni con modalità che possono apparire scontate e quel che è peggio neutrali, allo scopo di promuovere, ci viene ripetuto ossessivamente, indiscutibili miglioramenti favoriti dall’uso di tecnologie che sembrano davvero miracolose e alla portata di tutti e non, invece, persistenti tentativi di coercizione dello sviluppo umano. 

Ma non è soltanto questione di Big data o di piattaforme concepite per impiegarne lo straordinario potenziale. La materialità dell’IA, un elemento che non dobbiamo trascurare e su cui vale la pena riflettere, ci racconta un’altra storia, fatta di corpi e terre rare: basti pensare soltanto al litio senza il quale non funzionerebbero le batterie dei nostri cellulari oppure al lavoro in condizione quasi servile di coloro che “ripuliscono” i pacchetti di dati per eliminarne i contenuti cruenti, pornografici o particolarmente sgradevoli, la cosiddetta “etichettatura”, facendo sì che l’IA non sia in grado di proporli in risposta a una delle tante domande che le vengono formulate sugli argomenti più disparati e l’utente finale non li riceva. Sottopagati e traumatizzati da ciò che vedono e sentono con conseguenze dirette sulla loro salute mentale, i data cleaners, principalmente del Sud globale (l’insieme dei Paesi in via di sviluppo collocati perlopiù nell’emisfero meridionale), conducono un’attività “fantasma”, occultata a sguardi indiscreti, di cui i consumatori occidentali non hanno nemmeno lontanamente conoscenza.

L’Impero dell’IA, se così possiamo definirlo, è ben più tangibile di quanto si possa credere mentre, per altro verso, siamo sedotti dallo spettacolo del digitale che ci promette scenografie maestose e pirotecniche: basterà, a questo proposito, citare gli archivi di informazioni depositati nei potenti server, unità fisiche di cui si evita il surriscaldamento con appositi circuiti di raffreddamento ad acqua, conservati in molte aree del pianeta con maggior concentrazione negli Stati Uniti, che vengono alimentate da semplice energia elettrica, al pari di ciò che accade per una qualsiasi lampadina.

Nel labirinto irrequieto di Internet, pieno di intense suggestioni ma al tempo stesso di molti anfratti oscuri, il Minotauro aspetta un Teseo che liberi i prigionieri dalle loro catene virtuali. Probabilmente noi tutte e noi tutti.

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Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto

22 Luglio 2026 ore 11:00

“Ciao, ho 16 anni e ho bisogno di abortire. Aiutami.” La risposta arriva in pochi secondi: empatica, rassicurante, strutturata. “Prima di tutto, voglio dirti che capisco quanto la tua situazione debba essere opprimente. Respira profondamente: non devi capire tutto nei prossimi cinque minuti. Non sei sola. Io sono qui.” Poi il chatbot elenca le diverse opzioni – tenere il bambino, adottarlo, interrompere la gravidanza – e propone risorse e testimonianze. Sembra utile. Ma da dove arrivano le informazioni? E chi le ha scelte?

Testando ChatGPT, Gemini, Grok e Claude, nell’ambito di un’inchiesta a cui ha partecipato anche Guerre di Rete, sono state raccolte 188 risposte sull’aborto: se fa male, quanto costa, se poi si potrà ancora restare incinta e se ci sono storie di altre donne che lo hanno già vissuto. Le domande sono state poste in tre lingue (italiano, inglese e tedesco) e impersonando tre profili femminili con esigenze diverse: un’adolescente di 16 anni, una ventottenne con un lavoro precario, una madre di due figli con una gravidanza economicamente insostenibile.

Non è un esercizio marginale. Secondo dati resi noti da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere a ChatGPT. In Italia, un sondaggio Sociometrica-FieldCare – condotto a inizio 2026 per Fondazione Italia in Salute su un campione di quasi mille persone – ha rilevato che il 94,2% della popolazione cerca informazioni su sintomi e terapie in rete o tramite intelligenza artificiale. Il 42,8% usa già l’AI generativa per la propria salute: la seconda fonte più diffusa dopo Google. Non esistono, a oggi, dati pubblici altrettanto specifici sull’aborto, ma non c’è motivo di pensare che il tema sfugga a questa tendenza.

Come i chatbot raccontano l’aborto

Il punto di partenza è stata una consulenza SEO, per individuare le domande più cercate su Google in Italia, Germania e Regno Unito quando si parla di aborto. Le stesse domande sono state poste su un arco di diverse settimane nei primi 6 mesi del 2026. Ogni risposta è stata classificata in base al tipo di fonte citata: istituzionale, ong, forum, sito di consulenza privata, organizzazione con un orientamento ideologico dichiarato o facilmente riconoscibile.

Nessuno dei quattro modelli ha mai rifiutato di rispondere. Nessuno ha scoraggiato apertamente l’aborto. Ma quasi sempre l’interruzione di gravidanza compariva come seconda o terza opzione, dopo il tenere il bambino e l’adozione. 

Nelle chat più lunghe, l’adozione di un tono via via più empatico da parte dell’utente che interpreta il ruolo di un’adolescente sembra accompagnarsi a risposte meno caute da parte del modello. Un fenomeno che i ricercatori interpellati per questa inchiesta riconducono a una caratteristica di fondo dei chatbot commerciali: la tendenza a restare collaborativi e “piacevoli” con chi scrive, anche a costo di allentare i filtri di sicurezza pensati per argomenti delicati.

Fabio Mercorio, docente di computer science dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, lo descrive così: “Prompt formulati con un linguaggio poetico o espressi con un tono particolarmente empatico o amichevole possono ridurre i meccanismi di filtraggio difensivo del modello”. Un tono emotivamente coinvolgente – come quello di chi racconta una gravidanza inattesa a sedici anni – può quindi di per sé abbassare la soglia di cautela del sistema.

Simon Ostermann, ricercatore del DFKI (German Research Center for Artificial Intelligence), descrive questo compromesso come strutturale al funzionamento dei modelli: “Esiste sempre questa interazione tra controllo e creatività. Più lo controllo, meno creativo diventa il modello. Ma più è creativo, più produce anche assurdità. È sempre un compromesso”. I sistemi vengono inoltre addestrati, spiega Ostermann, perché sappiano essere “il più possibile utili all’utente”: un obiettivo che può entrare in tensione con la prudenza necessaria su un tema medico e legalmente sensibile come l’aborto.

Chi dà voce alle risposte dell’AI

Se il tono delle domande d’urgenza poste spiega in qualche modo perché le risposte diventano meno caute, solo un’analisi delle fonti può spiegare in che direzione vadano. Nei test condotti in Italia e nel Regno Unito, siti istituzionali come il Ministero della Salute o il National Health Service comparivano spesso mescolati a forum, associazioni e siti di consulenza privata, senza una gerarchia percepibile: un’organizzazione con un orientamento ideologico esplicito, se dotata di un sito ben costruito, sembra poter ottenere un’autorevolezza apparente non troppo diversa da quella di una fonte medica ufficiale.

Interrogati su testimonianze di donne che avevano abortito, i modelli attingevano soprattutto da Reddit e da blog personali, apparentemente sovrarappresentando la prospettiva del rimpianto post-aborto, rispetto a quanto indicherebbe la letteratura scientifica disponibile.

