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Dalla leucemia alla sfida dello Stretto: a nuoto, nel segno della ricerca

12 Agosto 2026 ore 21:03

Buongiorno signor Bertolucci, sono il suo medico di famiglia. Le sue analisi riportano valori anomali, compatibili con un problema epatologico. Le consiglio di andare da uno specialista». Immaginate di ricevere una telefonata del genere nel bel mezzo di una riunione di lavoro: «Io, il medico di famiglia, neanche sapevo di averlo. A 36 anni non pensi che ti possa servire». Federico Bertolucci, ingegnere energetico lucchese, racconta così la diagnosi ricevuta dopo una serie di esami di routine: leucemia mieloide cronica. Oggi la malattia è in remissione e ha deciso di attraversare lo Stretto di Messina a nuoto.

La partenza in trenta alle prime luci dell’alba di giovedì 13 agosto da Torre Faro, a Messina, per raggiungere a larghe bracciate Cannitello, una frazione di Villa San Giovanni, a Reggio Calabria. Poco più di tre chilometri da percorrere in un’ora e mezza circa, correnti permettendo. Questo l’oggi, le cui motivazioni hanno radici profonde, ma non tanto lontane nel tempo.

Tutto ha inizio nel marzo 2024, in un periodo della vita di Federico in cui la spensieratezza non lasciava altro spazio, oltre al lavoro, alla pallanuoto che praticava agonisticamente, ai viaggi e agli amici. Oltre al matrimonio che si sarebbe, e che si è, celebrato il successivo settembre. «Quando mi ha chiamato il medico, neanche avevo il suo numero salvato», ricorda, «quindi la notizia è arrivata come un temporale in piena estate. Gli ho detto subito: «Ma no, forse ha sbagliato, io sto bene». Mi rispose: «Non ti preoccupare, ma fai questo approfondimento». Ho così cominciato questo viaggio, all’inizio al buio, in cui ho avuto la fortuna di essere seguito e sostenuto dai medici del reparto di Ematologia dell’Ospedale di Pisa, e dall’Ail di Pisa che mi ha aiutato a metabolizzare la malattia e a essere di aiuto, con la mia storia, per altri pazienti. Mi hanno rassicurato che potevo tenere a bada la malattia grazie a un farmaco frutto di quella ricerca che ringrazio sempre perché sta andando avanti».

Federico Bertolucci.

Come può cambiare la vita una malattia come questa?

Sicuramente ti spoglia di quella invincibilità che ci contraddistingue da giovani, quella che ti fa spaccare il mondo. Riconsideri tutto, stando attento alle cose che stai facendo. Se prima il tuo obiettivo era far carriera, costruirti una vita, pensare a cose, diciamo, futili, ti trovi a dovere fare i conti con analisi, terapie, attesa di risultati. Tanto mi ha aiutato l’Ail anche in un percorso psicoterapeutico per intraprendere questa nuova vita, che alla fine è diventata parte di me, nel senso che andiamo a braccetto insieme, conviviamo e stiamo bene.

Come e quanto è stato importante fidarsi?

Per me non è stato facile affidarmi totalmente perché sono una persona che tende ad avere il controllo su tutto. Ho però capito che dovevo fidarmi e affidarmi. Come quando sei su un aereo, ti metti a sedere e ti fidi della competenza del pilota, della competenza degli ingegneri che hanno costruito quell’aeromobile, e vai.

Federico Bertolucci.

Quanto è importante la famiglia per affrontare tutto questo?

Se una persona si ammala, si ammala anche la famiglia. Nonostante vivano le paure tanto quanto le vivi tu, i familiari devono tenere duro. Non possono farti vedere che cedono anche loro. Fondamentale è il sostegno degli affetti. Loro sono quelli che ti conoscono, sanno chi sei, quali sono le tue debolezze, le tue fragilità, i tuoi punti di forza. Non possono essere considerati semplici spettatori.

E condividere con chi sta vivendo la stessa esperienza?

All’inizio ho avuto l’occasione, grazie ad Ail, di incontrare pazienti con la mia stessa patologia. Un’esperienza importante.

Andando all’oggi, che cosa rappresenta questa sfida?

Da sportivo, ho deciso di rendere merito al percorso che ho fatto partecipando a un’impresa sportiva. La voglio dedicare prima di tutto a me stesso, a Federico Bertolucci. Mentre parliamo al telefono, sono qui davanti allo Stretto. Vedo questo mare blu, oscuro e bellissimo. Quella parte più oscura rappresenta quello che ho vissuto e che mi ha accompagnato in questi anni, quindi lo voglio attraversare e superare. Voglio unire le due sponde: il mio ieri, pre-marzo 2024, con quello che sono oggi. Accettare e unire queste due vite, comprendendo che ci sono percorsi di vita che si devono affrontare inevitabilmente, un po’ come hanno fatto Scilla e Cariddi. E poi, voglio celebrare il fatto che mi è tornata la voglia di continuare a fare sport agonistico. Devo ringraziare anche una persona che ho conosciuto proprio quando stavo cercando di ottenere il certificato agonistico. Felice Bombaci è un uomo originario di Messina, che ha combattuto per oltre 25 anni con la mia stessa malattia ed è un punto di riferimento nazionale per il supporto e l’ascolto dei malati onco-ematologici. Mi ha motivato, riaccendendo in me quella luce che si era spenta. Ha contribuito a farmi decidere di dedicare questa impresa a chi, purtroppo, questo mare non riesce a superarlo perché non tutte le patologie sono uguali e non tutti i percorsi sono felici come il mio. Anche a loro penserò quando le bracciate si faranno più pesanti.

Le fotografie sono di Giulia Buscemi

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Non c’è posto per i devastatori in riva allo Stretto

11 Agosto 2026 ore 12:00

Riceviamo e pubblichiamo, a seguito della manifestazione dell’8 agosto. – La Redazione web

Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore forza.

In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo Sì ponte.

In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione noi. Su tutto.

Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché di più ci guadagneranno.

Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo.

In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo invivibile la nostra quotidianità.

Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono interessati.

E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo.

Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, la chiusura della Stretto di Messina Spa.

Assemblea No Ponte

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