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Colombia, 20 dem al Congresso: basta interferenze Usa nel voto

13 Giugno 2026 ore 15:04

Colombia

Una ventina di deputati statunitensi del Partito Democratico hanno rilasciato una dichiarazione congiunta lanciata per prima dal congressman del Maine Jim McGovern in cui si condannano le attività di ingerenza elettorale che a loro avviso l’amministrazione di Donald Trump starebbe compiendo in Colombia, Paese chiamato tra pochi giorni al ballottaggio presidenziale per scegliere il successore dell’uscente Gustavo Petro.

“Un’ingerenza volgare e inaccettabile”

McGovern, 67 anni, alla Camera dei Rappresentanti dal 1997, è il primo firmatario di una dichiarazione rovente che invita a sostenere “con fermezza la sovranità del popolo colombiano e il suo diritto di determinare il futuro del proprio Paese”. Trump ha sostenuto dopo la prima fase del voto il candidato di estrema destra, Abelardo De la Espriella, vincitore di tappa che sfiderà al ballottaggio Ivan Cepeda, senatore e delfino progressista di Petro. La mossa era stata criticata da molti settori politici del Paese latinoamericano, e in particolare Ernesto Samper, capo di Stato a Bogotà dal 1994 al 1998, ha rintuzzato le mosse di Trump definendo il suo appoggio a De la Espriella “un’ingerenza volgare e inaccettabile negli affari interni” del suo Paese.

La Colombia al bivio

McGovern e i colleghi hanno rincarato la dose criticando le ingerenze e sottolineando come esse possano essere “dannose per i diritti democratici del popolo colombiano, un insulto alla sua sovranità e integrità, e del tutto incompatibili con i principi di lunga data degli Stati Uniti di non interferenza nelle elezioni straniere”. Non sono solo gli endorsement diretti a apparire dei condizionamenti diretti. Gli Usa di Trump ritengono Petro una figura ostile, nonostante nei mesi scorsi un breve incontro alla Casa Bianca tra i due presidenti sembrasse aver riportato il sereno, ne criticano l’autonomismo in politica estera, lo accusano di simpatizzare per i regimi nemici di Washington identificati come avversari in America Latina e di non voler contrastare il narcoterrorismo, lo hanno posto sotto osservazione con l’apertura di indagini della Drug Enforcement Agency.

Nei giorni scorsi è emerso che il governo federale ha fatto pressioni per far saltare un incontro tra Petro e il sindaco di New York, Zohran Mamdani, mentre il primo si trovava nella Grande Mela per impegni legati all’agenda diplomatica delle Nazioni Unite. Il clima politico è tesissimo anche nel Paese sudamericano: pochi giorni fa Gloria Arizabaleta, presidente della Commissione colombiana di inchiesta e accusa, ha chiesto di sospendere Petro dall’ufficio nei giorni pre-ballottaggio accusandolo di eccessive ingerenze elettorali a favore di Cepeda, suscitando forti e animati dibattiti nella politica nazionale.

Il dualismo americano

Su questo solco si inserisce la protesta dei democratici alla Camera, che ritengono con ogni probabilità potenzialmente dannoso il fatto che Washington sostenga tanto apertamente una parte in causa in un voto. E del resto appare delinearsi un’architettura strategica chiara per far spostare verso gli Usa l’America Latina, che ha in Colombia una tappa fondamentale dopo i precedenti voti di Honduras e Cile che hanno arriso favorevolmente ai disegni di Washington. Si notano qui due diversi approcci politici alla questione latinoamericana: l’amministrazione Trump riprende manovre muscolari e dinamiche, apre allo scontro diretto con i rivali regionali e intende rilanciare l’idea del “cortile di casa” da presidiare. La sinistra democratica rilancia sul versante di un approccio più internazionalista rifiutando l’interventismo estero. I corpi tradizionali del Partito Democratico restano per ora silenti, in un contesto che vede l’approccio della Casa Bianca criticato tra i corridoi ma senza tentativi di ridurre l’attivismo di una strategia che spesso ha usato anche il versante militare. E in Colombia sta prendendo le forme dell’aperta discesa in campo della superpotenza in un voto-chiave.

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Usa all’attacco in Venezuela, ucciso il capo del cartello Tren de Aragua

13 Giugno 2026 ore 11:24

Gli Stati Uniti sono tornati a colpire in Venezuela, quasi sei mesi dopo il raid del 3 gennaio scorso che portò alla cattura dell’ex presidente Nicolas Maduro, attaccando ed eliminando Niño Guerrero, nomme de guerre di Héctor Rusthenford Guerrero Flores, capo del cartello Tren de Aragua, designato dall’amministrazione di Donald Trump come organizzazione terroristica straniera (Fto) al pari di altri gruppi di “narcoterroristi” e delle organizzazioni jihadiste o radicali.

