Oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti. È uno dei dati emersi nel corso del primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, alla presenza di Istituzioni, Imprese e Terzo settore. Tra gli obiettivi dell’incontro di martedì 13 ottobre a Roma, fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare e proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà. Nel corso del forum inoltre è stata condivisa una proposta strategica finalizzata ad ampliare la capacità di risposta dell’intero sistema di aiuto alimentare.
Dal sistema aiuti un pasto al 44% degli indigenti
Dalla ricerca promossa dalla fondazione e svolta dal Food Sustainability Lab della Polimi School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.
da sx Luciano Ghelfi giornlaista, Marco Piuri presidente fondazione, Paola Garrone professoressa di Business and Industrial Economics e Responsabile Scientifico del Food Sustainability Lab, viceministro Maria Teresa Bellucci
Dall’analisi svolta dalla Polimi School of Management è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentare (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta dedicata a Te – Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema del Fondo sociale europeo plus (ovvero il Fse+/Fn) pari al 8% (159 milioni di pasti-anno).
La filiera delle donazioni da ampliare
La filiera donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, permettendo al costo unitario per un pasto di essere pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto che avrebbe nel mercato finale (2,35 €-pasto) – e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn.
Rafforzare la filiera delle donazioni può contribuire in modo particolarmente efficace ad ampliare l’accesso al cibo, liberando risorse da reinvestire nel sistema di aiuto alimentare. Dato l’impatto relativamente contenuto della donazione sui conti pubblici, c’è infatti spazio per introdurre ulteriori misure per rendere la donazione, in particolare di prodotti standard, ancora più conveniente.
I prodotti standard
L’introduzione della donazione di prodotti standard non intende sostituirsi alle misure esistenti, ma integrarsi in una visione d’insieme. Restano infatti centrali gli strumenti di sostegno diretto (come la Carta Dat) e, soprattutto, i finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+) e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati.
Volontari in un magazzino del Banco Alimentare
Colmare il divario residuo richiede dunque di irrobustire e ottimizzare tutte le filiere, sostenendo anche la capacità logistica e organizzativa del Terzo Settore per gestire volumi maggiori di aiuti alimentari.
L’identikit della povertà alimentare
Inoltre, dall’indagine condotta da PrismaStat – presso le organizzazioni partner territoriali (mense per i poveri, case-famiglia, comunità per i minori, centri d’ascolto, unità di strada, etc) convenzionate con Banco Alimentare, emerge un identikit della povertà alimentare oggi in Italia: sempre più famiglie con figli e lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono a far fronte alle spese quotidiane. Le famiglie con minori sono tra i beneficiari più presenti per il 77% delle organizzazioni, seguite dai lavoratori a basso reddito (56%), dalle persone straniere(51%) e dagli anziani soli (36%).
Gli alimenti più richiesti
La ricerca fotografa anche la classifica degli alimenti più richiesti e di quelli che il sistema degli aiuti fatica a garantire. Tra questi l’olio d’oliva, caffè, formaggi stagionati, carne fresca, latticini e uova. Un dato significativo è che, se il 67% delle organizzazioni giudica positivamente la qualità degli alimenti ricevuti, appena il 39% è soddisfatto della varietà dei prodotti disponibili.
C’è poi un aspetto economico interessante: il 62% delle organizzazioni deve ricorrere anche ad altre fonti di approvvigionamento e, tra queste, il 66% acquista direttamente parte degli alimenti necessari, sostenendo costi che potrebbero altrimenti essere destinati ad altre attività di sostegno.
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Da qui una delle indicazioni più importanti della ricerca per il mondo delle imprese: affiancare al recupero delle eccedenze, anche donazioni programmate dei prodotti maggiormente necessari per rendere gli aiuti più efficaci e alleggerire i costi della rete territoriale.
Potenziare la legge 166/2016
Per superare queste criticità e consolidare l’intero sistema di aiuto alimentare, Fondazione Banco Alimentare ha presentato oggi una proposta che individua alcune leve strategiche fondamentali come il potenziamento della Legge 166/2016 per adeguarla ai nuovi scenari, il rafforzamento della leva fiscale a sostegno delle imprese donatrici e alcune misure di supporto alla logistica e ai trasporti per sostenere l’operatività quotidiana degli enti del Terzo Settore.
«Auspichiamo che, in vista della prossima legislatura, ciascun partito possa individuare un parlamentare o un tecnico per formare un tavolo di lavoro stabile che contribuisca ad individuare in tempi brevi misure a sostegno della donazione di prodotti standard e un potenziamento della Legge 166/2016, riconosciuta da tutti come un modello di “buona politica”, nato da un percorso condiviso e approvato all’unanimità dal Parlamento», ha affermato Marco Piuri, presidente della fondazione.