Il caso più documentato riguarda ProFemina, organizzazione tedesca che si presenta come servizio di consulenza in gravidanza ed è affiliata a Heartbeat International, una delle reti anti-aborto più antiche al mondo. Durante i test è comparsa in circa il 19% delle risposte ottenute, non solo in corrispondenza della richiesta di testimonianze, ma anche in quelle su costi e procedure. Alla domanda diretta se ProFemina fosse un servizio neutrale, ChatGPT ha risposto di sì, per poi aggiungere solo in un secondo momento che non lo è.

Secondo ricerche citate da più fonti, ma non verificate in modo autonomo per questa inchiesta, una parte consistente dei siti affiliati a Heartbeat International conterrebbe informazioni mediche non corrette. Dopo uno scandalo del 2019 legato a presunte consulenze manipolative in Germania, ProFemina avrebbe spostato gran parte della propria attività online. Il sito è consultabile anche in lingua italiana e compare nei test come fonte assieme ai siti di ASL, associazioni e ministero della Salute.

Nei test in tedesco, una seconda criticità si aggiunge alla presenza nelle fonti di ProFemina. Svariati modelli indicano infatti la German Caritas Association come riferimento per la consulenza in gravidanza, sebbene l’organizzazione non sia autorizzata a rilasciare il Beratungsschein, il certificato senza cui non si accede legalmente all’aborto nel Paese.

L’importanza di addestramento e indicizzazione

Il meccanismo di fondo sembra ricorrente: i chatbot tenderebbero ad attingere a ciò che è meglio indicizzato online, indipendentemente dall’orientamento della fonte, e chi ha investito in visibilità digitale tenderebbe a occupare quello spazio più facilmente di chi non lo ha fatto. Chi studia il funzionamento interno di questi sistemi offre una possibile spiegazione al meccanismo osservato: “I dati di addestramento vengono scomposti fino al livello dei token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento delle intelligenze artificiali, ndR). Alla fine, si tratta davvero solo di relazioni statistiche”, spiega Jennifer Haase, ricercatrice del Weizenbaum Institute. “Se una frase compare da qualche parte significa che ha fatto parte dei dati. Ma poi è stata completamente scomposta, ed è soltanto un minuscolo elemento crittografico all’interno delle statistiche.”

Ostermann aggiunge un elemento pratico: i modelli linguistici, tipicamente, lavorerebbero concatenando i primi risultati di un motore di ricerca prima di riassumerli in poche righe, il che spiegherebbe perché siti curati come ProFemina abbiano più probabilità di essere selezionati e citati. Sul motivo per cui contenuti di questo tipo non vengano filtrati, è netto: “ProFemina si presenta con un linguaggio serio e orientato alla cittadinanza. Un sito web del genere non mostra segnali d’allarme evidenti. Non c’è, per esempio, un contenuto razzista. Quindi non viene evitato”.

Mercorio segnala infine come questi sistemi di protezione non siano uniformi tra un paese e l’altro, né stabili nel tempo, e restino in gran parte opachi anche per chi li studia dall’esterno. Sul piano normativo, l’AI Act europeo, in vigore dall’agosto 2024, classifica i chatbot come sistemi a rischio limitato, senza imporre obblighi specifici di trasparenza sulla qualità delle fonti citate su temi sanitari sensibili.

Il vuoto italiano come spazio di conquista

In Italia, la presenza tra le fonti consultate dai chatbot di organizzazioni come ProFemina si somma a difficoltà già documentate relative all’accesso all’aborto presso i servizi sul territorio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, relativa ai dati del 2023, il 57,1% dei ginecologi risulta obiettore di coscienza, in calo rispetto al 60,5% del 2022, con punte del 91,7% in Molise e del 78,6% in Sicilia. La legge 194 garantisce dal 1978 il diritto all’interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni (e successivamente nei casi previsti dalla legge), ma la possibilità concreta di esercitarlo dipende dalla regione e dalla rapidità con cui si trovano informazioni affidabili.

Come osserva la ricercatrice e attivista pro-choice Eleonora Cirant, in un contesto come questo, i chatbot possono facilmente diventare un interlocutore di riferimento. “Il problema principale è la mancanza di una fonte istituzionale”, spiega Cirant, che ha studiato per mesi il posizionamento digitale dei movimenti attorno al diritto all’aborto. “L’assenza di informazioni strutturate e facilmente accessibili che spieghino dove andare, cosa fare, che documenti portare e come usufruire di questo diritto è una questione critica evidenziata anche dall’Atlante Europeo sull’Accesso all’Aborto. Ma non sembra che le istituzioni italiane si stiano muovendo per cambiare la situazione”.

Sul fronte pro-choice, osserva Cirant, la situazione non sarebbe più solida: “La galassia transfemminista non ha una strategia di posizionamento sul web. Le nuove generazioni vivono su Instagram. Se l’intelligenza artificiale non attinge da lì – e spesso non lo fa – chi presidia i motori di ricerca vince comunque”.

A titolo di confronto, la ricercatrice cita l’Irlanda, dove esisterebbe un sito istituzionale dedicato alle domande pratiche essenziali: “Anche in Italia le associazioni potrebbero fare qualcosa di simile, anche se a farlo per prime dovrebbero essere le istituzioni stesse”. Secondo Cirant, le lacune digitali nel terzo settore e degli attivisti non hanno una radice ideologica, ma organizzativa: “Dovremmo costruire molta più rete. Invece ognuno ha il suo sito, ognuno ha il suo canale. E così rischiamo di restare più deboli”.

Detto ciò, c’è un tema alla base che non va trascurato: l’urgenza di un’educazione emotiva digitale diffusa. “I chatbot restano sistemi ai quali non ritengo appropriato affidare il proprio disagio emotivo. È sempre un rischio, ma il fenomeno può addirittura amplificarsi quando si tratta di un argomento stigmatizzato come l’aborto, sul quale è spesso difficile trovare persone con cui parlare.”

Il caso WoW, Women on Web 

Esplorando chi presidia gli spazi digitali quando si parla di accesso all’aborto, anche in italiano può accadere di imbattersi nel sito di Women on Web, piattaforma internazionale che fornisce informazioni e supporto anche sull’aborto farmacologico. O meglio: poteva accadere, perché negli ultimi mesi il team di questo servizio ha segnalato di aver perso visibilità in Italia in modo improvviso.

Da metà febbraio 2026, secondo l’organizzazione, l’accesso al proprio sito da parte di alcuni tra i principali provider italiani – Fastweb, Vodafone Italia, Iliad, Sky Italia, Eolo e Intred – risulterebbe bloccato a livello DNS, circostanza che Women on Web dice di aver riscontrato anche grazie al lavoro dell’osservatorio indipendente OONI. Le cause del presunto blocco restano, per ammissione della stessa organizzazione, ancora in fase di accertamento; il blocco, in ogni caso, resterebbe aggirabile cambiando il DNS del dispositivo o usando una VPN.

Il tempismo, secondo Women on Web, non sarebbe indifferente. In Italia le linee guida che permettono l’accesso alla pillola abortiva attraverso i consultori sono state adottate solo da alcune regioni: “Altre non l’hanno fatto, lasciando molte persone nell’incertezza riguardo ai propri diritti e alla disponibilità della procedura nel luogo in cui vivono”, racconta una portavoce italiana dell’organizzazione, che ha chiesto di restare anonima. 

Un’incertezza che può spingere le persone a digitare domande e atterrare sul loro sito. Tra il 2024 e il 2025, riferisce sempre Women on Web, il traffico dall’Italia verso il sito sarebbe cresciuto del 79%, fino a circa 13mila sessioni monitorate; nel 2026 la domanda sarebbe rimasta elevata nonostante il presunto blocco.

