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È infine arrivato il momento del soft power cinese?

14 Ottobre 2026 ore 07:00

Per gli studiosi, gli osservatori e i critici del soft power, una domanda è rimasta in sospeso fin da quando il concetto è emerso nei primi anni Novanta: fino a che punto le risorse del soft power possono produrre risultati tangibili? In altre parole, in che modo l’apprezzamento e l’ammirazione si traducono col tempo in influenza politica? Sebbene la Cina abbia speso miliardi in soft power e diplomazia pubblica, pochi ne hanno riconosciuto i reali traguardi fino a tempi recenti. Ora, tuttavia, le tendenze emergenti provenienti dalla Cina — abbinate alla dottrina “America First” — potrebbero aver offerto a Pechino un’opportunità senza precedenti.

È quindi opportuno chiedersi: cosa deve accadere affinché la Cina diventi una superpotenza del soft power? Prima di affrontare questo punto, dobbiamo esaminare lo stato attuale del potere di attrazione della Cina, in particolare rispetto agli Stati Uniti.

Le Condizioni del Soft Power Americano

Per decenni, gli Stati Uniti sono stati il massimo diffusore di “coolness“, esportando di tutto (da Hollywood, la musica e la moda ai potenti e intangibili ideali del sogno americano). Accanto a questi, il dominio globale del dollaro statunitense e della lingua inglese sono serviti da pilastri strutturali del suo fascino mondiale.

Sebbene questa immagine idealizzata si sia erosa nel tempo a causa di guerre impopolari e decisioni politiche, la dottrina “America First” ha innegabilmente distrutto molti degli elementi centrali dell’attrazione del Paese. Sono stati pubblicati decine di articoli sull’effetto di Trump sull’appeal internazionale degli Stati Uniti, ad esempio quando si è discussa il potenziale epilogo del soft power americano o quando si è suggerito che la reputazione della nazione potrebbe non riprendersi mai del tutto. In particolare, il defunto Joseph S. Nye, che ha coniato il termine, ha lamentato nel suo ultimo articolo che “Trump è il primo [presidente americano] a rifiutare l’idea che il soft power abbia un qualche valore nella politica estera”.

La Situazione del Soft Power Cinese

Nel frattempo, sebbene la prima spinta della Cina verso il soft power sia stata probabilmente notata durante le Olimpiadi di Pechino del 2008, il consenso generale era che la sua natura rigorosamente gestita dallo Stato avrebbe sempre suscitato sospetti e fallito nell’attrarre sinceramente i pubblici stranieri. Verso la metà degli anni 2020, tuttavia, gli osservatori al di fuori del mondo accademico hanno iniziato a notare un’impennata di tendenze legate alla Cina. Alcune sono virali e potenzialmente effimere (come Labubu e “Chinamaxxing“), mentre altre — come i veicoli elettrici e le infrastrutture avanzate — mostrano un potenziale a lungo termine. Ciò ha spinto importanti testate occidentali ad affermare la nuova “coolness” della Cina. Forse a sorpresa, analogamente al Giappone, questo fascino attinge a un mix sorprendente di antico e futuristico, dalla mitologia tradizionale e l’architettura imperiale ai paesaggi urbani cibernetici di Shenzhen e Chongqing. Inoltre, i modelli di intelligenza artificiale open source cinesi vengono lodati e ampiamente adottati all’estero, mentre i giovani del mondo in via di sviluppo acquisiscono una crescente familiarità con la Cina. Sebbene permangano timori riguardo alla sua influenza, questa familiarità rappresenta un primo passo cruciale verso un apprezzamento autentico.

L’Arduo Percorso per Diventare una Superpotenza del Soft Power

Nonostante questi recenti e notevoli sviluppi, la Cina deve superare diversi ostacoli nel suo percorso per diventare una superpotenza del soft power.

In primo luogo, il popolo cinese potrebbe aver bisogno di diventare più “accessibile”. Gli stranieri che ammirano la cultura e i prodotti cinesi devono poter interagire facilmente con la gente del posto, sia quando visitano la Cina sia quando incontrano cittadini cinesi all’estero. Non si tratta di una questione di buone maniere, bensì di una persistente barriera linguistica. Fortunatamente, questo divario potrebbe ridursi man mano che un numero maggiore di persone in tutto il mondo imparerà il cinese e un numero crescente di cittadini cinesi acquisirà un inglese di base per viaggiare o interagire con turisti in Cina.

In secondo luogo, sebbene i cittadini cinesi debbano certamente essere orgogliosi dei successi della loro nazione, dovrebbero evitare di proiettare un senso di superiorità. Il soft power nasce dalla fiducia in sé stessi, non dalla vanteria. Questo non vuol dire che i cinesi siano eccessivamente vanitosi, ma è una dinamica fondamentale da tenere a mente. Man mano che i successi della Cina cresceranno, essi creeranno inevitabilmente attriti con altre nazioni — in particolare con gli Stati Uniti, che non rinunceranno facilmente al loro primato reale o percepito.