Chi era il leader di Tren de Aragua

Guerrero era indicato nell’atto di accusa contro Maduro per presunti reati di narcotraffico come complice per compiere operazioni contro gli Stati Uniti ed era ritenuto una figura chiave nel mondo dei narcos latinoamericani. 43 anni, Guerrero era da oltre un decennio protagonsita della vita criminale latinoamericana. Sulla sua testa pendeva una taglia di 5 milioni di dollari dopo che era evaso nel 2023 da un carcere venezuelano, dove era stato rinchiuso a seguito di una condanna a 17 anni di prigione per omicidio, traffico di droga, furto d’identità. Era ricercato anche in Perù e Cile. L’operazione del Southern Command (Southcom) che ha portato alla sua uccisione, secondo quanto riferito dal Pentagono, sarebbe stata compiuta in coordinamento con le autorità venezuelane, come ha riferito il Segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth.

Earlier this week, the @DeptofWar — in full collaboration with Venezuelan security forces — conducted a kinetic strike on a Tren de Aragua (TdA) compound in Venezuela. TdA founder & leader Hector Rusthenford Guerrero Flores, aka “Niño Guerrero,” was confirmed killed during the…

— Secretary of War Pete Hegseth (@SecWar) June 13, 2026

Gli Usa espandono l’azione contro i narcos

L’attacco a Guerrero mostra un nuovo capitolo della cooperazione tra il nuovo governo venezuelano di Delcy Rodriguez, che si è sostituita a Maduro mantenendo in larga parte intatta la struttura dello Stato e del regime chavista, e gli Usa dopo l’attacco-shock del 3 gennaio. Rodriguez, indubbiamente, cerca un modus vivendi con l’amministrazione di Donald Trump e ha ottenuto un sollievo temporaneo dalle sanzioni che la colpivano, emesse dell’Office of Foreign Asset Control (Ofac) del Tesoro di Washington. La presidentessa ha aperto la strada all’ingresso delle compagnie petrolifere occidentali nel settore del greggio, ha rotto i rapporti di fornitura a Cuba, bersaglio dell’assedio politico ed economico americano, e ha ricevuto diversi funzionari statunitensi.

Nel gennaio 2026 John Ratcliffe, direttore della Cia, è giunto a Caracas e ha incontrato Rodriguez e non è da escludere che il suo viaggio possa aver inaugurato una nuova, inedita, fase di cooperazione tra il Venezuela e gli Usa. Rodriguez, poi, in una rotazione ministeriale, ha sostituito il veterano ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, fedelissimo di Maduro e inviso agli Usa, col generale Gustavo Lopez, ritenuto più allineato. Unendo i puntini si può dunque tratteggiare una nuova cooperazione e un sistema di coordinamento Washington-Caracas che sta facendo entrare il Venezuela nel perimetro dello “Scudo delle Americhe”, la coalizione varata a marzo 2026 da Trump con il nome ufficiale di Americas Anti-Cartel Coalition (A3C) e che vede ufficialmente aderire tutti i Paesi guidati da governi filostatunitensi o da leader di destra pro-Trump del continente: Argentina, Bolivia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay e Trinidad e Tobago.

La cooperazione Usa-Venezuela

Il Venezuela, a cui non sono state rimosse le sanzioni in maniera definitiva, non partecipa ma la prassi dell’attacco Usa sul suo territorio e del coordinamento sembra andare nella direzione dell’A3C, che prevede la possibilità di coordinare informazioni sensibili e appoggiarsi agli Usa per colpire bersagli legati ai cartelli. Un’alleanza politico-militare, questa, con cui Trump intende dare copertura alla strategia unilaterale di Washington che ha portato a pesanti attacchi alle barche di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, spesso con controversi casi in cui sarebbero stati uccisi civili, all’attacco contro Maduro, ritenuto capo di una rete di narcotrafficanti, ai raid contro i cartelli in Ecuador e, sul piano politico, alla pressione contro il presidente colombiano uscente Gustavo Petro, ritenuto non allineato alla nuova strategia.

Rodriguez sembra concedere mano libera agli Usa, e questo indica la volontà americana di mostrare potere e influenza nell’ex “cortile di casa” della superpotenza. Solo pochi mesi fa un’operazione congiunta anti-cartelli sarebbe sembrata impensabile. Ora è stata realtà. E non è una bella notizia per chi nella regione si trova dall’altra parte della barricata rispetto a Washington. L’aumento del peso delle operazioni parla direttamente a Paesi come Cuba, che potrebbe essere il prossimo bersaglio dell’interventismo militare a stelle e strisce.