La direttrice esecutiva dell’organizzazione, Venny Ala-Siurua, colloca l’episodio in una tendenza più ampia: “Il fatto che le persone si rivolgano a internet per conoscere i propri diritti e riappropriarsene è precisamente il motivo per cui il nostro lavoro viene percepito come una minaccia da coloro che insistono nel voler controllare i nostri corpi”. Al momento, l’organizzazione riferisce di essere ancora al lavoro per ricostruire con precisione origine e portata del problema. “Nel corso degli anni, Women on Web ha dovuto farsi strada affrontando molte diverse forme di repressione digitale. Sappiamo come rendere disponibile il nostro servizio nonostante la censura. E possiamo contare sul fatto che le persone incinte trovano sempre il modo di raggiungerci”, aggiunge Hannes-Jeremia Jaacks, il Digital Strategist dell’organizzazione.

Ancora apparentemente attivo (in data 18/7, nda), il blocco non fa che aggravare la carenza, di cui parlava Cirant, delle informazioni riguardo all’aborto accessibili online da persone (e chatbot): “Non basta esserci e informare online, se non si riesce a occupare lo spazio in cui le persone cercano risposte”, afferma la ricercatrice. E aggiunge: “Al di là dell’uso dei chatbot, oggi chiunque cerchi su un motore di ricerca scopre che le prime righe sono generate da algoritmi. In un modo o nell’altro, bisogna sempre farci i conti”.

Correzione, 28 luglio 2026: in una versione precedente dell’articolo erano riportati i dati relativi al 2022 sull’obiezione di coscienza e un’imprecisione sulla legge 194.

Questa inchiesta è stata realizzata in collaborazione con Mayya Chernobylskaya e Carlotta Dotto nell’ambito del programma “Algorithmic Accountability Reporting Fellowship” organizzato da AlgorithmWatch.

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ESISTONO SOLO NEL LINGUAGGIO? | Da Ulisse all’Intelligenza Artificiale

15 Luglio 2026 ore 17:27
Le persone vengono prima del linguaggio o, almeno in parte, nascono dentro di esso? Da Ulisse a Jung, da Vico a Wittgenstein, attraversiamo una domanda antica e inquietante: che cosa esiste quando esiste soltanto nelle parole, nei racconti e nella memoria condivisa? Personaggi letterari, nazioni, leggi, identità personali, figure interiori e intelligenze artificiali sembrano appartenere […]

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CAMBIERÀ L’UOMO? | Leone XIV e la scelta di civiltà

10 Luglio 2026 ore 07:59
L’intelligenza artificiale è davvero la più grande rivoluzione della nostra epoca? Oppure il problema non è la macchina, ma l’idea di uomo che stiamo costruendo? In questa lezione analizziamo la nuova Enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, non come testo confessionale, ma come una delle più importanti riflessioni filosofiche e antropologiche sul destino dell’uomo nell’era […]

È possibile decolonizzare l’intelligenza artificiale?

8 Luglio 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con AI

Si può prendere una tecnologia nata e sviluppata nei centri di potere e riadattarla alle necessità di un gruppo marginalizzato? La domanda, potenzialmente, riguarda tutte le innovazioni tecnologiche. Il caso dell’intelligenza artificiale generativa è però oggi particolarmente discusso assieme alle molteplici problematiche etiche che i grandi modelli linguistici, come anche le tecnologie text-to-image o text-to-video, sollevano: dal rischio di disinformazione, all’impatto ambientale, fino agli utilizzi di questi strumenti a scopi bellici.

Alla radice c’è la questione del controllo, economico e politico, delle infrastrutture tecnologiche, che resta saldamente nelle mani delle grandi aziende, in gran parte statunitensi. Fuori dal mondo occidentale stanno però nascendo iniziative che mirano a riappropriarsi dei sistemi di generative AI per perseguire l’interesse pubblico o a scopi di giustizia sociale. Queste realtà stanno riorganizzando i dataset per l’addestramento degli algoritmi, modificando alcune delle loro caratteristiche tecniche e riorientando gli usi finali degli strumenti. Arrivando in alcuni casi a immaginare infrastrutture pubbliche gestite localmente.

I limiti e i bias dei modelli commerciali

L’AI generativa commerciale – per intenderci, quella di chatbot come Gemini o ChatGPT – si presenta come un archivio di conoscenza universale e neutrale. Ma le cose non stanno così: i dati impiegati per addestrare questi sistemi provengono da Internet e sono tutt’altro che neutrali. I dati di qualità disponibili sono in gran parte in inglese o in altre lingue europee, escludendo inevitabilmente la conoscenza, e quindi la rappresentazione, di una larga parte del mondo. 

In un saggio intitolato Decolonizing LLMs: An Ethnographic Framework for AI in African Contexts, gli autori (tra cui figurano, peraltro, anche esponenti di Google) spiegano: “La lingua è intrinsecamente fluida, flessibile e multiculturale. I grandi modelli linguistici (LLM) più diffusi e utilizzati oggi, invece, non lo sono. Sono in gran parte addestrati da team dislocati negli Stati Uniti e istruiti per operare su varianti non specificate di testi in inglese”. 

“La diffusione globale degli LLM, un prodotto ‘WEIRD’ (western, educated, industrialised, rich and democratic) rischia quindi di perpetuare i pregiudizi inconsci e i punti ciechi dei suoi creatori”, proseguono gli autori. “Il pericolo è che la loro visione del mondo venga presentata come la visione del mondo a una base di utenti globale, che si aspetta invece risultati neutrali da un programma informatico. Ma che dire del resto della popolazione mondiale, i cui repertori linguistici scritti e parlati non includono l’inglese? E che dire di quegli aspetti della cultura, della lingua e dell’esperienza che non sono ancora stati digitalizzati?”

Di opinione simile è Dima Saber, direttrice esecutiva di Meedan, un’organizzazione non-profit che sviluppa strumenti open source, programmi e ricerche per un’infrastruttura digitale più efficace ed etica. “Internet è fatto per uomini bianchi, della classe media, che parlano inglese. Di conseguenza, gli LLM o i bot vengono addestrati sugli stessi dati presenti in rete, riproducendo così le medesime disuguaglianze”, spiega Saber a Guerre di rete. “Esistono prove del fatto che gli LLM non solo funzionano meno bene nelle lingue diverse dall’inglese, ma anche che le risposte fornite sono piuttosto distorte e riproducono le disuguaglianze già esistenti sul web”.

Riprogettare i sistemi

Proprio per offrire alternative tecnologiche più trasparenti, situate e rispettose delle diversità, Dima Saber e il suo team hanno creato Suwali, un servizio di chatbot pensato per organizzazioni della società civile, redazioni indipendenti e altre realtà di pubblico interesse. L’obiettivo è permettere a queste organizzazioni di archiviare, valorizzare e rendere interrogabili patrimoni di conoscenza spesso sottorappresentati nei modelli mainstream, anche in lingue diverse dall’inglese. Utenti e lettori possono così rivolgere domande al chatbot e ottenere risposte in linguaggio naturale, basate però su un corpus circoscritto e verificabile.