In terzo luogo, man mano che gli stranieri imparano ad apprezzare non solo i prodotti cinesi ma anche le persone dietro di essi, potrebbero iniziare a chiedersi sinceramente se il sistema politico che ha reso possibili questi successi sia così imperfetto come viene spesso descritto. Questo non per edulcorare la condotta del Partito Comunista Cinese (PCC), ma piuttosto per riconoscere che esistono modelli alternativi.

In quarto luogo, mentre un numero crescente di stranieri consuma prodotti culturali e digitali cinesi, visita senza visto e persino studia nel paese, in realtà trasferirsi e vivere lì rimane molto impegnativo. Questo rappresenta un grave ostacolo all’appeal generale della nazione, poiché l’ultima manifestazione di attrazione del soft power è spesso il desiderio di stabilirsi.

In quinto luogo, e forse il punto più complesso, vi è la necessità di un processo duplice a lungo termine. I cittadini cinesi devono trovare il modo di esprimere il proprio desiderio di adottare determinate pratiche straniere — come maggiori tutele legali e finanziarie — senza sfidare direttamente l’autorità del partito centrale. A loro volta, il partito potrebbe riconoscere queste riforme reciprocamente vantaggiose e implementarle per promuovere un maggiore sviluppo socioculturale ed economico. Il PCC potrebbe diventare meno restio ad accogliere tali riforme graduali non solo a causa della domanda interna, ma anche per soddisfare le aspettative esterne in qualità di leader globale responsabile, un ruolo ulteriormente evidenziato dal vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti.

La Strada da Percorrere: un Egemone Benevolo?

Come tutti gli egemoni, gli Stati Uniti hanno sempre avuto i loro difetti e le loro pratiche discutibili; pertanto, nessuno si aspetta che la leadership cinese sia perfetta. Tuttavia, se la leadership cinese riuscirà a raccogliere un’ammirazione più ampia e genuina sia in patria che all’estero — in particolare nel mondo in via di sviluppo — i benefici in termini di soft power potrebbero essere evidenti.

Un’altra variabile critica da non sottovalutare è la diaspora cinese. Molti cinesi d’oltremare stanno già mostrando con orgoglio la propria eredità da una prospettiva socioculturale ed economica, tralasciando intenzionalmente le dimensioni politiche e ideologiche. Questo approccio cauto potrebbe ulteriormente favorire i propositi di Pechino.

Se la Cina riuscirà a fornire beni pubblici globali — ad esempio attraverso la Nuova Via della Seta e le sue più recenti Iniziative Globali — le opinioni straniere sul suo sistema politico potrebbero migliorare. Sebbene si tratti di una previsione a lungo termine, potenzialmente lontana decenni, questo articolo funge da esercizio intellettuale per immaginare come la Cina possa eventualmente eguagliare o superare gli Stati Uniti come superpotenza globale del soft power (e non solo), guidata da un’attrazione genuina anziché dall’attuale miscela di potere economico e soft, meno stabile.

In conclusione, potremmo assistere all’inizio del vero momento di soft power della Cina, andando oltre la mera dipendenza economica. Questo cambiamento appare possibile perché il PCC ha leggermente allentato la presa sulle iniziative creative che non si scontrano con gli interessi dello Stato. Sebbene questa ondata “cool” sia sempre più notata in tutto il mondo, essa rimane in gran parte superficiale. La sfida maggiore sarà garantire che non si tratti di una moda passeggera e che la Cina continui a innovare, condividendo al contempo le proprie novità con il mondo con convinzione. Parole e azioni devono coincidere. Solo allora la genuina attrazione potrà diventare un vantaggio strutturale di soft power, molto simile a quello di cui gli Stati Uniti hanno goduto per decenni.

Rifugiati a scadenza: Kuala Lumpur rimpatria, Naypyidaw incassa

13 Ottobre 2026 ore 07:00

Un mercato del lavoro che respinge gli stranieri e continua a cercarli

Ufficialmente la Malaysia vuole meno lavoratori stranieri. Quelli regolari erano 2,13 milioni a fine 2025, le nuove quote sono bloccate dal marzo 2023 e il governo punta a farli scendere al 10 per cento della forza lavoro entro il 2030. Le imprese ad alta intensità di lavoro, però, continuano a chiedere manodopera, e a luglio Anwar Ibrahim ha dovuto ordinare di sbloccare entro un mese le domande della ristorazione. I rifugiati stanno dentro questa contraddizione. A maggio il ministro dell’Interno Saifuddin Nasution Ismail ha spiegato che il nuovo registro statale, il DPP (Dokumen Pendaftaran Pelarian), non dà diritto a restare: ogni pratica finirà con un rimpatrio, un reinsediamento in un paese terzo o un’espulsione. Ha aggiunto che la banca dati servirà a collocare i rifugiati tra i 20 e i 40 anni nei posti vacanti di cinque settori. Due mesi dopo il governo ha ordinato all’UNHCR di sospendere le nuove registrazioni. La Malaysia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e così decidere chi è rifugiato, e per fare quale lavoro, spetta soltanto all’amministrazione. Marx avrebbe parlato di sovrappopolazione relativa: una riserva di lavoro che lo Stato allarga o restringe con un atto amministrativo, secondo quello che chiedono le imprese. Chi sa di poter perdere il permesso da un giorno all’altro non cambia datore e difficilmente denuncia un abuso, perché l’alternativa concreta è un centro di detenzione. Per questo la deportabilità disciplina molte più persone di quante ne vengano poi espulse davvero. Quella fascia d’età rende esplicita una divisione che gli studiosi del sistema-mondo descrivono da decenni, quella dei costi di una vita tra due paesi: chi riceve paga gli anni produttivi, chi invia si fa carico dell’infanzia prima della partenza e della malattia o della vecchiaia dopo il rientro. La Malaysia regge la propria posizione semiperiferica grazie al lavoro a basso costo dei vicini più poveri, e applica questa divisione con una franchezza rara. Il rimpatrio ne è l’ultimo passaggio.