C’è una fotografia all’origine di “Nella palude del padre”, il nuovo libro di Eraldo Affinati (Gramma Feltrinelli). Gliela manda per mail una signora sconosciuta: anni Venti, tre donne in piedi, due bambini seduti sull’erba. Il maschietto in camicetta bianca, la mano destra stretta sul polso sinistro in un gesto di autoprotezione, è suo padre, Fortunato. Figlio illegittimo, mai riconosciuto. Quella mano che si afferra da sola è l’immagine attorno a cui ruotano cinquanta capitoli, ed è anche la domanda che il libro pone a chi legge: cosa accade quando l’adulto che dovrebbe esserci, semplicemente, non c’è.
Affinati ricostruisce una vicenda minima e novecentesca. Elisa Affinati, sarta arrivata a Roma da Nettuno, ha due figli da Umberto Salvati, il figlio del padrone di casa. Lui non li riconosce. Nel 1919 sposa un’altra donna e al primogenito legittimo dà lo stesso nome del bambino che ha lasciato fuori: Fortunato. «Mio padre si sentiva cancellato, come una frase sbagliata», annota l’autore. Elisa muore nel 1930, a 36 anni. Il ragazzo, 15 anni, finisce in strada: strillone, pensioncine, tubercolosi, poi un negozio all’Esquilino chiamato Affo, acronimo del proprio nome, che è il modo più semplice che ha trovato per esistere su un’insegna.
Qui sta il punto che rende questo libro qualcosa di più di un memoir familiare. Affinati non scrive che la paternità è un sentimento, scrive che è un’invenzione sociale, un patto di civiltà. L’amore materno, sostiene, è viscerale; quello paterno assegna i ruoli, definisce i limiti, dice dove si va. Si impara, e quindi si può non imparare. Il padre adulto che accompagna il figlio ad attraversare piazza Vittorio tenendolo per mano compie un gesto che nessuno ha compiuto per lui: la carezza c’è, ma dentro si sente la fatica che è costata. È una pagina che vale più di molti saggi sulla crisi della figura paterna, perché mostra il meccanismo invece di lamentarlo.
E mostra anche come si trasmette. Quel vuoto non resta fermo in una generazione. Diventa diffidenza verso il mondo, «nessuno ti dà niente per niente», case chiuse a chiave, due fratelli che si vogliono bene senza riuscire a dirselo. Dall’altro ramo familiare, la madre Maddalena, figlia di un partigiano fucilato per rappresaglia a Forlì nel 1944, scampata al treno della deportazione, sceglie anche lei di non raccontare. Due orfani che si incontrano producono una rimozione doppia, che ricade sui figli come una zavorra: siamo sopravvissuti e vi abbiamo messo al mondo, non chiedeteci altro.
La risposta di Affinati alla responsabilità mancata non è il risentimento, è la supplenza. Ed è la parte che interessa più da vicino chi lavora nel sociale e nell’educazione. La Penny Wirton, la scuola di italiano per migranti fondata con la moglie Anna Luce Lenzi, uno a uno, senza classi, senza voti, senza registri e senza soldi, nasce esattamente lì. Gli studenti dell’istituto professionale, i minori stranieri non accompagnati, i ragazzi con disabilità attraversano il libro con i loro nomi: Ibrahim che al telefono si sente dire dal padre che prima deve restituire i soldi del viaggio, Davide che copre il foglio con la mano perché sta scrivendo la storia di suo padre in carcere, Mascia a Poltava che resta seduta in fondo all’aula mentre gli altri ballano. In ciascuno di loro l’autore riconosce lo stesso sguardo della fotografia.
Si può obiettare che la tesi venga riaffermata troppe volte, e che qualche episodio sia già noto a chi ha letto i libri precedenti. Ma è un’obiezione che scivola via davanti al finale, in un villaggio del Gambia dove gli anziani decidono di dare il nome dell’ospite più anziano a un neonato, e l’imam fa firmare la pergamena: Alì Babucar Eraldo Affinati. Un nome restituito, là dove un nome era stato tolto.
Resta una domanda, per nulla privata. Se la paternità è un mestiere che si apprende, chi lo insegna oggi, e a chi tocca farlo quando il padre non c’è.
«Si recupera tutto, anche la carta straccia, immagina se non recuperiamo un bambino»: lo dicevano (e soprattutto lo praticavano) Silvio Barbieri e sua moglie Albertina Negri, che fra il 1961 e il 1986 a Olginate, in provincia di Lecco, hanno accolto nella loro casa 121 minori. Un’esperienza profetica, in anni in cui il destino “naturale” per orfani, figli illegittimi e ragazzini con disturbi del comportamento era l’orfanotrofio: nel 1960, solo un anno prima dell’apertura di Casa Alber, i minori ricoverati in brefotrofi e orfanotrofi, in Italia, erano ben 310mila.
Nei 25 anni di vita di Casa Alber, Silvio e Albertina ci hanno insegnato la “speranza educativa”. Una postura educativa non scontata, soprattutto in un momento storico in cui all’accoglienza dei minori si guarda quasi con sospetto e in cui la società sembra spingere più nella direzione securitaria che in quella educativa.