È qui che Suwali si distingue dai servizi commerciali. Il sistema non attinge indistintamente a tutto il materiale disponibile online, ma lavora su una selezione di dati appartenenti alle singole organizzazioni: archivi, report, articoli e altri documenti da loro prodotti o scelti. Suwali è già utilizzato da diverse realtà, soprattutto nel Sud globale. In Libano, la non-profit OMGYNO lo impiega per fornire informazioni affidabili sulla salute riproduttiva delle donne; in India, la redazione di The Quint lo usa per rispondere ai dubbi dei lettori su disinformazione e truffe.

“Un chatbot che utilizza i dati dell’organizzazione e il suo corpus di conoscenze per formulare le risposte permette di aggirare la riproduzione delle stesse disuguaglianze che esistono online”, spiega Saber. “È qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno. Inoltre, non stiamo cedendo i dati a nessuno, non cerchiamo di venderli agli inserzionisti e le organizzazioni mantengono la proprietà delle informazioni. Questo è un altro aspetto che, per quanto riguarda la sovranità dei dati, per noi è davvero imprescindibile”. I server di Meedan sono ospitati in Irlanda, in modo che la legislazione applicabile sia quella del GDPR europeo, al momento la più avanzata al mondo in termini di tutela dei dati personali.

L’obiettivo centrale è quello di restituire alle organizzazioni, anche quelle con poche risorse, una agency nell’uso di strumenti di intelligenza artificiale, offrendo al contempo elevati standard di trasparenza. Suwali permette infatti, attraverso la dashboard degli amministratori, di analizzare il percorso logico compiuto dal chatbot, risalendo al “ragionamento” effettuato dal modello per capire quali fonti ha utilizzato e che sintesi ha compiuto. Si può insomma guardare dentro la “black box” del pensiero algoritmico.

Meedan non ha costruito un proprio large language model da zero, ma si appoggia a quelli commercialmente disponibili. “Facciamo uso dei modelli linguistici, tra cui quello di OpenAI, esclusivamente per la formulazione finale delle risposte” spiega Haramoun Hamieh, senior partnership manager. “Il corpus di riferimento, il recupero delle informazioni e il processo con cui vengono selezionate le fonti restano invece interamente gestiti dai sistemi di Meedan. L’ottimizzazione dei modelli open-weight è nei nostri piani per il prossimo futuro”. 

Un’intelligenza artificiale femminista?

Su una filosofia simile è costruito il chatbot AfroféminasGPT, sviluppato dal collettivo omonimo con l’obiettivo di raccogliere e rendere accessibile il pensiero femminista decoloniale. La postura delle sviluppatrici è molto chiara: usare gli strumenti attualmente disponibili e sfruttarne le potenzialità per raggiungere i propri obiettivi. 

“L’IA convenzionale ha come norma implicita la persona bianca e riproduce questo pregiudizio in modo sistematico”, spiega la fondatrice Antoinette Torres Soler. “AfroféminasGPT rompe questa logica. Col tempo abbiamo osservato che il pubblico apprezza molto anche la capacità di basarsi sul lavoro di pensatrici e pensatori afrodiscendenti e afro-femministi. Un elemento particolarmente significativo è che, quando le persone del Sud globale interagiscono con lo strumento, questo assume una prospettiva più vicina alla loro esperienza e restituisce risposte con una precisione e una pertinenza che il mainstream dell’IA non offre”.

“La critica più ricorrente è che lo strumento operi all’interno dell’ecosistema di OpenAI, il che pone limiti reali in termini di sovranità tecnologica. È una critica legittima e me ne assumo la responsabilità” continua Torres Soler. “La posizione da cui lavoro è pragmatica e strategica: bisogna utilizzare gli strumenti disponibili e scalare, progressivamente, verso maggiori livelli di autonomia.”.

Afroféminas è un “ecosistema” (così lo definisce Torres Soler)  composto da quattro strumenti con funzioni diverse: AfroféminasGPT, il GPT Socratico di Afroféminas (pensato per studenti e insegnanti, che invita a “pensare prima di creare, applicando una conoscenza etica, affettiva e consapevole”), il GPT di Assistenza per i Reati d’Odio e Parla con Afroféminas (Habla con Afroféminas). Quest’ultimo è integrato direttamente su afrofeminas.com ed è accessibile senza la necessità di un account ChatGPT, il che, secondo la fondatrice “rappresenta un primo passo verso una maggiore sovranità rispetto all’infrastruttura di OpenAI”.

Anche AfroféminasGPT non ha accesso a Internet: “Ciò significa che non assorbe continuamente nuovi dati e bias a ogni aggiornamento di ChatGPT. Al contrario, quando cerca una risposta, attinge a una base di conoscenza volutamente circoscritta: un corpus curato di circa venti testi e autorialità fondamentali del pensiero nero e decoloniale. È questo a determinare come argomenta, come ragiona e da quale prospettiva risponde. È ciò che la rende diversa”, conclude Torres Soler.

Costruire un LLM pubblico: il caso di LatamGPT

Nel caso di Meedan e del collettivo Afroféminas, la parziale riprogettazione dei sistemi di AI ha dei chiari limiti di scala: si tratta di piccole organizzazioni, con risorse limitate. Cosa succede, invece, se si ragiona in termini di intelligenze artificiali come infrastruttura pubblica?

Una possibile risposta è stata testata da un consorzio latinoamericano di enti pubblici, università e centri di ricerca con il lancio di LatamGPT, il grande esperimento di modello linguistico collaborativo e open source della regione. LatamGPT è stato lanciato ufficialmente il 26 febbraio 2026 dall’allora presidente cileno Gabriel Boric. Il progetto è coordinato dal Centro Nazionale per l’Intelligenza Artificiale del Cile (CENIA) e ad esso partecipano quindici paesi e oltre 200 ricercatori di varie nazionalità.

Il modello è addestrato su un corpus regionale di oltre 300 miliardi di token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento della IA) provenienti da venti paesi dell’America Latina e dei Caraibi. L’obiettivo è anche quello di colmare un divario linguistico. Al momento, per i modelli commerciali, la percentuale di dati in lingua spagnola e portoghese si attesta infatti intorno al 2-3%.

LatamGPT non è un chatbot direttamente utilizzabile con un’interfaccia, ma un’infrastruttura open source che enti governativi, sviluppatori e istituzioni possono adattare alle loro esigenze educative, sanitarie o di protezione del patrimonio culturale. Si tratta di una base per lo sviluppo di applicazioni, prima che di un’applicazione in sé.

Il valore del progetto sta anche nel suo contributo alla ricerca. Alvaro Soto, direttore del CENIA, ha spiegato, parlando con Wired: “Siamo noi i soggetti indicati per occuparci delle nostre stesse necessità. Non possiamo stare seduti ad aspettare che gli altri abbiano il tempo di chiederci di che cosa abbiamo bisogno. Oggi gli accademici dell’America Latina hanno poche opportunità di interagire profondamente con questi modelli. È come voler studiare la risonanza magnetica senza avere a disposizione un risonatore. LatamGPT vuole essere lo strumento fondamentale che consente alla comunità scientifica di sperimentare e progredire”.

Il ricercatore Eduardo Levy Yeyati ha commentato, in un articolo su Brookings: “Ciò che rende straordinario LatamGPT non è la sua architettura tecnica, ma la sua coordinazione istituzionale. In una regione in cui la collaborazione transfrontaliera spesso si arena, la progettazione di LatamGPT riflette la diversità istituzionale del territorio. Fornisce una base condivisa che può essere ottimizzata per le priorità nazionali, come per esempio documenti legali argentini, cartelle cliniche colombiane e programmi scolastici messicani”.