Chi decide chi torna? 

A metà agosto nei centri di detenzione c’erano 10.388 cittadini birmani. Il governo ne ha indirizzati 4.008, quasi tutti rohingya, verso il DPP e 5.000 verso il rimpatrio. Kuala Lumpur ha poi mandato i 5.000 nomi all’ambasciata del Myanmar, che per la prima fase ne ha accettati 1.476. A scegliere chi poteva salire sulle navi, con i propri criteri di cittadinanza, è stato quindi un governo che rifiuta ancora l’identità rohingya. Gli scartati restano in Malaysia, schedati biometricamente e disponibili per il mercato del lavoro. Il governo assicura che tutti hanno firmato per tornare. Mi chiedo quanto valga una firma messa davanti a due sole possibilità, la detenzione senza termine o un paese in guerra. Nel febbraio 2021 la Malaysia rimpatriò 1.086 birmani su navi della giunta nonostante un ordine del tribunale, e tra loro c’erano persone registrate presso l’UNHCR. 

Per Naypyidaw la contropartita è politica. Min Aung Hlaing, che guidò il golpe del 2021, ha giurato come presidente ad aprile e da allora cerca governi disposti a riceverlo. A settembre Anwar gli ha offerto una visita ufficiale a patto che il Myanmar si riprendesse i propri cittadini; il 30 settembre Kuala Lumpur ha annunciato che la visita avverrà entro ottobre. La Malaysia sarà il quinto paese ASEAN ad accoglierlo. Naypyidaw offre l’unica cosa che la Malaysia non può ottenere da sola, il riconoscimento di queste persone come cittadini birmani, e riceve la normalità dei rapporti tra governi. Anwar dice di aver ottenuto anche lo stop ai bombardamenti in Rakhine e cure mediche per chi rientra. Sono promesse verbali di una parte in guerra, che nessuno fuori dai due governi può verificare. Il memorandum Italia-Libia del 2017 e l’intesa UE-Tunisia del 2023 hanno affidato il contenimento della mobilità a governi fragili o apertamente autoritari, pagandolo in denaro e legittimazione. Kuala Lumpur paga in riconoscimento, con la stessa logica di riammissione. Pesa anche la politica interna: a giugno una petizione per espellere i rohingya ha superato le 424.000 firme, e le elezioni generali vanno tenute entro febbraio 2028. L’ostilità verso i rifugiati dà copertura elettorale a una politica che fa comodo anche ai datori di lavoro.

Un regionalismo che si auto-blocca da solo

L’Indonesia ci arriva dalla parte opposta. La Perpres 125/2016 non prevede né lavoro né istruzione per i rifugiati; il ministro dell’Immigrazione Agus Andrianto ne ha chiesto la revisione nel novembre 2024, e l’assistenza resta a UNHCR e OIM. La Malaysia apre il mercato del lavoro con permessi revocabili, Giacarta lo tiene chiuso. In nessuno dei due lo status di rifugiato diventa un diritto di residenza. L’ASEAN non ha riconosciuto le elezioni birmane e dal 2021 tiene i leader birmani fuori dai vertici, richiamandosi a un Consenso in cinque punti che Naypyidaw non ha mai attuato. Il 10 agosto il ministro degli Esteri malese Mohamad Hasan ha chiesto al Myanmar di rispettarlo prima di qualsiasi rimpatrio. Diciassette giorni dopo Kuala Lumpur ha annunciato la data delle partenze. Consenso e non ingerenza proteggono gli affari interni dei membri dallo scrutinio collettivo, e in questo funzionano ancora. Una crisi che esce dai confini nazionali ne rimanda le conseguenze a ogni Stato preso singolarmente, e ne viene fuori una catena di accordi bilaterali che nessuna sede comune discute. L’intesa tra Anwar e Min Aung Hlaing occupa lo spazio che questa paralisi regionale  lascia libera e intanto svuota, visita dopo visita, la sanzione collettiva contro Naypyidaw. Per capire se il programma è davvero volontario basterebbero due cose: lasciare entrare l’UNHCR nei centri di detenzione a parlare con i candidati, e dare a chi rifiuta il rimpatrio un permesso di soggiorno con diritto al lavoro. Finché rifiutare vorrà dire restare in cella, la seconda fase somiglierà molto alla prima.

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