Dare corpo a questa “speranza educativa”, attualizzando il messaggio che Casa Alber ha lasciato al territorio, non è quindi cosa da poco. Ecco le otto parole con cui ha provato a farlo il convegno Tra dono e speranza. Dall’esperienza di Casa Alber all’evoluzione dell’accoglienza dei minori,che si è svolto venerdì 2 ottobre al Centro di Spiritualità S. Girolamo Emiliani di Somasca di Vercurago, in provincia di Lecco. A promuovere l’evento, l’Ordine dei Padri Somaschi (a cui Silvio e Albertina erano spiritualmente aggregati), l’impresa sociale Girasole e l’Ambito territoriale di Lecco, in una proposta che a partire dal passato ha rilanciato verso il futuro.
Maurizio Volpi presenta il libro Casa Alber. Un’esperienza profetica
Osare. Il coraggio educativo
Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia, ha richiamato l’eredità educativa di san Girolamo Emiliani, capace cinquecento anni fa di dedicare la propria vita agli orfani e ai ragazzi abbandonati. Accogliere oggi i bisogni di minori e famiglie fragili è quindi una profezia che si rinnova. «Restare fedeli alla profezia non significa ripetere gesti identici a quelli di ieri, ma restare capaci di leggere, con la stessa onestà con cui abbiamo sempre provato a fare, i bisogni di oggi», ha detto nel suo intervento. Oggi oltre alle difficoltà economiche i bisogni hanno a che fare con i conflitti familiari, la povertà educativa, la solitudine, l’assenza di figure adulte stabili. Anche i genitori, spesso più sopraffatti che negligenti – vorrebbero fare meglio ma non hanno gli strumenti, a volte nemmeno le parole per chiedere aiuto – hanno bisogno di sostegno e accompagnamento, ha sottolineato Persico, evidenziando l’importanza di costruire una rete tra comunità, famiglie, scuole e servizi sociali.
«Se il bisogno cambia forma, anche l’accoglienza deve saper cambiare forma, pur restando fedele alla sua sostanza. Questa è la lezione che ogni giorno si presenta agli occhi dell’educatore: i metodi vanno rivisti in continuazione, ma che c’è un nucleo, l’accoglienza, che non si tocca mai». Il cuore dell’accoglienza, quindi, qual è? «Accogliere oggi un minore in difficoltà non significa soltanto offrirgli un letto e un pasto. Significa costruire attorno a lui una relazione stabile e affidabile, spesso la prima che sperimenta in modo continuativo. Significa avere adulti – educatori, operatori, volontari – capaci di esserci non per un turno di lavoro, ma per una presenza vera, che il ragazzo possa imparare a riconoscere e, col tempo, a fidarsi. In tutti questi anni ho visto che il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto».
Il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi
Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia
E poi altri tre passaggi cruciali. Accogliere significa lavorare non solo sul minore isolato, ma sul sistema di relazioni che lo circonda: la famiglia d’origine, la scuola, i servizi sociali, il territorio, perché «nessuna comunità può bastare da sola: la vera accoglienza oggi è una accoglienza in rete». Accogliere significa anche accompagnare le famiglie fragili non con un atteggiamento di giudizio, ma di alleanza: «Il nostro compito, quando possibile, non è sostituirsi ai genitori, ma sostenerli, rimetterli nelle condizioni di poter essere, per quanto possibile, i genitori che desiderano essere». E infine, accogliere oggi significa «avere il coraggio di guardare oltre l’emergenza. È giusto rispondere al bisogno immediato, ma la vera sfida è costruire percorsi che durino, che diano ai ragazzi strumenti per il futuro, per stare nel mondo senza più bisogno della comunità che li ha accolti. Ho imparato a gioire delle “perdite” più che a temerle: il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi».
Desiderio. Dalla prestazione alla relazione
Mario Mozzanica, pedagogista, già docente all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e di Brescia e ex giudice minorile a Milano. «Chiamate un uomo di 85 anni a parlare di come rispondere ai bisogni dei bambini e degli adolescenti di oggi?», si è schermito all’inizio. E poi è partito in una lectio meravigliosa.
Da sinistra, Fabio Muscionico, padre Walter Persico, Sara De Carli, Mario Mozzanica e Mario Zevola
«Non è cambiata, in sé, la condizione minorile, adolescenziale e giovanile. È radicalmente mutato lo scenario socioculturale, che genera vissuti nuovi e condizioni altre per il crescere del minore. Analizzando gli indicatori del postmoderno, del transumano e del postumano, si possono individuare i percorsi attraverso i quali si sta sdoganando il riduzionismo della persona (ridotta a individuo) della famiglia contatto (ridotta a contratto) della comunità (munus e moenia) ridotta a società (si danno società invivibili a fronte di comunità ormai invisibili)», ha detto Mozzanica.
Ha parlato di un tempo segnato da pluralità di appartenenze e di appartenenze con riserva. Di una bulimia del presente e di una anoressia del futuro. Dell’enfasi della soggettività, solitaria e individualistica (con la sfida a uscire dalla “cruna dell’ego” per dirla con Pierangelo Sequeri). Di una enfasi del come, una disfasia del dove, e una afasia del perché.