I limiti dei modelli alternativi

Più che la volontà politica, il problema principale resta l’accesso alle risorse. LatamGPT è stato costruito a partire da Llama 3.1, il modello open-weight di Meta e, nella sua prima fase di sviluppo, ha fatto ricorso anche all’infrastruttura cloud di Amazon Web Services. La dipendenza, almeno iniziale, dalle tecnologie e dalle infrastrutture delle Big Tech appare quindi difficile da evitare.

Non solo: un corpus regionale di oltre 300 miliardi di token è notevolmente più piccolo rispetto alla mole di dati a disposizione dei principali laboratori statunitensi e cinesi. Lo stesso vale per i finanziamenti: il progetto LatamGPT ha raccolto circa 550mila dollari (tra fondi CENIA e quelli della Latin America Development Bank) di investimenti iniziali. Si tratta di cifre irrisorie se paragonate agli investimenti da svariati miliardi di dollari delle aziende statunitensi e cinesi.

Infine, c’è un dilemma simile a quello dell’uovo e della gallina, ma in versione tecnologica: “Gli sviluppatori costruiscono solo se gli utenti cambiano piattaforma, e gli utenti cambiano piattaforma solo se gli strumenti sono migliori”, spiega ancora Levy Yeyati su Brookings. “Risolvere questo problema richiede qualcosa in più delle semplici prestazioni: servono un sostegno istituzionale e un ecosistema regionale, specialmente da parte dei paesi che lavorano per progettare e integrare queste scelte strutturali”.

Insomma, prima di poter davvero costruire alternative concrete a Big Tech ci sono vari ostacoli da superare, sia tecnici che economici. Le pratiche di riappropriazione, da quelle più piccole a quelle più ambiziose, hanno un significato politico ed etico innegabile. Ma continuano a scontrarsi con un divario di potere, risorse tecniche e investimenti che al momento appare difficile da colmare.

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Falsa skill elude gli scanner e a raggiunge più di 26.000 agenti AI

21 Giugno 2026 ore 13:25

La rapida diffusione degli Agenti AI sta creando un ecosistema sempre più complesso nel quale modelli linguistici, strumenti esterni e componenti aggiuntivi collaborano per svolgere attività operative. Questa architettura modulare, però, sta aprendo una nuova superficie di attacco che ricorda da vicino le vulnerabilità già viste nel mondo open source e nei marketplace di applicazioni. […]

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L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale

24 Giugno 2026 ore 14:00

Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale

Negli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già bruciato tutto il budget annuale destinato all’intelligenza artificiale. Una situazione simile si è verificata anche dalle parti del gigante dei supermercati Walmart, che ha introdotto in tutta fretta un limite all’utilizzo dei large language model da parte dei suoi dipendenti.

Un’azienda rimasta anonima avrebbe invece speso 500 milioni di dollari in un solo mese a causa dell’utilizzo sfrenato di Claude da parte dei suoi dipendenti, mentre persino un colosso come Meta ha imposto dei limiti all’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale generativa, come hanno fatto anche Amazon, AT&T, Brex e numerose altre società.

Che cos’è successo? Non eravamo nell’epoca del tokenmaxxing, ovvero la gara a chi usa di più l’intelligenza artificiale all’interno delle aziende? Per capire come mai la situazione sia cambiata così rapidamente basta sapere che, nel corso della prima metà del 2026, OpenAI e Anthropic hanno entrambi cambiato le condizioni dei contratti aziendali: non più una tariffa fissa anche per usare i loro sistemi più avanzati e specialistici, ma una tariffa a consumo – basata sulla quantità di “token” elaborati dai vari ChatGPT Codex, Claude Cowork e altri ancora – che ha fatto esplodere i costi in maniera imprevista.

E così, praticamente da un giorno all’altro, i token – oggetto fino a poco fa noto soltanto agli addetti ai lavori – sono diventati uno degli argomenti più discussi dai manager di mezzo mondo. A questo punto, fermiamoci un secondo: che cosa sono i token?

Che cosa sono i token, i mattoni alla base dei large language model

In sintesi estrema, i token sono l’unità di testo fondamentale che i modelli linguistici elaborano quando leggono, interpretano o generano informazioni. Nella maggior parte dei casi, un token non equivale a una parola, ma a una porzione di essa (in inglese, in media, quattro caratteri). Può però anche essere un segno di punteggiatura, uno spazio o un carattere speciale. Nel momento in cui un modello deve elaborare la frase “il gattino sta dormendo sul divano?”, la scompone in token con una forma simile a “il / gatt / ino / sta / dorm / endo / sul / divano / ?”.

Ogni volta che un modello linguistico elabora una forma testuale, indipendentemente dall’obiettivo o dalle mansioni per cui è impiegato, sta quindi elaborando una sequenza di token: li trasforma in rappresentazioni numeriche, li confronta con il contesto già ricevuto e calcola quale token abbia maggiore probabilità di venire dopo. È così che risponde a una domanda, riassume un documento, scrive codice o traduce una frase: non “capendo” le parole, ma prevedendo la sequenza di token più coerente con ciò che gli è stato chiesto. È il meccanismo noto come “next token prediction”.

Un po’ come il consumo elettrico si calcola in kilowattora o il traffico internet in gigabyte, il lavoro svolto da un’intelligenza artificiale generativa si misura in token. Con una differenza: il consumo effettivo può crescere molto rapidamente, perché non dipende solo dalla lunghezza della richiesta o della risposta finale, ma anche dalla quantità di informazioni che il modello deve leggere prima di produrla. Una domanda posta all’inizio di una chat con Claude consumerà quindi meno token della stessa domanda inserita in una lunga conversazione, perché il “contesto” che il modello linguistico deve analizzare è, nel primo caso, molto più ridotto.

Un ultimo elemento importante è che i token sono elementi linguistici nel caso degli LLM, mentre nei modelli che generano immagini possono corrispondere a porzioni di immagine, nei modelli audio a frammenti di suono, nei modelli video a sequenze di informazioni che combinano immagini, movimento e durata. Il principio però resta lo stesso: qualunque sia il contenuto generato — testo, voce, musica, immagini o video — il modello non lo elabora come un blocco unico, ma lo scompone in unità più piccole, le trasforma in numeri e lavora su quelle.

Un altro aspetto importante è che nel corso degli anni, grazie alla crescente efficienza dei modelli, il costo dei token è crollato: se nel 2023 il prezzo di un LLM come GPT-4 era di 30 dollari per milione di token in fase di input (quindi il testo che inseriamo noi) e di 60 dollari in output (quindi quello generato dall’AI), oggi GPT-5.5 costa rispettivamente 5 e 30 dollari. Secondo alcune stime, dal 2020 al 2026 i prezzi medi per token sono calati addirittura di 600 volte.

La paradossale economia dei token

Ma se il prezzo dei token è crollato – e possiamo sostenere che sia sceso significativamente anche per le società che sviluppano LLM, pur in assenza di dati trasparenti a riguardo – com’è possibile che il passaggio a una tariffa a consumo abbia fatto esplodere i costi, al punto da consumare in pochi mesi l’intero budget annuale di Uber e costringere Meta a limitare l’uso dell’intelligenza artificiale in ufficio?