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Due Paesi, una sola intelligence: al Senato Usa la proposta di rendere obbligatorio fornire informazioni a Israele

13 Giugno 2026 ore 03:13

Dopo “Due Paesi, un esercito”, almeno sul piano tecnologico, ecco al Senato Usa la proposta per rafforzare la condivisione di intelligence da Washington verso Israele: il senatore repubblicano Tom Cotton, eletto in Arkansas, ha presentato una proposta di legge sulle attività di spionaggio che contiene una sezione esplicitamente dedicata a questo tema. Lo rivela Responsible Statecraft, già attiva nel segnalare nei recenti provvedimenti sulla Difesa Usa una legge che apriva alla fusione tra tecnologie israeliane e strutture militari Usa.

Il presidente dovrà documentare il rifiuto di fornire intelligence a Israele

Ora la Sezione 622 del disegno di legge sul finanziamento dell’attività di spionaggio per il 2027 chiede esplicitamente di “rafforzare la partnership securitaria con Israele”, di “consolidare la collaborazione tramite una robusta condivisione d’intelligence”.

Per la precisione, la legge spiega che il Presidente, il Direttore dell’Intelligence Nazionale e il segretario alla Difesa dovrebbero “espandere la condivisione d’intelligence con Israele” in ogni caso che non sia legato a “precise preoccupazioni di sicurezza nazionale” che il presidente dovrebbe documentare apertamente e dettagliatamente al Congresso prima di definire. Insomma, un’apertura esplicita di canali d’intelligence senza precedenti e che porterebbe Washington e Tel Aviv a delle vere e proprie “porte girevoli” informative. Il proponente è un ferreo alleato di Israele: Cotton, 49 anni, senatore dal 2015, è presidente della Conferenza Repubblicana del Senato e, soprattutto, dell’influente Senate Intelligence Committee, l’organo di vigilanza di Capitol Hill sugli apparati di spionaggio federali.

Tom Cotton (EPA/WILL OLIVER)

Usa-Israele, la spinta di Cotton per la cooperazione

Noto “falco” repubblicano, Cotton è uno dei più solidi sostenitori di Tel Aviv al Senato e in precedenza, da deputato, Cotton aveva giocato di sponda con l’allora collega del Kansas, Mike Pompeo, futuro direttore della Cia e Segretario di Stato, per sabotare i negoziati con l’Iran dell’amministrazione di Barack Obama, affermando che quella tra la trattativa e la guerra era una “falsa alternativa”.

Per Responsible Statecraft, “questa proposta è una delle diverse mosse recenti di coloro che a Washington fanno il gioco del governo israeliano, volte a mantenere gli Stati Uniti legati a  Israele nonostante  il calo di consensi tra l’opinione pubblica americana. La forma più rilevante di sostegno statunitense a Israele è rappresentata da oltre 300 miliardi di dollari in aiuti economici e soprattutto militari”, che spesso peraltro finanziano ricerche tecnologiche che ora per legge gli Usa intendono incoprorare nei loro apparati. Curioso sottolineare come questa proposta di legge sia emersa proprio mentre è in corso una grande e sostanziale operazione di controllo sulla penetrazione spionistica israeliana in America su cui lo stesso Pentagono ha acceso il faro mentre tra Washington, Tel Aviv e Iran è in atto un balletto importante tra pace, diplomazia e guerra.

Tre indizi fanno una prova

Cotton, tra i politici maggiormente sostenuti dal sistema filoisraeliano nello Stato che rappresenta, si sta preparando alla campagna per la rielezione per un terzo mandato di sei anni al Senato e tutti i sondaggi lo danno nettamente in vantaggio sulla sfidante democratica Hallie Shoffner. Dunque, è altamente probabile che possa mantenere la sua carica anche nella seconda parte dell’amministrazione di Donald Trump qualora il Senato restasse repubblicano, o comunque esercitare un’influenza di peso sulle scelte strategiche del governo americano.

La sua firma su questo provvedimento mostra un innalzamento della spinta a saldare i rapporti tra Usa e Israele poco dopo l’inizio, con la guerra in Iran, tanto di un’operazione militare congiunta quanto di una fase politicamente turbolenta in cui gli obiettivi di Washington e Tel Aviv. Dopo il voto sulla “fusione” tecnologica e la notizia sull’invio di paracadutisti dell’82esima divisione aerotrasportata in Israele durante la guerra con l’Iran, rivelata dal giornalista Ken Klippenstein, il provvedimento sulla cooperazione di spionaggio è la terza manifestazione di una spinta a rafforzare i rapporti Washington-Tel Aviv nella direzione di un saldo sostegno unilaterale della prima alla seconda, che per molti esponenti delle istituzioni americane sembra essere un fine da perseguire a ogni costo.

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