Il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto
Mario Mozzanica, pedagogista
Di come nell’educazione e nei servizi siamo abituati a cercare i bisogni dei bambini e a fare del nostro meglio per rispondervi, dimenticando però il desiderio, che invece è la qualità antropologica dei bisogni e il cuore stesso della pedagogia.
Ecco allora la transizione che ha tracciato: dal bisogno come pretesa al desiderio come attesa e sorpresa; dal bisogno come richiesta esigente di prestazione al desiderio come offerta incondizionata di relazione; dal bisogno come sguardo dal passato al desiderio come volto del futuro; dal bisogno dell’interpretazione per un futuro anteriore al desiderio del discernimento per un futuro interiore.
«La relazione è la dimensione istitutiva dell’umano. Per il bambino è l’essere dentro l’altro; per l’adulto è far vivere l’altro dentro di sé», ha ribadito. «Potremmo ricordare quello che ha scritto Kierkegaard. La condizione infantile è stare, esistere, vivere, solo con l’aiuto di qualcuno. La condizione adulta è stare, esistere, vivere solo, con l’aiuto di qualcuno. La differenza la fa una virgola».
Disponibilità. Insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio
La parola chiave scelta da Mario Zevola, già presidente del Tribunale per i minorenni di Milano e oggi presidente del CAM – Centro Ausiliario per i minori, è disponibilità: quella delle famiglie che scelgono di accogliere un minore e quella di una comunità chiamata a sostenerle concretamente.
Gli istituti, ha ricordato, spesso garantivano soltanto l’assistenza materiale: «Queste strutture offrivano sostanzialmente solo vitto e alloggio, non soddisfacevano le esigenze affettive e di crescita individuale». Casa Alber propose un modello diverso, fondato sulle relazioni familiari, sull’attenzione alla persona e sulla collaborazione con i servizi sociali e il Tribunale. Un’esperienza capace di anticipare importanti cambiamenti legislativi, mettendo al centro il diritto di ogni bambino a crescere in un ambiente familiare.
Oggi, però, la disponibilità all’affido è sempre più difficile da trovare e chi sceglie di accogliere deve spesso affrontare ostacoli organizzativi e carenze nei servizi: «Ciò di cui oggi si avverte la mancanza, rispetto al passato, è il senso di solidarietà», ha sottolineato Zevola, richiamando la diffusa diffidenza verso gli interventi di tutela dei minori. «Rilevo poi che le famiglie o anche le singole persone disponibili all’affido sono sempre meno e quando se ne trovano la loro disponibilità è frequente che si scontri con difficoltà operative». Il suo appello è innanzitutto a ricostruire una responsabilità collettiva, capace di accompagnare le famiglie affidatarie e sostenere quelle d’origine. «Debbo concludere osservando come sembra vada affievolendosi, ma vorrei essere smentito, quella volontà, tempo addietro sostenuta invece da Silvio Barbieri, “di sorreggere la famiglia di origine, rianimando genitori e figli in difficoltà relazionali e psicologiche ed affettive anche per mezzo del temporaneo utilizzo dell’affido familiare”».
Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte
Mario Zevola, presidente CAM
Per Zevola occorre ritrovare lo spirito solidale e il coraggio di investire nell’accoglienza, senza arrendersi alle difficoltà: «Come scriveva lo stesso Barbieri, “Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte”. Dobbiamo invece insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio, se ci diamo da fare».
Creatività.L’accoglienza come responsabilità dell’intera comunità
Le parole chiave dell’intervento di Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza, sono due in realtà: rete e creatività. O forse una, se intendiamo creatività come la capacità di costruire risposte nuove e integrate ai bisogni dei minori e delle famiglie fragili, superando la frammentazione degli interventi.
«Oggi non possiamo più ragionare sull’accoglienza considerandola un intervento a sé stante», ha sottolineato Muscionico. La tutela dei minori, infatti, deve inserirsi in un percorso più ampio, che parte dall’intercettazione precoce delle difficoltà e dal sostegno alla genitorialità, fino agli interventi di protezione quando necessari.
L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale
Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza
In questa direzione si muovono i Centri per la Famiglia, il Piano Disagio Minori e progetti territoriali come lo sportello “#dieciquattordici”, sviluppato nel lecchese in collaborazione con il Consultorio Giovani. Esperienze che puntano a intercettare tempestivamente il disagio e a mettere in rete servizi sociali, scuole, consultori, servizi sanitari e Terzo Settore. Fondamentale anche il programma Pippi, che promuove il sostegno alle capacità genitoriali e alle risorse familiari. «Il compito dei servizi non è semplicemente valutare il rischio, ma sostenere concretamente le capacità genitoriali e le risorse delle famiglie», ha spiegato Muscionico, ricordando che «l’allontanamento del minore non può mai essere considerato la prima risposta».