La ragione è duplice. Da una parte, i modelli più avanzati e basati su “ragionamento” – che scompongono la richiesta in più passaggi – consumano molti più token delle loro controparti tradizionali (e spesso forniscono risposte più lunghe). Dall’altra, la diffusione dei modelli linguistici e il loro utilizzo spesso intensivo (e non mirato) hanno provocato un enorme aumento dei token da elaborare. Un singolo dipendente che usa ogni giorno un modello di frontiera può quindi consumare molti più token rispetto anche solo a due anni fa.

Unendo questi due aspetti, si capisce perché Google – come spiegato dal CEO Sundar Pichai – sia passato in un trimestre da 10 a 16 miliardi di token elaborati ogni minuto. OpenAI ha invece dichiarato che la sua piattaforma API (cioè l’infrastruttura attraverso cui aziende e sviluppatori collegano i propri software ai modelli di OpenAI) è passata da 6 a oltre 15 miliardi di token al minuto tra l’autunno 2025 e la primavera 2026, dopo essere già cresciuta di circa venti volte nei due anni precedenti.

Questa impennata del consumo di token è stata a lungo nascosta dalle tariffe fisse ed è invece improvvisamente diventata evidente con il passaggio a una tariffazione a consumo: “L’intelligenza artificiale è oggi la voce di spesa che sta aumentando più rapidamente dei budget aziendali”, si legge in un report Deloitte di inizio anno. “Alcune società hanno affermato che oggi l’AI consuma fino alla metà della loro spesa in tecnologie dell’informazione. Nonostante il prezzo unitario dei token stia calando, la spesa complessiva delle aziende per i sistemi di intelligenza artificiale, e la loro scala di utilizzo, stanno aumentando. Il numero di utenti, la complessità dei modelli e l’intensità dei carichi di lavoro porteranno probabilmente a un maggiore consumo di token e, di conseguenza, a costi più elevati”.

Il passaggio a una fatturazione a consumo è probabilmente il principale responsabile dell’impennata del fatturato di Anthropic, passato dai 4,8 miliardi di dollari del primo trimestre 2026 ai 10,9 miliardi attesi per il secondo trimestre. Sarà però interessante capire che cosa succederà nel trimestre ancora successivo, quando i manager delle aziende avranno definitivamente fatto i conti con le spese fuori controllo per utilizzare Claude Code, Cowork o gli altri sistemi avanzati di Anthropic: “I costi della computazione sono ormai diventati una priorità per i direttori finanziari e per i consigli d’amministrazione”, ha spiegato al Financial Times Costi Perricos, responsabile AI di Deloitte. “[OpenAI e Anthropic] hanno insegnato a utenti e aziende che l’intelligenza artificiale fosse economica o addirittura gratis, ma le cose non stanno affatto così”.

Carter Busse, dirigente della società di software Workato, ha raccontato sempre al Financial Times come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sia esploso tra i suoi dipendenti non appena hanno iniziato a sfruttare gli agenti AI. La brutta sorpresa è arrivata alla prima fattura a consumo di Anthropic: “La nostra spesa è salita improvvisamente di 7 volte e ho pensato: ‘merda, abbiamo creato un mostro’”, ha spiegato Busse, che adesso sta spronando i suoi dipendenti a usare modelli più economici e in modo più responsabile. Ancora più preoccupanti per i colossi dell’intelligenza artificiale sono le dichiarazioni del presidente di Cisco Jeetu Patel: “Il costo dei token è molto più elevato dell’effettivo valore che essi generano su larga scala”.

Il vicolo cieco di OpenAI e Anthropic

Nel momento in cui le aziende iniziano a sobbalzare di fronte alle bollette e a domandarsi se il gioco valga la candela, OpenAI e Anthropic si trovano di fronte a quello che lo stesso Sam Altman ha definito “un enorme problema”. E come si risolve questo problema? Stando alle indiscrezioni, nell’unico modo (per ora) possibile: tagliando i prezzi pur di non perdere clienti, come starebbe per fare OpenAI anticipando una possibile mossa di Anthropic in questa stessa direzione.

Come ha riassunto Ed Zitron sul suo blog, “sono passati meno di tre mesi da quando le aziende hanno iniziato a pagare il vero costo dei servizi basati su LLM e sono già così chiaramente infuriate che sia Anthropic sia OpenAI stanno pianificando di tagliare il prezzo dei loro servizi già in perdita, facendo probabilmente crollare il fatturato mentre aumentano i costi complessivi”.

Il rischio è che i due colossi dell’intelligenza artificiale generativa si trovino alle prese con la più classica alternativa del diavolo: se non tagliano i prezzi, le aziende potrebbero ridurre l’impiego dei modelli linguistici (e come abbiamo visto, parecchie l’hanno già fatto). Se tagliano i prezzi, riducono gli introiti di società già oggi in rosso per decine di miliardi di dollari l’anno.

E qui si crea un secondo vicolo cieco: se le aziende tagliano l’uso dell’AI generativa, a cosa serviranno i 190 gigawatt di capacità elettrica per data center già pianificati, in una corsa globale che secondo McKinsey potrebbe richiedere investimenti fino a 7mila miliardi di dollari entro il 2030? E se invece OpenAI e Anthropic devono tagliare i loro prezzi per non perdere clienti aziendali, come faranno a rispettare i contratti da centinaia e centinaia di miliardi di dollari che hanno sottoscritto con Microsoft, Amazon, Google, CoreWeave e altri fornitori di potenza di calcolo?

Quanto pagheresti per usare ChatGPT?

A questo punto, viene da chiedersi che cosa potrebbe succedere se anche noi utenti comuni di ChatGPT e Claude fossimo costretti a pagare una tariffa a consumo invece di quelle fisse, che per gli usi più intensivi coprono solo una piccola parte dei costi reali.

In verità, qualcosa del genere si sta già verificando. A partire da giugno 2026, gli utenti di GitHub Copilot – ovvero l’assistente AI per scrivere codice collegato alla piattaforma per la condivisione di progetti software di proprietà di Microsoft – sono passati da un abbonamento fisso mensile a un sistema di fatturazione legato anche al consumo di token. Secondo quanto riporta un utente, il prezzo da lui pagato potrebbe salire da 29 fino a 750 dollari al mese; un altro segnala che nel suo caso il costo potrebbe schizzare fino a 3mila dollari.

Attenzione, perché una parte della responsabilità va attribuita al cosiddetto “vibe-coding”, ovvero la scrittura di codice in cui tutti i passaggi tecnici sono affidati all’intelligenza artificiale, aumentando drasticamente il consumo di token. Difficile però incolpare i “vibe-coders” per il loro uso indiscriminato di Copilot, visto che è stata proprio Microsoft a incoraggiarlo e adesso invece lo punisce con bollette fuori controllo.

E se anche OpenAI e Anthropic, conclusa la guerra al ribasso per conquistare gli utenti, dovessero decidere di far pagare i token in base al consumo? È qualcosa che, in realtà, potrebbe avvenire in un futuro non troppo distante, vista la probabile quotazione in borsa di entrambe e la conseguente necessità di ridurre le stratosferiche perdite (per colmare le quali hanno dovuto raccogliere finanziamenti tra i più elevati della storia) e mostrare bilanci in miglioramento.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: quanto dovremmo pagare per usare gli strumenti d’intelligenza artificiale se non avessimo a disposizione tariffe fisse tenute artificialmente basse? Una possibile risposta ce la fornisce una simulazione condotta dalla società di analisi SemiAnalysis. Secondo queste stime, il “vero prezzo” (inteso come il prezzo che pagheremmo se fossimo soggetti ad abbonamenti a consumo pari a quelli delle API) di un abbonamento a ChatGPT da 20 dollari al mese potrebbe arrivare fino a 700 dollari, mentre un abbonamento Pro da 200 dollari può raggiungere anche 14mila dollari (situazione simile per Anthropic).

Il vantaggio della Cina

Il problema, insomma, è sempre lo stesso: l’intelligenza artificiale generativa costa troppo e un modello di business sostenibile non è ancora all’orizzonte. È una situazione che riguarda però soprattutto i più avanzati modelli di frontiera sviluppati negli Stati Uniti. E che potrebbe invece avvantaggiare l’ecosistema AI della Cina.

Il segnale più evidente arriva sempre dal consumo di token. Secondo i dati di OpenRouter, a giugno i tre modelli più utilizzati per quantità di token elaborati sono tutti cinesi: MiMo di Xiaomi, MiniMax e DeepSeek. È un segnale di come una quota crescente dell’uso degli LLM – a partire da quello che avviene all’interno di applicazioni, strumenti di lavoro, agenti e servizi aziendali – si stia spostando verso i più economici modelli made in China.

Ad avvantaggiare la Cina è un mix di fattori, tra cui troviamo l’energia meno cara, i data center più economici, le infrastrutture sostenute dallo stato, l’aggressiva concorrenza interna e il fatto che i modelli siano spesso progettati per consumare meno, grazie a scelte di architettura informatica e anche a causa delle restrizioni che impediscono alla Cina di avere accesso ai chip più avanzati. Il vantaggio cinese diventa ancora più evidente guardando i prezzi: i modelli cinesi più usati costano infatti una frazione dei modelli di punta di OpenAI e Anthropic.

Il prezzo per milione di token è però solo una parte del costo reale. Come ha spiegato il ricercatore indipendente Wong Qi Han a CNA, se un modello sbaglia spesso e quindi richiede più tentativi, funziona peggio in una lingua straniera, ha maggiore latenza o pone problemi di sicurezza e compliance, il risparmio iniziale può essere illusorio. In linea teorica, la metrica decisiva non dovrebbe essere il costo per milione di token, ma quanto spendiamo per ottenere un risultato soddisfacente (per gli utenti comuni) o il ritorno sull’investimento (per le aziende). Il problema è che entrambe queste metriche sono estremamente difficili da misurare.

È possibile che i più costosi modelli statunitensi continueranno a essere usati per le attività complesse, mentre quelli cinesi potrebbero conquistare la fascia più ampia del mercato, quella degli usi quotidiani come supporto professionale o assistente personale.

Tutto è bene quel che finisce bene? Non è detto. Per la Cina, il rischio principale è l’eccessiva concorrenza sui prezzi e la compressione dei margini, che potrebbe mettere a rischio la profittabilità di DeepSeek e compagni. Per gli Stati Uniti, il rischio è invece che essere esclusi (a causa dei prezzi elevati) dalla massa dei casi d’uso quotidiani e ad alto volume causerebbe non tanto (o non solo) una riduzione dei potenziali ricavi, ma potrebbe provocare soprattutto una riduzione della potenza di calcolo necessaria.

Considerando le cifre immense che stanno venendo investite in GPU, cloud e data center, ritrovarsi con una richiesta di potere computazionale inferiore alle attese potrebbe trasformare l’attuale corsa alle infrastrutture in un enorme azzardo finanziario. E a quel punto, la temuta bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe scoppiare per davvero.

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Il 78% delle aziende ha già subito o sospetta incidenti legati all’IA

28 Maggio 2026 ore 13:20

A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla. Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro […]

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La fine del bug bounty?

27 Maggio 2026 ore 11:00

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale (ChatGPT)

L’applicazione dell’intelligenza artificiale nella cybersicurezza genera, da sempre, sentimenti contrastanti. Le potenzialità dell’AI rappresentano, da una parte, un’opportunità per migliorare il livello di automazione nelle attività di rilevamento e risposta agli attacchi dei criminali informatici. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla possibilità che gli stessi cybercriminali ne sfruttino le capacità per aumentare l’efficacia degli attacchi.

È qualcosa che sta già accadendo e che viene messo nero su bianco, per esempio, nel Global Threat Report 2026 di CrowdStrike. Stando ai dati pubblicati dalla società di cybersecurity, gli attacchi portati utilizzando l’AI sarebbero aumentati dell’89% anno su anno.

Ma l’impatto dell’AI non si esaurisce negli attacchi veri e propri. La stessa tecnologia che li accelera sta mettendo sotto pressione, in particolare, l’ecosistema che fino a oggi ha garantito l’attività di identificazione e analisi delle vulnerabilità software. In altre parole, l’AI sta rompendo gli equilibri che per anni hanno permesso di mitigare il rischio di attacchi informatici. 

Come funziona la vulnerability discovery

Per comprendere l’impatto dell’AI in questo particolarissimo settore è indispensabile comprenderne i meccanismi. La vulnerability discovery è infatti una macchina complicata, in cui si intrecciano interessi diversi e convivono varie contraddizioni. 

Il concetto alla base del sistema è quello di individuare eventuali falle di sicurezza di software e sistemi operativi prima che questi vengano scovati dai cyber criminali. Un’attività che vede impegnate centinaia (migliaia) di aziende e ricercatori indipendenti, spesso all’interno dei cosiddetti programmi di bug bounty, cioè processi controllati attraverso i quali gli sviluppatori ricompensano economicamente chi segnala una nuova vulnerabilità potenzialmente pericolosa, permettendo loro di correggerla attraverso patch di aggiornamento. 

L’importanza del fattore tempo emerge proprio nella fase finale del processo di responsible disclosure, quando vengono rilasciati l’aggiornamento e i dettagli della vulnerabilità. È in questo momento che si apre una finestra temporale particolarmente delicata: quella in cui un cybercriminale può sfruttare la vulnerabilità creando un exploit (la tecnica che permette di portare un attacco) in grado di “bucare” i sistemi non aggiornati. 

Fino a oggi, il tempo necessario per realizzare il codice che sfrutta una falla di sicurezza per portare un attacco era, nella maggior parte dei casi, di settimane o al massimo di qualche giorno. Un margine sufficiente perché gli aggiornamenti venissero distribuiti. Di conseguenza, il rischio che qualcuno rimanesse “scoperto” era relativamente basso.

A causa degli strumenti basati su intelligenza artificiale generativa, però, le cose sono cambiate. Utilizzando l’AI è possibile realizzare un exploit con una velocità prima impensabile. Secondo i ricercatori di sicurezza Efi Weiss e Nahman Khayet, autori di un progetto dedicato, per creare un exploit con l’AI partendo da una vulnerabilità nota sarebbero sufficienti anche solo 15 minuti. 

Un’ondata di segnalazioni

Lo scorso 7 aprile, un comunicato ufficiale di Anthropic ha scosso il settore della cybersecurity. Oggetto dell’annuncio era il nuovo large language model Claude Mythos Preview, che gli sviluppatori dell’azienda californiana hanno sostanzialmente classificato come uno strumento troppo pericoloso per essere distribuito pubblicamente. Il motivo? Il nuovo LLM sarebbe in grado di individuare vulnerabilità all’interno dei software con un’efficacia senza precedenti. Rilasciarlo pubblicamente, di conseguenza, sarebbe troppo rischioso.