Da sinistra: Chiara Isacchi, Michela Maggi, Sara De Carli, Carmen Baldi e Angela Palleschi
Quando l’accoglienza diventa necessaria, affido familiare e comunità educative devono essere parte di un unico sistema di protezione. «Non basta infatti trovare famiglie disponibili. Occorre costruire comunità affidatarie, reti capaci di sostenere le famiglie che accolgono, accompagnarle e valorizzarne il ruolo. L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale».
La sfida, dunque, è creare un’infrastruttura sociale ed educativa in cui istituzioni, servizi e cittadini condividano responsabilità e obiettivi. Perché, come ha concluso Muscionico, «la tutela dei minori non è il compito di un singolo soggetto, ma il risultato della capacità di un territorio di costruire alleanze stabili a favore dei bambini e delle loro famiglie. Ed è proprio nella capacità di un territorio di costruire relazioni, alleanze e comunità accoglienti che si misura la qualità del suo sistema di protezione dell’infanzia».
Da alleanza a generatività, le parole chiave del territorio
Il confronto è proseguito dando voce agli attori del territorio. Michela Maggi, coordinatrice dell’Ufficio di Piano dell’Ambito di Lecco, ha scelto la parola “accompagnare”; Chiara Isacchi, del Servizio Tutela dei Minori e Legami Familiari dello stesso Ambito, ha richiamato il valore di un “incontro che cura”. Angela Palleschi, coordinatrice del Servizio Affido provinciale, ha sottolineato che la relazione di aiuto non si esaurisce nell’intervento professionale e tecnico, ma si costruisce soprattutto nella dimensione relazionale: per dare concretezza alla speranza educativa, la sua parola chiave è stata “alleanza”. Infine, Carmen Baldi, responsabile del Coordinamento Attività Consultoriale di Asst Lecco, ha richiamato il lavoro culturale che si sta facendo su tutto il territorio provinciale e ha proposto il termine “generatività”.
Sabina Panzeri e Filippo Boscagli
Il sindaco di Lecco, Filippo Boscagli (a sua volta padre affidatario) ha portato il proprio saluto, mentre a tracciare le prospettive di lavoro futuro è stata Sabina Panzeri, sindaca di Costa Masnaga e presidente dell’Ambito Territoriale di Lecco. Un percorso che rilancia l’importanza di fare rete e condividere responsabilità, affinché la speranza educativa possa tradursi in relazioni, sostegno concreto e nuove opportunità per i minori e le famiglie.
Scendo dal tram della linea T2, che dalla stazione Firenze Santa Maria Novella in dieci minuti mi ha portato davanti al centro commerciale San Donato, nel quartiere Novoli. Superato il cortile, con la scala mobile salgo al primo piano. Mancano pochi minuti alle 14, il centro per adolescenti e giovani apre a quell’ora. Due ragazzi aspettano che si apra la porta a vetri dell’ingresso color acqua marina. «Noi, dopo la scuola, veniamo tutti i giorni qui», mi dicono. Continua il viaggio di VITA dentro “DesTEENazione – Desideri in Azione”, un’iniziativa promossa dal mnistero del Lavoro e delle Politiche sociali che finanzia spazi multifunzionali in tutta Italia. Quello di Novoli è uno dei 100 luoghi aggregativi di nuova generazione (per ora, quelli attivi sono 55) dedicati ad adolescenti e ragazzi dagli 11 ai 21 anni. Il centro di Firenze è stato il primo ad aprire, il 22 ottobre 2025,. Ed è l’unico che si trova dentro un centro commerciale.
Ad accogliermi, in un grande salone “abitato” da gigantesche installazioni artistiche, c’è Marco Sabadini, coordinatore strategico e programmatico di DesTEENazione Firenze. «In Toscana, oltre a questo centro, ce ne sono altri quattro: Prato, Empoli, Arezzo, San Giovanni Valdarno. Sta per aprire il sesto della regione, a Livorno. A un anno di distanza dall’apertura noi siamo molto contenti perché nel primo semestre ci sono stati una media di 74 ingressi giornalieri. Il quartiere 5 (Rifredi) è quello con il più alto numero di ragazzi della città». Lo spazio è aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 14 alle 19 e il sabato dalle ore 10 alle 13 e dalle 14 alle 19. «I ragazzi e le ragazze iscritte sono circa 600, di cui 230 sono arrivati solo nell’ultimo trimestre».
«Il progetto è aperto a tutti. Abbiamo ragazzi che si iscrivono liberamente nel momento in cui gli arriva la proposta, altri che hanno storie difficili e che prima di iscriversi hanno bisogno di capire se si possono fidare. Nel rispetto della loro situazione e in qualità di educatori ed educatrici abbiamo deciso di dare loro il giusto tempo per sentirsi parte di questo posto. Noi li conosciamo, sappiamo il nome e cognome, le prime volte permettiamo loro di frequentare il centro senza iscrizione formale: vogliamo dare anche a loro la possibilità di usufruire di tutte le opportunità che qui trovano», continua Sabadini. «Ci sono cose che per noi sono scontate, ma per alcune storie di vita non lo sono affatto. L’importanza del progetto DesTEENazione è anche accogliere chi ha bisogno di trovare una strada, ma allo stesso tempo è spaventato da questa stradaperché nessunolo ha accompagnato adeguatamente nel percorso di crescita».