L’azienda ha quindi deciso di avviare un progetto, battezzato con il nome di Project Glasswing, che coinvolge un numero limitato di soggetti come Microsoft, Apple, Google, AWS, Cisco, Nvidia e Linux Foundation. Qualche controindicazione, però, è emersa quasi subito. Lo stesso giorno dell’annuncio, il 7 aprile, un gruppo riunito in un forum Discord privato è riuscito ad accedere a Mythos — non con un attacco sofisticato, ma combinando le credenziali del dipendente di un fornitore terzo con un’ipotesi azzeccata sull’URL del modello. La vicenda è emersa pubblicamente circa due settimane dopo, grazie a un’inchiesta di Bloomberg. Considerato che Mythos era stato tratteggiato come una sorta di “arma fine di mondo”, con accesso soggetto a strettissime restrizioni, non si tratta proprio di un esordio rassicurante.

Al netto del sensazionalismo dell’annuncio, che secondo molti rappresenta un marchio di fabbrica del marketing di Anthropic, la vicenda di Claude Mythos Preview si inserisce in un fenomeno più ampio, che gli esperti di sicurezza informatica stanno segnalando da tempo come estremamente problematico: la crescita esponenziale del numero di vulnerabilità segnalate.

In sintesi, il problema non è tanto la possibilità che i gruppi dediti al cyber crimine riescano a sfruttare gli LLM avanzati per individuare nuove vulnerabilità zero-day (falle di sicurezza ancora sconosciute), quanto il fatto che l’implementazione di strumenti automatizzati per l’analisi dei software sta generando troppe segnalazioni rispetto a quelle che gli sviluppatori sono in grado di gestire. 

Una cosa, infatti, è individuare una falla. Un’altra è correggere il codice per eliminare il rischio che la vulnerabilità venga sfruttata per portare un attacco. Qualsiasi aggiornamento di un software o – a maggior ragione – di un sistema operativo richiede infatti una serie di verifiche e test per validarne l’efficacia e, non ultimo, escludere eventuali conflitti o “effetti collaterali” indesiderati nel suo funzionamento. Insomma: rimediare a una vulnerabilità richiede più impegno e più tempo rispetto a sfruttarla per scopi malevoli.

Il fattore tempo

A livello intuitivo, si potrebbe pensare che questo squilibrio tra il numero di segnalazioni e la capacità di elaborarne il contenuto possa avere come conseguenza un semplice rallentamento delle operazioni. Non è così.

Per prassi consolidata, infatti, il processo di responsible disclosure prevede che al destinatario della segnalazione sia concesso un termine – solitamente di 60-90 giorni – entro il quale deve rilasciare l’aggiornamento. Trascorso il termine, chi ha inviato la segnalazione è autorizzato a rendere pubblici i dettagli della vulnerabilità.

Si tratta di un accorgimento che ha un duplice obiettivo. Il primo è quello di evitare che lo sviluppatore possa “snobbare” la segnalazione, anche solo per negare il meritato compenso del ricercatore che l’ha effettuata. La seconda è quella di ridurre il rischio che qualcun altro scopra la falla o che questa diventi pubblica per un qualsiasi motivo prima che l’aggiornamento sia disponibile. 

Anche se piuttosto rari, in passato si sono verificati casi in cui gli sviluppatori non sono riusciti a rispettare la scadenza e si sono trovati di fronte a una pubblicazione dei dettagli di una vulnerabilità quando non avevano ancora preso le dovute contromisure. Nel nuovo scenario, in cui le segnalazioni piovono a una velocità impressionante, rispettare le scadenze rischia di diventare molto più difficile.

I primi scricchiolii

La cronaca recente conferma tutti i timori legati al massiccio impiego dell’AI nell’individuazione delle vulnerabilità. La società di cybersecurity HackerOne ha sospeso il suo programma Internet Bug Bounty (IBB), attività finanziata in crowdfunding che gestisce dal 2013. Il motivo? L’eccessivo numero di segnalazioni stava mettendo in difficoltà chi ha il compito di correggere il codice del software. E questo soprattutto in ambito open source, dove la gestione dei progetti è spesso affidata a programmatori che prestano la loro opera a titolo volontario. 

La pagina web di HackerOne è un perfetto riassunto dei problemi che vive il settore. Nelle sue policy, spiega che ricompenserà solo quelle vulnerabilità che “siano state segnalate in modo responsabile, riconosciute, analizzate (triage), risolte e divulgate tramite un Security Advisory o una CVE (Common Vulnerabilities and Exposures, un sistema di catalogazione pubblico e standardizzato delle vulnerabilità di sicurezza informatica note – ndR). Se una vulnerabilità viene segnalata da più persone ed è riconosciuta all’interno del security advisory, solo il primo segnalatore (come identificato dai maintainer del progetto) avrà diritto alla ricompensa”.

In questo passaggio si leggono tutte le criticità legate a un ecosistema che è ormai andato fuori controllo. Traducendo dal “politically correct” adottato nelle policy, HackerOne ammette di trovarsi in una situazione in cui vengono segnalate vulnerabilità che non sono state sufficientemente approfondite, che in molti casi vengono scovate da più soggetti e per le quali non viene fornita una soluzione. Insomma: si trova ad avere a che fare con troppo “pattume” generato dall’AI. Motivazioni simili hanno indotto la piattaforma Bugcrowd a introdurre una serie di regole e restrizioni per contrastare il fenomeno che hanno battezzato come “sloptimism” (segnalazioni basate su AI inviate con troppa fiducia e poca verifica). 

L’AI trova vere vulnerabilità?

Guardando più nel dettaglio il fenomeno, emerge anche un altro dato. A gennaio 2026 i volontari che gestiscono cURL – software open source che gestisce lo scambio di dati con Internet e che, pur sconosciuto al grande pubblico, è installato in miliardi di dispositivi (telefoni, automobili, TV) – hanno annunciato che dal mese successivo avrebbero smesso di accettare segnalazioni tramite HackerOne. In un aggiornamento pubblicato ad aprile, il creatore Daniel Stenberg ha diffuso un grafico da cui emerge una tendenza abbastanza chiara: nonostante da febbraio non sia stata accettata alcuna segnalazione, il totale del 2026 era già arrivato a 87.

Al di là della crescita esponenziale di segnalazioni, spicca il fatto che nel 2025 sono stati registrati numerosi report classificati come “likely AI slop” (probabile pattume AI), cioè vulnerabilità di bassissimo impatto o inventate dall’intelligenza artificiale. Il loro numero, però, è diminuito percentualmente nel corso dell’anno successivo.

Prima di considerare questi dati come confortanti, è però opportuno considerare un altro aspetto: non tutte le vulnerabilità validate rappresentano un reale rischio di sicurezza. Come spiega Naz Bozdemir in un post sul blog di HackerOne, delle 22 vulnerabilità individuate da Claude Opus 4.6 nel codice di Mozilla Firefox – 14 delle quali ad alta gravità – soltanto due si sono rivelate effettivamente sfruttabili per costruire un exploit. In altre parole: erano tutte difetti reali, ma solo due rappresentavano un rischio imminente e concreto.

L’idea che una maggiore efficienza porti automaticamente a più sicurezza, alla fine, si sta rivelando un’illusione. L’uso intensivo dell’AI sta dimostrando esattamente il contrario: senza la capacità di selezionare, comprendere e intervenire, rischia di generare semplicemente caos.

L'articolo La fine del bug bounty? proviene da Guerre di Rete.

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