Il cortile del centro commerciale San Donato, al primo piano c’è DesTEENazione di Firenze
La programmazione? Condivisa con il comitato di consultazione dei beneficiari
Se all’inizio le attività erano decise dai vari gruppi di lavoro del centro, «ora solo una minima parte di essa è organizzata dagli educatori, per il resto condividiamo la nostra programmazione trimestrale con il Comitato di consultazione dei beneficiari, per promuovere il protagonismo. Riceviamo anche molte proposte dal territorio, ad esempio la Polizia municipale ci ha chiesto di fare dei laboratori di educazione stradale proprio all’interno di DesTEENazione», prosegue Sabadini. Ogni proposta è condivisa col Comitato di consultazione e insieme si decide se e quando svolgere l’attività. Quotidianamente c’è un’offerta standard, «che va dai giochi da tavola ai laboratori, ad esempio di fumetto. Poi c’è l’affiancamento allo studio, la sala registrazione e quella videogiochi. Sta funzionando tantissimo il gamer, l’educazione all’uso consapevole dei videogiochi, è un’attività che all’inizio facevamo una volta a settimana ma che ora c’è tutti i lunedì, mercoledì e venerdì. È molto partecipata».
Relax nella Sala Chill, progettata dai ragazzi
Nella Sala Chill si svolgono attività di rilassamento e di condivisione: «È un prodotto della linea “Get up”, che prevede progetti con le scuole. I ragazzi del liceo scientifico Leonardo da Vinci di Firenze hanno costruito questa stanza, decidendo di dedicarsi a questa progettualità dopo un sondaggio fatto tra i loro coetanei su cosa avrebbero voluto trovare all’interno di questo spazio. Tutti hanno chiesto una stanza dove potersi rilassare. Hanno scelto il nome della sala, hanno deciso l’arredamento e l’hanno costruita con bancali che sono stati trattati e dei grandi cuscini». In un angolo c’è una libreria «con dei libri donati da un negozio presente nel centro commerciale. Il lavoro di rete è sempre fondamentale».
Le voci di chi vive lo spazio
Nella Sala Chill incontro Patrick, Paolo e Piero. Sono amici. «Vengo qui da un anno, gioco a ping pong e a giochi da tavolo con i miei amici, insieme ad un educatore», dice Patrick, 14 anni. Perché gli piace frequentare il centro? «Perché non c’è mia madre e perché mi diverto. Vado in una scuola qui vicino, vengo tre volte a settimana». «Fare nuove amicizie, stare con i miei amici, giocare a ping pong sono le cose che amo di più di DesTEENazione. In questi mesi ho seguito i laboratori di uncinetto e di ceramica emotiva», aggiunge Paolo, 14 anni, al primo anno della scuola secondaria di secondo grado. «Riesco a gestirmi il tempo dello studio. Spesso vengo un po’ qui a svagarmi, poi vado a casa a studiare». «In questo centro mi piace stare con gli amici. Non riesco a studiare perché conosco tutti e non mi concentrerei», dice Piero, 12 anni, che fa parte della Consulta. «Ci incontriamo ogni 15 giorni, facciamo brainstorming e discutiamo delle idee e delle proposte da realizzare nello spazio. Voglio essere coinvolto in questo luogo, che sento un po’ mio».
Patrick, Paolo e Piero nella sala chill
Nel salone, seduto davanti al suo computer, c’è Mohammed. Anche lui fa parte della Consulta. Ha 16 anni, frequenta il terzo anno dell’Istituto superiore Meucci, studia Informatica e Telecomunicazioni. «Vengo qui dall’apertura. Questo posto, dai primi mesi che lo frequento, l’ho sempre sentito come parte della mia vita. Ci passo ore, ogni giorno. Già prima di far parte della Consulta dicevo cosa, secondo me, si poteva migliorare di questo luogo. Di DesTEENazione mi piace che noi giovani ci possiamo aggregare, c’è un “ecosistema” di ragazzi.Entri qui, ti senti a tuo agio e capisci, se parli con qualcuno, che puoi veramente esprimerti. Nelle scuole non c’è questa gran possibilità di esprimere la tua opinione. Non è colpa delle scuole, che hanno tanti studenti e che seguono un loro “codice”, ma questo posto è diverso: è aperto, non ci sono compiti, puoi anche sederti e non fare nulla. Ho trovato nuovi amici, mi trovo bene anche con le persone che ci lavorano», continua Mohammed. «Ho fatto tanti laboratori, quello che mi è piaciuto di più è stato un incontro dedicato alla partecipazione attiva, durante il quale abbiamo compilato un questionario con domande relative a cosa ci piace e non piace di DesTEENazione, cosa vorremmo migliorare del quartiere. Ho proposto di abbellire il palco, che è spoglio, e di continuare a rifornire la sala videogiochi, uno dei “fiori all’occhiello” di questo posto, con tanti pc per giocare, anche insieme».
Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite». ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO
Esaudire i bisogni dei ragazzi, ma a volte anche dei genitori
In un anno sono tante le attività organizzate. «Dalla giornata dello sport indoor al laboratorio di scacchi, in collaborazione con l’Accademia scacchistica Fiorentina e organizzato insieme alla Società della Salute, per coinvolgere anche i ragazzi e le ragazze con disabilità, è stato un modo per avvicinarli allo spazio», racconta Sabadini. «In contemporanea, i genitori si ritrovavano nella stanza accanto con gli psicologi. Hanno creato un gruppo di “parola”, che ha portato ad un incontro fisso: ogni volta che c’era il laboratorio dei figli, le famiglie si incontravano. Stiamo cercando di riproporlo. Noicerchiamo di esaudire quelli che da progetto vengono chiamati “desideri in azione”, che alle volte sono dei bisogni adolescenziali che devono trovare uno sfogo, un ascolto».
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In mezzo alle installazioni artistiche
Prima di DesTEENazione, questo luogo di quasi 1.300 metri quadrati, cosa era? «Lo spazio, di proprietà del Comune di Firenze,veniva utilizzato per mostre d’arte», prosegue Sabadini. Infatti, ci sono delle bellissime installazioni nel salone del centro. Questo non è uno spazio solo per il divertimento. «La sala accanto è dedicata al sostegno allo studio, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì e anche il sabato mattina».
Qui Sara sta studiando insieme ad un’operatrice. La scorsa estate il centro non ha mai chiuso, «nel pomeriggio venivano i ragazzi più grandi, la mattina quelli delle medie che venivano a studiare e a fare il laboratorio di fumetto». Sabadini racconta: «Un sabato abbiamo raggiunto 170 presenze: sono uscito dalla stanza e il salone era pieno di gruppi di ragazzi. È stato bello vedere così tanti ragazzi, abbiamo deciso di gestire questi numeri dando vita a più laboratori, che ci permettessero di gestire al meglio il rapporto educatori-utenti, senza correre il rischio di implodere».
L’importanza della location
Il fatto di essere in un centro commerciale «aiuta, prima di tutto, perché è un luogo frequentato e visibile», prosegue Sabadini. «Un altro aspetto positivo è che molte persone che lavorano qui sono comodi a lasciare i figli e poi venire a riprenderli. Inoltre, ci sono molte scuole intorno, quando i ragazzi escono è spontaneo ritrovarsi qui».
Non uno spot, un servizio psico-pedagogico vero e proprio
Nel centro lavorano 27 persone. «In questo anno abbiamo cercato di dare forma al servizio, in modo che la cittadinanza riconosca DesTEENazione non come uno spot, ma come un servizio psico-pedagogico vero e proprio». Tra i servizi offerti, «abbiamo dato vita a dei laboratori per le famiglie il sabato mattina con gli psicologi della linea 4 del progetto, che si occupa del sostegno genitoriale. Sono stati molto partecipati, con circa 30 presenze. Ci sono stati utili per creare uno sportello al quale i genitori, singolarmente o in coppia, si sono potuti rivolgere per chiedere suggerimenti, rispetto alla gestione della relazione con il figlio adolescente».
«Quest’anno è stato faticoso, siamo molto stanchi, ma anche molto contenti. La soddisfazione viene dalla frequenza dei ragazzi, molti vengono tutti i giorni: se si trovassero male qui, non tornerebbero», sottolinea Lotar Sanchez, coordinatore tecnico di DesTEENazione Firenze. «In questo quartiere vivono molti ragazzi con background migratorio, c’è un numero elevato di centri di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, tanti vengono qui». Sanchez sottolinea come nel centro arrivino ragazzi con tanti tipi di bisogni e di vissuti: «C’è il giovane che ha avuto problemi con la giustizia e che timidamente si affaccia per vedere di cosa si tratta e c’è la ragazza che ha un podcast pronto (ad esempio, a tema intelligenza artificiale) e vuole registrarlo». Nel centro si possono fare delle registrazioni, che vengono caricate sulla pagina Spotify di DesTEENazione Firenze. C’è una sala apposita, in questo momento c’è ai microfoni Omar, 17 anni.
Un ragazzo ha un’idea? La nostra risposta è sempre “sì”
«Dobbiamo tutti i giorni trovare strategie diversificate, con le risorse umane di cui disponiamo. E dobbiamo anche trovare, tra le varie linee del progetto, le collaborazioni che siano funzionali al ragazzo o alla ragazza, se qualcuno ha problemi di sostegno allo studio, di marginalità, di uno spazio per dare sfogo alla propria creatività», prosegue Sanchez. È capitato più volte che un ragazzo o una ragazza ci portassero un’idea che non sapeva come realizzare. La nostra prima risposta è sempre “sì”: poi vediamo come fare. Ci attrezziamo a 360 gradi per poter rispondere a tutti gli input che arrivano da loro: finora è stata una sfida lunga un anno, tante ce ne aspettano».
Ilaria Dioguardi mentre intervista Marco Sabadini, all’ingresso del centro DesTEENazione di Firenze
Orientamento scolastico e tirocini
«Mi occupo dell’avvicinamento dei ragazzi a tirocini di inclusione lavorativa, li supporto nella scelta e nell’avvio a questa attività», dice Federico Bleynat, orientatore professionale e scolastico, che fa parte della Linea 6 del progetto, dedicata ai tirocini formativi e di inclusione sociale retribuiti. «Preparo i ragazzi e le ragazze per quanto riguarda l’aspetto psicoemotivo e anche per quelli tecnico e legale. In quasi un anno ho fatto colloqui a più di una trentina di giovani. Mi occupo anche di orientamento scolastico, alcuni ragazzi sono passati da me per consigli o valutazioni di quello che stavano facendo o di quello che volevano fare, non erano strettamente colloqui legati all’obiettivo del tirocinio».
«Ciascun percorso è differente. Ognuno ha i propri bisogni, le proprie capacità e le proprie difficoltà. Quando i ragazzi arrivano da me, innanzitutto li ascolto: tramite un ascolto attivo si può capire meglio come lavorare con loro. Sono loro stessi che riescono a riconoscere i propri punti di forza e di debolezza. Soprattutto per la parte dei tirocini, mi avvalgo delle competenze dei colleghi psicologi con cui possiamo affrontare un momento di ansia, magari nel giorno prima del tirocinio, piuttosto che valorizzare un avvenimento particolarmente positivo e bello», continua Bleynat. Per quanto riguarda il percorso scolastico, c’è la linea del progetto dedicata, «e la collaborazione è veramente a tutto tondo nell’interesse dei beneficiari».
Il grande coinvolgimento del Terzo settore
Il progetto DesTEENazione Firenze è realizzato dalla Società della Salute di Firenze, con la collaborazione e il supporto del Comune il coinvolgimento, per la co-progettazione e la gestione delle attività, dei seguenti enti del Terzo settore costituiti in associazione temporanea di scopo (Ats): il consorzio Co&So (capofila dell’Ats), con la cooperativa sociale consorziata Il Girasole; il Consorzio Metropoli, con le cooperative sociali consorziate Cat e Cepiss; l’associazione Piazza San Donato e l’associazione AltVibe.
La viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci, all’inaugurazione del centro il 22 ottobre 2025
«Il centro si trova in un luogo sensibile della città, che ha tutte le caratteristiche, le potenzialità per dare modo al programma DesTEENazione di evolvere e di consolidare il suo ruolo e la sua funzione all’interno di Firenze», dice Nicola Paulesu, assessore al Welfare, Accoglienza, Integrazione e Casa del comune di Firenze. «È stato scelto un quartiere tra i più popolati della nostra città, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. È stato sin da subito molto frequentato, ciò per noi ha un grande valore, nell’ambito di un piano di interventi per i giovani che vivono, in questa fase storica, una forte difficoltà nell’avere occasioni di socialità e luoghi che facilitano la ricostruzione di una comunità educativa. Il centro è una risposta non solo per i giovani, ma per tutta la popolazione, nel momento in cui costruisce un welfare di comunità basato sulla rete di servizi che la nostra città può esprimere e che lì trovano un collettore, una facilitazione di espressione».
Il progetto è triennale. E poi?
Il progetto nazionale prevede un investimento triennale. «Il nostro obiettivo è quello di sostenerlo. C’è tutta l’intenzione di dare continuità ai servizi e alle attività che si realizzano in quello spazio. Bisognerà cercare di capire come costruirlo, come mantenerlo, come sostenerlo anche da un punto di vista economico. Ma la “cifra” del nostro contesto territoriale ci mette nelle condizioni di dire che quella rete che si sta costruendo intorno al centro DesTEENazione sarà la stessa rete associativa che, una volta terminata la sperimentazione e, quindi, la triennalità del progetto finanziato, dovrà continuare a lavorare per mantenere in vita il centro con le stesse caratteristiche attuali. Speriamo che ci saranno altre linee di finanziamento che ci aiuteranno a portare avanti le attività», prosegue Paulesu.
«C’è tutto l’interesse della nostra città a continuare a investire nelle politiche giovanili che sono strategicamente uno dei segmenti del sistema dei servizi sociosanitari territoriali, che ci mettono nelle condizioni di lavorare anche in prevenzione e promozione della salute. Metteremo a frutto tutto quello che è stato fatto e che si farà in questi anni, anche in termini di capacità e competenze organizzative, e andremo avanti».
Tutti i nomi dei ragazzi sono di fantasia. Le foto sono di Ilaria Dioguardi, tranne la foto di apertura (da DesTEENazione Firenze) e l’ultima dell’inaugurazione con la viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci (da ufficio stampa assessore Nicola Paulesu)
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